Ho fondato un partito: “Insurrezione antropofaga”

Ero nella metro a fissare un punkabbestia che coccolava il suo cane, grande quanto un vagone, e a un certo punto mi ricordo che tra un mese ci saranno le elezioni.

Un lampo a ciel sereno.

Effettivamente nei giorni precedenti qualcosa avevo intuito, tipo politici che andavano in TV parlando di famiglia, giovani senza futuro e stronzate del genere; o manifesti con volti oscenamente sorridenti piazzati un po’ ovunque.

Il fatto è che ormai a certe situazioni non ci faccio più caso, come quando mia madre mi ripete di chiamare qualche parente per il compleanno.

Bypasso e vado oltre, altrimenti poi mi toccherebbe fare pure gli auguri per l’onomastico.

E così illuminato dalla lieta novella decido di informarmi o meglio, di  tirar fuori le informazioni che in questi mesi ho inconsciamente immagazzinato nel reparto “ ‘sto cazzo” del mio cervello.

Come ad ogni elezione che si rispetti non c’è un candidato premier di sinistra.

In Italia l’unica entità comunista che ci è rimasta è Ghezzi, il quale però preferisce trascorrere il tempo visionando cortometraggi boliviani del ’48 sulla coltivazione della papaia , spacciandoli poi come “arte” a orari improponibili della notte.

C’è Bersani, che a quanto dicono sia di sinistra, vincitore delle fantastiche primarie del PD.

La cui  intensità emotiva e politica è stata pari alle elezioni per i rappresentati di classe negli istituti professionali.

A noi italiani ogni tanto viene il piccio di imitare gli americani, spunti che nascono dal nulla e che ci portano a situazioni imbarazzanti e paradossali, come festeggiare Halloween e guardare l’All Star Game dell’NBA facendo finta di comprendere la telecronaca in lingua.

Le primarie del PD sono state una sorta di Remake italiano di Arma Letale, diretto da Pupi Avati e con Muccino nei panni di Martin. Colonna sonora delle Vibrazioni.

Ci hanno messo in mezzo pure Vendola con tanto d’orecchino e propaganda gay per far apparire la sinistra gggiovane e rivoluzionaria, moderna e intellettuale.

E se Bersani si ispira a Papa Giovanni, Vendola pesca un’altra figura di spessore culturale e politico:

il cardinal Martini.

Tanta modernità non si vedeva dai patti Lateranensi.

Gli altri candidati alle primarie nemmeno li ricordo.

Ah sì, Renzi.

Ovviamente dato che il PD nella merda ci sguazza, gli altri per stare al passo non sono stati da meno.

Monti è il nonno che nessuno vorrebbe avere, che ti regala “Il giovane Holden” per il tuo nono compleanno e ti porta a fare due passi nel museo etrusco a ferragosto.

Ti da la paghetta di cinque euro ma ti chiede di metterne da parte 3.50, così impari a risparmiare.

La sua candidatura sarebbe stata perfetta nel 1946.

L’elettore di Monti è quello che compra Internazionale, va in bici al lavoro e non fa i rutti a tavola ma  finito di pisciare non si lava le mani e ti da un buffetto sulla faccia.

La sobrietà di Mario ha incantato gli italiani, i quali dopo anni di puttane e trans avrebbero trovato “a modo” anche Di Natale come ministro degli esteri.

Poi c’è lui, anzi “Lui”.

Dovrebbero dedicargli una trilogia letteraria o filmica.

E’ sempre lì, non molla, Arcore gli va stretta.

E’ un tipo ambizioso, Lui.

Indomito cavalca trasmissioni televisive e radiofoniche, è ovunque e hai la sensazione di potertelo trovare davanti alla cassa del Lidl, pronto a porgerti un dépliant del suo programma politico.

Ti porterebbe i sacchi della spesa fino all’auto allietandoti il tragitto con aneddoti sulla sua adolescenza (periodo il suo che va dai 13 agli anni attuali), ti aiuterebbe e riporre i pacchi nel portabagagli, ti saluterebbe stringendoti calorosamente la mano e poi ti domanderebbe dieci euro per comprare i preservativi.

