300

Su 300 si potrebbe scrivere un libro, oppure un volantino promozionale “pizza+bibita 8 euro”.

Ha fatto storcere il naso a tantissimi, ha esaltato i palestrati di tutto il mondo, ha portato il machismo a livelli inauditi (forse nemmeno Rocky era arrivato a tanto), ha fatto conoscere al mondo che in Grecia oltre  Corfù  e Atene c’è anche Sparta.

Cazzo, si.

Erano i tempi di Troy quando io studente del liceo classico, invitai al cinema Cristina (nome di fantasia per proteggere l’identità di Cristina) studentessa dell’istituto professionale.

Cristina mi piaceva tanto, perché aveva delle belle tette.

Ah si, e un bel carattere.

Usciti dal cinema era esterrefatta  mi disse che non immaginava che la mitologia greca fosse così interessante e avvincente, che la storia di Achille e di Troia l’avevano colpita profondamente.

Io silenziosamente, dentro me, morivo.

Avevo visto un Achille BIONDO, DEPILATO E CON GLI OCCHI AZZURRI, avevo assistito alla distruzione dell’Iliade in soli  160 minuti.

Promisi a me stesso che mai più per un paio di tette avrei sacrificato la mia dignità intellettuale.

QUATTRO ANNI DOPO…

Ero al cinema con Rita (nome fittizio per proteggere l’identità di Rita) a vedere 300.

Rita mi piaceva tanto perché aveva un bel carattere.

Scusate, volevo dire delle belle tette.

Avendo concentrato allora la mia attenzione per quasi tutta la durate del film sulla scollatura di Rita, ho deciso qualche giorno fa di rivedere 300.

Trascorsi cinque minuti ho capito che le cose si mettevano male, con ‘sto Leonida barbuto ma depilato che mi inquietava e nel mentre pensavo: “ Ma se ti sei depilato tutto perché ti fai crescere la barba? E’ un po’ come farsi la doccia e non lavarsi il pisello”.

Ad un certo punto Leonida si arrabbia e grida “QUESTA-E’-SPARTAAAAA e uccide un messaggero a caso.

Avevo già perso il filo, poi la menata degli oracoli e delle vergini mi ha dato il colpo di grazia.

Vengono allora presentati gli amici di Leonida, i suoi soldati, gente che più per un campo di battaglia sembrava pronta per una festa da Lele Mora.

Pettorali, bicipiti abbronzati, ovviamente depilati. Mancavano solo Dolce e Gabbana a prendere le misure per la sfilata.

Cazzo, si parla di Sparta e tu mi chiami dei tronisti per fare i soldati?

A Sparta dall’età di sette anni ti mandavano alla scuola militare, tra sporcizia e cicatrici arrivavi a trenta che eri qualcosa di simile a Mike Tyson più che a Jonny Depp sulle pagine di Vanity Fair.

Va bene, è finizione cinematografica, poi e pure ispirato a un fumetto…

Ecco arriva Serse, una sorta di Alfonso Signorini del 480 a.C.

Una roba oscena, inguardabile. Un tizio, come sempre depilatissimo, sommerso da piercing e collane e anelli che con voce alla Maurizia Paradiso minaccia Leonida.

Mi chiedo dove sia la storia, il mito e perché no,  anche il film.

Poi c’è la battaglia su cui sorvolo volentieri, forse la parte meno orrenda del film e più carina per il solo fatto che fare peggio dei minuti precedenti era quasi impossibile.

300 detto tra noi è un film di merda, però restringo “merda” all’ambito prettamente tecnico e culturale.

Zack Snyde, che pure qualche filmetto carino l’ha fatto, si appoggia a Frank Miller per tirare su un bel filmone di quelli Sbem-Sbem-Grrr-Aaaaaaaaah, e ciò gli riesce in parte.

Anzi più no che si.

Il fumetto di Miller per quanto figo e interessante possa essere non è materia semplice da riportare sullo schermo perché  appunto, è un fumetto.

Ha delle sue caratteristiche precise, un suo tono che non potranno mai essere tradotti in maniera efficace a livello cinematografico e questo lo sanno bene i registi che attingono alla Marvel sfornando flop senza sosta.

In più Snyde ha ignorato un fattore importante come quello storico.

Un conto è se giochi a girare Batman, un altro è se hai a che fare con fatti più o meno accaduti.

Eh cazzo, lì devi prenderti un po’ sul serio altrimenti rischi, anche se c’è Frank che ti para il culo con il suo fumetto.

