Excision

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Qualche tempo fa ho recensito quel filmazzo di “The Woman”, elogiandolo per audacia e per la forte critica sociale che lo caratterizza. Sicuramente un film fuori dal circuito della banalità e che farà parlare di sé, molto più fra qualche anno di quanto non l’abbia fatto dopo il suo esordio.

Excision si colloca lungo la stessa scia, utilizzando più o meno i medesimi elementi ma collocandoli in contesti diversi.

In Excision troviamo Pauline, liceale sfigata.

La sua pelle segnata da escrescenze adolescenziali e i capelli perennemente arruffati non la rendono oggetto di simpatie da parte dell’universo maschile. A ciò si aggiungono i suoi comportamenti inquietanti e strani come le ore dedicate alla lettura di manuali di anatomia, la sua misantropia cronica e le domande macabre esposte alla classe riguardanti argomenti come la necrofilia.

Insomma non proprio la compagna di banco che tutti avremmo voluto avere a fianco.

La solitudine in cui Pauline riesce a trovarsi a proprio agio è compresa nel momento in cui ci è presentata la sua famiglia.

Ci troviamo sempre davanti al cliché della tipica famiglia borghese americana, con una mamma (Traci Lords) perennemente truccata a mo’ di pornostar, ossessiva e ansiosa; un papà sottomesso e assente; e una sorella malata di fibrosi cistica su cui sono riversate tutte le attenzioni.

Pauline invece ha un proprio mondo onirico in cui si rifugia, in cui esprime i suoi desideri nascosti e le sue fantasie. E’ un mondo dove la lacerazione del corpo, il sangue, lo smembramento e le ferite divengono una consolazione emotiva e sessuale.

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L’impressione è che l’ordinarietà oppressiva del mondo reale, con il suo conformismo espresso nella vita scolastica e famigliare, diventi un pretesto per cercare una resurrezione in una fisicità primordiale e perversa.

Freud magari l’avrebbe chiamata una sorta di rivincita totale dell’Es.

Pauline esce con un ragazzo perché la madre glielo impone, visita regolarmente uno psichiatra-reverendo (cameo di John Waters) perché la madre glielo impone, fa tutto quello che le è chiesto con una meccanicità surreale e stracolma di rabbia e rancore.

L’ordine delle villette a schiera della periferia americana con il suono delicato dei loro campanelli e i bagliori di SUV tirati a lucido, è disintegrato dalla potenza immaginativa sanguinaria di Pauline.

La quale però non è un mostro ma semplicemente la creazione di un determinato contesto.

Il suo odio è diretto contro chi l’ha resa così.

Unica eccezione è la sorella, che per quanto diversa è l’unica persona che ha a  cuore.

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Pauline sogna e pianifica una vendetta per le mortificazioni subite, per il perenne stato di disagio in cui è costretta a vivere, per l’impossibilità di non poter essere qualcuno per l’altro.

E sara proprio la piccola Grace a divenire l’oggetto su cui ricadranno le sue buone e cattive intenzioni, il suo amore e il suo odio represso.

In un finale da ricordare nella sua crudeltà commovente.

Esordio prorompente alla regia di Richard Bates Jr. che astutamente cavalca l’onda, ancora alta, del filone “Wired”.

Il film nel suo genere può definirsi impeccabile e se da una parte sembra ricalcare per l’ennesima volta il concetto di disagio adolescenziale, dall’altra permette di esprimerlo con originalità, rifilando  stoccate maligne e perfide alla bella e finta America.

L’opera sguazza nel grottesco e gioca con un surreale molto “pulp” che ricorda quello di Tsukamoto, con le dovute proporzioni.

AnnaLynne McCord che nella vita reale è una figa da paura, viene tramutata in un personaggio gretto e inquietante ma che al tempo stesso è impossibile non amare.

Come d’altronde merita di essere menzionata anche la prova dell’eternamente giovane Traci Lord, perfetta nel ruolo della mamma rompicoglioni.

Il film è uno spettacolo per gli amanti dell’estetica “al sangue”, destinato a rimanere un “classico moderno “ del genere.

 

 

 

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