Ce la metterà nel culo ancora una volta.

Alla faccia di Santoro, Travaglio e a tutti gli intellettuali di sinistra che la voce grossa la sanno fare solo se davanti hanno una folla politicamente schierata con loro, che ride e applaude a ogni battuta.

E con loro ci sono i vari ed eventuali Benigni, Fazio, Saviano e tutta quella gente che sale sul palco del primo Maggio spara du’ cazzate e si becca l’acclamazione di figli di papà fan di Manu Chao.

Mi son convinto che più parlano, più convincono la gente a votarlo.

Dopo le teste di serie, abbiamo i partiti di seconda fascia, all’altezza anche loro.

Ci so’ i nazisti della Lega, i quali se mettessero una svastica sul logo o un cappuccio del K.K.K. magari li voterei anche, più che altro per l’onestà.

La cosa che mi fa sorridere è che ormai al Nord ci sono più meridionali e immigrati che gente del nord vera e propria.

Vuoi vedere che il nigeriano che suona il bongo a Parco Sempione vota Maroni?

Vuoi vedere che lo zio palermitano che ha la focacceria sui navigli ha il portachiavi con il Sole delle Alpi?

Come dimenticare poi Casini, ‘sta DC che dopo averci affossati non si mette una mano sulla coscienza e si leva dai coglioni.

Sentir parlare Casini è peggio che ascoltare l’omelia del matrimonio del compagno delle superiori, lasso di tempo in cui ti domandi se negli antipasti ci sarà la fetta di melone avvolta dal prosciutto crudo.

Ecco i Radicali, stretti attorno al loro leader Pannella, uomo il cui masochismo è secondo solo al suo egocentrismo.

Scioperi della fame, della sete e forse pure dell’intelligenza.

Protesta per qualsiasi cosa, pure se il nipote s’è scaricato da Torrent l’ultimo album degli Artic Monkeys.

E tutti lì, stretti attorno al letto del martire che non crepa, che emette rantoli e lancia invettive a caso senza logica né fini.

Come se le responsabilità politiche dipendessero dai succhi gastrici del SUO stomaco e dal livello di emoglobina del SUO sangue.

Grillo.

A me stava simpatico quando organizzava la giornata del Vaffanculo, era un’idea carina.

Ti preparavi il cesto della merenda, salivi sul treno per Bologna, ti facevi due risate al comizio, ballavi, rimorchiavi qualche MILF  con ancora addosso la nostalgia delle scopate universitarie e tornavi a casa soddisfatto.

Poi si è messo a fare le cose seriamente, ed è diventato noioso.

Casini nel partito, litigi, cazzi vari.

Era più bello quando sbraitava agitandosi sul palco, sputando e gridando “affanculo, cazzo, minchia, cacca, tu sei adottato”.

“Eh, ma tu critichi tutto e tutti, facile così. Non c’hai l’alternativa”, mi direte.

Invece no, ho l’alternativa.

Ho fondato un partito: “Insurrezione antropofaga”.

E’ un movimento che non prevede liste né candidati, tutto si basa sul passaparola.

Vuoi farci parte?

E’ semplice: azzanna la prima persona che ti capita a tiro.

Un membro della tua famiglia, il vicino di casa o il meccanico che sta all’angolo.

Dopo che hai strappato un bel pezzo di carne, grida ad alta voce: “Insurrezione antropofaga!”.

Poi scappa, corri, e avventati sulla prossima vittima.

Dici che fa schifo e non ha senso?

Meglio.

 Ora o mai più

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Cosmopolis

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A essere sinceri non ci speravo più in Cronenberg.

Il solo fatto di aver partorito un film asettico come A Dangerous Method portò a pormi domande abbastanza serie su cosa passasse in quel periodo nella mente del “Maestro”.

