“Date retta a me, i Maya so’ mejo”.

Sono un ragazzo timido.

Preferisco starmene in disparte, in un angolo a osservare ciò che accade.

Ho timore di confrontarmi con altre persone, vedermele davanti e ascoltare ciò che hanno da dire.

Ve l’ho detto, sono un ragazzo timido.

Arrossisco se mi presenti una ragazza, sudo come un maiale se mi porti a feste e party pieni di corpi che si agitano.

La mia cameretta è meglio, è più sicura e mi mette a mio agio.

Lì ho i miei libri, i miei cd e DVD. Lì sto bene e ho un piccolo mondo dove nessuno MIROMPEILCAZZO.

Ecco, più che timidezza è che mi fate schifo.

No no, stop. Non è come pensate, non faccio lo snob intellettuale o l’alternativo che porta sui coglioni tutto e tutti.

Io semplicemente voglio starne fuori, non ci voglio entrare nei vostri spazi e conversazioni.

Proprio non mi vedo a esultare per la vittoria di Obama, a discutere della democrazia delle primarie del PD, a firmare petizioni per le donne che devono essere lapidate  e a programmare la pasquetta del 2013 che tanto tra manco un mese siamo morti tutti.

Spero che i Maya abbiano ragione, che i loro calcoli siano esatti altrimenti non so più a chi dovrò rivolgermi dato che anche Paolo Fox con i suoi oroscopi ha steccato tutto sulla mia vita.

Secondo le sue parole e il suo ottimismo a quest’ora avrei dovuto trovarmi a bordo piscina con due moldave e invece sono sempre nella mia cameretta che per quanto rassicurante possa essere non sarà mai rassicurante come due moldave.

Tifare per la fine del mondo non è disfattismo è seguire una linea di coerenza, perché onestamente oltre ad estinguerci non ci è rimasto molto da fare.

Certo possiamo continuare a costruire grattacieli, inventare pillole che te lo fanno venire duro a 80 anni o bombardare per hobby i palestinesi ma tutto questo non può cancellare il dato di fatto che siamo diventati ormai inutili.

E’ tempo di eclissarsi e mi spiace per chi ancora continui a credere nel figliare e a contribuire in modo attivo alla sua causa, davvero mi spiace dirlo ma i vostri figli non potranno fare nulla e anzi dovranno subirsi una fine del mondo senza nemmeno aver scopato nella macchina di babbo o gonfiato il bicipite davanti allo specchio del bagno.

Non è una questione religiosa tipo l’allarmismo apocalittico dei testimoni di Jehovah o gli annunci inquietanti della Bibbia. Se ci pensate bene i Maya hanno basato tutto su calcoli matematici, esistono fonti relative all’esistenza di questo popolo dei loro studi mentre non abbiamo una minchia riguardo Gesù e compagnia. Anche solo per una questione logica dovremmo affidarci ai Maya.

Ma al di la di queste considerazioni, che farebbero invidia ai reporter di Voyager e Mistero, secondo me e la cassa di birra che giace vuota ai piedi del mio letto è proprio una questione del tutto legata al ciclo naturale il fatto di crepare allegramente sotto una pioggia di meteoriti.

Abbiamo ottenuto tutto quello che c’era da ottenere, preso anche l’inafferrabile, premuto l’acceleratore al massimo. Ora basta. E’ tempo di respirare. Non vi rendete conto di quanto siamo diventati antipatici biologicamente parlando?

Le tigri si estinguono, le aquile pure e con loro anche gli elefanti.

Ma noi siamo sempre lì a puntare all’immortalità.

CHEPALLE.

Smettiamola di credere nel fatto che la medicina sconfiggerà i tumori, l’ebola, l’AIDS perché tanto saremmo capaci di inventare nuove malattie, farci un business sopra e lanciare campagne di sensibilizzazione con bambini neri scheletrici.

Vi dico anche che non è una questione politica, fosse per i politici si lancerebbero bombe atomiche nel culo manco fossero supposte.

Obama, Hollande, la figlia di Gandhi, il nipote di M.L. King. Ma vaffanculo.

Pensate che questa gente possa invertire la rotta, tipo creare un mondo dove tutti si abbracciano, tosano l’erba del prato la mattina e invitano un barbone a pranzo?

