Nessuno di noi è mai stato bravo a essere ottimista. O forse lo eravamo e poi ci siamo scordati di esserlo.

E’ un giorno qualunque  di un pomeriggio di Maggio.

La brezza estiva carica di umidità porta in strada la gente e il sole trascina con i suoi raggi la gioventù nelle piazze.

Scollature, magliette aderenti e bicipiti abbronzati tatuati affollano parchi e marciapiedi.

Pare che l’estate stia arrivando, che le vacanze si avvicinino e che ci saranno mesi in cui godere delle belle giornate.

E c’è a chi di questo non frega un cazzo.

Lontani da sorrisi e discorsi spensierati, in un bar seduti attorno a un tavolo ci siamo: io, Catarro, il Bestia e Candida.

Siamo al sesto giro di Assenzio e le nostre teste sono piegate pericolosamente verso il basso, sfiorano il tavolo. Nessuno ha la forza si guardare in faccia gli altri, farlo significherebbe vedersi allo specchio.

Nel bar siamo noi più qualche altro relitto umano che meccanicamente tenta la sorte alle slot machine.

Conto le macchie sul pavimento, nel mentre il Bestia cerca di alzarsi per andare a pisciare ma ciò che ne esce fuori dai suoi movimenti è solo un rutto che sa di alcool e pranzo a base di crocchette surgelate.

Candida ordina un altro giro di Assenzio,  io sono arrivato a contare tre macchie ma non so quante volte ho interrotto il conto.

Catarro comincia a piangere, me ne accorgo troppo tardi e non riesco a saltarmi la fase successiva a quelle delle lacrime e cioè il mea culpa.

“Dovrei lasciare l’università, trovarmi un lavoro magari anche di merda ma devo trovarlo. Non posso andare avanti così, mi sento in colpa. I miei mi mantengono e io non sono nemmeno in grado di prendermi una triennale di merda”.

Catarro ha 26 anni, sette dei quali trascorsi alla facoltà di Lettere, covo di gente che del non fare un cazzo fa la sua professione.  In realtà sta storia del lasciare l’università la tira fuori solo quando è sbronzo, mai quando è sobrio. Da sobrio infatti passa il tempo in associazioni tipo comuniste che organizzano manifestazioni per ogni stronzata: i bambini in Africa, le donne lapidate, i preti pedofili. Non si fanno mancare nulla, salveranno il mondo continuando a rollarsi  canne e a parlare di Marx manco fosse loro zio. Catarro in realtà è un bravo ragazzo, il problema è che non sa nemmeno lui cosa fare e sono certo che nella sua mente l’idea di rimanere fino a 30 anni a studiare letteratura portoghese e  indossare la maglietta di Che Guevara non gli fa tanto schifo.

Purtroppo la fase mea culpa è cominciata, e quando comincia è come un’epidemia:  parte e non si ferma.

Perché l’angoscia che ti vomita addosso uno devi per forza ingoiarla, il problema è che a stento riesci trattenere la tua e così ingoiare per ingoiare ti ritrovi a buttar fuori tutto.

Candida prende la palla al balzo, manda giù un bel sorso di Assenzio, inarca il collo e con gli occhi fissi al soffitto comincia a emettere suoni che assomigliano a un discorso.

“La settimana prossima mi licenziano, non c’è posto per nessuno. L’azienda si traferisce in Polonia, dicono per dimezzare i costi e quindi noi ce ne andiamo in cassa integrazione. Devo finire di pagare l’auto e quel cazzo di televisore al plasma.”

Candida lo incontrai per la prima volta al Gods of Metal di anni fa, era dentro ai cessi chimici a scoparsi una tipa. Io aspettavo fuori e bussavo alla porta perché mi stavo pisciando addosso, lui aprì e mi sputò dicendomi di andare a pisciare da un’altra parte.

A fine concerto lo ritrovai in lacrime fuori dai cancelli, mi disse che secondo fonti molto certe la tizia aveva la Candida e ora se l’era presa anche lui.

Gli risposi di non farne un dramma, lui mi confidò che domani sarebbe ritornata la sua ragazza da Torino.

Sono arrivato  a quattro macchie, ma l’ultima credo sia frutto di una sorta di allucinazione.