Certo, nel mondo del cinema di lavori un po’ così e così ci stanno, soprattutto se la tua carriera è stata un percorso continuo di successi.

Il problema è che da gente come Cronenberg si pretende sempre il massimo, è un’esigenza morale quanto artistica.

Probabilmente sono (forse) del tutto terminati i tempi del “body horror” (l’ultimo suo lavoro a riguardo risale a Existenz), che ci porteremo nel cuore come il miglior periodo artistico del regista canadese.

Cronenberg ha deciso di puntare su altro stile che appunto da Existenz in poi ha preso una forma sempre più particolare, più marcatamente psicologica e noir, anche se a onor del vero i lavori precedenti erano molto più cervellotici e complessi.

Cosmopolis rappresenta un’altra tappa di questa evoluzione, inarrestabile e sofferta.

E’ un film difficile, dove i dialoghi la fanno da padroni e le metafore sono frecciate che, se colte, fanno  male.

Siamo a New York ed Eric Packer (un Pattinson sorprendentemente meno gay del solito e sorprendentemente bravo), pezzo grosso della finanza, decide di attraversare la città con la sua limousine supertecnologica pe recarsi dal suo barbiere di fiducia.

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La città però è completamente bloccata a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e soprattutto per le sommosse che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Eric dall’interno della sua limousine è in grado di controllare l’intero sistema finanziario mondiale, il quale però sembra essere giunto sul punto di collassare. Nel suo viaggio è accompagnato da persone che costituiscono le sue relazioni giornaliere, dalla moglie al medico, ognuna descrive una parte del suo mondo.

La limousine attraversa strade devastate dalla rivolta, dalla furia della gente ridotta quasi alla fame da un regime economico distruttivo. Contemporaneamente all’interno dell’auto si svolgono dialoghi filosofici, scopate e controlli alla prostata, il tutto circondato da una cinica e perversa consapevolezza che la dissoluzione del materialismo coincide con la propria. Eric prosegue, come attratto da un qualcosa più forte di lui, verso la fine di quel continuum che si è interrotto e al termine del quale non troverà altro che la sua inettitudine al vivere.

L’incapacità di provare pietà per se stessi.

Film di un impatto tremendo, profondo e allegorico, e forse proprio per questo sottovalutato.

Cronenberg attraverso un’opera di De Lillo descrive un universo che per quanto decadente e surreale possa apparire è atrocemente contemporaneo.

Il personaggio di Eric non è altro che l’incarnazione di coloro che oggi detengono le nelle loro mani le sorti del mondo, magnati della finanza o politici che siano. L’orrore non è nella loro spregiudicatezza arrivista ma nella capacità di contemplare un disastro cui consapevolmente ci hanno condotto, senza il minimo rimorso.

Il rimedio o la via di fuga sono ipotesi scartate a priori.

L’anarchia non è solo bidoni a mo’ di barricata e vetrine rotte ma è assoluta e indistinta, infatti, le rivolte per le strade non appaiono come un segno di rivincita ma sono anche esse un ingranaggio dell’autodistruttività della razza umana.

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Se fuori regna il caos, nella Limousine c’è l’alienazione totale interrotta da dialoghi la cui profondità contrasta con la freddezza con cui sono pronunciati. Ogni personaggio (cammeo della Binoche divertente e mamma mia che gnocca a quarant’anni)  che prende posto sul sedile racconta qualcosa di un universo regolato dalle leggi del  narcisismo e dell’avidità, il cui unico problema anche davanti alla morte è rappresentato da una probabile asimmetria della prostata.

Il finale è il raggiungimento del tanto atteso scompenso psicotico da parte di una realtà borderline, autolesionista dalla nascita.

Film tra i migliori di Cronenberg, da rivedere tra qualche anno esclamando: “Mannaggiacristo”.

“Noi, i tatuaggi, uno smartphone e una stanza buia”

“Dovresti comprarti uno smartphone, così ti metti Wazzup e puoi mandare tanti messaggi senza pagare in tutto il mondo”.