Finitela di canticchiare “Imagine”, è fuori luogo e il testo sembra scritto da un adepto di CL.

Evidentemente non avete mai saputo che J. Lennon è stato ammazzato da un suo fan e che soprattutto aveva un cesso di fidanzata.

A lui piaceva “immaginare” ma intanto si scopava una giapponese orrenda e fuori dalla porta c’era uno psicotico che non vedeva l’ora di farlo fuori.

Date retta a me, i Maya so’ mejo.

Come immagino la fine del mondo

(clicca sull’immagine per godere appieno dell’opera d’arte)

Annunci

BenX

“Lui è un bambino speciale”, vi diceva la maestra.

“E’ stato toccato dagli angeli”, “è diverso ma è speciale”.

Si, in classe lo avete avuto tutti il compagno autistico o Down. Dai, non fatemi ogni volta scrivere Sindrome di Down o Trisomia 31 solo perché è più “fair”. Tanto quando ne incontrate uno non è che pensate: “oh, ecco un ragazzo affetto da Trisomia 31!”.

Lui era la vostra vittima preferita, nonostante sapeste di doveri comportare bene nei suoi confronti, di non dover fare le carogne.

Invece quando il bulletto della classe faceva gli scherzetti al vostro amichetto toccato dagli angeli, ridevate di gusto, ah che risate!

Poi passato il momento, il vostro senso di colpa spingeva ad avvicinarvi e a chiedergli se fosse tutto ok facendo gli splendidi davanti agli insegnanti.

Sostanzialmente lui era il vostro termine di paragone in negativo, se qualcosa andava male c’era sempre il bambino speciale che vi ricordava quanto tutto sommato foste stati fortunati.

Però quando lui lanciava quei versi nel bel mezzo della lezione era davvero divertente, vero?

Oppure quando lo facevate spaventare nascondendovi dietro la porta per poi uscire fuori all’improvviso.

Lui scappando, gridava e pronunciava parole incomprensibili e giù grosse risate.

Però del suo compleanno c’eravate tutti nella foto, sorridenti e pronti ad abbracciarlo.

Ad averceli amici come voi!

Quello che non sopporto proprio sono le lezioni buoniste, tipo discorsi come: “siamo tuti uguali”, “dobbiamo volerci bene”, “il nemico è uno solo, dobbiamo affrontarlo insieme”…

Frasi che in realtà t’illudono che qualcosa potrà cambiare, quando invece gira e rigira a cambiare sono solo quelli che le pronunciano.

Se non ci fossero i “diversi” voi non sareste i “normali”.

BenX è un po’ come quelle frasi. Poteva essere un bel film, ne aveva le caratteristiche e invece si è trasformato in un ammasso di rimproveri menati qua e la a non si sa chi e perché.

Ben è un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, una sorta di autismo che però intacca soltanto le sue relazioni sociali ma non il suo Q.I.

Infatti  è un ragazzo molto intelligente però purtroppo ha una è vera propria fobia sociale, causata appunto dalla sua sindrome.

Ciò lo rende oggetto di facili derisioni a scuola, umiliato e sottomesso dai bulletti e lasciato alla deriva dai suoi compagni che non hanno il coraggio di difenderlo.

Però Ben nella sua cameretta , davanti al suo PC,  si è costruito un mondo virtuale dove i ruoli sono invertiti.

Nel gioco di ruolo ArchLord infatti lui è al livello 80, è cioè è invincibile. Detta legge e tutti lo rispettano ma soprattutto ha un’amica virtuale Scarnite che è l’unica con cui ha un contatto sociale, seppur virtuale.

Ben basa tutta la sua vita reale su quella virtuale, la quale diviene il suo “ vocabolario” attraverso cui interpretare l’incomprensibile realtà.

Però si sa, il mondo reale è un’altra cosa e non c’hai mica lo spadone o la corazza dell’unicorno a scuola per difenderti dai bulletti.

Così le cose per Ben procedono sempre più di merda, portandolo a una crisi violenta di rabbia.

Ma Scarnite, quasi avesse percepito  al di là dello schermo la sofferenza di Ben, cerca di incontrarlo nel mondo reale fissando un appuntamento che nel bene e nel male cambierà la vita del ragazzo.

