Martha Marcy May Marlene

Una delle forme più interessanti di vita/organizzazione sociale/fauna, sono senza ombra di dubbio le Comuni.

Dentro ci trovi di tutto, dai figli di papà che hanno abbandonato il loro glorioso cammino presso il DAMS, a tipi che si spacciano per santoni e reincarnazioni di Lennon.

Vivono coltivando la terra e puntano all’autosufficienza, magari te li ritrovi nelle fiere di paese a vendere braccialetti etnici orrendi o confetture di fichi, che poi dimmi a chi cazzo piace la marmellata di fichi.

Fatto sta che questi personaggi  condividono tutto, non conoscono la proprietà privata e si scopano le compagne a vicenda spesso e volentieri senza goldone per non offendere la natura e quei quattro neuroni che si ritrovano, e anche per il gusto di perpetuare la loro specie giacché la razza umana il meglio di sé (pare) ancora debba darlo.

In Italia se ne trova qualcuna di queste comunità anche se hanno principi più elastici e meno integralisti, in Germania e negli Stati Uniti invece non è difficile trovare organizzazioni new age legate da un senso di appartenenza quasi mistico e alienante che definirle Sette religiose forse non sarebbe errato.

Il film Martha Marcy May Marlene  -in Italia distribuito con il titolo idiota “La fuga di Martha”-,  ci parla di questo mondo attraverso la storia di Martha (una notevole Elizabeth Olsen) fuggita proprio da una setta hippie dopo averci speso due anni della sua vita.

Al sicuro a casa della sorella, – interpretata da una brava Sarah Paulson già ampiamente apprezzata nelle serie TV American Horror Story- Martha cerca di trovare pace da quegli anni tormentati che le hanno “regalato” ricordi terribili.

La fuga dalla setta infatti è stata motivata dal comprendere di ritrovarsi in un ambiente dove la pace interiore e l’armonia erano solo pretesti che celavano altri fini.

Lì ragazzi della sua età e con un passato difficile, vivevano sotto l’influenza manipolatrice del santone Patrick vero e proprio leader del movimento.

In questa atmosfera bucolica e alla Woodstock però qualcosa non torna e la stessa Martha, ora con il nuovo nome di Marcy May, comprende come  le azioni di Patrick attraversino molte volte il confine dell’accettabile.

Perché è vero che nella Comunità tutto è permesso ma è anche vero che l’omicidio e lo stupro forse nemmeno nel regno di Yoko Ono sarebbero mai stati accettati come principi “yeah”.

E sono proprio i ricordi legati a questi avvenimenti che impediscono a Martha di riprendere una vita tranquilla anche se supportata dall’affetto materno della sorella e del suo compagno.

La paranoia, l’ossessione di poter essere catturata e riportata nell’incubo da cui è fuggita le vietano anche di dormire e di condurre un a vita normale.

A ciò si aggiunge l’impossibilità di riuscire a costruire un rapporto umano, forse mai esistito,  con la sorella ormai immersa in un mondo borghese del tutto diverso da quello in cui Martha è vissuta per due anni.

Differenze troppo grandi su cui pesa ormai lo stato mentale del tutto alterato di Martha esausta di combattere contro i fantasmi del passato divenuti il suo unico presente.

Sean Durkin si presenta al mondo del cinema con un’opera niente male che non manca di originalità e nemmeno di spessore anche se con parecchi angoli da smussare.

La storia è interessante e scorre sempre sul filo della tensione subendo però, a tratti, cali a causa di una sceneggiatura che appare senza ombra di dubbio un po’ superficiale.

L’impegno nel voler costruire un film di carattere e introspezione si nota ma piano piano con lo scorrere dei minuti si avverte la sensazione che Durkin abbia volontariamente virato verso un approccio più banale, forse intimorito dalle enormi potenzialità del suo lavoro e quindi dalla difficoltà di poterle gestire.

