Paradise Lost, la trilogia

Paradise Lost è un titolo equivoco che ha tantissimi rimandi dalla letteratura -basti pensare al capolavoro di J.Milton-, alla musica con l’omonima leggendaria band gothic rock.

E’ un titolo malinconico, decadente e allo stesso tempo poetico, proprio come il libro di Milton e le melodie di Nick Holmes e soci.

E’ un titolo perfetto per i tre documentari della HBO sui “Tre di West Memphis”.

Andiamo con ordine.

E’ il 6 maggio del 1993 quando la comunità di West Memphis viene sconvolta dal ritrovamento dei cadaveri di tre bambini: Christopher Byers, Stevie Branch e Michael Moore.

I corpi selvaggiamente picchiati sono stati rinvenuti nel boschetto che circonda la cittadina e, particolare non poco rilevante, quello del piccolo Christopher ha subito anche un’amputazione genitale.

L’America e sotto shock, figurarsi gli abitanti della religiosissima comunità.

Le cose però sono destinate a peggiorare.

Come presunti colpevoli vengono indicati tre adolescenti: Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin. Le accuse reggono principalmente sul fatto che i tre fossero stati sospettati più volte di svolgere riti satanici, di vestire costantemente di nero e adottare comportamenti equivoci. Oltre al fatto che alcuni loro coetanei gli avessero sentiti vantarsi di aver commesso l’omicidio (indizi poi rivelatisi falsi).

Non il massimo se abiti in una cittadina bigotta.

Jessie viene subito interrogato per undici ore e alla fine confessa, la corte si dischiara inflessibile: pena di morte per Damien e vent’anni agli altri due.

Giustizia sembra fatta.

Joe Berlinger e Bruce Sinofsky decidono di filmare tutta la vicenda per la HBO: intervistano famigliari, accusanti e accusati, entrano persino nelle aule di tribunale durante le udienze.

Praticamente riprendono l’intera vicenda per intero senza lasciarsi sfuggire nulla.

Per diciotto interminabili anni.

Il tutto porta alla realizzazione di tre documentari, il primo dei quali è: Pardise Lost “The Child Murders at Robin Hood Hills” (1996).

L’opera ottiene un successo immediato perché ha il merito di fornire dettagli sull’accaduto e soprattutto mostra una miriade di incoerenze e imprecisioni avvenute durante i processi.

Il materiale raccolto è impressionante.

Sostanzialmente i tre ragazzi sono stati rinchiusi senza prove e la confessione strappata a Jessie è stata forzata (undici ore di interrogatorio non-stop) per di più senza la presenza di un avvocato. Cosa gravissima dato che il ragazzo aveva un Q.I di 72 (quasi al di sotto del limite legale).

La reazione dell’opinione pubblica è devastante, si crea un movimento per la tutela dei diritti dei tre detenuti, soprattutto per quelli di Damien che va incontro alla pena di morte.

Si ritorna in aula ed è tempo per il secondo capitolo.

Pardise Lost: Revelations (2000) s’incentra proprio sul post documentario e sull’impegno dell’opinione pubblica per far riaprire il caso. Intanto i tre di West Memphis in carcere vengono ripetutamente violentati dagli altri detenuti e a nulla servono gli appelli fatti ai legali.

Ma qualcosa si muove, e udienze su udienze smontano la tesi iniziale facendo vacillare il sistema giudiziario americano.

Terzo capitolo, Paradise Lost: Purgatory (2010).

La parte più complessa dei tre documentari, la più amara e assurda.

Damien, Jessie e Jason vengono liberati ma per lo Stato rimangono colpevoli. Non possono essere condannati per mancanza di prove e anche alla luce dei fatti risultano innocenti. E’ una situazione giuridica priva di senso e mortificante. Contemporaneamente sarebbero venute alla luce molte altre prove (tra cui quella del DNA) che condurrebbero verso un altro indiziato Tory Hobbs (patrigno di una delle vittime).

La giustizia americana tace, non approfondisce, forse per paura di mostrare alla nazione i suoi errori.

Rimangono le vite segnate di tre innocenti che hanno trascorso vent’anni tra inferno e purgatorio e che difficilmente vedranno il paradiso.

Quello ormai è perduto.

Va detto prima di tutto che i tre documentari ovviamente coprono archi temporali diversi (1996,2000,2010) dato che la vicenda è durata quasi vent’anni.

L’HBO ebbe un’intuizione geniale e cioè quella di riprendere un evento di cronaca complesso come quello di West Memphis che racchiudeva una miriade di contraddizioni e spunti di riflessioni. Un caso socio-mediatico notevole.