Ora siamo tutti in silenzio, non c’è aria da consigli o o di pacche sulle spalle. Nessuno di noi è mai stato bravo a essere ottimista. O forse lo eravamo e poi ci siamo scordati di esserlo.

A fatica riesco a tirare su la testa.  Evitando accuratamente di incrociare gli sguardi degli altri mi giro verso la vetrata che da sulla strada.

Auto e passanti si alternano a ritmi costanti, fuori sembra ci sia un’altra dimensione mentre noi siamo rinchiusi in una bolla di gomma all’interno della quale gridi ma in riposta non ti arrivano che le tue stesse grida.

E’ come se ci  fossero due linee temporali diverse ed è come ne se noi fossimo su quella sbagliata.

Cerco di alzarmi ma il Bestia mi blocca afferrandomi il braccio come a sottolineare che è arrivato il suo turno.

“Martedì prossimo mi sposo e ovviamente non siete invitati. Io però non voglio passare la mia vita scopando sempre con lo stesso uomo, facendomi ingravidare per poi ritrovarmi a fare la spesa al discount.

Non so nemmeno perché ho accettato, credo mi facesse pena  o forse perché non ho tante altre alternative. So che lasciarlo mi porterebbe nell’abisso del senso di colpa. Ho già in mente di divorziare ancora prima di sposarmi”.

Il Bestia è una lei, la chiamiamo così per la su schiettezza che fa male. Era quella che avrebbe dovuto fare strada: laureata in tempo, master all’estero  e tanti progetti in cantiere. Poi è rimasta incinta di un tizio, ha abortito senza problemi perché i bambini li odia ed è andata in America per poi tornare dopo due anni.

Poi si è chiusa in camera a disegnare palloncini neri per mesi,  un giorno è uscita e ha fatto un colloquio di lavoro come commessa di un centro commerciale.

Non se tutto questo sia stata colpa dell’aborto o per qualcosa che è successo in America, nessuno gliel’ha mai chiesto per paura della risposta.

Ora so che è arrivato il mio turno e anche se non mi guardano avverto il peso dei loro occhiate su di me.

Non so nemmeno da dove cominciare, se ne ho voglia e se dirò tutto.

Si accende la TV del bar: servizi sul terremoto, tendopoli,  case distrutte e numeri a cui mandare un SMS.

Osservo quelle case annientate dal sisma, scheletri di cemento barcollanti sotto un cielo uggioso.

Macerie come noi, crollati da tempo sotto il peso di sogni e aspettative.

Oltre quei confini, quelle terre desolate e polverose tutto prosegue normalmente, e non è il normalmente a trasmettermi angoscia ma il “prosegue”.

E’ la fortuna di essere nati nel posto giusto e di trovarsi altrove nel momento in cui tutto va a puttane.

“Da grande voglio fare il sismologo, prevedere le catastrofi quando sono già avvenute, dire ve lo avevo detto e prendermi i mie momenti di gloria quando quelli della Vita in diretta mi intervistano”.

Poi resto in silenzio…

Mi guardano, li guardo…

Scheletri sotto macerie.

Chiedo ad un anziano dove sia diretto il treno e lui sorridendo mi risponde: “a un Inferno migliore”.

E’ Mercoledì sera e come tradizione vuole sono solo con il cemento della mia camera e non ho sonno.

Toast, birra e TV.

Amen.

Il palinsesto televisivo ovviamente fa schifo, certo non che mi aspetti il Film Blu ma vedere Beppe Braida in prima serata è uno scempio totale.

Cerca di far ridere proponendo smorfie e battute, si sforza, lo vedi che manco lui ci crede a che cazzo sta dicendo.

Provo imbarazzo al suo posto.

Braida non  fa ridere, non ha mai fatto ridere e lo conferma il fatto che sia un prodotto di quella trasmissione chiamata “Zelig” la quale ha sfornato per anni individui spacciati per comici, spazzatura  che si è accumulata in giro per le diverse reti  e che marcisce sotto i nostri occhi.

Non ce la faccio, cambio canale.

Su canale 5, rete da sempre sinonimo di qualità seconda solo a Italia 1, c’è la solita fiction con attori abbronzati, belli e soprattutto incapaci di recitare. Un mix di soggetti scaricati da reality e format televisivi vari e prontamente riciclati. Un lusso, insomma…

Ci vuole coraggio a guardare certa roba ma è vero anche che ne occorre il doppio per pensarla.

