“Ma tanto lo so che le tue paladine sono la Gregoraci e Barbara D’Urso mica la Montalcini e la Curie”.

Dall’alto della collinetta ammiravamo quella distesa di verde immensa, ambrata dai raggi del tramonto. Nessun rumore, solo i nostri respiri e il fruscio dei pensieri.

Non parlavamo, c’era un reciproco rispetto verso il silenzio come a non voler infrangere un patto sacro stretto con qualche presenza invisibile.

In lontananza, sforzando un po’ la vista, si potevano scorgere le sagome di palazzi che con la loro possanza sembravano minacciare la campagna e dirigersi lentamente verso quel piccolo spazio ancora incontaminato e chissà per quale motivo sopravvissuto fino a quel momento.

Era la prima volta che io e mio zio ci trovavamo da soli e a dire il vero a stento c’eravamo mai scambiati qualche parola nel corso degli anni.

Avevo dodici anni e giustamente pensavo che il mondo adulto fosse sordo alle mie parole, lui ne aveva trentacinque e viveva in un perenne stato di malinconia che mai riuscii a decifrare.

Ci eravamo allontanati dal pranzo domenicale che come ogni domenica primaverile si svolgeva in campagna dai miei nonni, riunendo la famiglia più controvoglia e con spirito di sacrificio che con libera iniziativa.

Alla fine del pranzo quando ormai le conversazioni erano cessate, ridotte al silenzio dal peso del cibo sugli stomaci, lui si allontanò dirigendosi verso un albero di ulivo io ed io non so perché lo seguii.

Arrotolò una sigaretta e fissandomi mi fece cenno con la testa verso la collinetta qualche centinaio di metri più in là ed io senza dire una parola, con un po’ di sospetto, m’incamminai con lui.

Forse ho sbagliato nello scrivere “sospetto” la mia era più angoscia mista a imbarazzo. Come se mi stessi allontanando con un estraneo. E in un certo qual modo lo era.

Poi in famiglia su di lui non giravano belle storie, alcool e qualche problema con gli antidepressivi avevano portato scompiglio nella sua vita o forse lo scompiglio se lo era creato da solo. Si citava sempre sottovoce l’episodio in cui da ubriaco diede fuoco a un asilo o quando aggredì un prete a morsi.

Ma questo lo fece da sobrio e alla comunione di mia cugina.

Ma ora eravamo lì, su quella collina, insieme chissà per quale motivo inspiegabile.

Volevo tornar indietro ma tentennavo e prendevo tempo come il bambino che sull’orlo del trampolino non sa se lanciarsi o tornare indietro.

Un muro d’interminabili minuti di silenzio sembrava sovrastarci. Claustrofobia esistenziale l’avrei chiamata da lì a qualche anno.

Forse lui avvertì il mio disagio, credo palese, e mi sorrise.

L’ultima volta che aveva sorriso era stato esattamente il momento successivo all’aggressione sul prete.

Si girò e arrotolando un’altra sigaretta, sospirando, mi disse:

“Le femmine sono tutte puttane”.

Vi aspettavate che mio zio infilasse la sua lingua nella mia bocca o uscisse il batacchio per farmelo prendere in mano. Invece no. Mi spiace.

Per quello potete chiedere ai vostri di zii, anche se nessuno di loro ha mai bruciato un asilo.

Bene, oggi parliamo di “femminismo”.

Nel film Ex Drummer i protagonisti, tutti affetti da qualche handicap fisico, decidono di mettere su una band e chiamarla “The Femminist” perché come spiegherà il protagonista, le femministe o i femministi sono handicappati.

Al di là di questi paragoni e accostamenti che susciterebbero l’ira di una femminista o magari ancora di più degli handicappati (non li chiamo disabili perché ‘sta roba del fair play verbale la trovo una grande cazzata in una società dove ormai non si usa più nemmeno il congiuntivo e ci sa manda affanculo almeno tre volte all’ora) c’è da dire che il femminismo nessuno forse l’ha mai capito.