Joe Berlinger e Bruce Sinofsky sembrano i veri detective del caso, arrivano dove la superficialità della polizia non è arrivata, pongono domande inquietanti e si muovono con maestria nei meandri nella torbida comunità dell’Arkansas.

Non ci risparmiano nulla, nemmeno le inquadrature sui cadaveri o i primi piani sulle lacerazioni presenti sui corpi.

Le loro opere dipingono un ritratto di un’America a pezzi e vacillante, priva di punti di riferimento morali ed etici.

Capace di condannare tre adolescenti a causa del loro abbigliamento “macabro”, di togliere loro ambizioni e speranze perché non in linea con i dettami morali di una comunità assuefatta dalla religione e dal perbenismo.

Joe Berlinger e Bruce Sinofsky ci mostrano persino i volti dei personaggi che affollano questa mondo grottesco, ci fanno ascoltare le loro voci: giudici immorali, avvocati viscidi, famiglie che si reggono in piedi facendo finta di non vedere la merda che le circonda.

E’ il ritratto della desolazione e della rassegnazione che trovano espressione nei volti di Damien, Jessie e Jason, distrutti e in capaci di opporre resistenza davanti alle accuse infondate.

I loro sguardi persi nelle aule dei tribunali, le voci flebili e atone ci descrivono un’America che ha perso tutto, che ha raccontato balle quando parlava di uguaglianza e tolleranza.

Qui cade tutto a pezzi e si da ancora caccia alle streghe.

E’ l’Inferno.

E’ un viaggio alla scoperta delle nostre illusioni e ipocrisie, una passeggiata nel deserto della menzogna americana, dei suoi sogni che rimarranno tali, delle lacrime versate in una cella e del sangue di tre bambini sparso per chissà quale motivo.

Il tutto accompagnato dalle musiche magistrali dei Metallica, band preferita dei “Tre”

“La gente ha pregiudizi, paura, la gente odia…[] Ho dichiarato la mia innocenza e mi hanno rinchiuso, ho dichiarato di essere colpevole e mi hanno lasciato andare. Questa non è giustizia”.

(Jason Baldwin)

….And Justice for all

Consegnare il Nobel per la Pace all’Europa è un po’ come consegnare l’Oscar come migliore attore a Lino Banfi per la serie un “Medico in Famiglia”.

Meno male che l’Europa ha vinto il Nobel per la pace.

Ora mi sento più sicuro, contento, direi felice.

Estasiato di sapere che un circolo di vecchi massoni decrepiti ha assegnato un premio così prestigioso alla nostra Europa.

Premio che fu consegnato tempo addietro anche a un certo Arafat, uomo noto per il suo charme politico e bellico.

Premio cui è stato candidato Silvio Berlusconi nel 2009, uomo noto nel mondo del porno.

Che poi per Europa intendi la stessa che intendo io?

Cioè quel continente che ammassa popoli che se potessero se la metterebbero nel culo a vicenda?

Lo stesso continente che supporta le “missioni di pace” degli US?

Lo stesso che ha instaurato un regime economico a scapito dei più deboli?

Beh, allora festeggiamo.

L’assegnazione del premio è stata giustificata sostenendo che l’Europa ha contribuito notevolmente al mantenimento della pace e alla difesa dei diritti umani, mica cazzi.

E alla Svizzera allora che avrebbero dovuto consegnare, due Mondiali e quattro Europei?

Leggere che l’Europa ha vinto il Nobel affianco a notizie che raccontano di proteste nelle piazze e aumento del tasso di disoccupazione fa ridere.

                                                         (L’unica vera “Europa” mai esistita)

Non so cosa intendano gli intellettuali del salotto di Oslo per “pace”, probabilmente la possibilità di evitare un disastro nucleare o una nuova invasione della Polonia a causa di qualche sociopatico, onestamente non lo so, ma tutto quello che leggo, vedo e sento a proposito dell’Europa sa di tutto meno che di pace.

Forse i vecchiacci non si sono resi conto che qui sta collassando tutto e non solo a livello economico ma anche culturale e sociale.

Loro parlano di pace senza accorgersi che in Grecia e in Spagna se il popolo potesse impalerebbe i suoi parlamentari.

Probabilmente non guardano nemmeno la TV o leggono i giornali, non sanno degli scontri per le strade, delle riforme drastiche che stanno riducendo molte famiglie alla fame.

Credo non avvertano l’odore di odio e disprezzo verso quella bandiera blu stellata che ormai rappresenta una dittatura.

