We need to talk about Kevin

Vi racconto una barzelletta.
Un sedicenne entra in una scuola e spara.
Ne muoiono una ventina.
Ahah.


La mia domanda non è perchè accadano certi episodi, ma è un’altra: perchè non accadano più spesso.
Non sono un sadico ma certi quesiti proprio non posso evitare di pormeli guardando attorno.
La mia, francamente, è una generazione di merda, è quel periodo fine anni ottanta caratterizzato dalla nascita di trasmissioni di un certo livello come “Non è la rai” e “Colpo Grosso”. Segnali che qualcosa sarebbe andato storto prima o poi.
Parlo sul serio.
E’ quella generazione cresciuta con il desiderio di indossare la scarpe BullBoys, si quelle che quando camminavi si illuminavano e emettendo suoni da bombordamento su Baghdad.
Una marea di ritardati svezzati con Mastrota a BimBumBam e Dodò dell’albero azzurro.
Poi è arrivata MTV a completare l’opera.
Ma io non so quello che da la colpa ai Media, no no.
Io so che la colpa è dei genitori.
Sempre.
Colpevoli di colmare la solitudine e il vuoto coniugale procreando pur non essendo in grado di tirare su figli.
Perchè la generazione fine anni 80 ha generalmente genitori cresciuti nel 68.
Ho detto tutto.
Si, quei frustrati che protestavano nelle Università solo perchè facevano la stessa cosa in Germania e Francia, e a noi brucia il culo sei i crucchi o i froci fanno qualcosa prima di noi.
Quindi sti tipi imbottiti di documentari su attacchia alla Sorbonne e blocchi alla porta di Brandeburgo si so convinti che fare le cose a cazzo di cane fosse il miglior modo per passare il tempo, tipo scopare senza preservativi e allevare figli indottrinandoli a essere i migliori, crescendoli dando loro tutto il superfluo più nocivo. Questa marea di merda ha permesso la nascita di una generazione di borderline narcisisti. E chi ha letto Lasch questo lo sa e lui ‘ste cose le ha scritte negli anni 70. Me nessuno hai mai letto Lasch altrimenti col cazzo che arrivavamo a sto punto.

We need to talk about Kevin spiega un po’ tutto questo, certo nulla di nuovo nel genere ma da alcune delucidazioni su temi spesso sottovalutati.
La storia del cinema è piena di bimbi affetti da disturbo antisociale che si divertono a terrorizzare i genitori, dal Giglio Nero a Omen, per finire al più recente Joshua. Film che hanno come punto comune quel mondo borghese, nascosto da una patina di perbenismo, un mondo incapace di gestire la prole e prenderla a calci in culo quando serve. Ovviamente ogni decennio è diverso dall’altro, eppure spaventa quel terrore presente in ogni epoca cioè la sensazione di avere in casa un piccolo Dahmer.
We need to talk about Kevin, fa un collage interessante traendo ispirazione prima di tutto dalla realtà, poi prendendo in prestito da Eelephant (Gus Vand Sant) e Joshua (George Ratliff) alcuni elementi importanti.
Lynne Ramsay, regista promettente, apprende dal film di Van Sant come il colore possa svolgere un ruolo importante nella comunicazione del messaggio, soprattutto a livello inconscio. Il suo film è marchiato da uno stile di notevole carisma visivo che rimanda più volte a Elephant. I personaggi sono invece sono molto simili a quelli del film di Ratliff, specialmente per quanto riguarda la caratterizzazione del personaggio della madre e del piccolo bastardo.
Ma la Ramsay aggira l’ostacolo della possibilità di cadere nel banale avviando un mix intelligente, il film cita a grandi linee fatti realmente accaduti ma il tutto viene accentuato da scene crudeli visivamente in modo tale da dare un taglio più deciso e originale al film.

Va detto che la presenza della Swinton e di un Reilly, sempre perfetto nelle vesti del borghese ingenuo, danno una grossa mano al all’opera sempre sull’orlo della banalità e del già detto e visto.
Nonostante il tutto si svolga secondo sequenze ben note (depressione post parto,bimbo rompicoglioni, frustrazione materna, sadismo diadico madre figlio, esplosione di violenza) il film non annoia e ha la capacità di trattare contemporaneamente più temi proprio grazie alla sua peculiarità di unire finzione e realtà.
Se lo sfondo è una strage avvenuta in una scuola a colpi di frecce, ciò che si nasconde al suo interno non è altro che un dramma famigliare costruito su fragilità e paure.
La Ramsay firma un manifesto contemporaneo sulla violenza sociale e relazionale. Due violenze racchiuse l’una dentro l’altra che non nascono per le strade o nei quartieri malfamati. No quella è roba di altri tempi. Oggi la violenza più crudele fiorisce e infetta le famiglie benestanti con figli al college, prato all’inglese e colazioni su tovaglia immacolata.
E’ la violenza dell’apparenza, dell’educazione “impareranno da soli per ora sono solo bambini”, del materialismo assunto come valore pedagogico.
Ogni generazione riversa sulle successive il suo carico di frustrazioni e pseudovalori moderni, il tutto si tramanda, ampliato e reso ancora più temibile dalle trasformazioni sociali e culturali imposte da un sistema dove il concetto di preservazione fa rima con quello di estinzione.

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