L’esempio lampante è nel finale, riduttivo, un po’ idiota e adolescenziale che toglie tanto valore a un prodotto he fino a quel punto si era mantenuto su standard molto buoni.

Un peccato per le premesse, tra cui un casting solido e funzionante ma soprattutto grazie al personaggio di Martha così dolcemente malinconico e inquietante.

Martha Marcy May Marlene è un racconto sulla solitudine e sulla precarietà dei rapporti umani, sulla voglia di poter rappresentare emotivamente qualcosa per altro senza la paura di essere dimenticati e messi da parte. Ma è in particolare un film che spiega limpidamente come la fuga dalle proprie paure e dolori risulti sempre una battaglia persa, perché i Demoni ti seguono trasformando in prigione qualsiasi spazio di libero che hai conquistato. O forse sono i Demoni a essere presenti ovunque.

Martha fuggita dalla prigione dei rapporti conflittuali famigliari si ritrova in un altro carcere quello della setta dove, nonostante muti il suo nome e la visione di se stessa, il sentimento di estraneità non l’abbondonerà mai e la consapevolezza di vivere affianco ad altri mostri la porteranno all’ennesima fuga, all’ennesimo nome, all’ennesimo porto di sofferenze.

Il dramma non è solo negli eventi tragici di cui Martha è protagonista o spettatrice ma anche nell’impossibilità di raggiungere un’identità che possa dare un punto di riferimento alla propria esistenza.

I tre nomi della protagonista sono i suoi tre chiodi che la immobilizzano a una croce da cui, probabilmente, non scenderà mai.

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“La prossima Olimpiade la organizzerò io, in Siria, e Schwarzer sarà il nostro portabandiera, quello del team della coscienza sporca”.

Quando avevo sedici anni odiavo l’estate, perché voleva dire spendere tre mesi a girovagare per il paese crepando di noia, oppure andare a lavorare (a nero) nei vigneti per mettere qualcosa da parte per poi spendere tutto sulle spese scolastiche. Insomma, non il massimo.

Da universitario ho continuato a odiare l’estate, sinonimo di ritorno nel paese dove avevo già trascorso altri periodi estivi di merda, vedi sopra, per studiare all’ombra dei piacevoli 40°C gli esami da sostenere a Settembre.

Da lì in poi il disprezzo per i tre mesi più inutili dell’anno è diventato automatico, oggi odio l’estate e non so il perché.

Per fortuna ci sono le Olimpiadi a rallegrare le giornate afose e torride, arrivi a casa, prendi una birra ghiacciata, ti siedi sul divano e ti godi in santa pace una bellissima ed emozionante gara di tiro al piattello.

Che bello.

Una sfilza di discipline classificate come sportive vivono i loro momenti di gloria ogni quattro anni per poi cadere nel dimenticatoio fino alla prossima Olimpiadi. Tra scherma, arco, hockey prato, badminton e tiri al bersaglio vari si passa un mese a capire come l’essere umano pur di ricoprirsi di gloria sia in grado di tramutare qualsiasi cosa in sport.

Non so che valore possa avere una medagli assegnata a un tizio che spara contro dei piattelli, o il valore di un oro consegnato alla miglior squadra di hockey prato, ma a me onestamente fa ridere.

Si certo, sono discipline che richiedono concentrazione e duri allenamenti ma se è per questo anche pisciare in piedi senza farla sulla tazza è una questione di allenamento e concentrazione. Quindi cosa aspettiamo a rendere anche la pisciata notturna una disciplina olimpica?

Ovviamente l’Italia essendo una nazione di merda anche nello sport, tranne qualche mondiale di calcio vinto per puro culo, eccelle in tutti quelli sport privi di senso e fervore agonistico.

A Londra 2012 in pratica abbiamo vinto tutto quello che ci stava da vincere con pistole e archi.

Avessimo avuto ‘sta preparazione nelle Prima e Seconda guerra Mondiale a quest’ora Roma sarebbe stata la capitale dell’EurAsia.