Il compromesso tra fatti reali e fantasia non è semplice da trovare perché devi integrare due realtà agli antipodi e soprattutto devi dar conto ad un background storico-sociale enorme.

Il film non è un fumetto, il film ha potenzialità più grandi per raggiungere la massa e non puoi raccontare alla massa che Sparta era un posto di tronisti e la Persia sede principale di GayTV.

Non tanto per una questione etica e blabla che in tanti hanno tirato fuori, quanto per una questione culturale e storica, perché già la storia non la studia più nessuno poi ti ci metti pure tu co’ ‘ste stronzate, finisce che mi ritrovo mio cugino col mantello per Parco Sempione gridando “QUESTA-E’-SPARTAAAA”.

Poi ci sarebbe da parlare sulla fotografia e sugli attori, ma non voglio essere cattivo anche perché grazie quel film, in quella lontana sera apprezzai in maniera incredibile il carattere di Rita.

Però nonostante tutto, caro Zack Snyder, ti devo dare atto che alla fine non hai mai alzato pretese affinchè il tuo lavoro potesse essere eretto a capolavoro.

Forse consapevole della mediocrità della tua fatica ti sei limitato a offrirlo come semplice intrattenimento, che in molti hanno gradito e gli schizzinosi come me un po’ meno.

Forse sbaglio anche un po’ io, criticando un’opera che nata con il semplice obiettivo di essere mediocre e intrattenere a livelli elementari, da primati quasi.

Tra tricipiti gonfi e deltoidi tirati al massimo le scene della battaglia sono le uniche a risultare interessanti, praticamente i momenti in cui Snyder si è concentrato di più, perché negli altri è come se avesse lasciato tutto in mano allo stagista di turno.

300 è un film con tantissimi difetti, pochi pregi e ignorantissimissimo  ma tutto sommato si è visto di peggio e molti registi con film ben più stupidi hanno anche vinto premi importanti.

In memory of Cristina and Rita, with love.

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The Artist

Vedere un film con la tua fidanzata e le sue amiche è un’esperienza paragonabile alle fila da fare negli uffici comunali per rinnovare la carta d’identità. E’ necessaria per essere  riconosciuti e accettati a livello sociale.

Non capita quasi mai, cerco sempre di evitare questa situazione che sa di pomeriggio passato con il cugino tornato dell’Argentina che hai visto si e no tre volte due delle quali in foto l’altra di persona quando avevi un anno.

La cosa brutta è che in questo “cineforum rosa”  mica puoi portare roba di gente che muore decapitata per mano dei figli o di riflessione su quanto sia dignitoso il suicidio.

No, devi subirti la visione di merdate inimmaginabili.

Loro ti dicono che puoi scegliere tu il film basta che non ci sia sangue, che alla fine ci sia la canzone carina e che i protagonisti si promettano amore eterno. Quindi è come se lo scegliessero loro.

E così rovistando mi son ritrovato The Artist.

Ho pensato che la scelta alla fine potesse mettere d’accordo tutti, un film bello (o almeno così avevo letto e sentito) dalle forte tinte romantiche.

Certo.

Bello.

Una meraviglia.

Onestamente dopo dieci minuti mi stavo seriamente interrogando se fossi io ad avere mancanza di buon gusto o se all’improvviso milioni di persone avessero deciso di votare la loro vita alla banalità.

Si sa, la maggioranza vince.

Quindi è un problema mio.

La maggioranza ha detto che il film ha finalmente segnato un ritorno ad uno stile dimenticato e pieno di magia.

Ma la maggioranza probabilmente non si è mai accorta di quello “stile”, forse ne ha celebrato il ritorno senza mai vedere un film muto. Un po’ come quelli che dicono di amare i Led Zeppelin solo perché Stairway to Heaven  l’hanno scoperta a 30 anni di cui quindici passati a comprare cd di Vasco Rossi.

Sempre la maggioranza ha detto che da tempo non si vedeva un film così intenso.

Mi domando se la maggioranza ogni tanto invece che buttare lo sguardo sul Festiva di Cannes o la notte degli Oscar si dedichi a tenere sott’occhio i lavori mostrati a festival cinematografici come quello di Toronto.  Lì di roba intensa ne sta a tanta, anche se di statuette e foglie  ottonate non ne vinceranno mai.

In quel tripudio di bianco e nero e musiche accattivanti io non ci vedevo nulla.

