Dal vangelo secondo Saviano

1 Gennaio 2017, ore 00.01 ,un nuovo anno.

Ascolto i brindisi, gli auguri, le promesse che riecheggiano nel palazzo. Immagino l’odore dello spumante e dei panettoni aperti sul tavolo, l’aria un po’ pesante che avvolge la stanza dopo una cena dove il vino l’ha fatta da padrone,.

Sono a letto con un cazzo di Virus influenzale che mi fa vomitare l’anima ogni cinque minuti. Tra bestemmie e sudore, festeggio il nuovo anno.

Mi nutro di acqua e brodini da tre giorni, puzzo e soprattutto non mi sono ancora masturbato. Il che vuol dire che sto veramente male.

Alle 3:00 sono ancora sveglio, mi alzo per andare a pisciare.

Esco il cazzo, al buio, sperando di non pisciare fuori. Il rumore dell’urina che si schianta contro l’acqua del cesso mi dice che per il momento va tutto bene. Penso a Cristina, una barava ragazza di 23 anni spagnola che mi chiese dopo averle sborrato in faccia di pisciarle in testa. Figlia di papá, vacanze in giro per il mondo, vestiti firmati e chiede che qualcuno le pisci in testa. Il mondo è strano, il mondo è masochista, il mondo è straordinariamente banale.

Mi scrollo il cazzo e avverto quello stimolo che da qualche giorno era in letargo. Il cazzo comincia a indurirsi leggermente, lo rimetto nelle mutande e mi dirigo verso la stanza da letto. Voglio masturbarmi, e ho giá in mento il video.

Uno di Jenny Hard, in cui si mette a spompinare un tuzio in mezzo alla strada come se niente fosse. Quante persone si staranno masturbando in questo momento? Quanto sperma sarà versato? Abbastanza da riempirci una piscina?

Entrato nella stanza, mi blocco, d’istinto faccio due passi indietro, completamente scoordinato.

Immaginate di essere a casa da soli, nella vostra fottuttissima casa che conoscete a memoria. Nella quale sapreste muovervi anche a occhi chiusi. Una sorta di dolce monotonia, dove nulla di particolarmente imprevedibile potrà mai accadere a parte cambiare le guarnizioni del lavandino o spostare un quadro per fissarci al suo posto una mensola. Ecco, quella fantastica prevedibilità è spazzata all’improvviso da una presenza strana, che siede sul mio letto.

E’ un uomo calvo e sembrerebbe di carnagione olivastra, alto non più di un metro e settanta. Anzi forse più basso. E’ un essere vivente, cazzo. Respira e lo noto dalle sue spalle che si alzano e si abbassano lentamente seguendo il ritmo del suo respiro.

Indossa una giacca grigia, dalla quale fa capolino il colletto bianco della camicia.

Siede in una posizione rilassata, di attesa. Non posso scorgere il suo viso, ma immagino che le mani siano raccolte all’altezza dell’inguine, rafforzando ancora di più l’idea di una paziente attesa e calma quasi mistica.

Rimango interdetto, non so come reagire. ‘Ndo cazzo vado alle 3:15 di mattina in pigiama e maleodorante a chiedere aiuto? Magari è un sogno, magari è uno scherzo, magari sono morto col cazzo in mano mentre pisciavo.

Aspetto che faccia la prima mossa, magari è un alieno. Un messaggero che mi chiede di partire con lui e ingravidare la sua regina fregna, che ha deciso di dare origine a una nuova razza.

 “Vien…stai tranquill” Mi fa con tono calmo e rassicurante, senza voltarsi.

“E’ tutto appost’”…

C’è qualcosa ora che mi turba come non mai. E non è tanto la sua presenza, quanto il suo accento napoletano. Non avrei mai immaginato che gli alieni avessero un accento napoletano.

Mi avvicino cautamente, preparandomi ad un eventuale teletrasporto immediato. Gli sono affianco e già dal profilo sembrerebbe avere un volto familiare o per lo meno umano. Ma sono troppo confuso e sorpreso per giungere a una conclusione. Lui si gira, mi guarda e mi sorride.

“Ciao, son Robert’ Savian’. Piacer’!”

Porco Dio. Roberto Saviano in camera mia. Mi sarei aspettato di trovarmi qualsiasi persona in camera ma non il Robertone Nazionale. Invece lui è là, difronte a me, che mi fissa con quello sguardo un po’ strabico. I suoi occhietti neri e acquosi mi ricordano quelli dei conigli scannati, appesi nelle macellerie. Il suo volto ha lineamenti duri, scavati dalla una sorta di fatica dovuta a non so cosa. Probabilmente il cazzeggiare da uno studio televisivo all’altro. Il volto è ricoperto da una barbetta leggera, che lo fa sembrare intelligente. Gli mancherebbero gli occhiali per renderlo un perfetto candidato del Movimento Cinque Stelle.

Mi porge la mano. Gliela stringo.

Mi fa cenno di sedere accanto a lui. Tentenno un po’ intimidito e mi siedo.

Robertone profuma di pulito, di sapone di Marsiglia. E’ piacevole stargli accanto, trasmette tranquillità.

Aspetto che sia lui a iniziare il discorso, non so cosa dire. E oggettivamente sono anche un po’ deluso dal non aver trovato un alieno in camera.

“Schcomett’ che non sai pecché son acchí.”

“No, non lo so. E scusami se puzzo ma sono giorni che non posso alzarmi dal letto. Peggio di quella volta trascorsa con Laura a scopare per un giorno intero. Puzzavamo di genitali, sperma, sudore. Ma eravamo felici e contenti. Poi è partita per Londra, si è sposata con Alex, manager alla Ernest Young, due figli e un appartamento a Notting Hill. Ci sentiamo per Natale e Pasqua, le nostre chiamate durano non piú di dieci minuti. Nei quali si entrambi abbiamo paura di dire qualcosa di errato, di insensato che ci porti a piangere come due cretini e a prendere il primo aereo per vederci. Il mondo è straordinariamente banale, Robbe’. Perdonami, non volevo annoiarti.”