Nel nuoto abbiamo fatto schifo e ci siamo subiti anche gli sfoghi patetici di un atleta mediocre come Magnini, nell’atletica invece è dai tempi di Mennea che non ne combiniamo una buona. Per fortuna che ci sta la scherma a dare soddisfazioni e abbiamo anche dovuto dire grazie alla Vezzali, che si farebbe toccare volentieri da Berlusconi (cit.), per aver tenuto alto il nome dell’Italia.

Ma si sa, le Olimpiadi sono altro. Con loro si celebra lo spirito di unione dei popoli, lo sport diviene il simbolo dell’abbattimento di confini e barriere, per un mese il mondo si dedica solo allo Sport e alla competizione agonistica.

Le Olimpiadi sono l’opportunità per lanciare messaggi importanti, vedi la sfilata della delegazione Saudita che aveva tra le loro fila due donne o l’Afghanistan che per la prima volta ha portato un’atleta donna alle Olimpiadi. Segno che i tempi stanno cambiando. Certo.

Poi finite le Olimpiadi ho il presentimento che tutto tornerà come prima, che quelle donne, simbolo di una possibile svolta femminista, tornate in patria ricominceranno a vivere all’ombra di un regime politico- religioso asfissiante. Certo cazzi loro, ci mancherebbe. Però tutto questa messa in scena mi suona un po’ come il padre cattivone che fa uscire la figlia con gli amici ma al rientro la prende a schiaffi e se gli gira se la violenta pure, però i vicini vedono la ragazza uscire, quindi so’ convinti che il padre sia un brav’uomo.

Dalle mie parti si chiama propaganda, perché se non l’aveste ancora capito quelle poveracce sono andate fino a Londra solo per mostrare all’Occidente che le cose nel loro paese vanno bene, che è tutto ok e che tra qualche millennio forse potranno portare i pantaloni a zampa e ascoltare Jim Morrison.

Comunque sia le Olimpiadi sono belle, vero? Luci, colori, atleti, feste, premiazioni, record del mondo.

La guerra civile in Siria.

Ops.

Non ve l’avevano detto?

Ve lo dico io, allora…In Siria c’è una guerra civile, morti a destra e sinistra e circa 200.000 profughi che non sanno dove andare. Inutile sottolineare che tutto ‘sto macello è stato messo su dagli USA (medaglia Olimpica dei colpi di stato) per avere sotto controllo l’ultimo tassello del Medio Oriente.

Quindi mentre a Londra si celebra la pace dei popoli e un presunto femminismo arabo, in Siria s’ammazzano. Ma vorrei precisare che nell’antica Grecia le Olimpiadi non avevano inizio se le guerre non venivano subito interrotte. Questo per lasciar spazio ai giochi che a livello umano e sociale, anche se per poche settimane, assumevano più importanza delle battaglie.

A Londra invece, a quanto pare, le notizie delle Siria non sono arrivate, troppo impegnati a monitorare i rutti e gli starnuti di Bolt.

Per fortuna che ci sta Schwarzer che ci ricorda cosa siano le Olimpiadi, lui è l’icona, il simbolo dell’Olimpiade moderna.

L’hanno cacciato perché si dopava, perché è stato scorretto e ha infangato il nome di una manifestazione.

Lui è l’unico coglione che è stato fatto fuori da un sistema governato da sponsor che glorificano lo sport presentando atlete con bicipiti grandi quanto la testa di un bambino, che sponsorizzano uno sport pulito attraverso ragazzini di sedici anni che infrangono record del mondo come se niente fosse.

In un evento dove s’ignora una guerra civile, dove le multinazionali sponsorizzano gli stati africani e asiatici che hanno ridotto sul lastrico, dove il concetto di sport è connesso a un giamaicano che imbottito di ormoni e sostanze corre i 100 metri, io dico che Schwarzer è quello che ne esce più pulito per il solo fatto di non aver preso parte a questa buffonata in cui tutti sono eroi e nessuno esce sconfitto.