E vabbè gli omaggi, i riferimenti e le vagonate intellettuali ma il film oltre che a suscitare una sudorazione ascellare non ha lasciato il segno.

Perché secondo me l’atmosfera “vintage” o il richiamo a certi canoni cinematografici sviluppati in The Artist sono finti e costruiti  tavolino.

Manca la naturalezza e la fluidità.

Magari parto dal fatto di essere un amante dei film muti, quelli veri, e il pregiudizio quindi mi fa storcere il naso ma l’impressione è quella di ammirare la riproduzione della Torre Eiffel a Las Vegas o entrare in una pizzeria a Napoli gestita da cinesi.

Per carità la regia di Michel Hazanavicius è perfetta così come lo sono le interpretazioni eccezionali di Jean Dujardin e Bérénice Bejo ma finisce tutto lì.

Una sorta di museo delle cere dove la copia somiglia perfettamente all’originale ma l’assenza di un’anima crea un gelo surreale.

The Artist è l’ennesimo esempio di estetica e basta.

La perfezione ostinata con cui si vuole riprodurre una certa epoca e un certo tipo di fare film è triste e comica allo stesso tempo, qualcuno potrebbe pensare anche a un tentativo nostalgico di rievocare sensazioni cinematografiche ormai sepolte ma in realtà è la stessa cosa che accade quanto ti allettano con i remake dei film horror degli anni 80’. Di fondo non c’è l’intenzione di rendere omaggio a presunti  idoli o tempi ormai tristemente andati , quanto piuttosto il desiderio di produrre qualcosa che possa essere venduto al pubblico facilmente facendo leva sulla “nostalgia”.

Nostalgia che il pubblico non ha mai provato ma si è convinto di averla nel momento in cui critici e pubblicità acclamavano questo tanto atteso rientro del bel cinema.

Un po’ come quando torna il cugino dall’Argentina, sorridi perché gli altri sorridono, dici che ti è mancato perché è mancato agli altri ma tu in realtà non sai nemmeno dove cazzo sia l’Argentina.

Ciò che The Artist però ha il privilegio di raccontare, magari un po’inconsapevolmente, è il declino del cinema contemporaneo che sembra ormai aver esaurito ogni idea e lo fa proprio attraverso la forma in cui è sviluppato.

Il chiamare in soccorso l’epoca del muto la dice lunga sul la corsa forsennata che l’industria cinematografica ha compiuto fino ad oggi.

I dialoghi ridondanti,  l’esaltazione del cromatismo attraverso il 3D e la ricerca di una raffinatezza tecnica hanno sostituito piano piano quella forza poetica e immaginaria che traspariva dagli occhi degli attori e dai loro gesti. Quanto più si  cercava di riprodurre la realtà tanto più ci si trasformava l’immaginazione in un duplicato di essa fino a perdere il contatto con la parte più sensibile ed erotica dell’Arte.

The Artist ammicca ad un mondo che può essere riesplorato solo guardando quei film dimenticati e declassati a materiale didattico per studenti del DAMS, è un ammiccare un po’ da puttana che attira lo spettatore facendo rivivere un certo tipo di cinema secondo proprio regole e creando un concetto di film muto del tutto diverso dall’originale.

Il film di Michel Hazanavicius “poppizza” un concerto di musica classica, perchè quella non l’ascolta più nessuno e annoia.

Mantiene i frac e gli abiti lunghi dei musicisti, il direttore d’orchestra con la chioma e ti mette anche l’esibizione in un bel teatro Vittoriano.

Ti prepara le candele all’entrata e ti accompagna al tuo posto.

I musicisti entrano sul palco, salutano, si siedono.

Accordano dolcemente gli strumenti…

E cominciano a suonare le hits di Simply Red.

Sara Tommasi una di noi

In questi periodo buio, oscuro, tormentato e macabro dove la CRISI contamina ogni settore, ma mai quello dell’idiozia; dove i VALORI,  sì proprio loro, sembrano essere andati persi; dove la CULTURA, poveretta c’è sempre di mezzo lei, è stata seppellita sotto quintali di indifferenza;

gli italiani trovano il tempo per preoccuparsi di

SARA TOMMASI.

Se finisse il mondo in questi ore l’ultimo pensiero dell’italiano medio, dove per medio intendo tutti, sarebbe di vedere a tutti i costi il pornazzo della Tommasi.

Eggià, la ragazza ha fatto un film a luci rosse e qui da noi mica passi inosservato se ti dedichi a campi artistici di livello indiscusso come l’hard.

