The Artist

Vedere un film con la tua fidanzata e le sue amiche è un’esperienza paragonabile alle fila da fare negli uffici comunali per rinnovare la carta d’identità. E’ necessaria per essere  riconosciuti e accettati a livello sociale.

Non capita quasi mai, cerco sempre di evitare questa situazione che sa di pomeriggio passato con il cugino tornato dell’Argentina che hai visto si e no tre volte due delle quali in foto l’altra di persona quando avevi un anno.

La cosa brutta è che in questo “cineforum rosa”  mica puoi portare roba di gente che muore decapitata per mano dei figli o di riflessione su quanto sia dignitoso il suicidio.

No, devi subirti la visione di merdate inimmaginabili.

Loro ti dicono che puoi scegliere tu il film basta che non ci sia sangue, che alla fine ci sia la canzone carina e che i protagonisti si promettano amore eterno. Quindi è come se lo scegliessero loro.

E così rovistando mi son ritrovato The Artist.

Ho pensato che la scelta alla fine potesse mettere d’accordo tutti, un film bello (o almeno così avevo letto e sentito) dalle forte tinte romantiche.

Certo.

Bello.

Una meraviglia.

Onestamente dopo dieci minuti mi stavo seriamente interrogando se fossi io ad avere mancanza di buon gusto o se all’improvviso milioni di persone avessero deciso di votare la loro vita alla banalità.

Si sa, la maggioranza vince.

Quindi è un problema mio.

La maggioranza ha detto che il film ha finalmente segnato un ritorno ad uno stile dimenticato e pieno di magia.

Ma la maggioranza probabilmente non si è mai accorta di quello “stile”, forse ne ha celebrato il ritorno senza mai vedere un film muto. Un po’ come quelli che dicono di amare i Led Zeppelin solo perché Stairway to Heaven  l’hanno scoperta a 30 anni di cui quindici passati a comprare cd di Vasco Rossi.

Sempre la maggioranza ha detto che da tempo non si vedeva un film così intenso.

Mi domando se la maggioranza ogni tanto invece che buttare lo sguardo sul Festiva di Cannes o la notte degli Oscar si dedichi a tenere sott’occhio i lavori mostrati a festival cinematografici come quello di Toronto.  Lì di roba intensa ne sta a tanta, anche se di statuette e foglie  ottonate non ne vinceranno mai.

In quel tripudio di bianco e nero e musiche accattivanti io non ci vedevo nulla.

E vabbè gli omaggi, i riferimenti e le vagonate intellettuali ma il film oltre che a suscitare una sudorazione ascellare non ha lasciato il segno.

Perché secondo me l’atmosfera “vintage” o il richiamo a certi canoni cinematografici sviluppati in The Artist sono finti e costruiti  tavolino.

Manca la naturalezza e la fluidità.

Magari parto dal fatto di essere un amante dei film muti, quelli veri, e il pregiudizio quindi mi fa storcere il naso ma l’impressione è quella di ammirare la riproduzione della Torre Eiffel a Las Vegas o entrare in una pizzeria a Napoli gestita da cinesi.

Per carità la regia di Michel Hazanavicius è perfetta così come lo sono le interpretazioni eccezionali di Jean Dujardin e Bérénice Bejo ma finisce tutto lì.

Una sorta di museo delle cere dove la copia somiglia perfettamente all’originale ma l’assenza di un’anima crea un gelo surreale.

The Artist è l’ennesimo esempio di estetica e basta.

La perfezione ostinata con cui si vuole riprodurre una certa epoca e un certo tipo di fare film è triste e comica allo stesso tempo, qualcuno potrebbe pensare anche a un tentativo nostalgico di rievocare sensazioni cinematografiche ormai sepolte ma in realtà è la stessa cosa che accade quanto ti allettano con i remake dei film horror degli anni 80’. Di fondo non c’è l’intenzione di rendere omaggio a presunti  idoli o tempi ormai tristemente andati , quanto piuttosto il desiderio di produrre qualcosa che possa essere venduto al pubblico facilmente facendo leva sulla “nostalgia”.

Nostalgia che il pubblico non ha mai provato ma si è convinto di averla nel momento in cui critici e pubblicità acclamavano questo tanto atteso rientro del bel cinema.

Un po’ come quando torna il cugino dall’Argentina, sorridi perché gli altri sorridono, dici che ti è mancato perché è mancato agli altri ma tu in realtà non sai nemmeno dove cazzo sia l’Argentina.

Ciò che The Artist però ha il privilegio di raccontare, magari un po’inconsapevolmente, è il declino del cinema contemporaneo che sembra ormai aver esaurito ogni idea e lo fa proprio attraverso la forma in cui è sviluppato.

Il chiamare in soccorso l’epoca del muto la dice lunga sul la corsa forsennata che l’industria cinematografica ha compiuto fino ad oggi.

I dialoghi ridondanti,  l’esaltazione del cromatismo attraverso il 3D e la ricerca di una raffinatezza tecnica hanno sostituito piano piano quella forza poetica e immaginaria che traspariva dagli occhi degli attori e dai loro gesti. Quanto più si  cercava di riprodurre la realtà tanto più ci si trasformava l’immaginazione in un duplicato di essa fino a perdere il contatto con la parte più sensibile ed erotica dell’Arte.

The Artist ammicca ad un mondo che può essere riesplorato solo guardando quei film dimenticati e declassati a materiale didattico per studenti del DAMS, è un ammiccare un po’ da puttana che attira lo spettatore facendo rivivere un certo tipo di cinema secondo proprio regole e creando un concetto di film muto del tutto diverso dall’originale.

Il film di Michel Hazanavicius “poppizza” un concerto di musica classica, perchè quella non l’ascolta più nessuno e annoia.

Mantiene i frac e gli abiti lunghi dei musicisti, il direttore d’orchestra con la chioma e ti mette anche l’esibizione in un bel teatro Vittoriano.

Ti prepara le candele all’entrata e ti accompagna al tuo posto.

I musicisti entrano sul palco, salutano, si siedono.

Accordano dolcemente gli strumenti…

E cominciano a suonare le hits di Simply Red.

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