“Non ti devi schcusar. Non puzzerai mai come la corruzion’ e l’omertá di Napuoli.”

Rimango interdetto dalla sua affermazione e non capisco se interpretarla come un complimento, una battuta o una provocazione. Poi mi ricordo che appartiene alla scuola evangelica apostolica Sanatoro/Travaglio. Annuisco col capo e sorrido.

“Ok, ma come mai se qui?”

Mi rend’ quont, che la situazion’ è nu puocc stran pette’ ma agg’ saput’ che non gredi in me”.

“In che senso…”

“Non gredi alle barole, non gredi ca Robrto Savian’ é nu brav guaglion, ca vol bene a mammá e che andrá in pardis pecché denung a Mafia”.

Il nuovo anno non poteva cominciar in maniera migliore, con Saviano in camera che mi rinfaccia la mia non devozione. Nel mentre penso a Laura per non so quale cazzo di motivo. Penso che non ho fatto abbastanza, che non sarò mai abbastanza e che porcoddio non mi lascerà mai dietro questa sorta di vittimismo alla Goethe.

“Senti Robbe’, non ho niente contro di te. Cioè siamo in democrazia, ognuno dice ciò che gli pare. Non ti vedo come un santo o un martire. Anche se mi appari in camera mo di Madonna di Fatima. Non so se fai resuscitare i morti o moltiplichi le sarde ma non mi sento un tuo fan.”

“Io son Robert’ Savian’, lu schcrittor’. Facc’ pur a televisionn e schcrivo sobbr a Repubblic. Io so’ brav’ e onest’.”

“Robbe’ non ti devi giustifica’. Ti dico, fai che cazzo ti pare. Scrivi, racconta, fai le maratone Telethon, quello che vuoi. Ma non capisco ancora perché tu sia nella mia camera e soprattutto come hai fatto ad entrarci.”

“Io so’ Robbert’ Savian e io poss’ fa tutt’. Io non agg’ capit pecché non penzi ca so’ na brav person’. Ma tranguill, io ti perdon’. Non avere paura, “lasciate che i bambini vengano a me”, dico sempre.”

E’ uno scherzo, penso. Non può essere.

“Senti, non credo che tu non sia una brava persona. Credo solo che tu ti sia ritagliato un ruolo troppo mistico nell’immaginario collettivo, per altro speculando su tragedie e cazzi vari. Cioè, sei uno scrittore e capisco che tu debba descrivere la realtà. Ma non comprendo il perché tu non scenda in prima linea in quanto campano e amante della tua terra. Sarebbe un bellissimo esempio di coraggio oltre che qualcosa di concreto. In Italia siamo pieni d’intellettuali, poeti, scrittori e professori che raccontano cosa sarebbe giusto o no. Quando li ascolti, sembrano che stiano leggendo ricettari o liste della spesa, dove tutto sembra facile da trovare e la ricetta sia una pura formalità. Sembrano alienati nella loro presunzione, rinchiusi in palazzi di parole e demagogismo. Non capiscono che la gente si sente sola e ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano e le mostri come possa iniziare un cambiamento. Tu parli di corruzione, Mafia, morti e stragi. Le descrivi nei minimi dettagli, quasi con una sorta di piacere masochista. Queste cose però le vediamo ogni giorno, ci sono raccontate da tantissime altre persone come te. Ciò che noi mortali chiediamo è cosa si possa fare e come per giungere a un piccolo miglioramento. I tuoi elenchi, le tue liste della spesa ti portano fama, successo e denaro, a noi solo angoscia e solitudine. Impotenza. Sembra quasi che tu viva in un mondo a parte, che tu sappia tutto ma non abbia voglia di condividerlo. Una sorta di Segreto di Fatima per morti di fame. Poi però mi sorge il dubbio che nemmeno tu abbia certe risposte. Che questa realtà così opprimente abbia soggiogato anche te e condannato a una sorte di impotenza. Questo spettacolo macabro ti affascina, come affascina guardare i cani spappolati sulla statale. Non vuoi porgerci lo sguardo ma lo fai, anzi hai quasi la tentazione di ripassarci sopra con la tua auto. Capisci?”

“No, non capischc. Io agg schricct libbr’, io agg denungiat i Casalesi e i politici nfam!’”

“Robbe’, ma perché parli, con ‘sto accento. Lo so che sei di Napoli, in televisione parli normalmente. Senti qua, tu puoi scrivere libri e denunciare chi vuoi ma devi stare attento al ruolo che vuoi assumere. Sei ovunque, il tuo nome compare ovunque così come la tu persona. Non mi meraviglierei se un giorno t’invitassero a presentare San Remo. Non hai mai preso le distanze dal business mediatico, non hai mai posto dei paletti tra la tua vita privata e il Saviano da televisione. E lo hai fatto consapevolmente. Perché il prestigio e la fama sono come puttane dai seni grossi, dal make up pesante e vestiti volgari ma ti fanno venire il cazzo duro. Le pensi incessantemente tutto il giorno e ti masturbi mentre tua moglie, “moralità” è in bagno a farsi la doccia”.

“Vabbuon’, ti do l’ultima possibilità. Bac’, queste stimmate e ti perdono”

Solleva le mani e mi mostra i palmi, sui quali non ci sono né stimmate, né alcun segno di martirio. Osservo il suo volto, vorrei provare rabbia, rancore e quanto di più distruttivo ci sia. Ma riesco solo a provare pena. Davanti a me ho una sorta di relitto umano, fantasma di se stesso. Non più in grado di secernere la realtà dalla sua narcisistica fantasia. L’ennesimo martire mancato, l’ennesimo profeta caduto tra le braccia dell’ovvietà e della paura di andare oltre.