E vedere esemplari come la Santanchè e la Prestigiacomo parlare di diritti per le donne, loro che si ritrovano lì chissà per quale strano motivo, mi lascia perplesso.

Ma questo femminismo che cosa è?

Il detto comune è che anche le donne devono lavorare, preservare la loro autonomia ed essere rispettate, manco si stesse parlando dei panda in via d’estinzione.

E fin qui…

Quindi si ritrovano tutte insieme a festeggiare la festa della donna in night club, agitando le mimose davanti agli spogliarellisti moldavi con i capelli tinti di biondo.

Oppure a raccogliere firme per salvare l’ennesima donna che sarà lapidata o organizzare serate contro la violenza domestica.

Tutti passatempi che detto tra noi non servono a un cazzo.

Primo, le mimose puzzano e poi festeggi un evento che è la massima espressione dell’ignoranza.

Fai festa una volta l’anno e gli altri giorni che fai? Torni a cucinare e a prendere sberle da tuo marito?

Secondo, non cambi le regole e la cultura di un paese arabo con trecento firme, tra l’altro loro non vengono a romperti il cazzo se da te lasciano girare serial killer “per mancanza di prove”, inoltre le scarpe e le magliette che indossi sono state fabbricate in paesi con lavoratori sotto pagati (tra cui la donna che lapideranno e suoi bambini di cinque e sei anni).

Per la violenza domestica che dire… te lo sei trovato il maniaco e te lo tieni. Finchè non gli taglierai le palle nel sonno non imparerà mai, altro che maratone dell’informazione.

Ma questa ormai sembra roba vecchia e di altri tempi perché oggi abbiamo le donne manager, la donna indipendente, autonoma e che sa quello che vuole.

Considerazioni che potrebbero essere tranquillamente usate in uno spot per auto.

E infatti sembra quasi che ci volgiano vendere un nuovo tipo di donna, una uova immagine.

Dato che non bastava aver trasformato il sesso forte in una sorta di cyborg, dedito al lavoro e ossessionato dalla corsa al prestigio si sono inventati pure una storia per riscrivere il concetto di donna.

Come se lavorare e portare a casa 2000 euro fossero simboli di femminilità e prestigio.

Come se sedere dietro a una scrivania sgobbando tutto il giorno per poi tornare a casa e preparare i quattro salti in padella per cena fosse sinonimo di indipendenza e maternità.

La situazione è sfuggita di mano, lo sanno pure le femministe.

Cercavano diritti e alla fine si sono messi a fare gara a chi ce l’ha più grosso con i maschietti.

Una brutta situazione, insomma.

Una volta iniziata la competizione devi abbondonare il tuo ruolo e calarti nei panni dei tuoi avversari, quindi fingere di avere un pisello tra le gambe e porti al loro stesso livello.

Da donna diventi uomo e non centra un cazzo se indossi minigonna e tacchi per salire al quindicesimo piano del Pirelli perché tanto la “femminilità” l’hai già mandata a quel paese nel momento in cui hai deciso di fare l’uomo.

Hai solo copiato, nulla di più.

Quindi è una lotta al potere o una lotto per i diritti?

La donna che sta a casa, pulisce e cucina è stato etichettata come simbolo negativo, l’uomo che si fa il culo al lavoro invece no.

Come se d’altronde ci fosse qualcosa di degradante nell’occuparsi dei figli o della casa.

Libera di cercarti un lavoro ma rivendicare una sorta di vendetta o giustizialismo è fuori luogo perché ti posso citare l’esempio delle donne che d’estate vanno a raccogliere i pomodori lavorando sotto il sole per poter crescere i figli. O quelle che puliscono le scale dei tuoi condomini ritrovandosi la schiena piegata in due a quarant’anni.

Forse sono loro le vere femministe, perché le battaglie le combattono tutti i giorni, mentre poi ci stanno le radical chic trentacinquenni che per una triennale in scienze sociali e un viaggio a Londra dicono di sapere tutto sul mondo e su come dovrebbe essere e in camera hanno la biografia di Belen.