Dell’Europa non se ne sbatte un cazzo più nessuno a parte i tedeschi che fanno finta di schifarla (devono fare sempre i superiori in tutto, poi però girano con i sandali e bermuda a scacchi per otto giorni di seguito a Verona d’estate) quando invece dovrebbero ricordarsi di pagare i debiti dell’ultima guerra, di cui 70 miliardi di euro proprio alla Grecia.

Guarda un po’ le coincidenze infami.

Ditemi dov’è la pace. Vi prego indicatemela, metteteci un cartello, un qualcosa.

Forse l’abbiamo garantita fuori dai nostri confini?

Nemmeno, perché abbiamo pisciato su ogni muro possibile con le nostre armate: dall’Africa all’Asia.

Il meraviglioso pretesto di garantire la democrazia e la “stabilità” in paesi devastati dalla guerra civile è stato il nostro slogan buonista negli ultimi quarant’anni, fondamentalmente si è rivelato solo una scusa per andare a rompere il cazzo a chi di guai ne aveva già troppi.

Ci siamo autoproclamati salvatori insieme agli USA e ricompensandoci portando vi accordi che ci favorissero a livello economico.

L’Europa non è stata in grado di garantire un minimo la salvaguardia dei diritti umani, basti pensare alla Francia quando negò l’entrata degli immigrati libanesi durante la rivoluzione (un annetto fa), con il tacito consenso di tutti gli altri capi di stato.

Ma non c’erano proprio più altre alternative per la consegna del Nobel?

Tipo la solita giornalista detenuta in Amazzonia per quattro anni o un cinese a caso condannato per aver scritto “W La Fica” sulla Muraglia?

Consegnare il Nobel per la Pace all’Europa è un po’ come consegnare l’Oscar come migliore attore a Lino Banfi per la serie un “Medico in Famiglia”.

Surreale e ridicolo.

A questo punto assegnate pure un Nobel per il miglior stronzo dell’anno, giusto per capire un po’ i criteri in base ai quali sono fatte certe scelte.

Per il prossimo anno onde evitare casini o premiazioni alla cazzo di cane, ho messo giù una lista di eventuali candidati che probabilmente meriterebbero di essere riconosciuti e valorizzati per le loro azioni volte a salvaguardare le sorti dell’umanità.

Alla gentile attenzione della Giuria del Nobel per la Pace:

  • Rambo
  • Goku
  • Steven Segal
  • L’attrice gnocca di Twilight
  • Max Pezzali
  • Il tizio che inventato Age of Empires
  • Emanuele Filiberto di Savoia
  • Bugs Bunny
  • Christian Ronaldo
  • Suor Germana
  • Dott. House
  • Il Lussemburgo
  • Ryanair
  • Gesù
  • Germano Mosconi
  • Geroge W. Bush
  • Gli Immortal
  • Dawson Leery
  • Raul Bova
  • Maurizio Costanzo
  • Il tipo della strage di Utoya
  • John Travolta
  • La vita in diretta
  • L’Istituto Professionale di San Severino Marche
  • La Morte
  • La Corsica
  • Gianpiero Galeazzi
  • L’orso Yoghi
  • Ponzio Pilato
  • Rihanna
  • Le erasmus spagnole
  • La Dinamo Kiev
  • Telenorba

Girl Model

 

Quelle poche volta che mi son ritrovato a sfogliare una rivista di moda mi sono sempre chiesto da dove arrivassero tutte quelle ragazze e soprattutto quanto durasse il momento di gloria.

Un giorno sei sulle pagine di Vogue e il giorno dopo non t’è se incula più nessuno.

Perché la moda come ogni mercato, anzi forse più degli altri, muta in continuazione.

La necessità di nuovi volti, espressioni e sguardi accattivanti rende necessario un costante ricambio di carne umana.

Si marcisce in fretta la dentro. Hai pochissimo tempo per arrivare al vertice e conquistare il tuo spazio, te ce ne vuole ancora meno per uscire dal circuito e finire alle fiere a fare la hostess per la Mondial Casa.

In realtà le modelle che sfilano a Parigi, Milano e New York non sono altro che la punta dell’iceberg di un sistema molto più complesso e articolato.

Loro sono le privilegiate, le vestali della moda.

Ciò che giace sul fondo, la parte più grande del sistema, è costituito da una folle di ragazze e preadolescenti disposte a tutto pur di entrare nell’Olimpo degli scatti.

Loro non sono la Schiffer o la Casta, no.

Sono comuni esseri mortali su cui purtroppo si abbatte la tempesta della speculazione.