Mi alzo, devo pisciare un’altra volta. Lui non dice nulla, né cerca di fermarmi.

Piscio fissando le mattonelle bianche del bagno e penso che un altro anno è trascorso, in cui ogni cambiamento si è trasformato magicamente nella copia di errori già commessi. Vorrei che questa solitudine e questa sorta d’incompetenza emotiva fuoriuscissero dal mio cazzo, come il piscio, come sperma. Semplicemente buttare fuori quanto più di patetico ho dentro di me, pensieri, parole, angosce, fantasmi.

Ritorno in stanza, Roberto non c’è più.

Non ho più voglia di masturbarmi.

Prendo il telefono e scorro la rubrica, mi soffermo sul nome Laura. Avvio la chiamata, la interrompo prima che il telefono posso squillare. Cancello il numero, blocco ogni tipo di contatto.

Un altro anno, riproviamoci. Proviamo a crescere.

Mannagiacristosaviano.

“Il fattore umano”

09.11.2016, il mondo scopre per l’ennesima volta che la democrazia è una cosa orrenda. Democrazia significa libertà o almeno teoricamente. Una libertà che vale per tutti anche per mio cugino Francesco che sta seduto al bar, blatera contro calciopoli e ritiene che Games of Thrones sia la migliore serie di sempre. Ha vent’anni, molti tatuaggi, parla solo dialetto ed è disoccupato perché gli immigratirubanoillavoro#. Francesco è così in gamba da non essere stato in grado di diplomarsi presso un istituto professionale di merda, ovviamente perché i professorilivolevanomale#.

In compenso, Francesco, ha una fidanzata che è una fregna spettacolare.

Ecco, lui va a votare. Proprio come me e te.

Guardo i servizi della CNN e BBC, Trump ha vinto.

E poi su Internet l’attesa marea di merda: commenti sarcastici, opinioni, insulti, consigli e Cristo in Croce. Ma i Simpson lo avevano predetto, è la battuta più originale. Fantastica. Assolutamente imprevedibile e non banale.

Certo, perché in un paese di obesi e ignoranti certe previsioni credo siano quasi impossibili.

La disperazione dilaga, forse si è sull’orlo di una terza guerra mondiale, conflitti atomici, deportazione per i messicani, le donne dovranno restare a casa e aprire le gambe quando l’uomo lo ordina. Un’isteria di massa –virtuale-, dove ognuno dice la sua ma al tempo stesso non ha ancora idea di cosa sia accaduto.

Una campagna politica così non la vedevo dalle elezioni del rappresentate di istituto del mio Liceo. Si candidava la peggio merda: tossici, analfabeti di 23 anni ancora intrappolati al secondo anno, presunti Punk con scarpe firmate, ritardate con manie di emancipazione. Una lotta tra ignoranti alla quale si era costretti ad assistere impotenti ma allo stesso affascinati dalle sorprese che l’antropologia riservava. Saltavano fuori promesse e progetti -tra l’altro pronunciati con un approssimativo uso del congiuntivo-, si citavano Berlinguer, il Che e addirittura Frank Zappa. Il tutto per assumere un piccolo ruolo in quell’universo mediocre e di merda che è il liceo.

La campagna di Trump è stata oggettivamente sullo stesso livello o forse peggio. Ha sbagliato tutto. Anzi no.

Si è essenzialmente rivolta all’America. E cioè quella nazione di razzisti, che ha fondato la sua ascesa sulla discriminazione e su massacri. Trump è l’inconscio americano, che invano cerca di essere represso e puntualmente viene fuori: Nixon, Bush Senior e poi ancora Bush. Non bastano un negro radical chic e una donna –cornuta- a far cambiare l’immaginario inconscio dell’americano medio.

Agli americani piace possedere un fucile da mostrare a cena agli amici, chiamare le cameriere delle stazioni di rifornimento “Baby”, appassionarsi a sport di merda come il baseball, mangiare ancora più di merda, appendere bandiere americane sul portico.

Voglio dire, anni e anni di film e non abbiamo imparato un cazzo?

Trump è la proiezione delle paure americane, l’antitesi del sogno americano.

Perché l’America non è più una terra di speranze, l’America è ormai a pezzi. Divorata da problemi sociali, una politica estera disastrosa e un’economia ormai collassata.

Trump con le sue promesse ha rassicurato gli americani impauriti e quindi ignoranti. Ha dato voce alle loro frustrazioni, giustificandole attraverso l’esistenza di presunti nemici (i messicani, l’ISIS, l’Europa), dimenticando che l’America da secoli inventa e distrugge nemici.

A conti fatti, Trump, era l’unica soluzione logica e possibile.

Il Brexit e l’avanzata dei movimenti populisti riflettono le angosce e le ansie del mondo occidentale. Di quella “Razza bianca” che ha la sensazione di poter perdere presto la maggior parte dei suoi privilegi. La recessione economica, i flussi migratori e le minacce terroristiche, sono alcuni fattori che hanno caratterizzato gli ultimi quindici anni e polverizzato quelle fragili certezze lentamente ricostruite dal secondo dopoguerra. Quella sensazione di poter continuar a vivere protetti dalle nostre mura e cullati dal suono della lavastoviglie.

Ciò che ogni professore o docente di storia vi dirà sempre, è che la storia è una tragica e costante ripetizione di eventi. E´ il fattore umano.

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“Tiziana non è un simbolo del femminismo.”

