“Rompo i vetri perché non mi è rimasto nient’altro da fare”

L. è seduto di fronte a me, legge un libro e ogni tanto alza lo sguardo verso il finestrino contemplando per qualche secondo le luci degli stabilimenti industriali.

Mi lancia qualche occhiata furtiva e spenta, poi ritorna al suo libro.

Ammetto di trovarmi un po’ a disagio è come se non avvertisse la mia presenza e che le occhiate lanciate verso la mia direzione non siano che casuali.

C’è qualcosa in lui che sa di familiare e che un po’ spaventa.

Lo immagino come un ex paziente di un CIM a caso o come qualcuno che non ha passato un bel periodo ultimamente, tipo aver trovato la ragazza a scopare con due slavi o licenziato dopo due mesi di assunzione per tagli al personale.

Lo continuo a fissare anche perché non ho niente di meglio da fare, se non contemplare la desolazione dei palazzi che circondano le stazioni dove il treno fa tappa.

Mi hanno sempre affascinato le abitazioni a pochi metri dai binari, sono una sorte di vetrine dove tutto viene esposto.  Il tuo balcone è visto da centinaia di passeggeri ogni giorno, il bucato che stendi può diventare oggetto di conversazione di una coppia, e soprattutto sai che in nessuno di quei treni che transitano ogni giorno davanti alla finestra della tua camera c’è un persona che vorrebbe vivere nella tua casa.

L. si accorge che lo fisso da troppo tempo, mi tende una mano e si presenta.

Ricambio il gesto in automatico sperando che la mia irriverenza visiva non mi abbia portato a sorbirmi le conversazioni depresse di uno dei tanti reietti che affollano i treni.

Perché sono sempre più convinto che la gente prenda il treno per vomitarti addosso le sue frustrazioni.

S’incazzano con i controllori, ti parlano dei reumatismi che non li fanno dormire la notte, esprimono il loro dissenso per la situazione economia.

Ciò si consuma per tratti di chilometri variabili ma tutti ogni volta scesi si sentono meglio, come usciti dal confessionale di una chiesa e ritornano alle loro vite aspettando il prossimo treno per sfogarsi.

L. si pulisce un attimo le lenti degli occhiali incastonate in una montatura nera e spessa, si gratta la barbetta rossiccia e torna a leggere.

Rimango un attimo interdetto in quanto mi sarei aspettato l’inizio di una conversazione, invece nulla.

Il treno di ferma all’ennesima stazione, anime scendono e anime salgono.

Dalle porte entra l’odore dell’autunno che molti trovano romantico e poetico, a me invece appesantisce la mente e l’anima. Sembra una promessa che non sarà mantenuta, una bugia che si nasconde dietro foglie rosse e mattini limpidi che imbruniranno troppo presto.

“Io rompo i vetri”, mi dice con voce atona e lineare, come se ti stesse comunicando il prezzo del chilo di mandarini comprati l’altro giorno.

Lo fisso, e non so se cambiare posto o rimanere lì.

Rompo i vetri perché non mi è rimasto nient’altro da fare. Li sfondo con i pugni, a volte a manate. Quelli di casa, della macchina o lo specchio del bagno”. Mi continua a osservare, io distolgo un attimo lo sguardo controllando se attorno qualcuno abbia sentito la conversazione.

Nessuno si è voltato, tutti sono immersi nei loro pensieri.

Balbetto qualche parola del tipo: “Come hai detto?”.

“Che altro puoi fare se non rompere i vetri e coprirti di cicatrici, segnare sul tuo corpo la merda che sta esplodendo dentro di te. Ogni cicatrice è un ricordo, ogni frammento di vetro è un segno del tuo passaggio”.

A quel punto si alza le maniche del maglione grigio che indossa, i suoi palmi, le dite, tutto il braccio sono pieni di cicatrici.

Una mappa fatta di segni cicatrizzati e sconnessi, alcuni leggeri altri più profondi.

Rimango ancora in silenzio, perché non credo ci sia molto da dire e anche perché ho paura che una parola fuori posto possa scatenare l’impensabile.

“No, non li rompo per hobby o per divertimento”, continua.

“E’ perché non mi è rimasto altro da fare, il dolore è una cosa tua, te lo devi crescere e sopportare. E’ un figlio, un feto che si nutre delle tue giornate e poi chiede di essere buttato fuori. E tu lo devi fare, non puoi trattenerlo”.

“Ci hanno insegnato che tutto passa e si diventa più forti ma è sbagliato perché alla fine stiamo sempre a rimpiangere gli stessi errori e a ricommetterli consapevolmente. Ogni vetro rotto è una colpa”.

Il treno si ferma ancora e si svuota ancora di più, nella carrozza siamo rimasti io e lui più un tizio infondo intento a smanettare sull’Ipad.

Si abbassa le maniche del pullover, forse leggendo stupore e disagio dalla mia espressione.

“Qui nessuno fa nulla, dormono tutti e annegano nel loro piscio. Io so che annegherò lo stesso ma voglio farlo a modo mio.  Il mio corpo deve essere un diario dei miei pensieri e finché non mi decomporrò mi trascinerò dietro ogni segno, le medaglie che mi sono guadagnato in vita giorno dopo giorno”.

Sposto un attimo lo sguardo fuori dal finestrino, ora è tutto buoi, né luci o ombre che possano disegnare contorni definiti di un qualcosa. E’ come se il treno procedesse nel nulla, avvolto solo dal suo rumore, trasportandoci chissà dove.

L. sprofondo nuovamente nel silenzio, questa volta i suoi occhi sono fissi sul pavimento.

Il treno si ferma, devo scendere.

E’ la mia fermata.

Mi alzo e mi dirigo all’uscita, do un’ultima occhiata a L. che è sempre lì immerso chissà in quali pensieri.

Il silenzio notturno della città mi abbraccia con la sua stretta da amante, tenera e malinconica.

Le luci delle finestre, due cani che abbaiano, il suono di una pozzanghera lacerata dalle ruote di un’auto.

Mi dirigo a casa e osservo le vetrine spente dei negozi, nelle quali riposano le merci che tra qualche ora prenderanno vita attraverso gli sguardi dei passanti.

Intravedo un riflesso sul vetro, reso indistinto a causa della luce debole e fioca.

Sono io, in una sorta di trasfigurazione che rende appena percepibile i contorni del mio volto, gli occhi due sfumature nere come gocce d’inchiostro adagiate sulla carta.

E ancora: luci delle finestre, due cani che abbaiano, il suono di una pozzanghera lacerata dalle ruote di un’auto.

Serro i pugni e mi avvento contro la vetrina.

In qualche modo bisognerà pur cominciare.

In qualche modo bisognerà pur svegliarsi.

 

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