“Vacchi è la proiezione del vuoto culturale ed emotivo della nostra epoca”

Mentre attendo che un meteorite si schianti sulla terra e ponga fine all’esistenza della razza umana , leggo la notizia che a Gianluca Vacchi verranno pignorate proprietà dal valore di dieci milioni di euro. Il tutto a causa di un mancamento pagamento di un prestito nei confronti di un istituto bancario.

Quando vengono alla luce faccende del genere, la cosa più interessante è sicuramente la reazione dell’opinione pubblica che non si esenta mai dall’insultare o deridere senza porsi le giuste domande.

Normalmente vige la regola: “quando i giganti cadono, fanno più rumore.”

Peccato che Vacchi non sia un gigante. Ok la bella vita, i soldi -nemmeno tanti se confrontati a un qualsiasi “pezzente” milionario russo- e le belle donne; ma Vacchi, onestamente, non è un modello di imprenditoria, né fonte di ispirazione o una figura di un movimento politico.

Quindi, cosa è Vacchi?

Vacchi è la proiezione del vuoto culturale ed emotivo della nostra epoca.

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Un cinquantenne narcisista, perseguitato dalla paura di non poter essere nessuno e quindi alla continua ricerca di un’approvazione rapida, incentrata sull’immagine. Dietro tatuaggi, pettorali e vestiti sgargianti non c’è nulla. Vacchi diverte perché è un personaggio da commedia trash quasi grottesco, che asseconda le fantasie infantili di un pubblico che ha perso ogni capacità immaginativa.

Suscita invida a fronte di un materialismo sfrontato e cafone. Ma i veri ricchi non ostentano, lasciano intenderlo e si proteggono dietro un’anonimità quasi sacra. Bill Gates non posta foto di drink sorseggiati a bordo piscina, Abramovic non balla in treno, così come Tronchetti non sputtana a mezzo mondo con chi va a prendersi un caffè e una torta alle nocciole.

Vacchi è fondamentalmente la caricatura deforme di un uomo di successo, un’icona banale di un’era dove basta poco per ottenere visibilità.

Il web che lo ha innalzato a “vate e idolo”, ora la condanna e insulta. Quasi avesse aspettato con ansia la caduta dell’eroe divino, dell’Achille abbronzato, tozzo e goffo.

La rete è spietata, crea e distrugge miti nell’arco di pochi secondi.

Gianluca Vacchi non ha perso un trono, perché non ne ha mai avuto uno.

Ha perso semplicemente il suo posto di giullare di corte, pronto a essere sostituito dal prossimo candidato.

“Non é il calcio a essere malato”

Ricordo i pomeriggi trascorsi a giocare a calcio sull’asfalto, tra sterco di cane, buche e pezzi di tufo a segnare le due porte. Pioggia o quaranta gradi non faceva alcuna differenza. Ore e ore trascorse cercando di emulare le giocate dei nostri idoli. Le punizioni di Del Piero, i tocchi di Zidane, gli stacchi di Bierhoff, le mine dalla distanza di Recoba. Rientravamo a casa la sera, sporchi, esausti e con sbucciature ovunque. Non avevamo divise. Una maglietta in poliestere scadentissimo del nostro giocatore preferito acquistata dai marocchini, pantaloncini deformati sopravvissuti a mille lavaggi e cadute, scarpe da ginnastica destinate a durare pochissimo.

I litigi con i vicini a causa di piante amputate o specchietti di auto rotti a suon di pallonate, le discussioni sul “rigore o non rigore”, le risate. Le esultanze alla Rivaldo, “la mitragliatrice” di Batistuta o la posa alla Salas.

Volevamo difendere come Monetero e Nesta, parare come Pagliuca e Marchegiani, inventare come Veron e Djoerkaeff, fare le montagne di gol di Trezeguet e Hubner.

Il calcio era la nostra alienazione da una quotidianità noiosa in un paese che non aveva nulla da offrire se non disagio e degrado.

Non volevamo diventare calciatori, non ci interessava nulla dei loro soldi, delle loro vacanze. Per noi erano atleti straordinari, sportivi. Forse ignoravamo ingenuamente l’altra faccia della medaglia o forse era davvero un altro calcio. Sicuramente non pulito ma lontano anni luce dallo Show-Business di oggi.

Non c’era l’esigenza esasperata di rendere tutto enorme, patinato, di farne un culto narcisistico. Il concetto di bandiera si rifletteva in tanti giocatori, le montagne di miliardi circolavano già allora ma solo su grandi nomi. Gli sponsor si limitavano a essere presenti su magliette o cartelloni, non rappresentavano il calciatore. I procuratori erano figure secondarie, se non marginali.

Con gli investimenti dei sauditi, dei russi, dei cinesi il tutto ha cominciatoa prendere una piega diversa. Gli sponsor e i procuratori hanno iniziato a ricoprire un ruolo sempre più importante nella figura del calciatore, le banche si sono riscoperte “finanziatrici” per acquisti di lusso. Il calciatore è diventato progressivamente un prodotto preconfezionato, studiato per il marketing, per vendere e influenzare le masse. Il calcio diventava sempre più un fenomeno globale e capitalista.

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Christopher Lasch nel suo saggio del 1979 “The Culture of Narcissism: American Life in an Age of Diminishing Expectations” ha spiegato perfettamente questo processo. La sempre crescente presenza di tifosi e supporter é combaciato con l’esplosione della produzione di massa. L’industria comprese che lo sport poteva diventare un prodotto da vendere alle masse e l’atleta “il mezzo” perfetto per recapitarlo. Lo spettatore si è ritrovato cosí nel giro pochi anni a essere un elemento passivo che usufruisce e consuma ma non decide.

Il caso Neymar è la conseguenza di un processo che è iniziato i negli anni ’70, con l’avvento di una società consumista e media-dipendente.