In Italia c’è la cultura della vagina, tutto ciò che ha che fare con il buco viene prima del resto, siamo i ginecologi d’Europa.

Sempre pronti a buttare lo sguardo sotto le mutande cercando risposte alla vita o magari le chiavi di casa. Ma non è tanto il guardare ma il come lo si fa, cioè con quell’atteggiamento puritano pronto a negare l’accaduto e a trovare giustificazioni.

“Ho visto per caso il video della Tommasi mentre ero sulla pagina dell’Unicef, giuro è partito da solo! E comunque lei fa davvero pena…”

Ha suscitato scalpore vedere una showgirl entrare nel mondo dell’hard a vele spiegate, come se poi  la carriera della Tommasi sia stata fino ad ora caratterizzata da grandi successi televisivi e maratone Telethon.

Per una che ha partecipato all’Isola dei Famosi e a Distretto di Polizia direi che il porno sia stata la scelta migliore mai fatta.

Mi verrebbe da dire la più dignitosa.

Ma ha studiato alla Bocconi, laureandosi con 110 e lode!

Non ho mai visto uscire dalla Bocconi persone intelligenti e ho sempre creduto che il loro voti di laurea rappresentassero non la preparazione ma l’inettitudine.

Ti laurei alla Bocconi, vai all’Isola dei Famosi è ovvio che il prossimo passo sia condurre il Meteo di Fede o cercare fortuna in un settore dove il cervello conti meno che nel TG4.

Però a noi ‘sta roba della showgirl che fa i pompini a chiunque non ci è andata giù.

E’ stata dura da ingoiare.

Ahah.

Per noi Veline, Letterine, Vallette sono istituzioni come i calciatori.

Rappresentano lo Zenit sociale, l’orizzonte a cui tendere, sono i simboli su cui ruotano sogni e aspettative.

Agli italiano non frega n cazzo se il primo ministro è un mafioso o il Papa difende i pedofili perché la cosa più importante rimangono veline e calciatori.

La morale italiana si scatena solo se Bobo Vieri va in discoteca a sniffare o se la Canalis si scopa Clooney sullo yacht ancorato sul lago di Como.

Siamo moralisti, noi. E di quelli seri anche.

Del tipo che il porno della Tommasi lo guardiamo anche dieci volte al giorno però lei è davvero ridicola e schifosa.

Tutti a smanettare alla ricerca del film, a scambiarsi informazioni manco fosse il primo porno della storia.

Attenti e con gli occhi fissi sullo schermo a vedere lo spettacolo più interessante del 2012, l’evento più celebrato da rotocalchi e riviste.

Orde di utenti  concentrati a cogliere il particolare, a ridere e masturbarsi  davanti alla celebrazione del nulla.

Su Internet trovi gente che scopa con i morti e le zebre ma solo la Tommasi ha sollevato indignazione popolare, che lesta ha puntato il dito accusando di immoralità una persona che l’immoralità se la portava dietro già dalla gita di terza media.

La Tommasi si è ritrovata così a essere la risata della nazione, il gobbo di corte, lo storpio del paese.

Ha dato pane ai giornalisti i quali non si sono fatti sfuggire l’occasione di buttare giù quattro minchiate su un argomento che riflette il loro acume intellettuale; ha fatto sentire migliori migliaia di italiani che mettono le corna ai partner, scaricano duecento video porno nascondendoli nella cartella “lavoro” e si masturbano pensando alle amichette delle figlie.

Sara Tommasi è Biblica.

E’ il sacrificio che aspettavamo dopo la beatificazione di Belen e Balotelli.

Mentre uno segna due gol alla Germania e l’altra chiede scusa a mo’ di pianto greco ed essere perdonati perché ,si sono due cazzoni, ma almeno siamo arrivati in finale all’Europeo e S.Remo  proprio no senza Belen;  Sara Tommasi ci mostra invece il lato più bello e commovente dell’inutilità.

Fare una scelta, prendersi secchiate di merda in faccia e soprattutto essere ricordata per quella laureata con 110 e lode per essere poi sbattuta in un film che tra qualche mese verrà dimenticato.

Sara Tommasi ci ha salvati.

Lei ha toccato il fondo al posto nostro, prima di noi.

Noi continuiamo a cadere, però intanto ci rassicura pensare che lei si è schiantata per prima.

E’ la nostra Redentrice.

Sara Tommasi una di noi.

