E il vento sussurrerà dolcemente…”So What”…

Di solito quando cammino per strada guardo sempre dritto, evito di voltarmi o osservare ciò che mi sta attorno e  rischia di spostare la mia attenzione su altre forme di vita. Con il mio lettore Mp3, non un Iphone o alte stronzate del genere perché io soldi a Jobs non ne do, sintonizzato su album qualsiasi dei Cure proseguo spedito verso il chiosco più vicino in un torrido pomeriggio milanese.

Prendo un birra e con lo sguardo rivolto al marciapiede sorseggio cercando rifugio dal caldo, che mannagia al clero è impressionante anche alle sette di pomeriggio.

Mentre sono assorto nell’ascolto di “Three Imaginary Boys” davanti a miei occhi appaiono due mocassini, alzo lentamente lo sguardo e scopro che dopo i mocassini ci sono pantaloni attillati blu.

Cerco di immaginare la faccia di cazzo che possa andare vestito in questo modo e oltre  Biagio Antonacci non mi viene in mente nessuno.

Continuo la mia risalita e scopro una canotta bianca che fuoriesce spavalda da una camicia a scacchi.

Penso sia proprio Biagio Antonacci.

Ormai devo solo avere la conferma definitiva, “The Weedy Burton” è appena iniziata.

Alzo completamente la testa e scorgo un paio di Wayfarer e una pettinatura a metà tra Sean Connery in 007 e Peter Murphy quando ci andava giù pesante con l’eroina.

Rimango un attimo spiazzato da cotanta bruttezza in un colpo solo e fisso attonito sto tizio che a sua volta mi guarda e mi fa il segno dell’accendino.

Rispondo di no, lui accenna a un saluto e se ne va.

Incantato da questa visione, forse al pari dello stupore della Vergine quando seppe di essere stata ingravidata senza manco aver mai visto una verga, mi dirigo alla prima fermato della metro.

La dose di vita sociale giornaliera è stata abbondantemente donata al mondo infame.

E così, immerso spettacolo olfattivo della puzza di sudore dei sudamericani  che sembra non abbiano docce a casa e il volgare olezzo delle sedicenni che pare si siano scolate uno stand dell’Aquolina, noto di ritrovarmi circondato da cloni del tizio visto precedentemente.

Panico.

Uguali tra loro, identici. A cambiare sono solo i colori delle camicie, e nemmeno tanto spesso.

Mi domando se ci sia un raduno di ritardati mentali in metro o una manifestazione per la salvaguardia delle teste di minchia.

Dopo due fermate scendo, ormai il lettore Mp3 ha smesso di emettere suoni, tolgo le cuffie ed esco alla luce del sole.

Non faccio in tempo a fare quattro passi che davanti a me vedo ancora ‘sti tipi e loro chiome fashion, mi domando come facciano a distinguersi tra loro.

Si annusano i genitali?

Panico totale.

Ho camminato per troppi anni con gli occhi fissi al suolo e ora devo pagarne le conseguenze.

Capisco che purtroppo mi ritrovo davanti a una nuova moda metropolitana, come se l’ondata EMO non avesse già mietuto abbastanza vittime.

I negozi sono stracolmi di canotte e T-Shirt Vintage ritraenti il volto di  Bowie o il logo dei  Clash e mi chiedo se sta mandria di relitti umani in canotta si sia accorta solo ora della loro esistenza.

Io a sedici anni li ascoltavo Bowie e i Clash, mettevo le loro magliette ma non ero manco per un cazzo “cool”.

Rientro a casa, madido di sudore e con in mano ancora la bottiglia di birra ormami diventata un brodo.

Chiudo la porta a chiave, sbarro le finestre e prendo la Vodka dal freezer.

Accendo il computer e con Google, Wikipedia e con quanto altro posso digitare cerco di scoprire quale sia il nome sotto il quale si riuniscano questi fenomeni.

Dopo cinque minuti di attesa, svelo l’arcano.

Hipster.

Cita Wikipedia: “Gli hipster sono quelli che sogghignano quando dici che ti piacciono i Coldplay. Sono quelli che indossano t-shirt con citazioni tratte da film di cui non hai mai sentito parlare e sono gli unici negli Stati Uniti a pensare ancora che la Pabst Blue Ribbon sia un’ottima birra. Indossano cappelli da cowboy o baschi e tutto in loro è attentamente costruito per darti l’idea che non lo sia”.

E ancora: “Il concetto di ipnagogia ci aiuta a capire o fraintendere qualcosa in più del fenomeno hipster. È ipnagogica l’esperienza subconscia, quasi allucinata, per la quale immagazziniamo, sviluppiamo e tradiamo diverse suggestioni esterne. Nel senso che molti di noi hanno avuto un cugino o un amichetto metallaro che ci violentava con cazzate allora molto affascinati come i dischi dei Sepultura et similia, o abbiamo ascoltato distrattamente motivetti Euro-Dance di scandalosa fattura. Bene, anche se siamo convinti di aver rifiutato in tronco queste influenze, e di seguire altri e più nobili modelli stilistici, ipnagogicamente ne siamo gravidi e presto o tardi le esprimeremo. Perché misceliamo tutto e giochiamo con i fantasmi del passato.”

