“Tutti sono stati divorati dall’industria del consumismo”

Questa storia della difesa dei diritti gay ancora la devo capire bene.

Non passa giorno in cui non si parli di gay, gay emarginati, gay privi di diritti.

Gay.

Questa traccia audio che va avanti da qualche anno ha  trovato terreno fertile in una società come la nostra, in cui devi essere aperto mentalmente pur non avendo gli elementi culturali per esserlo.

Così abbracciare un filone di pensiero diviene un “agito” intellettuale del tutto automatico, privo di consistenza.

La lotta per i diritti gay ha assunto negli ultimi dieci anni proporzioni enormi. Personaggi dello spettacolo, dello sport della politica si sono dedicati allo sport dell’outing confessando di essere omosessuali. Biografie strappalacrime, interviste esclusive, di tutto e di più. Un outing di massa, un confessionale a porte aperte in cui sono entrati mandrie di volti noti, che hanno educatamente sputtanato la loro vita manco fossero segreti di Fatima.

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Il tutto è stato accompagnato da manifestazioni in piazza ed eventi in cui la parola “gay” era presente praticamente ovunque e sulla bocca di tutti. Un martellamento.

Che la comunità omosessuale sia oggi priva di diritti legittimi e viva in uno stato di discriminazione è sicuramente vero, ma ciò che mi vien difficile capire è contro chi sia rivolta la protesta.

E soprattutto se ci sia ancora una protesta.

L’impressione è che l’attivismo in favore di diritti per gli omosessuali si sia trasformato nel corso del tempo in movimento vuoto, privo di contenuti.

La rabbia e la frustrazione sono state scagliate contro muri di gomma e nel mentre il mercato e la politica hanno sapientemente strumentalizzato tutto a  proprio vantaggio.

Viviamo in una società dove se non hai un tocco effeminato non sei “cool”. Le case di moda -dalle più prestigiose per finire ai  centri vendita in stile H&M-, promuovono un tipo di immagine “yeah” connotata da ammiccamenti “homo”.

Non si è più nell’era Oliviero Toscani o Terry Richardson  fatte di immagini trasgressive e sessualmente rivoluzionarie e presumibilmente artistiche. Oggi si è nell’era del già detto e scritto.

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C’è l’ansia di poter apparire banali.

Basta fare qualcosa di “particolare”, uscire un po’ dalla monotonia quotidiana per essere trasformati in tendenze, mode, marchi.  Anzi basta riciclare ciò che al momento attira l’attenzione della massa, modificarlo un po’ e servirlo in un formato socialmente appetibile.

Siamo diventati noi stessi sponsor e consumatori, ci pubblicizziamo e ci consumiamo allo stesso tempo.

Se dico gay pensi a due cose: o a un modello depilato e con addominali che ne limona un altro o al tizio con la parrucca colorata del gay pride. Non pensi all’impiegato in giacca e cravatta, né al postino né all’insegnante.

E’ così che la battaglia gay è diventata più un’immagine patinata da riviste che un sentimento di rivendicazione di diritti.

Aggiungiamoci anche il cinema. Se non compare una storia gay all’interno della trama, il tuo non è un film impegnato e poco coraggioso. Il tuo film è una merda. Se invece ci sbatti due lesbiche di quarantanni a limonare,  sei un ribelle, un anticonformista. Un genio.

Ciò che conta è dire certe cose, non importa come e quando verranno approfondite. L’importante è buttarle lì, fare colpo sulla massa e riscuotere successo.

L’ideologia, il pensiero e il sentimento del movimento gay sono stati progressivamente asportati, lasciando solo l’involucro.

La parola gay ha subito una banalizzazione tremenda, da parola tabù è passata a simboleggiare un etichetta commerciale. Ha perso il suo significato, è stata inghiottita dalla globalizzazione a scapito delle buone intenzioni del movimento.

Non è la prima volta che accade questo, è successo con il 68’ rosa e con le contestazioni pacifiste.

Tutti sono stati divorati dall’industria del consumismo, la quale ha eliminato gli aspetti più ideologici e rimodellato il tutto in una forma più “chic”, per poi rivenderla negli anni successivi alle nuove generazioni come fossero pizze d’asporto.

Quegli stessi movimenti hanno avuto da parte loro la colpa di chinare il capo davanti ai compromessi offerti dal sistema, e così gli hippie dopo qualche anno sono diventati manager e politici e le femministe casalinghe.

E’ ciò che sostanzialmente rischia di accadere al movimento omosessuale che ha fatto dell’esposizione mediatica la sua filosofia di vita, per poi esser trasformato in una parte di essa.

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Ovviamente nemmeno la politica è rimasta con le mani in mano, sempre pronta a sfruttare l’outing di qualche candidato per raccogliere voti e rinnovare la sua immagine.

Nella Grecia di Paltone l’omosessualità non era un tabù né manifesto rivoluzionario, era semplicemente sessualità e soprattutto non  era strumento per accattivarsi le simpatie dell’Agorà.

Oggi la politica ha concentrato le sue attenzioni sulla frangia gay tirandola in ballo ad ogni elezioni. Ovvio, quando si parla di politica si parla della sinistra. Dicono che esista ancora.

Parole su parole, che non hanno fatto altro che conferire un’immagine ancora più “snob” e allo stesso tempo più da “outsider” alla comunità gay, sempre in mezzo ai temi sociali di grande attualità ma mai completamente integrata.

La quale comunità, da parte sua, ha permesso che certa gente potesse parlare al loro posto, delegando la battaglia a individui capaci solo di avere come obiettivo il loro culo incollato alla poltrona. Errore enorme.

Dalle passerelle di moda l’omosessualità è passata nei dibattiti politici sotto forma di caroselli buonisti e idioti.

Ma nessuno ha fermato tutto questo, probabilmente andava bene così perché quello che contava -forse- era avere un rimbalzo a livello di visibilità, e perché no, anche di gradimento. Il movimento gay praticamente si è piano piano venduto come merce, magari allettato dalla possibilità di espandere la propria influenza e notorietà.

Non si può dire che non ci sia riuscito, ma il prezzo da pagare è stata la credibilità.

E così in questo tripudio di immagini, urla, rivendicazioni e pseudo-rivoluzioni ciò che muore è il silenzio, la riflessione. Il pensare e quindi il poter essere indipendenti.

Divorati, digeriti e defecati da un sistema che fa dell’ignoranza e della banalità  il suo habitat naturale.

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