Lei diverrà la sua musa, una sorta di Virgilio, che lo condurrà e lo guiderà ad affrontare le sue paure aiutandolo a mostrare a tutti (attraverso un improbabile finto-suicidio) il volto ipocrita di una società autistica nei confronti della sofferenza.

E’ l’unica opera (al momento) di Nica Balthazar, regista e scrittore belga che avrebbe potuto giocarsi meglio le sue carte.

Il film attinge da una sua opera letteraria: “Nothing Was All He Said”.

In Italia mai pubblicata ma che sembra aver venduto parecchio in giro per l’Europa.

Balthazar effettivamente mette giù una storia interessante, basata per altro su argomenti molto attuali come l’autismo e i giochi di ruolo, nonché la vita virtuale, il bullismo, il suicidio.

Ecco, troppa roba per un film.

Per un libro è diverso, perché scorre su tempi più lenti e riflessivi invece se non sei un bravo regista mischiare troppa roba potrebbe risultare fatale.

Così BenX diviene un film un po’ confuso, apparentemente lineare ma che si perde in discorsi cervellotici (i monologhi di Ben, che due palle!) e inquadrature da mal di mare.

Messo da parte il protagonista, interpretato da un bravo Greg Timmermans, gli altri personaggi sono descritti con troppa superficialità e banalità che di conseguenza infettano tutta la trama.

C’è voglia di denuncia, a volte con scene abbastanza forti ma la critica sociale è costruita in maniera approssimativa trovando la massima espressione in un finale abbastanza pretenzioso, che appare come un colpo di coda atto a salvare baracca e burattini.

E’ il classico caso dove c’è tanto rammarico per l’occasione sprecata alla cazzo, perché forse in mano ad un regista meno mediocre il tutto avrebbe preso una forma diversa e sicuramente più interessante.

“Rompo i vetri perché non mi è rimasto nient’altro da fare”

L. è seduto di fronte a me, legge un libro e ogni tanto alza lo sguardo verso il finestrino contemplando per qualche secondo le luci degli stabilimenti industriali.

Mi lancia qualche occhiata furtiva e spenta, poi ritorna al suo libro.

Ammetto di trovarmi un po’ a disagio è come se non avvertisse la mia presenza e che le occhiate lanciate verso la mia direzione non siano che casuali.

C’è qualcosa in lui che sa di familiare e che un po’ spaventa.

Lo immagino come un ex paziente di un CIM a caso o come qualcuno che non ha passato un bel periodo ultimamente, tipo aver trovato la ragazza a scopare con due slavi o licenziato dopo due mesi di assunzione per tagli al personale.

Lo continuo a fissare anche perché non ho niente di meglio da fare, se non contemplare la desolazione dei palazzi che circondano le stazioni dove il treno fa tappa.

Mi hanno sempre affascinato le abitazioni a pochi metri dai binari, sono una sorte di vetrine dove tutto viene esposto.  Il tuo balcone è visto da centinaia di passeggeri ogni giorno, il bucato che stendi può diventare oggetto di conversazione di una coppia, e soprattutto sai che in nessuno di quei treni che transitano ogni giorno davanti alla finestra della tua camera c’è un persona che vorrebbe vivere nella tua casa.

L. si accorge che lo fisso da troppo tempo, mi tende una mano e si presenta.

Ricambio il gesto in automatico sperando che la mia irriverenza visiva non mi abbia portato a sorbirmi le conversazioni depresse di uno dei tanti reietti che affollano i treni.

Perché sono sempre più convinto che la gente prenda il treno per vomitarti addosso le sue frustrazioni.

S’incazzano con i controllori, ti parlano dei reumatismi che non li fanno dormire la notte, esprimono il loro dissenso per la situazione economia.

Ciò si consuma per tratti di chilometri variabili ma tutti ogni volta scesi si sentono meglio, come usciti dal confessionale di una chiesa e ritornano alle loro vite aspettando il prossimo treno per sfogarsi.

L. si pulisce un attimo le lenti degli occhiali incastonate in una montatura nera e spessa, si gratta la barbetta rossiccia e torna a leggere.

Rimango un attimo interdetto in quanto mi sarei aspettato l’inizio di una conversazione, invece nulla.

Il treno di ferma all’ennesima stazione, anime scendono e anime salgono.