Donna oggi vuol dire sedere su un divano in pelle con la ventiquattrore posata sulle gambe e Iphone nella borsa, se non sei così non conti un cazzo.

Parlate di femminismo e discriminazione maschilista quando siete voi le prime a spararvi addosso.

Poi c’è la questione della “donna oggetto”.

Lì sarebbe meglio stendere un velo pietoso.

Non puoi prendertela con gli uomini se ti guardano le tette, se ti se ti sei rifatta il seno e indossi un bikini alla veneranda età di cinquant’ anni. Non puoi adirarti se ti prendono in giro quando parli di valori femminili e poi passi ore guardando Uomini e Donne però giustificandoti dicendo di aver letto tutti i libri della Fallaci e dell’Allende. 

E poi dimmi: che c’è di male nel guardare le tette? Anche perché se non te le guardassi ci rimarresti male.

Non negarlo, oh donna.

Poi in giro vedo sempre concorsi di bellezza, accendo la TV e ci sono ragazze che ballano aspirando di passare una vita affianco al Gabibbo (Cristo, il Gabibbo. Ma vi rendete conto?).

Questo fa parte della teoria del femminismo?

No, lì vi lavate le mani e dite che è colpa di una società maschilista che ha manipolato la donna tramutandola in bambola.

Sì, ma tu cosa hai fatto per opporti?

Nulla.

Anzi magari ti andava pure bene e all’inizio giustificavi il tutto come l’inizio di una nuova ” libertà sociale”.

Quando le cose hanno cominciato a prendere una butta piega hai alzato la voce gridando alla scandalo e disgustandoti per quanto accaduto.

Donna, io non ce l’ho con te, credimi.

E’ che non ho capito cosa vuoi.

Vuoi il posto di Marchionne o dieci concorsi di Miss Italia all’anno?

Ricevere il premio Confindustria o partecipare al Telegatto?

E riesci ancora oggi a parlare di maschilismo e femminismo in un contesto che ha smaterializzato l’identità e imposto come valore unico la promozione del narcisismo?

Non portarmi esempi delle donne africane o dei veli arabi perché quelli, ripeto, so’ cazzi loro; dimmi piuttosto perché hai rinunciato alla possibilità di avere dei figli, perché rimandi il progetto di mettere su famiglia, perché a trentacinque anni limoni in discoteca come quando ne avevi diciannove.

Ora essere donna vuol dire rinunciare quelle cose da sempre hanno caratterizzato la femminilità.

Oggi diventare mamma può essere un ostacolo alla carriera come anche avere una relazione fissa, sono cose poco “femministe”.

Meglio giocare alla donna in carriera che sorseggia un Martini senza ghiaccio, nel suo studio con enormi finestre che si affacciano sulla baia di Seattle mentre il suo segretario le ricorda gli impegni delle giornata.

Ma tanto lo so che le tue paladine sono la Gregoraci e Barbara D’Urso mica la Montalcini e la Curie.

 

Annunci

The Woman

Era qualche anno che non vedevo un horror decente e a dire il vero avevo perso anche le speranze rifiutando di visionare qualsiasi prodotto recente, spacciato per tale.

Andare incontro a delusioni infatti è molto facile, basti pensare a quella boiata di The Human Centipede o ai vari remake dei classici anni 80’-90’.

Lo spirito con cui mi sono avvicinato a The Woman era più o meno lo stesso con cui accompagni tua madre all’Auchan.

Non mi aspettavo assolutamente nulla, anzi ero pronto a stoppare a quindici minuti dall’inizio, disperandomi per aver perso ancora tempo dietro l’ennesima coglionata di un regista originale come il tamarro di paese che gira in auto con la musica neomelodica sparata a palla.

Lucky McKee mi ha smentito felicemente. E’ stato infatti capace di costruire un film molto più interessante di quanto non sia stato già detto.

Siamo da qualche parte in America in mezzo a boschi, fiumi,montagne, fiori, laghi… insomma avete capito.