Ai tempi del liceo, nella nostra classe, c’era una compagna (che chiameró A.) bruttina, antipatica e stupida. Praticamente inutile per l’ecosistema di un liceo. Ma A. faceva pompini con ingoio strepitosi e aveva due belle tette. La sua fama si era sparsa un po’ per il lieceo e in parecchi avevano cominciato a beneficiare delle sue doti. Anche i compagni di classe. Ricordo che alla cena di addio del liceo con i professori, A. fece una sega a R. –un nostro compagno di classe- nel boschetto sui cui si affacciava il ristorante.

Quella stessa estate A. si recava con regolarità a casa di F, salivano sulla moto, si dirigevano in pineta e tra pompini e natura incontaminata trascorrevano ore piacevoli. F. mi raccontò come A.,  ogni tanto avesse provato a baciarlo e che lui si fosse sempre rifiutato. “Oh, cazzo è brutta. Che poi pensa che stiamo insieme”.

Come dargli torto.

Altri amici mi raccontavano di pompini al primo appuntamento, senza un apparente motivo. Non si capiva se lei lo facesse per piacere o per ricevere attenzioni anche un po’ sentimentali. Probabilmente entrambi. E comunque finché alle persone coinvolte andava bene, non c’erano problemi.

Mi ricordo anche che nella primavera del terzo liceo, A., iniziò una storia sentimentale con un tipo di un altro paese. Lui si chiamava Marco. Nel delirio passionale e ormonale, lei inviò lui una foto delle sue belle tette. Ma la sfortuna volle che il messaggio fosse stato inviato al Marco sbagliato e cioè a un compagno della nostra classe. Inutile dire che quella foto fu mostrata e a mezzo liceo, proprio a voler essere pessimisti.

Con A. non ho mai avuto nulla a che fare, anche se devo dire che una sega davanti a quelle tette me la sono fatta. Fatto sta che lei oggi è una psicologa, ha un profilo in comune con il suo fidanzato che è brutto e ha pure un nome orribile. Insieme viaggiano, postano cagate su Facebook e sembrano felici.

Nel mio liceo c’era anche F. Lei era un anno più piccola di me. Frequentava la stessa classe della mia ragazza di allora. F: veniva da una buonissima famiglia. Mamma insegnante, padre ginecologo , fratellame e sorellame super intelligenti. F. amava i ragazzi, le piaceva da morire il cazzo e non si faceva problemi a dirlo e dimostrarlo. Si è trombata tutto il paese, forse la provincia o la regione. Fu beccata nel bagno dei maschi, da un bidello, a fare un pompino a un suo compagno di classe.

Tutti sapevano, tutti ne parlavano ma non era un problema né per F., né per le persone coinvolte. Era la realtà dei fatti. Certo, c’era chi la chiamava zoccola ma lei ignorava o rispondeva a tono. A seconda dei casi. Aveva molte amiche e molti amici e sono sicuro che in tanti la invidiassero. F. Indossava con disinvoltura vestiti cortissimi, conoscevamo a memoria il suo abbigliamento intimo come d’altronde le sue imprese “Brazzers”.

Lei, invece, me la sarei trombata  molto volentieri. Oggi lavora come estetista a Roma. Ha la passione per i tatuaggi, selfies, cani, musica di merda e fa le vacanze a Formentera. Non so se sia fidanzata, se si sia scopata tutta Roma o se sia data alla castità. Dalle foto sembra felice. E da sbattere contro un muro e scopare a sangue.

Perché vi ho raccontato queste storie?

Perché avete rotto il cazzo con Tiziana Cantore, la Leotta e ogni tipa che si fa sgamare i video porno sul cellulare.

Credo che ogni persona sia responsabile delle sue azioni, come credo che nel bene e nel male saremo sempre lapidati da giudizi e commenti. Per gli altri saremo sempre dalla parte del torto, ci sarà sempre una morale che dovrà giudicarci. Credo che A. e F. questo lo abbiano sempre saputo, magari inconsciamente. Ed è proprio per questo che sono riuscite a divertirsi e a godersi ciò c’era da godere. Erano giovanissime e ne avranno sentite di tutti i colori sul loro conto ma se ne sono fregate. Hanno accettato la responsabilità di essere giudicate, perché sapevano che a giudicare fossero persone che per loro non contavano nulla o semplicemente invidiose.

Credo che A. e F. siano probabilmente simboli del più sincero femminismo. Espresso con naturalezza e freschezza.

Tiziana, invece, non è un simbolo del femminismo. E’ semplicemente una vittima delle sue scelte. Scelte condotte fidandosi di persone piú che discutibili e assecondando i bisogni degli altri e non i propri.

Tiziana è ciò che ogni donna non dovrebbe mai essere. Schiava delle sue paure, di rimorsi e rancori. Ma questo i libri femministi, così come le presunte giornaliste femministe, non lo accennano.

Troppo facile descrivere le donne come impotenti e vittime. Troppo semplice rinchiuderle nello stereotipo dell’ingenuità e fragilità. Finché questa sorte di misericordia sociale non cesserà di avvolgere l’universo femminile, non si giungerà mai a una definizione di donna indipendente e autonoma.

Simone Biles

Simone Biles é una ginnasta americana.

E fa cose pazzesche.

Alle olimpadi di Rio ha vinto cinque ori e un bronzo. Nella sua carriera Simone ha portato a casa -fino ad ora- quasi tutto ciò che era possibile vincere nelle competizioni nazionali e internazionali..

A soli 19 anni.

Piccola, agile, potente, veloce, perennemente sorridente. I suoi esercizi non sono mai banali. Ne ha addirittura inventato uno, “il salto Biles”.

Quando Simone  gareggia, il tempo si ferma. E’ quasi impossibile seguire e capire i suoi movimenti. Troppo complicati, troppo veloci. I giudici la osservano all’opera e sorridono o smistano espressioni di stupore. Gli spettatori dei Palasport si alzano in piedi, gridano, applaudono.

