“Tu ti droghi, Babbo Natale?”

Caro Babbo Natale,

forse non ti ricorderai di me, anzi quasi sicuramente non sai chi io sia ma posso assicurarti che tempo fa ti scrivevo regolarmente ogni Natale.

Poi sai, cresci e scopri che Babbo Natale non esiste: te lo dicono i parenti, te lo ripetono gli amici, te ne fai una ragione.

Effettivamente a rigor di logica uno potrebbe arrivarci da solo, come può infatti un obeso farsi trascinare da renne?

Un obeso tra l’altro anche razzista perché ha sempre prediletto l’Occidente senza mai portare doni, che ne so, in Africa.

Avete mai visto Babbo Natale in qualche fotografia circondato da bambini neri mentre porgeva loro il DVD di Hannah Montana?

Ma si è piccoli, quindi è concesso credere a qualsiasi cosa.

In realtà, mio caro Babbo Natale, mi manchi.

E’ vero ho smesso di credere in te, rinnegandoti e accusando la tua leggenda di aumentare il fervore consumista post industriale, ho preso in giro fratelli e cugini che ancora ci credevano, mi son lasciato trasportare dal realismo adulto.

Ho sposato altre cause.

Infatti smetti di credere a Babbo Natale e subito ti è offerto un suo surrogato, tipo Gesù Cristo, Bob Dylan, Harrison Ford, Paolo Limiti.

Inutile dire che io ho sposato la causa Paolo Limiti ma quella è un’altra storia.

Sto perdendo il filo, devo essere più sintetico.

Dicevo prima che appunto mi manchi, perché prima con te il Natale aveva un sapore diverso.

C’erano l’attesa, la sorpresa, l’ansia, la magia.

Ora non c’è un cazzo.

Vedo tutto grigio tipo come nei video dei Sisters of Mercy e non riesco più a sorridere davanti a luci, bancarelle, vetrine a festa e pranzi di famiglia.

Anzi provo una leggera irritazione innanzi a tutto ciò.

Sarà perché sono cresciuto, sarà che poi effettivamente il Natale non è tutto sommato un giorno diverso dagli altri, sarà che prima o poi ti rompi le palle per un motivo qualunque.

Ci sto girando ancora attorno, perdonami ma la questione è complessa.

Potrebbe sembrarti una lettera nostalgica affetta da malinconia fanciullesca ma ti assicuro che preferirei bruciare piuttosto che tornare bambino. Checche se ne dica che l’infanzia è bella e meravigliosa.

Ciò che mi tormenta è non poter più provare quello stupore di prima, quella spensieratezza tanto genuina quanto volgarmente nonché felicemente materiale. Ecco i bambini sono materialisti, sappiatelo.

Bastava un 25 dicembre sul calendario per mandarti in estasi da Ferragosto.

Oggi invece nemmeno se ti droghi raggiungi quello stato.

Tu ti droghi, Babbo Natale?

Io credo che la gente uccida, stupri, si droghi e incendi i boschi perché smette di credere a Babbo Natale.

E’ una mia teoria, poi magari mi fai sapere cosa ne pensi.

Riprendendo il discorso di prima…

Ovviamente ho cercato nel corso di questi anni a cercare una spiegazione o magari una soluzione a questo vuoto incolmabile e angosciante che poi ha iniziato a contaminare pure tutto il resto dell’anno solare.

Sul DSM la chiamano “depressione”, in chiesa “turbolenze dell’animo”, al bar “la vita è ‘na merda fatti un altro Averna”.

Vabbè, sta di fatto che nonostante le difficoltà ho continuato ad andare avanti, dedicandomi alla lettura di libri sugli angeli e alla visione di film sulla rivoluzione bolscevica (rigorosamente non restaurati e dalla durata minima di 128 minuti), il tutto per la solita e immortale ragione: la ricerca di una risposta a quel tanto caro “mal di vivere” di Montale.

Una citazione la dovevo fare, per dare un po’ di tono alla lettera.