E’ l’Olimpiade del grottesco, dei mostri, è l’Olimpiade dell’antropofagia e del rimestare la stessa merda senza sosta.

Fate in fretta e sbrigatevi a porre fine a questo circo disgustoso, la prossima Olimpiade la organizzerò io, in Siria, e Schwarzer sarà il nostro portabandiera, quello del team della coscienza sporca.

L’unico team di cui tutti fanno davvero parte.

Madeinusa

Fifa 98’ era e rimarrà uno dei videogiochi più belli che il genere umano abbia mai concepito, basti solo pensare alla sigla di apertura: “Song 2” dei Blur.

Da fanciullo ci ho speso ore lì davanti, più di quanto non ne abbia spese e ne spenderò davanti ai siti di donnine nude.

C’era il Brasile con Romario, Ronaldo, Taffarel, Leonardo, Dunga e giocare con loro voleva dire vincere i match con gol in rovesciata da centrocampo. Bei tempi.

Nel gruppo di qualificazione ai mondiali insieme al Brasile ci stava pure il Perù in cui giocava tale Flavio Maestri, nonché capitano della stessa squadra.

Divenne il mio idolo perché nonostante potessi vincere con sei gol di scarto, lui il buon Maestri, il gollonzolo me lo segnava sempre.

Per me da quel momento il Brasile sulle cartine geografiche confinò a Sud con il Paraguay, a Nord con il Venezuela e a Est con MAESTRI.

Maestri si è ritirato nel 2008 lasciando un vuoto enorme in Perù, anche perché lì oltre a lui e qualche tempio Inca sparso qua e là non è che ci si stato mai chissà cosa.

Qualche anno fa in memoria del grande e immenso Flavio mi concessi la visione di un film peruviano, Il canto di Paloma della regista Caludia Llosa.

Il film mi piacque sotto diversi aspetti, oltre che per la protagonista molto gnocca (Magaly Solier), tant’è vero che vinse parecchi premi tra cui l’Orso d’oro nel 2009.

Qualche sera fa sempre pensando al divino Maestri ho rinnovato l’evento immergendomi nella visione di un altro film peruviano: Madeinusa.

Siamo in un villaggio in culo al Perù, sperduto tra i monti e il nulla.

Un forestiero a causa di un’inondazione che ha messo fuori servizio le strade si ritrova suo mal grado a fermarsi per qualche giorno nella piccola comunità, in attesa di proseguire il suo viaggio per Lima.

Purtroppo la sua permanenza coincide con un periodo un po’ particolare, infatti gli abitanti del villaggio sono alle prese con i preparativi per la festa dei giorni Santi, giorni in cui si celebra la morte di Cristo.

Il sindaco provvede subito a isolare il forestiero perché non ben visto dalla comunità, infatti la festa è una tradizione molto sentita e intima lontana da ogni possibile comprensione per un estraneo.

Perché è presto detto: nei due giorni di festa ognuno potrà fare quello che vorrà, proprio perché Dio essendo morto non potrà vedere i loro peccati.

La cerimonia si apre con la proclamazione della vergine dell’anno, scelta tra le ragazze più belle del villaggio e la vincitrice è guarda caso la bellissima figlia del sindaco: Madeinusa. Lei dovrà impersonare per due giorni la madre di Cristo.

I festeggiamenti procedono e la festa rivela piano piano i suoi aspetti più corrotti e perversi, una sorta di riti dionisiaci in versione sud americana, dal furto allo stupro passando per l’incesto.

Madeinusa però sembra del tutto estranea a quest’atmosfera e le sue attenzioni ricadono forestiero il quale alimenta in lei il sogno di poter avere una vita migliore a Lima, città in cui sua madre tempo addietro scappò lasciandola sola con un padre seduttivo e una sorella invidiosa. E’ inconsapevole anche del nome irreale che le è stato dato e appare stupefatta davanti alle spiegazioni del forestiero che cerca di spiegarle che Madeinusa non è un nome adatto a una persona. Ma lei forse nemmeno sa cosa siano gli USA, della vita conosce solo quel villaggio e i volti che lo popolano.