Abbiamo subordinato progressivamente il piacere per lo sport al piacere per lo spettacolo, il concetto di squadra all’ego del campione, l’agonismo all’intrattenimento.

 

 

 

 

 

“Thank you, Chester”

La morte di Chester Bennington fondatore e leader dei Linkin Park ha sconvolto il mondo dello spettacolo e quello dei comuni mortali. Il suo suicidio ha portato alla luce un problema molto scomodo, di cui si parla sempre poco e cioè quello della depressione. Nessuno avrebbe potuto immaginarsi che una persona così carismatica e amata come Chester potesse compiere un gesto del genere. La stessa reazione si ebbe ad esempio alla morte di Amy Winehouse, talento incredibile e amatissimo ma persona fragilissima.

L’opinione pubblica, in questi, casi si divide sempre tra “empatici” e “cinici”. Ognuno ha ovviamente il diritto di dire e scrivere quello che vuole ma a volte ci si dimentica cosa ci sia dietro una morte del genere. La solitudine, la sofferenza e il dolore sembra assumano un significato diverso se riguardanti persone famose. La morte di un attore o di un musicista per overdose suscita quasi un ghigno di soddisfazione in molti: „ah, avevi soldi e fama e hai fatto la fine di una merda”. Commenti come questo è facile leggerli in rete, così come sentirli in discussioni tra conoscenti. Come se la differenza di status ci permettesse di ignorare i problemi personali e le ferite di un altro essere umano. O ancora peggio, quasi gioirne.

Eppure Chester non era una star boriosa, arrogante. Aveva un ottimo rapporto con i suoi fan, nelle interviste aveva più volte raccontato della sua infanzia segnata da abusi sessuali e della sua lotta alla dipendenza da droghe. Non ha mai cercato di giustificare la sua dipendenza come d’altronde non ne ha mai fatto un motivo di vanto. A differenza di altre rock star o cantanti Rap.

Chester descriveva i suoi tormenti e angosce nelle canzoni che cantava ed è per questo che la gente lo adorava. Nonostante i milioni, tour sold out, il successo, era rimasto una persona sincera, schietta. Con canzoni come “Numb” ha descritto perfettamente lo stato emotivo che molti adolescenti cercano di combattere ogni giorno. Quella sensazione di solitudine e impotenza, la voglia di una rivincita nei confronti di una vita che per molti non è stata generosa.

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Avevo circa 15 anni quando Hybrid Theory scaló le classifiche. Hits come “In the End”, “Crawling”, “Papercut”, giravano ovunque. I Linkin Park avevano avuto il coraggio di rendere il nu Metal più arrivabile e ascoltabile alla gente. Fino ad allora band validissime come Korn, Slipknot e Mudvayne avevano monopolizzato la scena senza rperó –se non più tardi- raggiungere il grande del pubblico ance quello non prettamente metallaro.

I Linkin Park ci riuscirono perché avevano un talento come Chester, la cui voce riusciva a congiungere la rabbia del nu Metal con la delicatezza del rock-pop. Le ultime scelte musicali dei Linkin Park avevano spiazzato i fan storici, disorientati dall’eccessivo “popizzars”i della band. Nonostante tutto i Linkin Park hanno continuato con i loro tour mondiali e a vendere milioni di dischi, perché anche se la musica cambiava, la voce e le parole di Chester rimanevano le stesse.

Chester e i Linkin Park non hanno scritto un nuovo capitolo della musica, non hanno rivoluzionato né il rock, né il metal ma sono riusciti a giungere al cuore e di molte persone; a dar voce ai loro sentimenti, a donare loro una melodia che potesse descrivere il loro momenti piú bui.

 

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Secondo i dati della OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) circa 300 milioni di persone nel mondo soffrono di Depressione. Nel 2015 788.000 a cui era stata diagnosticata una depressione si sono tolte la vita. Secondo i calcoli le cifre sono destinate ad aumentare nei prossimi anni.

Il disturbo depressivo maggiore si manifesta attraverso episodi di umore depresso che rende l’individuo incapace di proiettarsi in una dimensione presente e futura, condizionando le sue relazioni sociali. La sfera emotiva scompare e lascia spazio a un’evidente passività e incapacità di esprimere, descrivere e immaginare emozioni positive. Emergono quindi anche pensieri legati al suicidio che possono tramutarsi in atti. Il disturbo depressivo maggiore è accompagnato generalmente da disturbi del sonno, dell’alimentazione e disturbi d’ansia e si presenta in comorbiditá (in correlazione) con altri disturbi psichici: disturbo post traumatico da stress, il disturbo di personalità borderline, Schizofrenia oltre che con malattie neurodegenerative come il Parkinson.

Tra le cause si annoverano fattori genetici, ambientali (traumi, esperienze profondamente negative come mobbing e bullismo) e biologici . L’Epidemiologia mostra una curva che si estende, dai tra i 14 e i 50 anni. A livello neurologico il tutto é spiegato con un calo quantitativo dei neurotrasmettitori serotonina e noradrenalina.

Il disturbo depressivo maggiore può essere affrontato con una psicoterapia la quale improntata allo sviluppo di “skills” (strategie), in maniera tale che il paziente impari gradualmente a “reagire” ai sintomi depressivi . Nei casi più gravi la psicoterapia è accompagnata da una cura farmacologica.

