Nothing’s all bad

 

 

 

L’altro giorno ho visto Shame, niente da dire. Film girato per bene, lineare, impeccabile. L’unico problema è che non mi ha lasciato nulla.

La sensazione è che avrebbe dovuto osare di più invece di scendere a compromessi con la banalità. Le premesse c’erano tutte per dar vita un piccolo capolavoro ma, alla fine, l’impressione è che tutti si sia ridotto a un puro esercizio di stile.

Così ripensando a Shame, mi è tornato in mente un film che ho visto un po’ di tempo fa, dove l’argomento trattato è sempre il sesso ma sotto un prospettiva più originale, un po’ irreale ma davvero geniale.

Il film in questione è “Smukke Mennesker”, poi tradotto nel resto d’Europa come “Nothing’s all bad”.

Qui ci troviamo davanti a un Made in Denmark, terra che di registi bravi ne ha visti e ne ha, terra dove il cinema non si fa mai “tanto per”.

E così l’esordiente  Mikkel Munch-Fals, prende la camera, una manciata di attori e con una tranquillità inaudita racconta le vite di quattro persone, accomunate dalla solitudine che trova la sua espressione più forte nella corporeità, nel contatto fisico. Nel sesso.

Attenzione, perché non siamo davanti a un manifesto hippie colorato come in Shortbus né innanzi a un’opera che  denuncia un disagio sociale come in Shame.

Nothin’s all bad  è un bisturi che piano piano si posa sul petto, scende lentamente e comincia ad aprirti e sezionarti fino a toccare l’anima.

E lo fa con una continuità poetica che annichilisce e incanta.

Perché Munch-Fals onestamente va sul pesante, tirando in mezzo i rapporti padre-figlio, madre-figlia e  tutte le dinamiche relazionali associate all’incontro con l’altro sesso.  Tutto questo senza risparmiare nulla allo spettatore, sommergendolo di angoscia fino agli ultimi dieci minuti.

 

 

Apparentemente non si potrebbero trovare collegamenti tra un impiegato che soffre di masturbazione compulsiva, suo figlio teenager che si prostituisce -più per ricerca di attenzioni e affetto che per bisogno di soldi-, una donna rimasta appena vedova  costretta a passare le serate al Bingo e sua figlia che ha subito una Mastectomia conducendola verso una sorta di rinnegamento della femminilità.

Storie strane, che per forza di cose si incroceranno in modo sorprendente e soprattutto umano.

Infatti ciò che pervade questo piccolo capolavoro del cinema contemporaneo è l’umanità che emana, dal primo fino all’ultimo minuto. Non si appella a luoghi comuni né cerca di spiegare, semplicemente racconta.

E lo fa attraverso sequenze di immagini magnifiche, alcune delle quali impossibili da dimenticare.

 

Munch-Fals mostra come osare non voglia dire necessariamente  trasgredire,  che è possibile parlare di solitudine senza dover adottare metodi narrativi ancora più freddi della stessa.

Che è possibile fare bel cinema, magari girare capolavori e passare inosservati.

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