Qui la famiglia Cleek possiede una bella casa nella quale trascorre le sue giornate scandite dall’autoritarismo di un pater familias stile Calabria anni ’30.

Durante una battuta di caccia proprio lui scova una donna selvaggia (una Pollyanna McIntosh strepitosa che abbandona le passerelle per ricoprire un ruolo del tutto opposto) totalmente immersa in una vita primitiva.

Chris decide di catturarla con lo scopo di civilizzarla ma anche perché ne è attratto sessualmente.

Invece di farne un segreto decide di condividere tutto con la famiglia la quale è incaricata di mantenere la massima riservatezza sulla questione e soprattutto di aiutarlo a gestire la “bestia”.

Il nuovo “membro della famiglia” ovviamente attira su di sé tutte le attenzioni della casa in maniera così forte, che nessuno sembra interessarsi o accorgersi di ciò che accade tra le mura domestiche. La loro figlia Peggy infatti è incinta e il secondogenito a notevoli problemi di socializzazione a scuola.

A ciò si aggiunge l’ossessione di Chris per quella donna, un’ossessione che diventa gelosia per sua moglie Belle.

Il tempo passa e la selvaggia è costretta a sottomettersi alle pratiche educative crudeli della famiglia e a subire umiliazioni giorno dopo giorno subendo anche abusi sessuali e torture.

Se da una parte infatti Chris si diverte a scoparla, dall’altra il figlio riversa sulla sventurata tutte le sue perversioni sadiche.

E’ ovvio che il tutto è destinato a degenerare, la vendetta della “donna” sarà atroce determinando un finale spietato e cinicamente perfetto.

McKee dicendolo chiaramente ha avuto culo.

La farina non è tutta del suo sacco infatti la sceneggiatura è di Jack Ketchum pluripremiato romanziere horror che ha prestato la sua opera al “fortunato” Lucky (mamma mia che gioco di parole!) ma non solo, l’ha anche assistito durante le riprese consigliandolo e adattando il romanzo alla narrazione cinematografica.

Sì, davvero una bella botta di culo.

Il risultato si vede: il film è solido, scorre che è una bellezza e non ha lacune dettate dall’inesperienza.

E non è nemmeno un film fine a se stesso in cui la violenza ha il solo compito di intrattenere. No è un’ opera che ha anche il suo perché a livello di contenuti.

Partiamo da lontano dicendo che episodi del genere sono davvero accaduti nel corso della storia e cioè ritrovamenti di persone che vivevano come animali in boschi o foreste. Il caso più celebre è quello di Victor (Truffaut ne fece anche un film, “L’enfant sauvage”), il bambino lupo ritrovato in una foresta  vivendo comportandosi come un lupo. I pedagoghi cercarono di istruirlo, di insegnarli a parlare e a comportarsi da “essere umano” sottoponendolo a sforzi inauditi e tremendi. Victor non imparò mai, rimase sempre un bambino lupo.

“La donna” è un po’ come Victor strappata dal suo ambiente naturale e costretta vestire i panni della civilizzazione. Un ruolo che non può e non vuole ricoprire, lei viene dai boschi, è sempre stata libera e conosce leggi del tutto diverse.

Il suo corpo imbrattato di sangue e fango, i suoi occhi truci da predatrice si scontrano con l’atmosfera di porcellana di casa Cleek dove tutto è lindo e al passo con i tempi.

“La donna” porta in sé una rivelazione ancora più grande che abbaglia e incanta i membri della famiglia, per quanto sporca e spaventosa il fascino di libertà che emana rende invidiosi i suoi aguzzini.

Lei rappresenta l’indipendenza dal conformismo, lo svincolo dai dogmi opprimenti della società.

E mentre Belle subisce le umiliazioni del marito venendo picchiata e tradita, la selvaggia lotta, morde e non si arrende. Nonostante non indossi minigonne e non sia una dirigente di qualche multinazionale, è lei l’ultimo e forse l’unico baluardo del femminismo.

E’ lei che custodisce i resti di una dignità, consegnata da tempo alle mani del perbenismo e dell’ipocrisia.