 

 

 

“Casting Jonbenet”

L’avvento di piattaforme come Netflix e Amazon ha fatto esplodere letteralmente il „mercato“ delle serie televisive, stravolgendo completamente le regole del mercato cinematografico. L’industria cinematografica e gli attori stessi, si son dovuti adattare a questa evoluzione “artistica” del cinema d’intrattenimento. Se prima le serie erano riservato al lancio di artisti emergenti o a garantire un “posto fisso” a star ormai tramontate o sulla via del tramonto; oggi è quasi un dovere per un attore –Kirsten Dunst, Adam Goldberg, Stellan Skarsgård per citarne alcuni- affermato concedersi alle luci delle serie televisive. Gli stessi registi hanno dirottato la loro attenzione -anche a fronte dei considerevoli marigini di guadagno- basti pensare ai fratelli Cohen e  Jane Campion con le rispettive Serie Fargo e Top of the lake

Contemporaneamente per andar incontro ai gusti di tutti, Netflix, ha iniziato a proporre documentari di ogni genere, che spaziano dall’arte alla politica passando per la cucina ma concentrandosi prevelentemente sul genere investigativo come” Making a Murderer” o il piú recente “The Keepers”

L’ultimo arrivato è “Casting Jonbenet” diretto da Kitty Green.

Il documentario narra dell’omicidio della piccola Jonbenet nella notte di Natale del 1996.

Il caso suscitò l’attenzione e la conseguente indignazione dell’opinione pubblica, davanti all’impossibilità di stabilire chi fosse il colpevole.

Jonbenet Ramsey nasce in una famiglia benestante. La madre, Patsy, trascorre gran parte della sua giovinezza sotto i riflettori dello Show Business,  il padre (John) é un affermato imprenditore.

La piccola Jonbenet sin da piccola è spronata dalla madre a concentrarsi sul mondo della pubblicità e delle sfilate per bambine. Grazie alla sua bellezza, Jonbenet, riscontra in breve tempo un grande successo presso il pubblico americano.

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Il 16 dicembre del 1996 la piccola Jonbenet, all’età di sei anni, è trovata morta nell’abitazione della sua famiglia. Sulla scena del crimine del viene rinvenuta una lettera che intima a un  riscatto di 118.000 dollari.

Il caso è molto complesso e a causa errori commessi dalla polizia, la scena del crimine è da subito inquinata e ritenuta poco attendibile. L’opinione pubblica e parte delle autorità sono convinte che i coniugi Ramsey siano direttamente coinvolti nell’omicidio della figlia. Le prove sono purtroppo scarse e la coppia si difende attraverso i propri legali. Allo stesso tempo avanza l’ipotesi di che l’omicidio sia stato commesso da un estraneo entrato di nascosto quella notte e intenzionato a rapire Jonbenet per scopi legati al mercato pedopornografica.

Ad oggi il caso rimane aperto, con relative domande e ipotesi.

La Green da un taglio molto particolare al documentario, decide di dirigersi verso una sperimentazione mista al teatro già effettuata da altri registi come Von Trier in Dogville (2003) e Manderlay (2005).

Gli attori sono persone comuni, con poche e o nessuna esperienza recitativa alle spalle e la maggior parte hanno vissuto nei dintorni del luogo del delitto. Ognuno di loro è chiamato a fornire una sua versione e interpretazione di ciò che avvenne quella sera. Ci ritroviamo, così,  davanti a più John e Patsy e ogni coppia illustra una possibile variante dell’accaduto. I protagonisti non recitano soltanto ma raccontano nelle interviste della loro vita, soffermandosi anche su situazioni molto intime e delicate.

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Il risultato è straordinario. La Green riesce in circa 80 minuti a confezionare un documentario intenso e originale senza essere banale o eccessiva. Le interpretazioni degli “attori” sono molto interessanti, ed alcuni sono dotati anche di un certo talento.

L’opera della Green merita di essere visionata e apprezzata, per la sua originalità e semplicità nel saper coinvolgere lo spettatore senza sovraccaricarlo emotivamente. La Green apre nel suo piccolo una “nuova era del documentario”, rendendolo piú “assimilabile” per il grande pubblico, meno noioso ma più complesso e vario allo stesso tempo.

Un bel trampolino di lancio per la giovane regista australiana che fino ad ora aveva cercato di farsi strada nel cinema con altri due documentari –molto apprezzati dalla critica- incentrati sul ruolo della donna nella società ucraina: The Face of Ukraine: Casting Oksana Baiul (2014) e Ukraine Is Not a Brothel (2013)

Casting Jonbenet non offre spunti investigativi, né lancia accuse, semplicemente invita a riflettere sul degrado della nostra società, dove il confine tra vittime e carnefici molto spesso è più sottile di quanto non si possa pensare.

Lo sfondo è un delitto che riguarda una bambina, ma ciò che lentamente emerge è il racconto di una società postmoderna ipocrita e depressa, incapace di prendere coscienza delle sue paure e debolezze.

Dal vangelo secondo Saviano

1 Gennaio 2017, ore 00.01 ,un nuovo anno.

Ascolto i brindisi, gli auguri, le promesse che riecheggiano nel palazzo. Immagino l’odore dello spumante e dei panettoni aperti sul tavolo, l’aria un po’ pesante che avvolge la stanza dopo una cena dove il vino l’ha fatta da padrone,.

Sono a letto con un cazzo di Virus influenzale che mi fa vomitare l’anima ogni cinque minuti. Tra bestemmie e sudore, festeggio il nuovo anno.

Mi nutro di acqua e brodini da tre giorni, puzzo e soprattutto non mi sono ancora masturbato. Il che vuol dire che sto veramente male.

Alle 3:00 sono ancora sveglio, mi alzo per andare a pisciare.

Esco il cazzo, al buio, sperando di non pisciare fuori. Il rumore dell’urina che si schianta contro l’acqua del cesso mi dice che per il momento va tutto bene. Penso a Cristina, una barava ragazza di 23 anni spagnola che mi chiese dopo averle sborrato in faccia di pisciarle in testa. Figlia di papá, vacanze in giro per il mondo, vestiti firmati e chiede che qualcuno le pisci in testa. Il mondo è strano, il mondo è masochista, il mondo è straordinariamente banale.

Mi scrollo il cazzo e avverto quello stimolo che da qualche giorno era in letargo. Il cazzo comincia a indurirsi leggermente, lo rimetto nelle mutande e mi dirigo verso la stanza da letto. Voglio masturbarmi, e ho giá in mento il video.