Quando Simone entra in scena, non c’è né per nessuno.

Simone è di un altro pianeta. L’hanno paragonata a un mostro sacro della ginnastica: Nadia Comanenci.

Paragoni forti, tremendi, che in teoria dovrebbero farti tremare le gambe.

Ma le gambe di Simone non tremano mai. Lei è una forza della natura e anche le cose impossibili riesce a renderle facili. Una guerriera rinchiusa nel corpo di una bambina.

 

Trentadue ore di allenamento settimanali, sacrifici, sudore, abnegazione.

Ma ciò che è più sorprendente di Simone è la sua storia.

Cresciuta con una madre tossicodipendente, fu abbandonata in un orfanotrofio all’età di un anno. A sei anni fu presa in affidamento dal nonno materno e sua moglie, che Simon considera oggi come i suoi genitori.

Ma è l’incontro con Aimee Boorman, la sua allenatrice a dare una svolta alla vita di Simone. Aimee Boorman ha alle sue spalle una carriera non proprio brillante da ginnasta. All’età di sei anni iniziò ad allenarsi, sperando un giorno di salire su un podio. Giunta tredici anni, Amee Boorman, decise di lasciare la ginnastica artistica. In questo sport se a tredici anni non sei già ad alti livelli, non puoi piú sperare di arrivarci. Ma la Boorman non lasciò completamente il mondo della ginnastica. Decise di specializzarsi, di studiare e diventare allenatrice. La dote fondamentale di un allenatore è la capacità di riconoscere il talento. La Boorman sa cosa è il talento. Perché nella sua carriera di ginnasta e allenatrice ha visto migliaia di salti mortali, carpiati e doppi carpiati. Ha visto ragazzine e compagne motivate ma non talentuose e viceversa.

Aimee riconobbe da subito che Simone aveva qualcosa di unico.

Simone aveva talento ma soprattutto era determinata a diventare la migliore ginnasta al mondo.

Dieci lunghi anni di preparazione. Allenamenti, competizioni in America e in giro per il mondo fino ad arrivare alla definitiva consacrazione delle Olimpiadi di Rio.

La storia di Simone è una storia meravigliosa. Di Sport, di vita, di lacrime e sorrisi.

Da un orfanotrofio ai podi di un Olimpiadie. Il tutto in 19 anni.

“Volli,sempre volli, fortissimamente volli”- Simone Biles

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Alex Schwarzer

Schwarzer é un dopato di merda. Punto.

Basta alle analisi complottiste, alle le storie strappalacrime, alla ricerca di un personaggio in cui immedesimarsi che attraverso la sua redenzione possa espiare anche i nostri sensi di colpa e fallimenti.

Tutti pronti a difendere Schwarzer, gli stessi che quattro anni fa gli hanno sputato in faccia e voltato (giustamente) le spalle. Giornalisti, stampa, sportivi e ognuno di noi. Nessuno escluso.

L’Italia degli opportunisti, l’Italia dalla perenne memoria corta. Sempre pronta a perdonare, a mettere da parte rancori e a chiudere un occhio. Molto spesso entrambi.
Lo fanno gli altri? Lo voglio fare anche io.
I cinesi e i russi si dopano? Va bene, lo faccio anche io.
Loro non vengono puniti, anch’io non voglio esserlo.

L’Italia è un bambino viziato, che si rifiuta di crescere e assumere le proprie responsabilità. Di apprendere dal passato. E non è un caso che in politica ci siano sempre i soliti volti, che sulle sedie delle grandi aziende poggino il culo sempre gli stessi corrotti. Dimentichiamo e perdoniamo.

Schwarzer forse questa volta era pulito ma non lo era quattro anni fa. E questo basta. Avanza.

Se fosse stato ammesso ai giochi e fosse salito sul podio, mi sarei vergognato per lui e per l’Italia. Nella mia testa sarebbero sempre rimasti dubbi sulla sua presunta onestà, mi sarei chiesto se quella medaglia potesse avere effettivamente un valore morale e sportivo.
Ciò sarebbe stata sconfitta per tutti gli atleti professionisti e non, che ogni giorno vanno avanti con le loro forze e sacrifici indescrivibili. Per tutti i bambini e giovani che trovano nello Sport rifugio e supporto.

Lasciamo che i cinesi e i russi si dopino. Lasciamoli corrompere chi
vogliono e come vogliono.

Noi, invece, iniziamo a guardarci allo specchio. A fare ammenda, a tirare fuori gli scheletri dai nostri armadi. Iniziamo a costruire qualcosa di più rispetto a polemiche e teorie. Mettiamo da parte il giornalismo da carta igienica e la morale da bar. Iniziamo a crescere, a guardare a noi stessi. A diventare adulti. Iniziamo ad assumerci responsabilità, come persone, cittadini, italiani.

Questa sarebbe già una vittoria incredibile, una medaglia dal valore inestimabile.

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Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Luglio è stato un mese fantastico.

Era dai tempi dell’invasione della Polonia che non si rivivevano emozioni e sensazioni così belle. Tra attentati, squilibrati spacciati per terroristi, colpi di stato più imbarazzanti di un ballottaggio comunale a Benevento e ospedali bombardati; è terminato un mese fantastico.

Questo Luglio entra di diritto nella Top 10 dei dieci mesi più Borderline degli ultimi 70 anni.

Sangue, distruzione, equilibri politici compromessi. Dai che questa volta magari è quella buona, pensi. O ci estinguiamo oppure scatta la molla, per miracolo, che ci porta a riflettere sulla caterva di merda che ci circonda.

No.

Pokémon Go, l’ultimo capitolo die Harry Potter, Higuain alla Juve, le vacanze a Fromentera di Borriello.