Nei due giorni di festa le ore trascorrono, tra preghiere e sesso, crocifissi e alcool, vergini e violenza, tutti sembrano aver perso la ragione.

Tra il giovane forestiero e la candida provinciale nasce una sintonia dettata dalla voglia di allontanarsi il prima possibile da quella realtà grottesca e selvaggia che abbruttisce e logora.

Solo uno di loro riuscirà a lasciarsi alle spalle tutto e a fuggire verso la sognata Lima.

Claudia Llosa in questa sua opera prima fa le prove generali per quello che sarà poi il film che la condurrà al successo internazionale, il Canto di Paloma appunto.

Madeinusa infatti è un film del 2006 frutto di una coproduzione ispano-peruviana.

Subì in Perù fortissime censure ma raccolse premi su premi in Europa acclamato da pubblico e critica, ovviamente in Italia non è arrivato né arriverà mai.

La Llosa ha cuore il concetto di femminilità e di dignità della donna ma non è una femminista arrogante e banale, anzi i suoi film sono delicati quanto taglienti, dosano sapientemente la denuncia sociale e la riflessione individuale.

La denuncia della condizione di degrado a cui è ancora soggetta la donna è condotta senza fronzoli strappalacrime o scene inutili.

Le ambientazioni e i personaggi appartengono prettamente alla comunità rurale, la quale è analizzata in tutti i suoi aspetti così diversi dal mondo cittadino. Verrebbe da pensare che ci si ritrovi davanti a una sorta di “neorealismo peruviano”.

A rimetterci pesantemente è la figura maschile con la sua volgarità e insensibilità, ma anche qui la Llosa non si perde in temi già visti o trattati perché il segno comune sotto cui agiscono tutti, uomini o donne che siano, è la malvagità che va di pari passo con il credo religioso. Ma anche la figura femminile per quanto vittima, è criticata per la facilità con cui china il capo davanti ai soprusi maschili e soprattutto per l’incapacità di trovare nell’unione il punto di forza da cui far nascere una possibile reazione.

Fede e lussuria si mescolano, dando forma a un impasto viscido e untuoso che solo l’essere umano può creare. Madeinusa è la Vergine, la reincarnazione di Maria e in una scena bellissima si accosta a un manichino di un Cristo esanime, caduto vittima anche lui della volgarità e ipocrisia del genere umano.

Il film straripa di riferimenti religiosi con statue sacre e processioni, ma ciò che si avverte non è altro che un clima di alienazione in cui ognuno fa del credo quelle che vuole, la religiosità sembra affermarsi solo a un livello estetico e ordinario ma non tocca le corde della coscienza. E in questo clima, dove Cristo sembra ormai essere morto e assente da secoli piuttosto che da due giorni, le preghiere non servono come non servono le genuflessioni all’altare perché la vita è diversa, è cattiva e  amara, in grado anche di contaminare la fede.

Il Canto di Paloma e Madeinusa scorrono su binari paralleli, toccando temi e ambienti comuni ma il secondo, forse perché opera prima e quindi guidato dalla voglia di osare, è il più forte e incisivo.

Anche qui la protagonista è Magaly Solier (cantante, attrice e modella peruviana) che con il suo sguardo malinconico è la colonna del film, il centro di gravità attorno a cui ruota tutta la storia.

E’ bravissima quanto bella, sostenuta da una regia e una fotografia eccellenti.

Perché l’opera sia stata censurata è presto detto, Madeinusa è un film scomodo che racconta ciò che deve essere taciuto e getta ombre su quell’istituzione che è la famiglia, ma più in generale sulla società che pur di giustificare le proprie colpe e raggiungere i suoi fini sarebbe disposta a crocifiggere chissà ancora quante volte Cristo, e perché no anche a stuprare sua madre.