Mentre parlava non smetteva di fissare quel “coso” che aveva in mano, muoveva le dite sullo schermo aprendo applicazioni e finestre. Stavo assistendo a una masturbazione tra un umano e un cellulare.

“Davvero! E’ figo! Risparmi e comunichi con i tuoi amici per tutto il giorno! Diventa una droga, sai?

Io invio circa 70 messaggi al giorno!”

Avevo calcolato che in circa trenta minuti di conversazione i nostri sguardi si erano incrociati forse tre volte. Lei fissava il coso e non smetteva di scrivere. Movimenti compulsivi, nevrotici.

Non poteva fare  a meno di controllare ogni secondo lo schermo che puntualmente s’illuminava accompagnato da una vibrazione.

Mentre leggeva le sue notifiche, prendo in mano il mio Samsung modello “Tiburtina”: nessun messaggio ricevuto, nessuna chiamata.

Per un attimo mi sento solo, anch’io avverto il desiderio di avere un coso per mandare e ricevere messaggi inutili. Far scivolare le mie dita su uno schermo lucido e luccicante, sentirmi parte di un MONDO.

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Già all’epoca delle Christmas card toppavo alla grande, ero l’unico stronzo della provincia ad avere la Wind.

Quando uscivo con gli amici i loro cellulari squillavano o vibrano, coglievo i loro sorrisi e commenti entusiasti.

Io ricevevo solo messaggi che informavano dei nuovi piani tariffari o domande da mio padre scritte con un forzato stile giovanile atto a nascondere la sua ansia: “A ke ora torni stase?”

Ora la situazione è più o meno la stessa, con l’aggravante che la mia rubrica è quasi vuota, che son passato a Vodafone e le Christmas card non se le incula più nessuno.

“In pratica ti puoi scaricare anche i giochi”.

“Tipo, io ho trovato questo dove devi toccare l’uovo un milione di volte e poi forse si aprirà facendo uscire un pulcino”.

Intanto continuava a pigiare il suo indice sullo schermo, sul quale appariva quanti tocchi mancassero alla schiusa. 650.000.

Questo implicava che l’idiota davanti a me avesse speso minuti della sua vita per toccare lo schermo 350.000 volte.

Un atto evolutivo notevole, forse superiore a quello di mollare una bomba carta poco prima che esploda.

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Il coso continua a vibrare, messaggi su messaggi.

Lei scrive e mi parla, io non spiaccico una parola, ripasso mentalmente l’alfabeto sumero.

Mi spiega che è possibile creare dei gruppi su Wazzup dove vi prendono parte solo certe persone (provo a immaginare il privilegio di essere inseriti in uno di questi gruppi), così tutti possono leggere i messaggi di tutti e comunicare all’infinito.

Le hai quattro gruppi, quello dell’Università, della scuola di danza, degli amici delle superiori e dell’Erasmus.

Messaggiano tutto il giorno, a tutte le ore.

Bella la vita.

Cerco di cambiare argomento, accennando a quella ex compagna delle medie che è rimasta incinta e ha chiamato il figlio “Ronaldo”. Ma nulla.

Lei mi fissa per un attimo, mi sorride e lancia un’occhiata al coso.

“Sai, mi son fatta un nuovo tatuaggio, qui sul fianco sinistro. E’ un teschio adagiato su delle rose, rappresenta l’incontro tra la vita e la morte.”

Quello credo sia il suo tatuaggio numero sei, preceduto da opere d’arte come: fiori colorati sul braccio destro, il suo nome in corsivo sotto l’avambraccio destro, altri fiori sulla spalla sinistra, una farfalla sulla caviglia e la scritta “Hate me” sulla schiena.

Li esibisce fiera e sicura di sé, proprio come alle superiori esibiva il suo piercing all’ombelico a metà dicembre.

Credo che quando Nietzsche parlasse di “Eterno ritorno” intendesse questo.