E se tutto fosse collegato al momento in cui chiedendo ai tuoi genitori di rassicurarti sull’esistenza di Babbo Natale noti nei loro sguardi una sorta di tenerezza alias pena, seguiti da qualche secondo di silenzio, poi rotto dalla frase: “Certo, caro”?

Se quello fosse il punto di non ritorno?

Il momento preciso di una frattura emotiva che non sarà mai più ricongiungibile?

L’inizio del vortice che ti porterà a imbottirti di letteratura deprimente e a sposare il caso umano che distruggerà poi definitivamente la tua vita esiliandoti in un universo misogino?

Spero tu non stia prendendo le mie parole come semplici divagazioni o addirittura deliri, ciò mi ferirebbe.

Io non so se tu mai leggerai questa mia lettera perché forse i tuoi gnomi bruciano la posta inviata da gente adulta e dalla Torre di Guardia ma vorrei chiederti un regalo per questo Natale:

un abbonamento annuale a Brazzers.

 

 

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Excision

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Qualche tempo fa ho recensito quel filmazzo di “The Woman”, elogiandolo per audacia e per la forte critica sociale che lo caratterizza. Sicuramente un film fuori dal circuito della banalità e che farà parlare di sé, molto più fra qualche anno di quanto non l’abbia fatto dopo il suo esordio.

Excision si colloca lungo la stessa scia, utilizzando più o meno i medesimi elementi ma collocandoli in contesti diversi.

In Excision troviamo Pauline, liceale sfigata.

La sua pelle segnata da escrescenze adolescenziali e i capelli perennemente arruffati non la rendono oggetto di simpatie da parte dell’universo maschile. A ciò si aggiungono i suoi comportamenti inquietanti e strani come le ore dedicate alla lettura di manuali di anatomia, la sua misantropia cronica e le domande macabre esposte alla classe riguardanti argomenti come la necrofilia.

Insomma non proprio la compagna di banco che tutti avremmo voluto avere a fianco.

La solitudine in cui Pauline riesce a trovarsi a proprio agio è compresa nel momento in cui ci è presentata la sua famiglia.

Ci troviamo sempre davanti al cliché della tipica famiglia borghese americana, con una mamma (Traci Lords) perennemente truccata a mo’ di pornostar, ossessiva e ansiosa; un papà sottomesso e assente; e una sorella malata di fibrosi cistica su cui sono riversate tutte le attenzioni.

Pauline invece ha un proprio mondo onirico in cui si rifugia, in cui esprime i suoi desideri nascosti e le sue fantasie. E’ un mondo dove la lacerazione del corpo, il sangue, lo smembramento e le ferite divengono una consolazione emotiva e sessuale.

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L’impressione è che l’ordinarietà oppressiva del mondo reale, con il suo conformismo espresso nella vita scolastica e famigliare, diventi un pretesto per cercare una resurrezione in una fisicità primordiale e perversa.

Freud magari l’avrebbe chiamata una sorta di rivincita totale dell’Es.

Pauline esce con un ragazzo perché la madre glielo impone, visita regolarmente uno psichiatra-reverendo (cameo di John Waters) perché la madre glielo impone, fa tutto quello che le è chiesto con una meccanicità surreale e stracolma di rabbia e rancore.

L’ordine delle villette a schiera della periferia americana con il suono delicato dei loro campanelli e i bagliori di SUV tirati a lucido, è disintegrato dalla potenza immaginativa sanguinaria di Pauline.

La quale però non è un mostro ma semplicemente la creazione di un determinato contesto.

Il suo odio è diretto contro chi l’ha resa così.

Unica eccezione è la sorella, che per quanto diversa è l’unica persona che ha a  cuore.

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Pauline sogna e pianifica una vendetta per le mortificazioni subite, per il perenne stato di disagio in cui è costretta a vivere, per l’impossibilità di non poter essere qualcuno per l’altro.

E sara proprio la piccola Grace a divenire l’oggetto su cui ricadranno le sue buone e cattive intenzioni, il suo amore e il suo odio represso.