E il vento sussurrerà dolcemente…”So What”…

Di solito quando cammino per strada guardo sempre dritto, evito di voltarmi o osservare ciò che mi sta attorno e  rischia di spostare la mia attenzione su altre forme di vita. Con il mio lettore Mp3, non un Iphone o alte stronzate del genere perché io soldi a Jobs non ne do, sintonizzato su album qualsiasi dei Cure proseguo spedito verso il chiosco più vicino in un torrido pomeriggio milanese.

Prendo un birra e con lo sguardo rivolto al marciapiede sorseggio cercando rifugio dal caldo, che mannagia al clero è impressionante anche alle sette di pomeriggio.

Mentre sono assorto nell’ascolto di “Three Imaginary Boys” davanti a miei occhi appaiono due mocassini, alzo lentamente lo sguardo e scopro che dopo i mocassini ci sono pantaloni attillati blu.

Cerco di immaginare la faccia di cazzo che possa andare vestito in questo modo e oltre  Biagio Antonacci non mi viene in mente nessuno.

Continuo la mia risalita e scopro una canotta bianca che fuoriesce spavalda da una camicia a scacchi.

Penso sia proprio Biagio Antonacci.

Ormai devo solo avere la conferma definitiva, “The Weedy Burton” è appena iniziata.

Alzo completamente la testa e scorgo un paio di Wayfarer e una pettinatura a metà tra Sean Connery in 007 e Peter Murphy quando ci andava giù pesante con l’eroina.

Rimango un attimo spiazzato da cotanta bruttezza in un colpo solo e fisso attonito sto tizio che a sua volta mi guarda e mi fa il segno dell’accendino.

Rispondo di no, lui accenna a un saluto e se ne va.

Incantato da questa visione, forse al pari dello stupore della Vergine quando seppe di essere stata ingravidata senza manco aver mai visto una verga, mi dirigo alla prima fermato della metro.

La dose di vita sociale giornaliera è stata abbondantemente donata al mondo infame.

E così, immerso spettacolo olfattivo della puzza di sudore dei sudamericani  che sembra non abbiano docce a casa e il volgare olezzo delle sedicenni che pare si siano scolate uno stand dell’Aquolina, noto di ritrovarmi circondato da cloni del tizio visto precedentemente.

Panico.

Uguali tra loro, identici. A cambiare sono solo i colori delle camicie, e nemmeno tanto spesso.

Mi domando se ci sia un raduno di ritardati mentali in metro o una manifestazione per la salvaguardia delle teste di minchia.

Dopo due fermate scendo, ormai il lettore Mp3 ha smesso di emettere suoni, tolgo le cuffie ed esco alla luce del sole.

Non faccio in tempo a fare quattro passi che davanti a me vedo ancora ‘sti tipi e loro chiome fashion, mi domando come facciano a distinguersi tra loro.

Si annusano i genitali?

Panico totale.

Ho camminato per troppi anni con gli occhi fissi al suolo e ora devo pagarne le conseguenze.

Capisco che purtroppo mi ritrovo davanti a una nuova moda metropolitana, come se l’ondata EMO non avesse già mietuto abbastanza vittime.

I negozi sono stracolmi di canotte e T-Shirt Vintage ritraenti il volto di  Bowie o il logo dei  Clash e mi chiedo se sta mandria di relitti umani in canotta si sia accorta solo ora della loro esistenza.

Io a sedici anni li ascoltavo Bowie e i Clash, mettevo le loro magliette ma non ero manco per un cazzo “cool”.

Rientro a casa, madido di sudore e con in mano ancora la bottiglia di birra ormami diventata un brodo.

Chiudo la porta a chiave, sbarro le finestre e prendo la Vodka dal freezer.

Accendo il computer e con Google, Wikipedia e con quanto altro posso digitare cerco di scoprire quale sia il nome sotto il quale si riuniscano questi fenomeni.

Dopo cinque minuti di attesa, svelo l’arcano.

Hipster.

Cita Wikipedia: “Gli hipster sono quelli che sogghignano quando dici che ti piacciono i Coldplay. Sono quelli che indossano t-shirt con citazioni tratte da film di cui non hai mai sentito parlare e sono gli unici negli Stati Uniti a pensare ancora che la Pabst Blue Ribbon sia un’ottima birra. Indossano cappelli da cowboy o baschi e tutto in loro è attentamente costruito per darti l’idea che non lo sia”.