Quanto più c’è desolazione tanto più le possibilità di trarre profitto saranno maggiori, questa è la legge più importante del mercato.

Prendiamo la Siberia, un’area del mondo dimenticato anche dall’atlante geografico Zanichelli e poniamo la nostra attenzione su una talent scout della moda.

La vediamo che esamina in un grande padiglione ragazzine in costume, tutte rigorosamente minorenni.

Le scruta, scatta foto, gira filmati e commenta.

Nell’aria c’è trepidazione, entusiasmo e anche un po’ di stanchezza per le ore passate in piedi ad aspettare il proprio turno.

La posta in gioco è alta: un bel contratto con un’agenzia che condurrà le selezionate  in Giappone, per essere immortalate in scatti magnifici rendendole ricche e famose.

Tra le selezionate c’è Nadya, 13 anni, di famiglia modestissima.

In Russia diventare modelle vuol dire sfuggire alla fame e soprattutto dar da mangiare anche alla famiglia e, particolare non meno interessante, evitare di finire sul marciapiede.

Per questo la madre di Nadya l’ha sempre sostenuta nei vari concorsi e ora che la figlia è stata scelta tra centinaia di ragazze non può che dichiararsi soddisfatta.

Nadya arriva a Tokyo, non conosce la lingua e non ha soldi, viene condotta nel suo appartamento di 20 mq e la sua unica attività per settimane sarà quella di fare casting su casting.

Il tempo passa e nonostante le rassicurazioni delle talent scout, Nadya sente che le cose non vanno per il verso giusto anzi vanno davvero male.

Soldi non ne ha visti, si è indebitata e le manca la famiglia.

Intanto i flash si susseguono ma non è diventa una star, è una comune ragazzina che si aggira per Tokyo spaesata e impaurita.

Non sa nemmeno se le sia permesso sperare, le dicono che è tutto ok.

Nadya piange ma le foto non ritraggono mai lei sue lacrime.

Il bello di tutto ciò è che non si parla di un film ma di documentario, tutto quello che vedrete è vero, ripreso senza censure.

 In Girl Model, Ashley Sabin e David Redmon seguono dalle fasi iniziali il processo di selezione per aspiranti modelle, la vicenda viene narrata da Nadya e dalla talent scout che l’ha scoperta.

Si parte dalla Siberia per arrivare al Giappone, osservando da vicino il malato meccanismo che aziona l’industria del fashion.

Ragazzine di tredici anni strappate alle famiglie in cambio di promesse magnifiche, condotte in terra nipponica e abbandonate nelle grinfie di varie agenzie.

Un vero e proprio sfruttamento minorile perché le ragazze non vengono pagate, benché posino per servizi fotografici e cosa ancora più grave, non avrebbero l’età per farlo.

Vivono in appartamenti minuscoli, a volte non mangiano per giorni e sono costrette a sottostare alle rigide formule del contratto che hanno firmato (se crescono di un centimetro tornano a casa, non possono nuotare, prendere il sole e devono seguire una dieta tremenda).

Il tutto si contrappone con il sorriso smagliante della talent scout, anche lei ex modella, anche lei passata per quell’inferno ma che sembra assolutamente non toccata dalle torture subite dalle ragazze.

Anzi sembra del tutto fottersene delle tristezza e del disagio di Nadya.

Lei fa parte di un vera e propria fiera della carne umana, di corpi sbattuti da uno studio a un altro manco fossero carcasse. Lei è una dei tanti macellai.

La sensazione è di trovarsi a un mercato dello sfruttamento minorile con l’aggravante che tutto si svolge alla luce del sole ed è regolamentato da contratti assurdi.

Si specula sulla miseria, sui sogni, sulle speranze ma soprattutto si specula sulla dignità.

L’opera della coppia Sabin- Redmon cerca di aprire uno squarcio sulla perversione di un mondo, quello della moda, che nasconde situazioni vergognose e crudeli.

Lo stile è documentaristico al 100%, nessuna recitazione, solo videocamera e dialoghi.

Originale nel suo coraggio e nella sua spietatezza, giustamente freddo e tagliente.

Non è un’opera di denuncia ma d’informazione, non si condanna o si lanciano appelli, semplicemente si mostra la realtà perché poi sarà lo spettatore a giudicare quanto visto.

E forse proprio qui giace la forza di Girl Model, nella sua ostinazione del voler riprendere tutto senza scendere in dichiarazioni umanitarie o gridare allo scandalo.

Premiato al Festival di Roma del 2011 come miglior documentario.

Roba che fa bene al cervello.