“La morte ci rende belli e santi agli occhi di tutti ma allora rincorriamola prima invece di aspettare il tumore ai polmoni”

Se ti fermassi per un attimo, non so mentre passeggi o metti a posto casa, e facessi un resoconto della tua vita quasi sicuramente ti metteresti a piangere.

Credo verseresti lacrime per almeno due ore, picchieresti la testa contro il muro e magari rimpiangeresti di esser nato.

Il problema è che ci hanno insegnato che i conti si fanno alla fine, tipo quando arrivi a cento anni a crepare lentamente circondato da nipoti che a stento sanno chi tu sia.

Sempre secondo l’usanza, la tranquillità della tua coscienza dovrebbe essere direttamente proporzionale al numero di appartamenti in centro, delle estati trascorse in Sardegna, dei segni della croce fatti quando passavi vicino a una chiesa, dell’elemosina concesse alla zingara accovacciata fuori all’Esselunga.

E’ per questo motivo che nel corso della tua esistenza cerchi di far provvista di queste cose, assicurandoti anche di chiamare il primogenito con il nome di tuo padre (che odiavi a morte), fare una promessa di matrimonio sulla spiaggia in un venerdì pomeriggio di Aprile e spedire l’offerta annuale di cinquanta euro a Emergency.

Tutto rientra nel conteggio positivo, dopo se c’è tempo si porta a termine quello negativo ma generalmente è quasi sempre troppo tardi perché o schiatti prima o i parenti pur sapendo delle tue infamie ti ripetono di continuo quanto tu sia stato un bravo padre, un buon marito, un buon nonno e così via.

Però credo che in quei momenti qualche dubbio ti assalga, qualche rimpianto, forse il senso di colpa che hai nascosto per anni e anni tenda a tirare qualche calcio e a gridare: “Mannaggiacristo sono qua”.

Ma poi arriva il prete che ti redime dai peccati e torni lindo e pulito come un bambino in fasce.

Ogni cosa è dimenticata, e rimane solo ciò che di bello hai fatto e puoi crepare finalmente in pace.

La morte ci rende belli e santi agli occhi di tutti ma allora rincorriamola prima invece di aspettare il tumore ai polmoni.

Che poi hai pure l’ansia da vivo di lasciare una tua traccia in questo mondo.

L’ossessione del non essere dimenticati ti assale, soprattutto intorno ai quaranta passati.

Quindi come i grandi imperatori cerchi di fare qualcosa che possa durare nel tempo e magari dare un’impressione diversa da tuo figlio che a sedici anni ha già quattro ricoveri alle spalle per overdose da cocaina.

Tutti vogliamo lasciare tracce del nostro passaggio in questa  vita. Sembriamo cani che pisciano su un muro, inconsapevoli che tra cinque minuti ne passerà un altro che piscerà sulla nostra pipi e che fondamentalmente di quel muro non fotte un cazzo a nessuno.

Lottiamo per dare un senso all’esistenza che si protrae tra giorni lavorativi e week end, una vita raccolta in sette giorni che si ripetono senza sosta e trascorrono inesorabili.

Arrivi a comprendere che ormai il giardinaggio e la collezione di vini non possono darti una soddisfazione spirituale e nemmeno la nuova BMW o le tette rifatte di tua moglie per non parlare della casa al mare.

Passi allora a una uova religione o cambi partito, di punto in bianco, giustificando il tutto con il raggiungimento di una “nuova maturità”.

Hai cinquantanni, tuo figlio non ha combinato un cazzo all’università e ancora si aggira per casa chiedendoti i soldi per il sabato sera, tua moglie si è messa fare torte senza sosta e la casa al mare giace abbandonata con la collezione di vini, la BMW è stata venduta e in giardino la rucola ha preso il sopravvento sulle camelie.

E intanto non hai ancora fatto un resoconto della tua vita.

Il passo successivo è il raggiungimento della pensione, il confine che metaforicamente segna la divisione del mondo dei vivi da quello dei morti, gli utili dagli inutili, i giovani dagli anziani.

Ora il buddismo e la tessera del partito leninista non riescono a riempire quell’enormità di tempo che hai a disposizione, che magari potresti dedicare ai tuoi nipoti i quali però non gradiscono la tua compagnia.

Lì comincia il rincoglionimento fatto di passeggiate nei parchi con i tuoi simili e ore spese davanti alla TV guardare Talk Show idioti e documentari sulla savana.

Arriva il primo infarto, ti salvi a culo, dici di aver visto un tunnel da cui si intravedeva una luce e provenivano voci e questo non fa che rafforzare la tua fede in Padre Pio, infatti qualche anno prima hai rinnegato Buddha per tornare a Cristo e compari.

Gite con la parrocchia presso santuari e luoghi tristissimi occupano ora i tuoi week end, la paura di un altro infarto ti ha spinto a diventare un cattolico coi controcazzi.

Tuo figlio è giunto al secondo divorzio, la casa al mare è stata venduta e la collezione di vini smantellata da quel simpaticone di tuo nipote che porta il suo stesso nome, tua moglie s’imbottisce di Xnax, del giardino si occupa ormai l’armeno che hai assunto per cinque euro l’ora (a nero) .

Per fortuna che c’è la tua consorte che ti tiene compagnia con la quale, per altro, dopo cinquantanni di matrimonio non sai più di che cazzo parlare se non dei foglietti illustrativi dei medicinali.

Sì, perché ora sei una farmacia ambulante, prendi medicine per qualsiasi cosa anche per pisciare.

Il tutto sta per volgere al termine ma mancano ancora piccoli dettagli come la cappella che fai erigere al cimitero dove saranno adagiate le tue spoglie, verranno a piangerti i parenti e sempre tua moglie verrà a posare il crisantemi freschi ogni settimana.

C’è poco tempo, è il momento del secondo infarto. Quello decisivo, la colonna sonora di chiusura.

Sei un rottame che si avvicina ai novanta, collezioni dolori in ogni parte del corpo e ancora stenti a fare quella cazzo di resoconto. Preferisci pensare all’adolescenza  alle giornate con gli amici in pineta e alle sfide in motorino, alla tua prima ragazza e a tutte le donne che ti sei scopato.

Il prete è arrivato, ti confessa, ti assolve, ti rivolge uno sguardo di pietà e intasca i cento euro di offerta.

C’è tanta poesia in questo momento, tanta come quella che ha circondato la tua vita costruita su apparenze materiali e stereotipi sociali.

La bella famiglia, il lavoro, le settimane bianche, le fotografie dei compleanni.

Difficile dare una priorità alla cosa più importante.

Ma lì nel fondo della tua anima giacciono i rimorsi, le bugie, i compromessi e i rimpianti che ti sei trascinato fino all’ultima ora e a cui non hai posto rimedio.

Visto…non c’è più tempo.

E’ già ora di andare.

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