Ma c’è altro, The Woman offre spunti anche a livello più grande, descrivendo con metafore efficaci la situazione socio-politica di oggi.

Chris vuole civilizzare pur non essendo lui stesso un esempio di civiltà, imponendo la sua violenza sulla famiglia e trascurando i suoi doveri di padre.

Lui rappresenta quel mondo occidentale, pronto a etichettare come “selvaggi” popoli che oppongono resistenza all’occidentalizzazione della loro cultura e allo sfruttamento della loro terra.

Più di un semplice film, questa è antropologia pura.

 

“Ci si ritrova sommersi da ricettari, biografie di calciatori e manuali sulla dietetica senza dimenticare i romanzi con annessa bambina morta trovato nel lago”.

“Praticamente ha incontrato Fabio Volo al mare e gli si è messo a correre dietro per chiedergli l’autografo…”

“Ma era ubriaco?”

“Macché ubriaco, i libri di quello se li è letti tutti. Lo adora, per lui è un mito”.

“Fabio Volo…”

“Già…dice che lo fa riflettere, che le sue massime lo aiutano a pensare…”.

“Che dici, andiamo in montagna l’anno prossimo?”

Questa conversazione è realmente accaduta, in un posto reale, con una persona reale e anche l’episodio di cui si parla, purtroppo, è avvenuto realmente.

Ho già scritto “reale”?

Generalmente le considerazioni su una persona si esprimono in base ai comportamenti o modi di pensare, fatta eccezione per i napoletani che è d’obbligo portarli sul cazzo a priori.

Ma non siamo qui a giudicare chi legge Fabio Volo o i napoletani che alla fine so’ tutti stronzi, troppo facile sparare sulla Croce Rossa pur se divertente. La sensazione è che il giudizio, la critica e l’opinione abbiano perso il loro valore, forse colpa di un contesto che toglie a tratti anche la voglia di uscire da casa per fare la spesa.

Una società la puoi giudicare in tanti modi: dal numero di guerre scatenate in un anno, dal tasso di disoccupazione, dalle Coppe del Mondo vinte o dal prezzo della birra negli Autogrill, ma nessuna analisi sarà efficace quanto la classifica dei libri venduti.

Basta fare un giro su Internet e si scopre che i libri più venduti nel nostro paese (ma anche nel resto d’Europa si difendono bene) sono quelli della magnifica trilogia delle Cinquanta Sfumature.

Opere che ovviamente non ho letto né mai lo farò, ma che giudico solo dopo aver sfogliato poche pagine ed essermi accorto che non si parlava altro che di scopate, tradimenti e basta.

Un libro non si giudica dalle prime pagine ma se mi chiami la protagonista Anastasia e scrivi in maniera pessima è ovvio che il compito di proseguire per le prossime trecento pagine sarà impossibile.

Quindi Anastasia scopa con un tizio di cui non ricordo il nome, a lui piace il BDSM e fanno tante porcate in questo modo.

Milioni di copie vendute nonostante gli stessi lettori abbiano riconosciuto come il romanzo sia scritto di merda, ma si sa se parli di tette, culi, figa e in più di PVC vai alla grande.

A tal proposito mi dovete spiegare, se avete tempo, che differenza ci sia tra la pornografia video e quella cartacea.

Perché se mi sgamano sulla cronologia il video di un negro che s’ingroppa una MILF sono un pervertito ma se una cosa del genere è scritta e letta da milioni di persone è letteratura magari arte.

Ma torniamo alle Cinquanta Sfumature, cosa ci ha insegnato il suo exploit?

Nulla di quanto non già non sapessimo e cioè che siamo dei cerebrolesi ignoranti sessualmente frustrati.

Pretendere di trovare in cima alle classifiche la Austen o Hugo sarebbe deleterio e anacronistico oltre che sublime, bisogna mettersi al passo con i tempi e cominciare a percepire la lettura non più come istruzione oltre che passatempo ma solo come passatempo.