E ancora: “Il concetto di ipnagogia ci aiuta a capire o fraintendere qualcosa in più del fenomeno hipster. È ipnagogica l’esperienza subconscia, quasi allucinata, per la quale immagazziniamo, sviluppiamo e tradiamo diverse suggestioni esterne. Nel senso che molti di noi hanno avuto un cugino o un amichetto metallaro che ci violentava con cazzate allora molto affascinati come i dischi dei Sepultura et similia, o abbiamo ascoltato distrattamente motivetti Euro-Dance di scandalosa fattura. Bene, anche se siamo convinti di aver rifiutato in tronco queste influenze, e di seguire altri e più nobili modelli stilistici, ipnagogicamente ne siamo gravidi e presto o tardi le esprimeremo. Perché misceliamo tutto e giochiamo con i fantasmi del passato.”

Mi rendo conto di stare a leggere il manifesto del nulla.

Vado avanti…”Si servono in negozi di abiti usati (infatti rigettano l’attitudine “ignorante e incolta” del consumatore medio), mangiano preferibilmente cibo biologico, meglio se coltivato localmente, sono vegetariani o vegani, preferiscono bere birra locale (o prodotta in proprio) e amano girare in bicicletta. Spesso lavorano nel mondo dell’arte, della musica e della moda, e rifiutano i canoni estetici della cultura statunitense e anche la sessualità predefinita. Non vogliono essere catalogati e eludono l’attualità. Le uniche religioni che tutti gli hipster riconoscono come tali sono i pantaloni attillati e i Wayfarer.”

Quindi…non vogliono essere catalogati ma seguono un movimento, poi rifiutano sessualità predefinite (insomma meglio di Gesù Cristo) e loro religione sono pantaloni e occhiali da sole.

Ah, e lavorano nel mondo dell’arte e della musica, quindi in poche parole abbiamo davanti i colpevoli della decadenza culturale odierna.

Detto fra noi preferivo gli EMO, almeno facevano del disagio e della depressione il loro stendardo e per quanto finti e costruiti potessero essere sicuramente avevano più contenuti di un pantalone stritatesticoli. Voglio dire, almeno si lagnavano.

Ho la vaga impressione che la nostra società si vomiti addosso di tutto dopo aver fatto piazza pulita di ogni immagine o suono del passato con il solo fine di riempire lo stomaco quanto prima e colmare il tanto citato “vuoto” (questo sconosciuto), un po’come lo zio che al matrimonio collassa sul prato del ristorante dopo aver fatto il bis di torta nuziale.

LEI divora tutto quello che le capita sotto lo sguardo, inghiotte, si riempie e poi rigurgita una poltiglia che chiama “movimento culturale”.

Poi ti incanta con l’idea che sia “cool” e “anticonformista” seguire una certa line di pensiero, ti convince a sposare l’idea consumistica  travestendola con ideologie new age, tipo il cibo biologico, la sessualità che non è predefinita e altre stronzate.

Ti convince ad accettare tutto questo e  nella tue testolina sei sicuro che identificarsi con queste menate voglia dire essere diverso, distinguersi.

Invece non sei altro che uno dei tanti stronzi, che ha mandato a puttane la sua individualità svendendola a H&M e a Radio Virgin.

Quando ci stavano Mussolini e Hitler c’erano la gioventù Balilla e quella Hitleriana.

Orde di bambini e ragazzi manipolati dai regimi fascisti in tutto e  per tutto, dall’abbigliamento alla cultura.

Si vestivano in maniera identica, facevano il saluto romano e credevano che la guerra fosse gloria e purificazione, ma loro erano costretti e fare tutto ciò.

Erano costretti a pensarlo.

Ci stava un regime. Cristo.

E sembra che oggi ce ne sia un altro, forse più sottile e invisibile che ti rende schiavo di un movimento a cui devi aderire e che devi interiorizzare per essere dalla parte di “quelli svegli e intelligenti”.

Quindi fai tutto quello che è necessario per entrare nella grande famiglia della “tendenza” e marci con loro, seguendo il ritmo delle loro massime e frasi ad effetto.

Ripetono senza sosta che la nostra società rispetta le scelte dell’individuo ed  è attenta affinché si possa esprimere come vuole.

In realtà sono solo menzogne.

Ci fanno esprimere come vogliono loro imponendoci mode, stili e correnti culturali che scelgono ad hoc con il solo obiettivo di vendere.

Se entro in un negozio per comprarmi un semplice pullover mi rifileranno il pullover che si abbina allo stile Hipster, se voglio un paio di occhiali da sole cercheranno di rifilarmi un modello simile ai Wayfarer.

