Cosmopolis

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A essere sinceri non ci speravo più in Cronenberg.

Il solo fatto di aver partorito un film asettico come A Dangerous Method portò a pormi domande abbastanza serie su cosa passasse in quel periodo nella mente del “Maestro”.

Certo, nel mondo del cinema di lavori un po’ così e così ci stanno, soprattutto se la tua carriera è stata un percorso continuo di successi.

Il problema è che da gente come Cronenberg si pretende sempre il massimo, è un’esigenza morale quanto artistica.

Probabilmente sono (forse) del tutto terminati i tempi del “body horror” (l’ultimo suo lavoro a riguardo risale a Existenz), che ci porteremo nel cuore come il miglior periodo artistico del regista canadese.

Cronenberg ha deciso di puntare su altro stile che appunto da Existenz in poi ha preso una forma sempre più particolare, più marcatamente psicologica e noir, anche se a onor del vero i lavori precedenti erano molto più cervellotici e complessi.

Cosmopolis rappresenta un’altra tappa di questa evoluzione, inarrestabile e sofferta.

E’ un film difficile, dove i dialoghi la fanno da padroni e le metafore sono frecciate che, se colte, fanno  male.

Siamo a New York ed Eric Packer (un Pattinson sorprendentemente meno gay del solito e sorprendentemente bravo), pezzo grosso della finanza, decide di attraversare la città con la sua limousine supertecnologica pe recarsi dal suo barbiere di fiducia.

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La città però è completamente bloccata a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e soprattutto per le sommosse che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Eric dall’interno della sua limousine è in grado di controllare l’intero sistema finanziario mondiale, il quale però sembra essere giunto sul punto di collassare. Nel suo viaggio è accompagnato da persone che costituiscono le sue relazioni giornaliere, dalla moglie al medico, ognuna descrive una parte del suo mondo.

La limousine attraversa strade devastate dalla rivolta, dalla furia della gente ridotta quasi alla fame da un regime economico distruttivo. Contemporaneamente all’interno dell’auto si svolgono dialoghi filosofici, scopate e controlli alla prostata, il tutto circondato da una cinica e perversa consapevolezza che la dissoluzione del materialismo coincide con la propria. Eric prosegue, come attratto da un qualcosa più forte di lui, verso la fine di quel continuum che si è interrotto e al termine del quale non troverà altro che la sua inettitudine al vivere.

L’incapacità di provare pietà per se stessi.

Film di un impatto tremendo, profondo e allegorico, e forse proprio per questo sottovalutato.

Cronenberg attraverso un’opera di De Lillo descrive un universo che per quanto decadente e surreale possa apparire è atrocemente contemporaneo.

Il personaggio di Eric non è altro che l’incarnazione di coloro che oggi detengono le nelle loro mani le sorti del mondo, magnati della finanza o politici che siano. L’orrore non è nella loro spregiudicatezza arrivista ma nella capacità di contemplare un disastro cui consapevolmente ci hanno condotto, senza il minimo rimorso.

Il rimedio o la via di fuga sono ipotesi scartate a priori.

L’anarchia non è solo bidoni a mo’ di barricata e vetrine rotte ma è assoluta e indistinta, infatti, le rivolte per le strade non appaiono come un segno di rivincita ma sono anche esse un ingranaggio dell’autodistruttività della razza umana.

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Se fuori regna il caos, nella Limousine c’è l’alienazione totale interrotta da dialoghi la cui profondità contrasta con la freddezza con cui sono pronunciati. Ogni personaggio (cammeo della Binoche divertente e mamma mia che gnocca a quarant’anni)  che prende posto sul sedile racconta qualcosa di un universo regolato dalle leggi del  narcisismo e dell’avidità, il cui unico problema anche davanti alla morte è rappresentato da una probabile asimmetria della prostata.

Il finale è il raggiungimento del tanto atteso scompenso psicotico da parte di una realtà borderline, autolesionista dalla nascita.

Film tra i migliori di Cronenberg, da rivedere tra qualche anno esclamando: “Mannaggiacristo”.

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