In un finale da ricordare nella sua crudeltà commovente.

Esordio prorompente alla regia di Richard Bates Jr. che astutamente cavalca l’onda, ancora alta, del filone “Wired”.

Il film nel suo genere può definirsi impeccabile e se da una parte sembra ricalcare per l’ennesima volta il concetto di disagio adolescenziale, dall’altra permette di esprimerlo con originalità, rifilando  stoccate maligne e perfide alla bella e finta America.

L’opera sguazza nel grottesco e gioca con un surreale molto “pulp” che ricorda quello di Tsukamoto, con le dovute proporzioni.

AnnaLynne McCord che nella vita reale è una figa da paura, viene tramutata in un personaggio gretto e inquietante ma che al tempo stesso è impossibile non amare.

Come d’altronde merita di essere menzionata anche la prova dell’eternamente giovane Traci Lord, perfetta nel ruolo della mamma rompicoglioni.

Il film è uno spettacolo per gli amanti dell’estetica “al sangue”, destinato a rimanere un “classico moderno “ del genere.

 

 

 

“La morte ci rende belli e santi agli occhi di tutti ma allora rincorriamola prima invece di aspettare il tumore ai polmoni”

Se ti fermassi per un attimo, non so mentre passeggi o metti a posto casa, e facessi un resoconto della tua vita quasi sicuramente ti metteresti a piangere.

Credo verseresti lacrime per almeno due ore, picchieresti la testa contro il muro e magari rimpiangeresti di esser nato.

Il problema è che ci hanno insegnato che i conti si fanno alla fine, tipo quando arrivi a cento anni a crepare lentamente circondato da nipoti che a stento sanno chi tu sia.

Sempre secondo l’usanza, la tranquillità della tua coscienza dovrebbe essere direttamente proporzionale al numero di appartamenti in centro, delle estati trascorse in Sardegna, dei segni della croce fatti quando passavi vicino a una chiesa, dell’elemosina concesse alla zingara accovacciata fuori all’Esselunga.

E’ per questo motivo che nel corso della tua esistenza cerchi di far provvista di queste cose, assicurandoti anche di chiamare il primogenito con il nome di tuo padre (che odiavi a morte), fare una promessa di matrimonio sulla spiaggia in un venerdì pomeriggio di Aprile e spedire l’offerta annuale di cinquanta euro a Emergency.

Tutto rientra nel conteggio positivo, dopo se c’è tempo si porta a termine quello negativo ma generalmente è quasi sempre troppo tardi perché o schiatti prima o i parenti pur sapendo delle tue infamie ti ripetono di continuo quanto tu sia stato un bravo padre, un buon marito, un buon nonno e così via.

Però credo che in quei momenti qualche dubbio ti assalga, qualche rimpianto, forse il senso di colpa che hai nascosto per anni e anni tenda a tirare qualche calcio e a gridare: “Mannaggiacristo sono qua”.

Ma poi arriva il prete che ti redime dai peccati e torni lindo e pulito come un bambino in fasce.

Ogni cosa è dimenticata, e rimane solo ciò che di bello hai fatto e puoi crepare finalmente in pace.

La morte ci rende belli e santi agli occhi di tutti ma allora rincorriamola prima invece di aspettare il tumore ai polmoni.

Che poi hai pure l’ansia da vivo di lasciare una tua traccia in questo mondo.

L’ossessione del non essere dimenticati ti assale, soprattutto intorno ai quaranta passati.

Quindi come i grandi imperatori cerchi di fare qualcosa che possa durare nel tempo e magari dare un’impressione diversa da tuo figlio che a sedici anni ha già quattro ricoveri alle spalle per overdose da cocaina.

Tutti vogliamo lasciare tracce del nostro passaggio in questa  vita. Sembriamo cani che pisciano su un muro, inconsapevoli che tra cinque minuti ne passerà un altro che piscerà sulla nostra pipi e che fondamentalmente di quel muro non fotte un cazzo a nessuno.