Uno di Jenny Hard, in cui si mette a spompinare un tuzio in mezzo alla strada come se niente fosse. Quante persone si staranno masturbando in questo momento? Quanto sperma sarà versato? Abbastanza da riempirci una piscina?

Entrato nella stanza, mi blocco, d’istinto faccio due passi indietro, completamente scoordinato.

Immaginate di essere a casa da soli, nella vostra fottuttissima casa che conoscete a memoria. Nella quale sapreste muovervi anche a occhi chiusi. Una sorta di dolce monotonia, dove nulla di particolarmente imprevedibile potrà mai accadere a parte cambiare le guarnizioni del lavandino o spostare un quadro per fissarci al suo posto una mensola. Ecco, quella fantastica prevedibilità è spazzata all’improvviso da una presenza strana, che siede sul mio letto.

E’ un uomo calvo e sembrerebbe di carnagione olivastra, alto non più di un metro e settanta. Anzi forse più basso. E’ un essere vivente, cazzo. Respira e lo noto dalle sue spalle che si alzano e si abbassano lentamente seguendo il ritmo del suo respiro.

Indossa una giacca grigia, dalla quale fa capolino il colletto bianco della camicia.

Siede in una posizione rilassata, di attesa. Non posso scorgere il suo viso, ma immagino che le mani siano raccolte all’altezza dell’inguine, rafforzando ancora di più l’idea di una paziente attesa e calma quasi mistica.

Rimango interdetto, non so come reagire. ‘Ndo cazzo vado alle 3:15 di mattina in pigiama e maleodorante a chiedere aiuto? Magari è un sogno, magari è uno scherzo, magari sono morto col cazzo in mano mentre pisciavo.

Aspetto che faccia la prima mossa, magari è un alieno. Un messaggero che mi chiede di partire con lui e ingravidare la sua regina fregna, che ha deciso di dare origine a una nuova razza.

 “Vien…stai tranquill” Mi fa con tono calmo e rassicurante, senza voltarsi.

“E’ tutto appost’”…

C’è qualcosa ora che mi turba come non mai. E non è tanto la sua presenza, quanto il suo accento napoletano. Non avrei mai immaginato che gli alieni avessero un accento napoletano.

Mi avvicino cautamente, preparandomi ad un eventuale teletrasporto immediato. Gli sono affianco e già dal profilo sembrerebbe avere un volto familiare o per lo meno umano. Ma sono troppo confuso e sorpreso per giungere a una conclusione. Lui si gira, mi guarda e mi sorride.

“Ciao, son Robert’ Savian’. Piacer’!”

Porco Dio. Roberto Saviano in camera mia. Mi sarei aspettato di trovarmi qualsiasi persona in camera ma non il Robertone Nazionale. Invece lui è là, difronte a me, che mi fissa con quello sguardo un po’ strabico. I suoi occhietti neri e acquosi mi ricordano quelli dei conigli scannati, appesi nelle macellerie. Il suo volto ha lineamenti duri, scavati dalla una sorta di fatica dovuta a non so cosa. Probabilmente il cazzeggiare da uno studio televisivo all’altro. Il volto è ricoperto da una barbetta leggera, che lo fa sembrare intelligente. Gli mancherebbero gli occhiali per renderlo un perfetto candidato del Movimento Cinque Stelle.

Mi porge la mano. Gliela stringo.

Mi fa cenno di sedere accanto a lui. Tentenno un po’ intimidito e mi siedo.

Robertone profuma di pulito, di sapone di Marsiglia. E’ piacevole stargli accanto, trasmette tranquillità.

Aspetto che sia lui a iniziare il discorso, non so cosa dire. E oggettivamente sono anche un po’ deluso dal non aver trovato un alieno in camera.

“Schcomett’ che non sai pecché son acchí.”

“No, non lo so. E scusami se puzzo ma sono giorni che non posso alzarmi dal letto. Peggio di quella volta trascorsa con Laura a scopare per un giorno intero. Puzzavamo di genitali, sperma, sudore. Ma eravamo felici e contenti. Poi è partita per Londra, si è sposata con Alex, manager alla Ernest Young, due figli e un appartamento a Notting Hill. Ci sentiamo per Natale e Pasqua, le nostre chiamate durano non piú di dieci minuti. Nei quali si entrambi abbiamo paura di dire qualcosa di errato, di insensato che ci porti a piangere come due cretini e a prendere il primo aereo per vederci. Il mondo è straordinariamente banale, Robbe’. Perdonami, non volevo annoiarti.”

“Non ti devi schcusar. Non puzzerai mai come la corruzion’ e l’omertá di Napuoli.”

Rimango interdetto dalla sua affermazione e non capisco se interpretarla come un complimento, una battuta o una provocazione. Poi mi ricordo che appartiene alla scuola evangelica apostolica Sanatoro/Travaglio. Annuisco col capo e sorrido.

“Ok, ma come mai se qui?”

Mi rend’ quont, che la situazion’ è nu puocc stran pette’ ma agg’ saput’ che non gredi in me”.

“In che senso…”

“Non gredi alle barole, non gredi ca Robrto Savian’ é nu brav guaglion, ca vol bene a mammá e che andrá in pardis pecché denung a Mafia”.

Il nuovo anno non poteva cominciar in maniera migliore, con Saviano in camera che mi rinfaccia la mia non devozione. Nel mentre penso a Laura per non so quale cazzo di motivo. Penso che non ho fatto abbastanza, che non sarò mai abbastanza e che porcoddio non mi lascerà mai dietro questa sorta di vittimismo alla Goethe.

“Senti Robbe’, non ho niente contro di te. Cioè siamo in democrazia, ognuno dice ciò che gli pare. Non ti vedo come un santo o un martire. Anche se mi appari in camera mo di Madonna di Fatima. Non so se fai resuscitare i morti o moltiplichi le sarde ma non mi sento un tuo fan.”