Argomenti e temi in grado di contrastare il senso di morte più profondo, la definitiva testimonianza dell’involuzione del mondo occidentale.

Il caos regna e contemporaneamente mandrie di ritardati si aggirano per le città alla ricerca di Pokemon.

Che poi porcoddio, ci volevano i Pokemon per farti usici’ de casa, obeso demmerda.

E mi chiedo se i Pokemon non possano essere un’allegoria, un simbolo o addirittura un archetipo del nostro subconscio. Magari rappresentano il nostro lato infantile, rimosso e sepolto precocemente dai ritmi frenetici della nostra società postmoderna. Magari i Pokemon sono semplicemente il desiderio di proiettare le nostre emozioni in un’altra dimensione, perché non comprese o frustrate nella realtà di tutti i giorni.

Ma poi vedo ‘sti stronzi di quasi trenta anni, disoccupati e persi nella loro autocommiserazione, che alle tre di pomeriggio cercano Pikachu per le strade. E mi ricredo. Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Ma di per sé non sono i Pokemon il problema. Oggettivamente preferisco loro ai saldi o alle marce per la Pace, o ai minuti di silenzio in onore di vittime che rimangono tali per qualche settimana, per poi essere stigmatizzate in monumenti di pietre o peggio in giorni della memoria. Ognuno conta i morti sepolti nei propri cimiteri, il cordoglio è diventato il buon giorno del nuovo millennio.

Voltaire ha scritto che ai vivi si deve il rispetto, ai morti solo la verità.

Se il mio corpo è fatto a pezzi da una bomba, pretendo che chi verrà a piangere o pisciare sulla mia tomba, sappia perché ciò è accaduto.

Accetto di essere una vittima, di prendermi un colpo in testa in un centro commerciale mentre provo le New Balance ma spiegate a mia moglie, a i miei figli, alla moldava che mi scopo il giovedì sera: perché è avvenuto tutto ciò.

“E’ stato un atto terroristico”, “Quella bomba è caduta su un ospedale per un errore”, non sono spiegazioni ma giustificazioni che miseramente cercano di nascondere una valanga di responsabilità.

Quelle responsabilità che ogni politico e cittadino dovrebbero assumersi.

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I 29 e Ricardo Gomes

Ci sono giornate che scorrono lentamente, scandite da sbadigli e pensieri deprimenti. Giornate in cui arrivi a invidiare le vite di gente giunta al terzo divorzio o a un parto gemellare.

All’improvviso, per uno strano e inspiegato motivo, le vite degli altri appaiono atrocemente interessanti e “piene”.

Così fantastichi sul tuo funerale, sulla gente che ti ricorderà con parole al miele e piangerà a dirotto. Magari qualcuno terrà anche un meraviglioso discorso su di te, lodando il tuo carisma, la tua personalità. Ovvio, si parla di una morte abbastanza precoce, “giovane”. Chi se incula uno che muore a 70 anni?

I tuoi genitori in lacrime, gli amici, le ex ,professori liceo, colleghi. Tutti raccolti nel dolore per ricordare la tua morte.

Fantastico. Perfetto.

E invece no. E’ Aprile, sei seduto in ufficio, sei vivo e non ti sei ancora scopato la segreteria del primo piano.

E a giugno compirai 29 anni.

29 anni.

C’è solo una cosa peggiore dei 29.

I 30.

29 anni. Come cazzo sono arrivato a questo punto?

A 16 anni, preso dal mito di Sid Vicious, feci una promessa a me stesso. Ai 30 non ci devo arrivare.

30 anni vuol dire che devi scegliere tra due vie, realizzarti a livello sociale o rimanere un coglione.

Razionalmente parlando la prima via è la più onesta. Lavoro-famiglia- bambini-divorzio-matrimonio-famiglia-bambini-divorzio-lavoro…etc.

Arrivi ad assumere un ruolo, puoi dire di averci provato. Anche se hai raccolto più merda che altro, almeno non sei stato vigliacco nel rifugiarti in scuse del tipo: “Eh, ma mettere al mondo un bambino al giorno d’oggi è davvero un rischio”. I tuoi genitori non potranno rimproverarti nulla, perché alla fine è colpa loro se hai deciso di sposare Melissa, fisioterapista con la fissa del buddismo. Lo hai fatto per accontentare le loro aspettative, come per accontentare le loro aspettative hai sborrato dentro Melissa e messo al mondo Fernando e Maria Assunta, che vedi nei week end dispari e ti raccontano di quanto sia bravo il nuovo amico di mamma. Ricardo Gomes, insegnante di pilates brasiliano. Intanto ti sei fatto terra bruciata attorno, vivi in un appartamento ammobiliato, la tazza del cesso è incrostata di piscio e nel frigorifero ci sono due scatolette di tonno aperte e un pomodoro.

Oh, ma alla fine ci hai provato. Vuoi mettere?

Anche perché la seconda alternativa non è che sia migliore.

Cioé continuare quanto hai fatto fino ad ora.

Vagare in un limbo di narcisismo e autocommiserazione. So’ troppo intelligente e so’ troppo stronzi gli altri per darmi alla monogamia/Porcoddio, è sabato sera e sto a casa da solo a farmi i cazzi degli altri su Facebook.

La relazione più lunga è durata un mese, perché Linda (Psicoterapeuta, 28 anni) aveva problemi a gestire il suo tempo, troppo lavoro, troppo stress. Manco se le avessi chiesto di farmi da badante. Quindi, ciao é stato bello ma possiamo comunque rimanere amici.

Troia.

Indipendenza quanta ne vuoi, sesso pure e viaggi meravigliosi. E ti chiedi se il tutto non possa essere condiviso con un’altra persona invece che col tuo collega che ti racconta del suo divorzio, di sua moglie Melissa e di Ricardo Gomes.