Penso che il problema non siano i tatuaggi in sé, quanto piuttosto che l’idiota davanti a me abbia ricoperto il suo corpo con le medesime banalità che altri idioti come lei hanno sui loro.

Lascio da parte l’interpretazione dei tattoo, perché dopo il teschio adagiato su rose e la metafisica che racchiude avrei voluto spaccarle una bottiglia in faccia.

Resto dell’idea che se dovessi rappresentare il concetto di vita e morte sulla mia pelle, probabilmente non basterebbe l’intera epidermide e sarei costretto a scuoiare gente per portare a termine l’opera.

“Dovresti farti anche tu un tattoo, ti starebbe bene e poi oggi va di moda, è sexy ed è un modo per esprimere se stessi”.

Penso se risponderle o meno, meditando se possa comprendere le mia parole o no.

Decido di tacere, annuisco con la testa ed emetto versi di assenso “adagiati” su sorrisi forzati.

L’essere che è davanti a me, mi sta fornendo un ritratto antropologico della contemporaneità.

Non nascondo di provare una certa fatica a comprenderlo, ma mi sforzo.

E mi sforzo così tanto che devo ordinare il terzo gin tonic.

Lei esprime se stessa attraverso i tatuaggi e lo stesso fanno gli altri, il problema è che tutti si tatuano le stesse cose, quindi fondamentalmente non hanno nulla da dirsi se non ripetere le medesime stronzate.

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Un po’ come i messaggi su Wazzup.

All’improvviso, vuoi per colpa del terzo gin tonic, vuoi per altro, sono colto da visioni mostruose e angoscianti.

Peggio dei film di Lynch dove appaiono nani a caso e gnocche da paura stuprate.

Una mandria di corpi che si addobbano e adornano come stanze riempite da mobili IKEA, corpi che splenderanno al sole per qualche stagione per poi sfasciarsi sotto il peso degli anni.

La loro pelle caduca, fiori che appassiscono, nomi che il tempo farà sbiadire.

Corpi che cercano l’approvazione altrui, corpi morsi della solitudine e spaventati dal terrore di non poter essere nessuno.

Corpi in una stanza buia, illuminata solo dalla luce di uno schermo di uno smartphone che a intervalli si accende e ci mostra contorni, figure, disegni sulla pelle.

Noi, i tatuaggi, uno smartphone e una stanza buia.

Le foto dell’articolo sono opere dell’ artista Gèrard Racinan, per saperne di più:http://rancinan.com/wp2013/

Top Ten

La bellezza del capodanno risiede in tanti elementi, il più importante dei quali sono i servizi dei telegiornali sui napoletani che si sono tranciati la mano con le bombe carta.

Un altro elemento sono i “buoni propositi” per il nuovo anno, cioè la speranza di rifarsi delle occasioni mancate nell’anno precedente che guarda caso sono le stesse mancate nel 2011, 2010 e così via.

Poi c’è la mia parte preferita: le top ten.

Arrivato il 27 gennaio, partono le classifiche per stilare i migliori dieci di ogni minchiata, come se d’altronde fosse d’importanza vitale sapere chi siano stati i personaggi più amati di Mediaset durante l’anno.

Quando andavo a scuola le top ten, si facevano sulle tette delle ragazze o su chi pisciava più lontano, ed erano statisticamente accurate.

Ma non voglio essere da meno e anche se con un po’ di ritardo stilerò la mia Top Ten.

E’ una Top Ten particolare, dove non ci sono vincitori o vinti ma solo desolazione, come sempre.

10- Zlatan Ibrahimovic. Dopo l’autobiografia di Tiziano Ferro, che ci ha insegnato come fare soldi dichiarandosi gay, quella di Ibrahimovic merita un posto di rilievo. I serbi, noti da sempre per il loro charme,  nel corso dei secoli si sono evoluti e poi emigrati in Svezia per dare al mondo un elemento come Zlatan.  Uomo la cui avidità è direttamente proporzionale all’ignoranza,  che si vanta delle sue risse e cafonate come uno bulletto delle scuole medie.