Lottiamo per dare un senso all’esistenza che si protrae tra giorni lavorativi e week end, una vita raccolta in sette giorni che si ripetono senza sosta e trascorrono inesorabili.

Arrivi a comprendere che ormai il giardinaggio e la collezione di vini non possono darti una soddisfazione spirituale e nemmeno la nuova BMW o le tette rifatte di tua moglie per non parlare della casa al mare.

Passi allora a una uova religione o cambi partito, di punto in bianco, giustificando il tutto con il raggiungimento di una “nuova maturità”.

Hai cinquantanni, tuo figlio non ha combinato un cazzo all’università e ancora si aggira per casa chiedendoti i soldi per il sabato sera, tua moglie si è messa fare torte senza sosta e la casa al mare giace abbandonata con la collezione di vini, la BMW è stata venduta e in giardino la rucola ha preso il sopravvento sulle camelie.

E intanto non hai ancora fatto un resoconto della tua vita.

Il passo successivo è il raggiungimento della pensione, il confine che metaforicamente segna la divisione del mondo dei vivi da quello dei morti, gli utili dagli inutili, i giovani dagli anziani.

Ora il buddismo e la tessera del partito leninista non riescono a riempire quell’enormità di tempo che hai a disposizione, che magari potresti dedicare ai tuoi nipoti i quali però non gradiscono la tua compagnia.

Lì comincia il rincoglionimento fatto di passeggiate nei parchi con i tuoi simili e ore spese davanti alla TV guardare Talk Show idioti e documentari sulla savana.

Arriva il primo infarto, ti salvi a culo, dici di aver visto un tunnel da cui si intravedeva una luce e provenivano voci e questo non fa che rafforzare la tua fede in Padre Pio, infatti qualche anno prima hai rinnegato Buddha per tornare a Cristo e compari.

Gite con la parrocchia presso santuari e luoghi tristissimi occupano ora i tuoi week end, la paura di un altro infarto ti ha spinto a diventare un cattolico coi controcazzi.

Tuo figlio è giunto al secondo divorzio, la casa al mare è stata venduta e la collezione di vini smantellata da quel simpaticone di tuo nipote che porta il suo stesso nome, tua moglie s’imbottisce di Xnax, del giardino si occupa ormai l’armeno che hai assunto per cinque euro l’ora (a nero) .

Per fortuna che c’è la tua consorte che ti tiene compagnia con la quale, per altro, dopo cinquantanni di matrimonio non sai più di che cazzo parlare se non dei foglietti illustrativi dei medicinali.

Sì, perché ora sei una farmacia ambulante, prendi medicine per qualsiasi cosa anche per pisciare.

Il tutto sta per volgere al termine ma mancano ancora piccoli dettagli come la cappella che fai erigere al cimitero dove saranno adagiate le tue spoglie, verranno a piangerti i parenti e sempre tua moglie verrà a posare il crisantemi freschi ogni settimana.

C’è poco tempo, è il momento del secondo infarto. Quello decisivo, la colonna sonora di chiusura.

Sei un rottame che si avvicina ai novanta, collezioni dolori in ogni parte del corpo e ancora stenti a fare quella cazzo di resoconto. Preferisci pensare all’adolescenza  alle giornate con gli amici in pineta e alle sfide in motorino, alla tua prima ragazza e a tutte le donne che ti sei scopato.

Il prete è arrivato, ti confessa, ti assolve, ti rivolge uno sguardo di pietà e intasca i cento euro di offerta.

C’è tanta poesia in questo momento, tanta come quella che ha circondato la tua vita costruita su apparenze materiali e stereotipi sociali.

La bella famiglia, il lavoro, le settimane bianche, le fotografie dei compleanni.

Difficile dare una priorità alla cosa più importante.

Ma lì nel fondo della tua anima giacciono i rimorsi, le bugie, i compromessi e i rimpianti che ti sei trascinato fino all’ultima ora e a cui non hai posto rimedio.

Visto…non c’è più tempo.

E’ già ora di andare.