Su Facebook Linda posta una foto con il suo nuovo fidanzato. Marcel, tatuato, crossfitter , programmatore presso un’azienda a Dubai. Troia, ora lo hai il tempo per volare a Dubai nel week end?

La reazione matematica e istintiva è quella di cercare di vivere da trentenne quello che avresti voluto vivere da ventenne o peggio da adolescente. Un dramma senza fine. E mentre fai la fila al supermercato, fissi il vuoto e una caterva di pensieri di attraversano la testa. E tremi giá al pensiero di dover affrontare a Natale le domande dei parenti.

-“Ti sei fidanzato?”

-“Certo!”

-“E come si chiama, che fa?”

-“Si chiama Lilith e giace in un cimitero. E’ morta da 102 anni. Peró tranquilli, scopiamo. E abbiamo anche pianificato di mettere su famiglia. E poi vabbé. Si, compreremo anche una casa al mare. A Marina di Pulsano.”

29 anni. C’è ancora un anno tra me, la morte o il fallimento.

Tra me e Ricardo Gomes.

 

“Nessun finale banale”

A volte basta uno sguardo per far vacillare le tue certezze, per riempire la testa di „forse“ e „ma“, tanto da pisciarti sulle scarpe senza accorgertene.

Succede che quelle mura di cinismo e rabbia che hai costruito con tanta pazienza e mieticolisitá, per un attimo vengano squarciate da una crepa. E quella crepa inizia lentamente a espandersi. Nel mentre ti caghi addosso o ti pisci sulle scarpe, a seconda dei casi. C’é la pura di perdere il controllo e porca troia quanto ci hai lavorato su per rimetterti in sesto. Ti ripeti che non puoi  continuare a giocare, camminare sull’orlo di un baratro, pretendere che siano gli altri a prendere decisioni per te.

E continui a pisciarti sui piedi.

Ma la domanda é, come si é giunti a questo?

Capita di essere invitati a una festa. E come sempre di ritrovarsi a intrettenere convesazioni di un certo spessore, del tipo: Ah, c’hai due gatti a casa. Che bello.“; „E quindi tuo nonno ha la prostata infiammata. Mi spiace“; „Hai studiato ad Amburgo? Anche il cugino del mio vicino ha studiato li. Che cosa meravigliosamente interessante“.

Il tutto procede come sempre, secondo il solito piano.

Non c’é un cazzo da fare e quindi inizio a bere senza motivo.

Tanta fregna, tanto bella quanto palesamente priva di personlitá. Fregna decorativa la chiamo. Poi c’é una francese con cui attacco bottone. Sorride, sorride. Ma che cazzo te ridi. Mi chiede di ballare. Vabbe‘ balliamo. Poi peró non venirmi a dire che non ve meritate gli attentati. Lascio la francese e continuo a osservare la situazione. Il reparto frutta e verdura della Pam sarebbe piú motivante di ‘sta messainscena.

Comincia farsi avanti l’idea di lasciare tutto e terminare la serata a casa davanti a un film del cazzo. Tipo quello dell’autistico che corre senza motivo e intanto l’amichetta si scopa tutto Il Texas, compresi i pozzi di petrolio. Poi lui diventa famoso e ricco, perché sa fare tante cose e l’amichetta torna da lui e vuole scopa’. La troia. Ma lui é autistico e non capisce che ‘sta tipa é na pazza. Bel film di merda.

Provo disagio per me e gli altri stronzi che mi circondano. Sto scivolando lentamente in basso. Sento che se va avanti cosí, il come etilico é la migliore delle prospettive all’orizzonte.

Ma entra lei all’improvviso. Proprio come in quella canzone per froci degli 883.

Capisco subito che non é una ritardata come le altre.

Gli sguardi si incrociano,una, due, tre volte.E ogni volta il mondo si ferma. Come in quei filmi demmerda (vedi sopra), dove tutti e due so‘ belli ma lui é un po’ sfigato. Ma alla fine trombano. E sono felici . Vanno al Luna Park, parlano dei Rossetta Stone e mangiano cinese a letto. E poi trombano di nuovo. Mettono su famiglia ma lei si ammala di qualche cosa e muore. E lui porta i fiori al cimitero ogni giorno, come un coglione. Ma tanto non resuscita, porcoddio. Che cazzo porti i fiori al cimitero. Con quei soldi te ce compri la droga, cazzo.

Vabbe‘, non ricordo il nome del film.

Dicevo. Lei é magnifica. Occhi nerisismi e capelli ancora piú scuri. Sembra uscita dall’inferno, pronta a distruggere la tua vita. Ogni suo movimento, ogni suo sorriso sono una sprangata in pieno di viso. Recita il suo copione alla perfezione. Non si nega a nessuno ma se mantenere le distanze.

Julia é il suo nome. Ma lo dimentico subito. Ecco un mio difetto. Dimentico i nomi. Sono troppo egocentrico mi hanno detto. Do poca importanza agli altri, non considero chi mi sta attorno.

Ma perché tu chiedi il numero di telefono a chi te parla de gatti e Beppe Grillo?

Ma il suo nome lo dimentico perché ho paura. Perché rimango pietrificato dalla sue bellezza, dalla sua voce.

E ci ritroviamo a parlare. Le ore scorrono. E la percezione di essere fatti l’uno per l’altro diventa chiara. La percezio di avere qualcosa da condividere. Ce lo si dice in faccia, apertamente.

Penso se baciarla, se portamerla in bagno e scoparmela. Ma non voglio rendere il tutto ancora piú banale. Perchá la banalitá ha giá fatto a pezzi la mia vita una volta e non posso permettermi di sbagliare ancora.