“Io son Robert’ Savian’, lu schcrittor’. Facc’ pur a televisionn e schcrivo sobbr a Repubblic. Io so’ brav’ e onest’.”

“Robbe’ non ti devi giustifica’. Ti dico, fai che cazzo ti pare. Scrivi, racconta, fai le maratone Telethon, quello che vuoi. Ma non capisco ancora perché tu sia nella mia camera e soprattutto come hai fatto ad entrarci.”

“Io so’ Robbert’ Savian e io poss’ fa tutt’. Io non agg’ capit pecché non penzi ca so’ na brav person’. Ma tranguill, io ti perdon’. Non avere paura, “lasciate che i bambini vengano a me”, dico sempre.”

E’ uno scherzo, penso. Non può essere.

“Senti, non credo che tu non sia una brava persona. Credo solo che tu ti sia ritagliato un ruolo troppo mistico nell’immaginario collettivo, per altro speculando su tragedie e cazzi vari. Cioè, sei uno scrittore e capisco che tu debba descrivere la realtà. Ma non comprendo il perché tu non scenda in prima linea in quanto campano e amante della tua terra. Sarebbe un bellissimo esempio di coraggio oltre che qualcosa di concreto. In Italia siamo pieni d’intellettuali, poeti, scrittori e professori che raccontano cosa sarebbe giusto o no. Quando li ascolti, sembrano che stiano leggendo ricettari o liste della spesa, dove tutto sembra facile da trovare e la ricetta sia una pura formalità. Sembrano alienati nella loro presunzione, rinchiusi in palazzi di parole e demagogismo. Non capiscono che la gente si sente sola e ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano e le mostri come possa iniziare un cambiamento. Tu parli di corruzione, Mafia, morti e stragi. Le descrivi nei minimi dettagli, quasi con una sorta di piacere masochista. Queste cose però le vediamo ogni giorno, ci sono raccontate da tantissime altre persone come te. Ciò che noi mortali chiediamo è cosa si possa fare e come per giungere a un piccolo miglioramento. I tuoi elenchi, le tue liste della spesa ti portano fama, successo e denaro, a noi solo angoscia e solitudine. Impotenza. Sembra quasi che tu viva in un mondo a parte, che tu sappia tutto ma non abbia voglia di condividerlo. Una sorta di Segreto di Fatima per morti di fame. Poi però mi sorge il dubbio che nemmeno tu abbia certe risposte. Che questa realtà così opprimente abbia soggiogato anche te e condannato a una sorte di impotenza. Questo spettacolo macabro ti affascina, come affascina guardare i cani spappolati sulla statale. Non vuoi porgerci lo sguardo ma lo fai, anzi hai quasi la tentazione di ripassarci sopra con la tua auto. Capisci?”

“No, non capischc. Io agg schricct libbr’, io agg denungiat i Casalesi e i politici nfam!’”

“Robbe’, ma perché parli, con ‘sto accento. Lo so che sei di Napoli, in televisione parli normalmente. Senti qua, tu puoi scrivere libri e denunciare chi vuoi ma devi stare attento al ruolo che vuoi assumere. Sei ovunque, il tuo nome compare ovunque così come la tu persona. Non mi meraviglierei se un giorno t’invitassero a presentare San Remo. Non hai mai preso le distanze dal business mediatico, non hai mai posto dei paletti tra la tua vita privata e il Saviano da televisione. E lo hai fatto consapevolmente. Perché il prestigio e la fama sono come puttane dai seni grossi, dal make up pesante e vestiti volgari ma ti fanno venire il cazzo duro. Le pensi incessantemente tutto il giorno e ti masturbi mentre tua moglie, “moralità” è in bagno a farsi la doccia”.

“Vabbuon’, ti do l’ultima possibilità. Bac’, queste stimmate e ti perdono”

Solleva le mani e mi mostra i palmi, sui quali non ci sono né stimmate, né alcun segno di martirio. Osservo il suo volto, vorrei provare rabbia, rancore e quanto di più distruttivo ci sia. Ma riesco solo a provare pena. Davanti a me ho una sorta di relitto umano, fantasma di se stesso. Non più in grado di secernere la realtà dalla sua narcisistica fantasia. L’ennesimo martire mancato, l’ennesimo profeta caduto tra le braccia dell’ovvietà e della paura di andare oltre.

Mi alzo, devo pisciare un’altra volta. Lui non dice nulla, né cerca di fermarmi.

Piscio fissando le mattonelle bianche del bagno e penso che un altro anno è trascorso, in cui ogni cambiamento si è trasformato magicamente nella copia di errori già commessi. Vorrei che questa solitudine e questa sorta d’incompetenza emotiva fuoriuscissero dal mio cazzo, come il piscio, come sperma. Semplicemente buttare fuori quanto più di patetico ho dentro di me, pensieri, parole, angosce, fantasmi.

Ritorno in stanza, Roberto non c’è più.

Non ho più voglia di masturbarmi.

Prendo il telefono e scorro la rubrica, mi soffermo sul nome Laura. Avvio la chiamata, la interrompo prima che il telefono posso squillare. Cancello il numero, blocco ogni tipo di contatto.

Un altro anno, riproviamoci. Proviamo a crescere.

Mannagiacristosaviano.

“Il fattore umano”

09.11.2016, il mondo scopre per l’ennesima volta che la democrazia è una cosa orrenda. Democrazia significa libertà o almeno teoricamente. Una libertà che vale per tutti anche per mio cugino Francesco che sta seduto al bar, blatera contro calciopoli e ritiene che Games of Thrones sia la migliore serie di sempre. Ha vent’anni, molti tatuaggi, parla solo dialetto ed è disoccupato perché gli immigratirubanoillavoro#. Francesco è così in gamba da non essere stato in grado di diplomarsi presso un istituto professionale di merda, ovviamente perché i professorilivolevanomale#.