Idolo di una generazione che spero venga annientata con lui da un’epidemia di aviaria.

9-Obama. E’ stato rieletto, abbiamo ritrovato il suo sorriso sulle copertine dei giornali, si è auto promosso “negro d’America” manco fosse l’unico rimasto in tutta Brooklyn, ha dato vita a nuovo sentimento di rinascita americana.

Ma ancora ci deve spiegare che minchia ha fatto in cinque anni di presidenza.

8-Lana Del Ray. La si ritrova ovunque, sei costretto a conoscerla per forze di cose, non puoi fuggire. Finché era solo contante potevi nutrire la consolazione di vederla sparire nel baratro dell’anonimato nel giro di massimo due anni.

Ora invece è pure modella, ha dichiarato di voler dedicarsi anche alla scrittura di sceneggiature e chissà cosa altro le ha suggerito il manager.

Si esibirà a Milano, prezzo del biglietto 40 euro.

Tutti in prima fila ad applaudire qualcosa che non esiste.

7-I Maya. Mortacci loro. Una speranza avevo e me l’hanno pure tolta.

Avevano calcolato con precisione anche il diametro del cazzo di Rocco Siffredi ma sul più bello hanno steccato.

In effetti un popolo che è stato sterminato dagli SPAGNOLI non è credibile.

6-PSY. Ossia il tizio del Gangnam Style. Un antropologo moderno che con la sua musica oscena e un balletto mongoloide ha dimostrato come la razza umana meriterebbe l’estinzione immediata. Il suo videoclip ha superato il miliardo di visite su Youtube (prima volta nella storia), il suo singolo è stato in vetta praticamente nelle classifiche di tutto il mondo.

Ci dovremmo vergognare di essere nati, almeno ogni tanto.

5-Berlusconi. Il titolo di un racconto di Stephen King intitolato “A volte ritornano” potrebbe descrivere al meglio la storia di quest’uomo.

Il problema però sono quelli che gli permettono di fare ciò che vuole.

Noi italiani amiamo il sesso anale, Berlusconi ne è la dimostrazione.

4-Il Nobel all’Europa. Avessero assegnato il Nobel per la pace al tizio che pulisce i set dei film porno, probabilmente oggi vivremmo in un mondo migliore. Così non è stato e dobbiamo tenerci la nostra cara e vecchia Europa fatta di discriminazioni, guerre e speculazioni capitaliste.

 Volemmosebbene.

3-Barbara D’Urso. Non c’è ombra di dubbio che la migliore giornalista italiana sia lei. Tutti gli altri si professano indipendenti e incorruttibili ma leccano il culo ai potenti appena distogli lo sguardo. Lei lo fa alla luce del sole, senza vergogna e con naturalezza. Proprio come le duecento pompe che ha fatto per arrivare a essere dove è ora.

2-Le spedizioni della NASA. Vorrei capire il significato dell’investire miliardi di dollari in navicelle che attraversano lo spazio, poggiano il culo su Marte e ci dicono che TEMPO FA FORSE C’E’ STATA VITA.

Ammesso che gli alieni esistano, che Marte e i cazzo di pianeti del sistema solare abbiano acqua, che un giorno potremo vivere sulla luna, non era meglio spendere quei soldi, chennesò, per una ricerca a caso nel campo delle malattie ancora incurabili?

1-I ricettari. Ebbene sì, il primo posto è loro. Oggi sono i libri più venduti, viviamo in un mondo di gente a cui piace cucinare e mangiare.

L’edonismo moderno è il cibo, tutti in cucina a preparare tanti manicaretti e a gustarli accompagnandoli con un bel Chianti. Feuerbach scrisse: “der Mensch ist was er isst”, l’uomo è ciò che mangia. Ciò che buttiamo nello stomaco influisce su ciò che siamo, sulle nostre idee e comportamenti.  Ecco, dovremmo cambiare ricettari.

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