Lei é troppo per me. Non é una fregna decorativa. E´ una donna, una di quelle che ti complicano la vita e la rendono fantastica.

Non le voglio far male, non voglio rovinarla, non voglio ritrovarmi a pensare alla stessa persona per intere giornate.

Le ore scivolano via, sono le 5.

-„Sarebbe bello averti affianco“  Mi dice.

Giá.

Non ci scambiamo il numero di telefono o contatti.

Meglio per entrambi.

Vado via. Mi vorrei prendere a schiaffi.

Fuori si gela. Sono triste.

Ed é una bella cosa.

Nessun finale banale.

Piscio su un muro.

E poi sulle scarpe.

Pensa se l’avessi baciata.

 

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Ah, non vi scopate i nani?

Non c’avete un cazzo da fare. É questa la tragica verità.

Perché se aveste qualcosa da fare non stareste a sparare cazzate, a scrivere fregnacce, a scoparvi i nani.

Ah, non vi scopate i nani?

Vabbe io sì. Ma solo nei giorni festivi.

Ora che avete terminato le teorie per supportare  tesi sul terrorismo/Islam/Porco Dio, potete tornare a fare quello che facevate benissimo prima.

Fissare il vuoto e comprare accessori di merda da H&M.

Le vostre guerre si combattono dal divano di casa. Voi, abili strateghi, che non avete superato il test d’ingresso al DAMS.

Il mondo, la Francia, la Siria e i nani –sempre loro- no se ne fanno un cazzo del vostro cordoglio, delle vostre bandiere e motti. Perché chi giace nel dolore è solo. E soprattutto non vuole intorno una mandria di coglioni ignoranti che dia pacche sulle spalle.

Il vero terrorismo è la capacità di minimizzare le atrocità e gigantizzare le cazzate. E in questo, noi occidentali, siamo maestri .

La paranoia ha preso il sopravvento, come se prima dell’attentato avessimo vissuto in un mondo bellissimo e tranquillo, dove era permesso fare che cazzo ci pareva senza pagarne le conseguenze. Poi all’improvviso „booom“.

Per l’ennesima volta.

La guerra per un paio di giorni ci è arrivata a qualche metro da casa e ci siamo cagati sotto. Città blindate, scuole chiuse, comunicati a raffica. Ci siamo scoperti coglioni e fragili. Incapaci di poter far fronte a una realtà che prima poi ci toccherà vivere quotidianamente. É una questione di tempo. I palazzi di cristallo, costruiti con le lastre splendenti del consumismo, ci cadranno addosso, facendoci a pezzi.

Tempo qualche settimana e tornerà tutto alla „normalità“. I temi durante gli apertivi saranno altri, la „A“ indicherà „Amazon“  nella cronologia di Google e non più attentato, le decorazioni natalizie diverranno la vostra copertina di Facebook. E ’sto cazzo alle bandiere e li mortacci loro.

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“E‘ terminata un’altra estate”

E‘ terminata un’altra estate. Un’altra lunga, angosciante, grottesca estate.
Gli irriducibili vacanzieri si ostinano a piazzare le ultime foto nei social network, i cui titoli sono piú imbarazzanti di quelli dei film horror messicani degli anni ’80. E così assisto a all’ultima escalation di ritardo mentale su scala globale: “Mare settembrino”, “Fino alla fine estate”, “Ultimi raggi di sole”.

Dovete morire male.

Si riprende a lavorare, anzi scusate. A non fare un cazzo. Perché le vacanze per la maggior parte degli italiani sono più impegnative dei giorni “lavorativi”. Dove per lavorativi si intende: cassa integrazione, manifestazione per i froci in una piazza qualunque, esame di cinematografia slovena.

Ma è stata anche l’estate dell’altruismo, dei dibattiti socio-politici sul tema “profughi” e “asilo”. Un tema delicato, a cui nessuno si è sottratto di esprimere il proprio illuminante parere. E così, Luca in vacanze a Lloret de Mar, twitta un bel: “Refuges are welcome”. Invece Laura, dalle spiagge delle Mauritius esprime tutto il suo disappunto sulla polemica di passivitá dell’Unione Europea.

Barconi che affondano, migliaia di profughi che valicano i confini europei, l’ISIS.
Sembra un film apocalittico. E come ogni film, è recensito da critici ed esperti.
Perché ció che non mancherà mai in Italia, è l’arte della retorica. Dei giudizi banali, del ripetere il giá detto, sentito e scritto.

Il profugo Siriano parla due lingue straniere, è laureato in ingegneria e ha avuto le palle di farsi un viaggio di 3000 km con la consapevolezza di poter morire da un momento all’altro. Invece Luca rompe il cazzo dalla mattina alla sera su Facebook, va in crisi per un Ceck-in con la Ryan-Air e a 30 anni vive ancora con i suoi perché c’è la CRISI.

Lascerei l’Italia ai profughi. Abolirei controlli o restrizioni. Hanno perso tutto, hanno visto la morte. Vogliono ricominciare da capo. Cosa avrebbe fatto un Luca al posto loro?

L’inverno è alle porte. Le nuvole cominciano a divorare l’orizzonte. Le strade diventano nuovamente la dimora dei demoni. Le tenebre sono ancora una volta lí.
In questo deserto, dove arbusti e pietre diventano nella notte incubi e visioni. Visioni di un futuro che cancella il presente, il passato. Troppo fragili per resistere alla furia dell’inconsapevolezza. Non siamo tutti uguali, col cazzo. C’è chi nelle tenebre avanza, a piedi o a un bordo di una bagnarola. Stringe la mano di suo figlio e scaccia i mostri. Le onde, i colpi dei proiettili, i morsi della fame. Insegue un orizzonte, lo immagina, lo sente.

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Laura, invece, ha appena caricato otto foto su Instagram.