In compenso, Francesco, ha una fidanzata che è una fregna spettacolare.

Ecco, lui va a votare. Proprio come me e te.

Guardo i servizi della CNN e BBC, Trump ha vinto.

E poi su Internet l’attesa marea di merda: commenti sarcastici, opinioni, insulti, consigli e Cristo in Croce. Ma i Simpson lo avevano predetto, è la battuta più originale. Fantastica. Assolutamente imprevedibile e non banale.

Certo, perché in un paese di obesi e ignoranti certe previsioni credo siano quasi impossibili.

La disperazione dilaga, forse si è sull’orlo di una terza guerra mondiale, conflitti atomici, deportazione per i messicani, le donne dovranno restare a casa e aprire le gambe quando l’uomo lo ordina. Un’isteria di massa –virtuale-, dove ognuno dice la sua ma al tempo stesso non ha ancora idea di cosa sia accaduto.

Una campagna politica così non la vedevo dalle elezioni del rappresentate di istituto del mio Liceo. Si candidava la peggio merda: tossici, analfabeti di 23 anni ancora intrappolati al secondo anno, presunti Punk con scarpe firmate, ritardate con manie di emancipazione. Una lotta tra ignoranti alla quale si era costretti ad assistere impotenti ma allo stesso affascinati dalle sorprese che l’antropologia riservava. Saltavano fuori promesse e progetti -tra l’altro pronunciati con un approssimativo uso del congiuntivo-, si citavano Berlinguer, il Che e addirittura Frank Zappa. Il tutto per assumere un piccolo ruolo in quell’universo mediocre e di merda che è il liceo.

La campagna di Trump è stata oggettivamente sullo stesso livello o forse peggio. Ha sbagliato tutto. Anzi no.

Si è essenzialmente rivolta all’America. E cioè quella nazione di razzisti, che ha fondato la sua ascesa sulla discriminazione e su massacri. Trump è l’inconscio americano, che invano cerca di essere represso e puntualmente viene fuori: Nixon, Bush Senior e poi ancora Bush. Non bastano un negro radical chic e una donna –cornuta- a far cambiare l’immaginario inconscio dell’americano medio.

Agli americani piace possedere un fucile da mostrare a cena agli amici, chiamare le cameriere delle stazioni di rifornimento “Baby”, appassionarsi a sport di merda come il baseball, mangiare ancora più di merda, appendere bandiere americane sul portico.

Voglio dire, anni e anni di film e non abbiamo imparato un cazzo?

Trump è la proiezione delle paure americane, l’antitesi del sogno americano.

Perché l’America non è più una terra di speranze, l’America è ormai a pezzi. Divorata da problemi sociali, una politica estera disastrosa e un’economia ormai collassata.

Trump con le sue promesse ha rassicurato gli americani impauriti e quindi ignoranti. Ha dato voce alle loro frustrazioni, giustificandole attraverso l’esistenza di presunti nemici (i messicani, l’ISIS, l’Europa), dimenticando che l’America da secoli inventa e distrugge nemici.

A conti fatti, Trump, era l’unica soluzione logica e possibile.

Il Brexit e l’avanzata dei movimenti populisti riflettono le angosce e le ansie del mondo occidentale. Di quella “Razza bianca” che ha la sensazione di poter perdere presto la maggior parte dei suoi privilegi. La recessione economica, i flussi migratori e le minacce terroristiche, sono alcuni fattori che hanno caratterizzato gli ultimi quindici anni e polverizzato quelle fragili certezze lentamente ricostruite dal secondo dopoguerra. Quella sensazione di poter continuar a vivere protetti dalle nostre mura e cullati dal suono della lavastoviglie.

Ciò che ogni professore o docente di storia vi dirà sempre, è che la storia è una tragica e costante ripetizione di eventi. E´ il fattore umano.

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“Tiziana non è un simbolo del femminismo.”

Ai tempi del liceo, nella nostra classe, c’era una compagna (che chiameró A.) bruttina, antipatica e stupida. Praticamente inutile per l’ecosistema di un liceo. Ma A. faceva pompini con ingoio strepitosi e aveva due belle tette. La sua fama si era sparsa un po’ per il lieceo e in parecchi avevano cominciato a beneficiare delle sue doti. Anche i compagni di classe. Ricordo che alla cena di addio del liceo con i professori, A. fece una sega a R. –un nostro compagno di classe- nel boschetto sui cui si affacciava il ristorante.

Quella stessa estate A. si recava con regolarità a casa di F, salivano sulla moto, si dirigevano in pineta e tra pompini e natura incontaminata trascorrevano ore piacevoli. F. mi raccontò come A.,  ogni tanto avesse provato a baciarlo e che lui si fosse sempre rifiutato. “Oh, cazzo è brutta. Che poi pensa che stiamo insieme”.

Come dargli torto.

Altri amici mi raccontavano di pompini al primo appuntamento, senza un apparente motivo. Non si capiva se lei lo facesse per piacere o per ricevere attenzioni anche un po’ sentimentali. Probabilmente entrambi. E comunque finché alle persone coinvolte andava bene, non c’erano problemi.

Mi ricordo anche che nella primavera del terzo liceo, A., iniziò una storia sentimentale con un tipo di un altro paese. Lui si chiamava Marco. Nel delirio passionale e ormonale, lei inviò lui una foto delle sue belle tette. Ma la sfortuna volle che il messaggio fosse stato inviato al Marco sbagliato e cioè a un compagno della nostra classe. Inutile dire che quella foto fu mostrata e a mezzo liceo, proprio a voler essere pessimisti.

Con A. non ho mai avuto nulla a che fare, anche se devo dire che una sega davanti a quelle tette me la sono fatta. Fatto sta che lei oggi è una psicologa, ha un profilo in comune con il suo fidanzato che è brutto e ha pure un nome orribile. Insieme viaggiano, postano cagate su Facebook e sembrano felici.