Questo si traduce in ore spese a leggere roba improponibile, banale e sterile che non occupi spazio nella mente, che non faccia riflettere e che al massimo spinga a sognare la nostra vita su una baita di montagna, davanti a un tramonto roseo e seducente pervasi dalla piacevole sensazione che George tornerà ben presto dal lago e mi avvinghierà in un abbraccio sensuale per poi ingropparmi con i 30 cm di Senegal.

E’ questo il momento in cui gli sforzi di quei poveri coglioni dai cognomi come Orwell, Wilde, Rousseau, Bradbury, Zola e via di seguito vengono completamente resi inutili.

Mentre George o Ronny o Harry o Anastasia si divertono  a scopare attirando l’attenzione dei lettori, che potranno trarre spunto da quelle gesta per la loro vita sessuale calpestando contemporaneamente le loro intelligenze e istruendo i figli con l’esempio a leggere immondizia, la vera letteratura viene dimenticata.

1984 diventa  una serie di numeri casuali, il De Profundis un’ipotetica opera religiosa, il Contratto Sociale un libretto che ispira diffidenza a causa di quel tono un po’ giuridico.

La prima funzione di un libro è di istruire, la seconda di riflettere la terza di offrire spunti per leggere ancora di più.

Entrare in una qualsiasi libreria oggi vuol dire vedersi circondare da copertine luccicanti dai titoli che rimandano a stupri, amori sotto la torre Eiffel e amicizie tra i soliti bambini arabi che fuggono insieme per cercare di costruire un mondo migliore.

Un Luna Park dove tutti diventano scrittori con poco e con ancora meno si aggiudicano l’attenzione di un pubblico che ormai metabolizza solo certe notizie, solo determinate parole, solo le solite stronzate.

Dicono che leggere fa bene ma non dicono che dipende anche dalla roba che leggi.

Anche mangiare frutta fa bene, meno se trattata con diserbanti o cresciuta su suoli inquinati.

Ecco il problema è quello, leggiamo roba inquinata.

Da qualche decennio, e  precisamente da quando hanno cominciato a classificare tutto ciò che era merda ma non volevano che si dicesse fosse merda con il nickname di “Pop” oppure “moderno” “attuale” “innovativo”, è cominciata l’operazione: “Cresci i tuoi figli idioti e se possibile accodati a loro”.

L’operazione consiste nello standardizzare qualsiasi cosa ti circondi, da quello che mangi e appunto anche a quello che leggi.

La standardizzazione semplifica perché: permette di tirare su individui che vogliono e si accontentano delle stesse cose, appiattisce il modo di pensare, anestetizza e rende intellettualmente impotenti.

Avanza, inghiotte tutto quello che incontra, riempie gli scaffali di nuovi libri, nuovi autori, nuove storie e lo fa di continuo perché ogni anello è interscambiabile con un altro, ogni libro la fotocopia di un altro.

Ci si ritrova sommersi da ricettari, biografie di calciatori e manuali sulla dietetica senza dimenticare i romanzi con annessa bambina morta trovato nel lago.

Un vortice di merda che ha assunto il nome di cultura, una cultura che insegna a fare le lasagne con il radicchio e a perdere le sue calorie ingurgitando succhi di frutta al ravanello per tre volte alla settimana, una cultura che porta a venerare esemplari come Ibrahimovic e Tiziano Ferro gente, che è l’ombra di se stessa.

E noi seguiamo le ombre, cavalchiamo i crepuscoli del non ritorno brindando all’era dell’anonimato, l’unica in cui pure la disperazione ha perso senso.

Avvolti in mantelli scuri e pesanti  copriamo le nostre nudità e percorriamo i deserti della solitudine, invocando un cambiamento che ci porti fuori dalla crisi, dall’infelicità, dai tranquillanti e dai Natali passati a inviare gli auguri al proprio figlio via SMS.

Una lunga processione di anime, che barcollano ogni qualvolta il vento della realtà imponga la sua forza spietata sulle loro spalle.

Una fila silenziosa e grottesca che arranca e s’inginocchia, e poi prosegue, stringendo al petto un libro di Fabio Volo.