Diventiamo così centri commerciali ambulanti, ci vestiamo allo stesso modo, ascoltiamo le stesse cose e ci sciacquiamo la bocca con i medesimi discorsi.

Ditemi dov’è ora l’espressione individuale.

No, di base c’è solo il mercato e il dover vendere a tutti i costi.

Tra dieci anni dite che parleranno dei raduni Hipster e delle loro battaglie biologiche e sessuali?

Delle loro pettinature, del loro impegno in ambito culturale (ammesso che sappiano cosa sia), dei cambiamenti a cui hanno condotto con le loro idee?

Io tra dieci anni spero di essere morto e qualora non lo  fossi mi siederò su qualche panchina, con il mio lettore Mp3 sintonizzato su un album dei Cure a guardare il suolo.

Perché lo so che attorno non  ci sarà che il nulla.

Tutto sarà stato consumato.

E il vento sussurrerà  dolcemente…”So What”…

L’immoralità

Massimo Pirri, questo sconosciuto.

“L’immoralità” è un film di questo signore che in tutta la sua carriera ha realizzato solo una manciata di lavori, la maggior parte dei quali derisi dalla critica. Anche il film di cui scrivo al tempo non riscosse molta approvazione da pubblico e critica, sicuramente per imperfezioni tecniche notevoli e soprattutto per i suoi contenuti dai toni dissacranti.

Non siamo davanti a un seguace di Marco Ferreri anche se il pensiero anarchico e ribelle presente nel film potrebbe indurre a immaginarlo, ci troviamo piuttosto al cospetto di un regista che ha avuto poca fortuna vuoi per suoi demeriti ma ancora di più perché  con idee un po’ troppo avanti peri tempi che correvano.

Il film parte bene e eccome se parte bene:  un uomo intento a seppellire il corpo esanime un bambina, poi un inseguimento  con la polizia e la fuga in un bosco.

Siamo in una cittadina non meglio identificata dove tutti sanno di tutti ma fanno finta di non sapere, la tipica provincia.

Simona (Ida Meda) è una bambina di 12 anni che vive con i suoi genitori in una casa immersa nella campagna, in completa solitudine e circondata da un vuoto affettivo pauroso.

La madre (Lisa Gastoni che a tratti, con le dovute proporzioni, rimanda un po’ alla Deneuve in Bell de jour) trascorre le serate con amanti sempre diversi attendendo solo che il marito muoia lasciandole così la ricca eredità, il padre (udite udite interpretato da Mel Ferrer!) invece malato e sulla sedia a rotelle spende il suo tempo a lubrificare canne di fucili da caccia.

L’unica via di fuga da quella solitudine per Simona sono le passeggiate nel bosco, lo stesso bosco dove un uomo ferito si è rifugiato cercando di sfuggire alla polizia.

L’incontro tra Simona e il misterioso uomo è inevitabile e tra i due nasce un’intesa molto forte.

Ciò che Simona non sa è che chi ha davanti è un pedofilo che ha mietuto tante vittime ma affascinata e incuriosita dall’uomo decide di dedicargli tutte le attenzioni necessarie per curarlo e nasconderlo.

Il paese mormora , la madre di Simona comincia a sospettare che la figlia nasconda qualcosa e non passa molto tempo prima che arrivi a  scoprire il segreto

Ma qui il film sorprende sovvertendo una trama fino a questo punto abbastanza piatta.

Tra madre e figlia si scatena una battaglia per chi debba essere la prediletta del killer dando origine a un vortice di gelosie e invidie.

Il pedofilo diviene un normale ospite all’interno della casa, conteso da una bambina che ha fretta di crescere e da sua madre sempre alla disperata ricerca di incontri trasgressivi.

Simona per forza di cose viene a sapere chi sia l’uomo ma il suo bisogno di attenzioni la spinge sempre a cercare la sua presenza e a concedersi a lui e addirittura a chiedergli un bambino.

La degenerazione morale si trasforma piano piano in violenze e aggressività che esplodono in un finale tanto pacchiano quanto interessante.

Massimo Pirri, autore di film underground negli anni 70’ ha tante idee ma le mette giù un po’casaccio forse più con l’intento di trasgredire che raccontare qualcosa.

Le pecche sono tantissime e spaventose come il montaggio amatoriale e la sceneggiatura barcollante ma il film ha un suo perché e soprattutto non manca di originalità.