La voglia di morire comincia a farsi sentire.

Cado su Rai Tre, c’è “Chi l’ha visto”.

Quella trasmissione con musichetta inquietante stile Goblin e conduttrice inquietante come un Goblin.

Perfetto, stappo la birra e guardo.

Si parla di Emanuela Orlandi, De Pedis e il Vaticano. Le premesse per una buona serata ci sono tutte, conto di addormentarmi entro 10 minuti.

Dicono che hanno riesumato la salma di De Pedis dalla Basilica di Sant’Apolinnare e hanno ritrovato alcune ossa, si sospetta che alcune possano appartenere a Emanuela.

Ah, De Pedis era il boss della banda della Magliana. Aveva buoni rapporti con don Vergari, sacerdote della Basilica…Vaticano e Malavita, chi l’avrebbe mai detto.

Arriva la solita chiamata in diretta di un tizio che minaccia di sparare non si sa a chi o a cosa perché tirato in ballo nelle indagini. La conduttrice grida, lui pure, De Pretis dalla tomba se la ride e io insieme a lui.

Poi c’è l’appello del fratello della vittima che chiede al Vaticano di collaborare, di fare chiarezza sulla questione…

Io dico che non si saprà mai un cazzo, senza nulla togliere alla trasparenza storica che il Vaticano ha sempre mostrato dall’Olocausto al coinvolgimento con la P2. Vorrei spiegarlo al fratello di Emanuela  che è lì con un giornalista che gli pone domande ebeti,  le stesse che ascolta da più di vent’anni.  Ma non si sente vagamente strumentalizzato  e preso per il culo? Voglio dire, tutta questa merda in diretta per cosa?

Sta roba forse forse è peggio della fiction di Canale 5, ma continuo a seguire perché la rassegnazione ha ormai preso il sopravvento.

Io i parenti dei morti che vanno in trasmissione proprio non li capisco, piangono, denunciano e partecipano al gioco dell’audience. Si svendono alla Barba D’Urso di turno e agli applausi del primo pubblico di babbuini che incontrano.

Che poi il Vaticano seppellisce il killer di tua sorella in una Basilica e tu in diretta non dici nemmeno: “Dovete essere impalati bastardi rottinculo, giuro che vi rado al suolo tutte le vostre chiese di merda”.

Allora che cazzo ci vai a fare in televisione?

Tutto ciò è peggio di un circo di quarta categoria con acrobati deformi, pagliacci truccati alle meno peggio e animali devastati dalla tigna.

La cosa che mi fa paura è che ci sono tante storie come questa, quindi tante puntate di Chi l’ha visto e tanta merda che verrà spalmata in prima serata. Tanti circhi con Moire Orfei più brutte dell’originale.

La puntata va avanti, si susseguono appelli per gente scomparsa manco ci fosse un esodo nazionale. Anziani con le stampelle che prendono inter city per non si sa dove, ragazzini che lasciano biglietti di addio, mamme che di notte salgono su auto misteriose e poi non tornano più.

Ovviamente tutte persone descritte come amabili, ben volute, felici e realizzate. Perché è ovvio che una persona felice mandi affanculo tutto per scappare chissà dove.

Certo.

E  così ‘sti parenti vanno in trasmissione pregando di avere notizie, raccontano la storia per l’ennesima volta e mi domando se prima un esame di coscienza se lo siano fatto o se si sono mai posti il dubbio che il loro caro figliolo o la cara mogliettina magari si fossero rotti il cazzo di averli attorno.

Ascolto storie assurde, dove il grottesco straripa senza sosta e la banalità si taglia a fette.

Non so nemmeno io  che cazzo stia guardando e non faccio in tempo a rispondermi che parte un servizio su una famiglia che racconta della figlia scomparsa.  Perché poi ti raccontano anche la storia della famiglia che è la parte più allucinante della trasmissione.

Storie in cui la cosa meno grave è l’incesto. E i parenti si domandano del perché della fuga e se lo chiede la conduttrice e se lo chiede il pubblico.

E io spengo la TV, esco di casa e vado alla stazione. Prendo il primo Intercity che mi capita, è pieno di gente. Chiedo ad un anziano dove sia diretto il treno e lui sorridendo mi risponde: “a un Inferno migliore”.