Mi rendo conto di stare a leggere il manifesto del nulla.

Vado avanti…”Si servono in negozi di abiti usati (infatti rigettano l’attitudine “ignorante e incolta” del consumatore medio), mangiano preferibilmente cibo biologico, meglio se coltivato localmente, sono vegetariani o vegani, preferiscono bere birra locale (o prodotta in proprio) e amano girare in bicicletta. Spesso lavorano nel mondo dell’arte, della musica e della moda, e rifiutano i canoni estetici della cultura statunitense e anche la sessualità predefinita. Non vogliono essere catalogati e eludono l’attualità. Le uniche religioni che tutti gli hipster riconoscono come tali sono i pantaloni attillati e i Wayfarer.”

Quindi…non vogliono essere catalogati ma seguono un movimento, poi rifiutano sessualità predefinite (insomma meglio di Gesù Cristo) e loro religione sono pantaloni e occhiali da sole.

Ah, e lavorano nel mondo dell’arte e della musica, quindi in poche parole abbiamo davanti i colpevoli della decadenza culturale odierna.

Detto fra noi preferivo gli EMO, almeno facevano del disagio e della depressione il loro stendardo e per quanto finti e costruiti potessero essere sicuramente avevano più contenuti di un pantalone stritatesticoli. Voglio dire, almeno si lagnavano.

Ho la vaga impressione che la nostra società si vomiti addosso di tutto dopo aver fatto piazza pulita di ogni immagine o suono del passato con il solo fine di riempire lo stomaco quanto prima e colmare il tanto citato “vuoto” (questo sconosciuto), un po’come lo zio che al matrimonio collassa sul prato del ristorante dopo aver fatto il bis di torta nuziale.

LEI divora tutto quello che le capita sotto lo sguardo, inghiotte, si riempie e poi rigurgita una poltiglia che chiama “movimento culturale”.

Poi ti incanta con l’idea che sia “cool” e “anticonformista” seguire una certa line di pensiero, ti convince a sposare l’idea consumistica  travestendola con ideologie new age, tipo il cibo biologico, la sessualità che non è predefinita e altre stronzate.

Ti convince ad accettare tutto questo e  nella tue testolina sei sicuro che identificarsi con queste menate voglia dire essere diverso, distinguersi.

Invece non sei altro che uno dei tanti stronzi, che ha mandato a puttane la sua individualità svendendola a H&M e a Radio Virgin.

Quando ci stavano Mussolini e Hitler c’erano la gioventù Balilla e quella Hitleriana.

Orde di bambini e ragazzi manipolati dai regimi fascisti in tutto e  per tutto, dall’abbigliamento alla cultura.

Si vestivano in maniera identica, facevano il saluto romano e credevano che la guerra fosse gloria e purificazione, ma loro erano costretti e fare tutto ciò.

Erano costretti a pensarlo.

Ci stava un regime. Cristo.

E sembra che oggi ce ne sia un altro, forse più sottile e invisibile che ti rende schiavo di un movimento a cui devi aderire e che devi interiorizzare per essere dalla parte di “quelli svegli e intelligenti”.

Quindi fai tutto quello che è necessario per entrare nella grande famiglia della “tendenza” e marci con loro, seguendo il ritmo delle loro massime e frasi ad effetto.

Ripetono senza sosta che la nostra società rispetta le scelte dell’individuo ed  è attenta affinché si possa esprimere come vuole.

In realtà sono solo menzogne.

Ci fanno esprimere come vogliono loro imponendoci mode, stili e correnti culturali che scelgono ad hoc con il solo obiettivo di vendere.

Se entro in un negozio per comprarmi un semplice pullover mi rifileranno il pullover che si abbina allo stile Hipster, se voglio un paio di occhiali da sole cercheranno di rifilarmi un modello simile ai Wayfarer.

Diventiamo così centri commerciali ambulanti, ci vestiamo allo stesso modo, ascoltiamo le stesse cose e ci sciacquiamo la bocca con i medesimi discorsi.

Ditemi dov’è ora l’espressione individuale.

No, di base c’è solo il mercato e il dover vendere a tutti i costi.

Tra dieci anni dite che parleranno dei raduni Hipster e delle loro battaglie biologiche e sessuali?

Delle loro pettinature, del loro impegno in ambito culturale (ammesso che sappiano cosa sia), dei cambiamenti a cui hanno condotto con le loro idee?

Io tra dieci anni spero di essere morto e qualora non lo  fossi mi siederò su qualche panchina, con il mio lettore Mp3 sintonizzato su un album dei Cure a guardare il suolo.

Perché lo so che attorno non  ci sarà che il nulla.

Tutto sarà stato consumato.

E il vento sussurrerà  dolcemente…”So What”…

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