Nel mio liceo c’era anche F. Lei era un anno più piccola di me. Frequentava la stessa classe della mia ragazza di allora. F: veniva da una buonissima famiglia. Mamma insegnante, padre ginecologo , fratellame e sorellame super intelligenti. F. amava i ragazzi, le piaceva da morire il cazzo e non si faceva problemi a dirlo e dimostrarlo. Si è trombata tutto il paese, forse la provincia o la regione. Fu beccata nel bagno dei maschi, da un bidello, a fare un pompino a un suo compagno di classe.

Tutti sapevano, tutti ne parlavano ma non era un problema né per F., né per le persone coinvolte. Era la realtà dei fatti. Certo, c’era chi la chiamava zoccola ma lei ignorava o rispondeva a tono. A seconda dei casi. Aveva molte amiche e molti amici e sono sicuro che in tanti la invidiassero. F. Indossava con disinvoltura vestiti cortissimi, conoscevamo a memoria il suo abbigliamento intimo come d’altronde le sue imprese “Brazzers”.

Lei, invece, me la sarei trombata  molto volentieri. Oggi lavora come estetista a Roma. Ha la passione per i tatuaggi, selfies, cani, musica di merda e fa le vacanze a Formentera. Non so se sia fidanzata, se si sia scopata tutta Roma o se sia data alla castità. Dalle foto sembra felice. E da sbattere contro un muro e scopare a sangue.

Perché vi ho raccontato queste storie?

Perché avete rotto il cazzo con Tiziana Cantore, la Leotta e ogni tipa che si fa sgamare i video porno sul cellulare.

Credo che ogni persona sia responsabile delle sue azioni, come credo che nel bene e nel male saremo sempre lapidati da giudizi e commenti. Per gli altri saremo sempre dalla parte del torto, ci sarà sempre una morale che dovrà giudicarci. Credo che A. e F. questo lo abbiano sempre saputo, magari inconsciamente. Ed è proprio per questo che sono riuscite a divertirsi e a godersi ciò c’era da godere. Erano giovanissime e ne avranno sentite di tutti i colori sul loro conto ma se ne sono fregate. Hanno accettato la responsabilità di essere giudicate, perché sapevano che a giudicare fossero persone che per loro non contavano nulla o semplicemente invidiose.

Credo che A. e F. siano probabilmente simboli del più sincero femminismo. Espresso con naturalezza e freschezza.

Tiziana, invece, non è un simbolo del femminismo. E’ semplicemente una vittima delle sue scelte. Scelte condotte fidandosi di persone piú che discutibili e assecondando i bisogni degli altri e non i propri.

Tiziana è ciò che ogni donna non dovrebbe mai essere. Schiava delle sue paure, di rimorsi e rancori. Ma questo i libri femministi, così come le presunte giornaliste femministe, non lo accennano.

Troppo facile descrivere le donne come impotenti e vittime. Troppo semplice rinchiuderle nello stereotipo dell’ingenuità e fragilità. Finché questa sorte di misericordia sociale non cesserà di avvolgere l’universo femminile, non si giungerà mai a una definizione di donna indipendente e autonoma.

Simone Biles

Simone Biles é una ginnasta americana.

E fa cose pazzesche.

Alle olimpadi di Rio ha vinto cinque ori e un bronzo. Nella sua carriera Simone ha portato a casa -fino ad ora- quasi tutto ciò che era possibile vincere nelle competizioni nazionali e internazionali..

A soli 19 anni.

Piccola, agile, potente, veloce, perennemente sorridente. I suoi esercizi non sono mai banali. Ne ha addirittura inventato uno, “il salto Biles”.

Quando Simone  gareggia, il tempo si ferma. E’ quasi impossibile seguire e capire i suoi movimenti. Troppo complicati, troppo veloci. I giudici la osservano all’opera e sorridono o smistano espressioni di stupore. Gli spettatori dei Palasport si alzano in piedi, gridano, applaudono.

Quando Simone entra in scena, non c’è né per nessuno.

Simone è di un altro pianeta. L’hanno paragonata a un mostro sacro della ginnastica: Nadia Comanenci.

Paragoni forti, tremendi, che in teoria dovrebbero farti tremare le gambe.

Ma le gambe di Simone non tremano mai. Lei è una forza della natura e anche le cose impossibili riesce a renderle facili. Una guerriera rinchiusa nel corpo di una bambina.

 

Trentadue ore di allenamento settimanali, sacrifici, sudore, abnegazione.

Ma ciò che è più sorprendente di Simone è la sua storia.

Cresciuta con una madre tossicodipendente, fu abbandonata in un orfanotrofio all’età di un anno. A sei anni fu presa in affidamento dal nonno materno e sua moglie, che Simon considera oggi come i suoi genitori.

Ma è l’incontro con Aimee Boorman, la sua allenatrice a dare una svolta alla vita di Simone. Aimee Boorman ha alle sue spalle una carriera non proprio brillante da ginnasta. All’età di sei anni iniziò ad allenarsi, sperando un giorno di salire su un podio. Giunta tredici anni, Amee Boorman, decise di lasciare la ginnastica artistica. In questo sport se a tredici anni non sei già ad alti livelli, non puoi piú sperare di arrivarci. Ma la Boorman non lasciò completamente il mondo della ginnastica. Decise di specializzarsi, di studiare e diventare allenatrice. La dote fondamentale di un allenatore è la capacità di riconoscere il talento. La Boorman sa cosa è il talento. Perché nella sua carriera di ginnasta e allenatrice ha visto migliaia di salti mortali, carpiati e doppi carpiati. Ha visto ragazzine e compagne motivate ma non talentuose e viceversa.

Aimee riconobbe da subito che Simone aveva qualcosa di unico.

Simone aveva talento ma soprattutto era determinata a diventare la migliore ginnasta al mondo.