Dalle porte entra l’odore dell’autunno che molti trovano romantico e poetico, a me invece appesantisce la mente e l’anima. Sembra una promessa che non sarà mantenuta, una bugia che si nasconde dietro foglie rosse e mattini limpidi che imbruniranno troppo presto.

“Io rompo i vetri”, mi dice con voce atona e lineare, come se ti stesse comunicando il prezzo del chilo di mandarini comprati l’altro giorno.

Lo fisso, e non so se cambiare posto o rimanere lì.

Rompo i vetri perché non mi è rimasto nient’altro da fare. Li sfondo con i pugni, a volte a manate. Quelli di casa, della macchina o lo specchio del bagno”. Mi continua a osservare, io distolgo un attimo lo sguardo controllando se attorno qualcuno abbia sentito la conversazione.

Nessuno si è voltato, tutti sono immersi nei loro pensieri.

Balbetto qualche parola del tipo: “Come hai detto?”.

“Che altro puoi fare se non rompere i vetri e coprirti di cicatrici, segnare sul tuo corpo la merda che sta esplodendo dentro di te. Ogni cicatrice è un ricordo, ogni frammento di vetro è un segno del tuo passaggio”.

A quel punto si alza le maniche del maglione grigio che indossa, i suoi palmi, le dite, tutto il braccio sono pieni di cicatrici.

Una mappa fatta di segni cicatrizzati e sconnessi, alcuni leggeri altri più profondi.

Rimango ancora in silenzio, perché non credo ci sia molto da dire e anche perché ho paura che una parola fuori posto possa scatenare l’impensabile.

“No, non li rompo per hobby o per divertimento”, continua.

“E’ perché non mi è rimasto altro da fare, il dolore è una cosa tua, te lo devi crescere e sopportare. E’ un figlio, un feto che si nutre delle tue giornate e poi chiede di essere buttato fuori. E tu lo devi fare, non puoi trattenerlo”.

“Ci hanno insegnato che tutto passa e si diventa più forti ma è sbagliato perché alla fine stiamo sempre a rimpiangere gli stessi errori e a ricommetterli consapevolmente. Ogni vetro rotto è una colpa”.

Il treno si ferma ancora e si svuota ancora di più, nella carrozza siamo rimasti io e lui più un tizio infondo intento a smanettare sull’Ipad.

Si abbassa le maniche del pullover, forse leggendo stupore e disagio dalla mia espressione.

“Qui nessuno fa nulla, dormono tutti e annegano nel loro piscio. Io so che annegherò lo stesso ma voglio farlo a modo mio.  Il mio corpo deve essere un diario dei miei pensieri e finché non mi decomporrò mi trascinerò dietro ogni segno, le medaglie che mi sono guadagnato in vita giorno dopo giorno”.

Sposto un attimo lo sguardo fuori dal finestrino, ora è tutto buoi, né luci o ombre che possano disegnare contorni definiti di un qualcosa. E’ come se il treno procedesse nel nulla, avvolto solo dal suo rumore, trasportandoci chissà dove.

L. sprofondo nuovamente nel silenzio, questa volta i suoi occhi sono fissi sul pavimento.

Il treno si ferma, devo scendere.

E’ la mia fermata.

Mi alzo e mi dirigo all’uscita, do un’ultima occhiata a L. che è sempre lì immerso chissà in quali pensieri.

Il silenzio notturno della città mi abbraccia con la sua stretta da amante, tenera e malinconica.

Le luci delle finestre, due cani che abbaiano, il suono di una pozzanghera lacerata dalle ruote di un’auto.

Mi dirigo a casa e osservo le vetrine spente dei negozi, nelle quali riposano le merci che tra qualche ora prenderanno vita attraverso gli sguardi dei passanti.

Intravedo un riflesso sul vetro, reso indistinto a causa della luce debole e fioca.

Sono io, in una sorta di trasfigurazione che rende appena percepibile i contorni del mio volto, gli occhi due sfumature nere come gocce d’inchiostro adagiate sulla carta.

E ancora: luci delle finestre, due cani che abbaiano, il suono di una pozzanghera lacerata dalle ruote di un’auto.

Serro i pugni e mi avvento contro la vetrina.

In qualche modo bisognerà pur cominciare.

In qualche modo bisognerà pur svegliarsi.