Va ricordato che siamo alla fine degli anni ‘ 70 e argomenti come la pedofilia non riscuotevano tantissimo successo perché ancora imprigionati nell’elenco dei tabù.

Perché il film di Pirri è tosto, malato e assurdo.

E’ un favola popolata da personaggi inquietanti, spaventosi .

Una sorta di Cappuccetto Rosso in versione Weird.

Il cattivo viene tramutato a tratti in vittima mettendo in risalto la sua fragilità e insicurezza, azzardo notevole  per i tempi se si tiene conto che si parla di un pedofilo, al quale viene inoltre concessa l’opportunità di esprimere i suoi punti di vista sull’amore e la vita.

Simona nella sua innocenza viene travolta da un contesto spietato e piano piano inghiottita dalla follia che domina attorno a lei, intrappolata in una “voliera” (metafora ricorrente nel film) in cui  ognuno sogna di toccare il cielo cercando si sopraffare l’altro.

E così quanto più gli uccelli si avvicinano alla sommità stretta della voliera tanto più si feriscono con i loro becchi e artigli, accecandosi e mutilandosi.

Magari uno di loro riuscirà a scappare, certo, ma quelle ferite saranno per sempre le sue catene.

Pirri non lascia speranze né messaggi di consolazione, rade al suolo tutto e alla cieca.

Non contesta né critica, semplicemente annienta.

Ma va bene così, in fondo cercando di fare meglio poteva andare anche peggio.

Nothing’s all bad

 

 

 

L’altro giorno ho visto Shame, niente da dire. Film girato per bene, lineare, impeccabile. L’unico problema è che non mi ha lasciato nulla.

La sensazione è che avrebbe dovuto osare di più invece di scendere a compromessi con la banalità. Le premesse c’erano tutte per dar vita un piccolo capolavoro ma, alla fine, l’impressione è che tutti si sia ridotto a un puro esercizio di stile.

Così ripensando a Shame, mi è tornato in mente un film che ho visto un po’ di tempo fa, dove l’argomento trattato è sempre il sesso ma sotto un prospettiva più originale, un po’ irreale ma davvero geniale.

Il film in questione è “Smukke Mennesker”, poi tradotto nel resto d’Europa come “Nothing’s all bad”.

Qui ci troviamo davanti a un Made in Denmark, terra che di registi bravi ne ha visti e ne ha, terra dove il cinema non si fa mai “tanto per”.

E così l’esordiente  Mikkel Munch-Fals, prende la camera, una manciata di attori e con una tranquillità inaudita racconta le vite di quattro persone, accomunate dalla solitudine che trova la sua espressione più forte nella corporeità, nel contatto fisico. Nel sesso.

Attenzione, perché non siamo davanti a un manifesto hippie colorato come in Shortbus né innanzi a un’opera che  denuncia un disagio sociale come in Shame.

Nothin’s all bad  è un bisturi che piano piano si posa sul petto, scende lentamente e comincia ad aprirti e sezionarti fino a toccare l’anima.

E lo fa con una continuità poetica che annichilisce e incanta.

Perché Munch-Fals onestamente va sul pesante, tirando in mezzo i rapporti padre-figlio, madre-figlia e  tutte le dinamiche relazionali associate all’incontro con l’altro sesso.  Tutto questo senza risparmiare nulla allo spettatore, sommergendolo di angoscia fino agli ultimi dieci minuti.

 

 

Apparentemente non si potrebbero trovare collegamenti tra un impiegato che soffre di masturbazione compulsiva, suo figlio teenager che si prostituisce -più per ricerca di attenzioni e affetto che per bisogno di soldi-, una donna rimasta appena vedova  costretta a passare le serate al Bingo e sua figlia che ha subito una Mastectomia conducendola verso una sorta di rinnegamento della femminilità.

Storie strane, che per forza di cose si incroceranno in modo sorprendente e soprattutto umano.

Infatti ciò che pervade questo piccolo capolavoro del cinema contemporaneo è l’umanità che emana, dal primo fino all’ultimo minuto. Non si appella a luoghi comuni né cerca di spiegare, semplicemente racconta.

E lo fa attraverso sequenze di immagini magnifiche, alcune delle quali impossibili da dimenticare.

 

Munch-Fals mostra come osare non voglia dire necessariamente  trasgredire,  che è possibile parlare di solitudine senza dover adottare metodi narrativi ancora più freddi della stessa.

Che è possibile fare bel cinema, magari girare capolavori e passare inosservati.