Dieci lunghi anni di preparazione. Allenamenti, competizioni in America e in giro per il mondo fino ad arrivare alla definitiva consacrazione delle Olimpiadi di Rio.

La storia di Simone è una storia meravigliosa. Di Sport, di vita, di lacrime e sorrisi.

Da un orfanotrofio ai podi di un Olimpiadie. Il tutto in 19 anni.

“Volli,sempre volli, fortissimamente volli”- Simone Biles

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Alex Schwarzer

Schwarzer é un dopato di merda. Punto.

Basta alle analisi complottiste, alle le storie strappalacrime, alla ricerca di un personaggio in cui immedesimarsi che attraverso la sua redenzione possa espiare anche i nostri sensi di colpa e fallimenti.

Tutti pronti a difendere Schwarzer, gli stessi che quattro anni fa gli hanno sputato in faccia e voltato (giustamente) le spalle. Giornalisti, stampa, sportivi e ognuno di noi. Nessuno escluso.

L’Italia degli opportunisti, l’Italia dalla perenne memoria corta. Sempre pronta a perdonare, a mettere da parte rancori e a chiudere un occhio. Molto spesso entrambi.
Lo fanno gli altri? Lo voglio fare anche io.
I cinesi e i russi si dopano? Va bene, lo faccio anche io.
Loro non vengono puniti, anch’io non voglio esserlo.

L’Italia è un bambino viziato, che si rifiuta di crescere e assumere le proprie responsabilità. Di apprendere dal passato. E non è un caso che in politica ci siano sempre i soliti volti, che sulle sedie delle grandi aziende poggino il culo sempre gli stessi corrotti. Dimentichiamo e perdoniamo.

Schwarzer forse questa volta era pulito ma non lo era quattro anni fa. E questo basta. Avanza.

Se fosse stato ammesso ai giochi e fosse salito sul podio, mi sarei vergognato per lui e per l’Italia. Nella mia testa sarebbero sempre rimasti dubbi sulla sua presunta onestà, mi sarei chiesto se quella medaglia potesse avere effettivamente un valore morale e sportivo.
Ciò sarebbe stata sconfitta per tutti gli atleti professionisti e non, che ogni giorno vanno avanti con le loro forze e sacrifici indescrivibili. Per tutti i bambini e giovani che trovano nello Sport rifugio e supporto.

Lasciamo che i cinesi e i russi si dopino. Lasciamoli corrompere chi
vogliono e come vogliono.

Noi, invece, iniziamo a guardarci allo specchio. A fare ammenda, a tirare fuori gli scheletri dai nostri armadi. Iniziamo a costruire qualcosa di più rispetto a polemiche e teorie. Mettiamo da parte il giornalismo da carta igienica e la morale da bar. Iniziamo a crescere, a guardare a noi stessi. A diventare adulti. Iniziamo ad assumerci responsabilità, come persone, cittadini, italiani.

Questa sarebbe già una vittoria incredibile, una medaglia dal valore inestimabile.

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Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Luglio è stato un mese fantastico.

Era dai tempi dell’invasione della Polonia che non si rivivevano emozioni e sensazioni così belle. Tra attentati, squilibrati spacciati per terroristi, colpi di stato più imbarazzanti di un ballottaggio comunale a Benevento e ospedali bombardati; è terminato un mese fantastico.

Questo Luglio entra di diritto nella Top 10 dei dieci mesi più Borderline degli ultimi 70 anni.

Sangue, distruzione, equilibri politici compromessi. Dai che questa volta magari è quella buona, pensi. O ci estinguiamo oppure scatta la molla, per miracolo, che ci porta a riflettere sulla caterva di merda che ci circonda.

No.

Pokémon Go, l’ultimo capitolo die Harry Potter, Higuain alla Juve, le vacanze a Fromentera di Borriello.

Argomenti e temi in grado di contrastare il senso di morte più profondo, la definitiva testimonianza dell’involuzione del mondo occidentale.

Il caos regna e contemporaneamente mandrie di ritardati si aggirano per le città alla ricerca di Pokemon.

Che poi porcoddio, ci volevano i Pokemon per farti usici’ de casa, obeso demmerda.

E mi chiedo se i Pokemon non possano essere un’allegoria, un simbolo o addirittura un archetipo del nostro subconscio. Magari rappresentano il nostro lato infantile, rimosso e sepolto precocemente dai ritmi frenetici della nostra società postmoderna. Magari i Pokemon sono semplicemente il desiderio di proiettare le nostre emozioni in un’altra dimensione, perché non comprese o frustrate nella realtà di tutti i giorni.

Ma poi vedo ‘sti stronzi di quasi trenta anni, disoccupati e persi nella loro autocommiserazione, che alle tre di pomeriggio cercano Pikachu per le strade. E mi ricredo. Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Ma di per sé non sono i Pokemon il problema. Oggettivamente preferisco loro ai saldi o alle marce per la Pace, o ai minuti di silenzio in onore di vittime che rimangono tali per qualche settimana, per poi essere stigmatizzate in monumenti di pietre o peggio in giorni della memoria. Ognuno conta i morti sepolti nei propri cimiteri, il cordoglio è diventato il buon giorno del nuovo millennio.

Voltaire ha scritto che ai vivi si deve il rispetto, ai morti solo la verità.

Se il mio corpo è fatto a pezzi da una bomba, pretendo che chi verrà a piangere o pisciare sulla mia tomba, sappia perché ciò è accaduto.

Accetto di essere una vittima, di prendermi un colpo in testa in un centro commerciale mentre provo le New Balance ma spiegate a mia moglie, a i miei figli, alla moldava che mi scopo il giovedì sera: perché è avvenuto tutto ciò.

“E’ stato un atto terroristico”, “Quella bomba è caduta su un ospedale per un errore”, non sono spiegazioni ma giustificazioni che miseramente cercano di nascondere una valanga di responsabilità.

Quelle responsabilità che ogni politico e cittadino dovrebbero assumersi.

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