Pochi consigli su come mantenere un minimo di decoro in quest’epoca oscura

Essere al passo con i tempi, rimanere aggiornati sulle nuove tendenze e mantenere uno sguardo costante  sulle mode nell’era del consumismo è un’impresa davvero difficile.

Ci bombardano continuamente di novità, in qualsiasi campo.

Persino gli antidepressivi posso essere “in” o “out”, le modalità di tradimento, come rispondi al citofono o i movimenti che compi per pulirti il culo.

Oggi senza i dovuti accorgimenti si rischia di essere vecchi a vent’anni, il che equivale ad abbracciare la morte sociale.

La nostra epoca sebbene avviata verso un declino inesorabile, merita comunque di essere vissuta nel modo più fashion possibile.

Se l’Inferno è alle porte, è bene arrivarci ben vestiti e con in testa tutte le hits del momento.

Abbigliamento Non voglio soffermarmi troppo su questo argomento. Dell’abbigliamento hipster si dice e si è detto troppo, parlarne ancora sarebbe come sparare sulla croce rossa. Pantaloni aderenti, mocassini e cappello nonché un paio di occhiali anni 80’ e una camicia, possono renderti appetibile verso la società.

La prima impressione è quella conta, giusto?

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E pensa che sei anche fortunato perché vivi in Italia, infatti, nel resto del mondo vestito così saresti considerato come un coglione qualunque (pensa un po’!).

Corpo Se qualche anno fa l’imperativo era avere un corpo statuario e scolpito che potesse attraverso i glutei comunicare la personalità dell’individuo oggi, mio caro/a, non devi porti questo complesso.

Certo se c’hai il bicipite gonfio o le tette rifatte non è che fai schifo, però la priorità è altro.

Un taglio di capelli corto per le donne e ciuffo anni 50’ per lui e via!

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La donna col capello corto è simbolo di ribellione e afferma la presenza di una Lei emancipata e indipendente, una donna metropolitana e coraggiosa, che non teme il confronto con il sesso forte.

Se però quel taglio lo avesse fatto quattro anni fa si sarebbe beccata della lesbica ma ora hanno detto che anche se c’hai i capelli da maschiaccio non vuol dire che non ti piaccia il cazzo.

Quindi ora può anche rasarsi a zero senza timore, con tutto il suo spirito indipendente e anticonformista.

L’altro punto fondamentale è il tatuaggio.

Se non ce l’hai sei una sega.

Non è importante cosa ti tatui o il significato racchiuso nel tatuaggio, l’importante e averlo.

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Anzi, più ne hai meglio è.

E’ una competizione, il che implica il doverli mettere in mostra. Avambracci scoperti e canotta a Dicembre sono le armi che permettono di evidenziare ancora di più le tue opere d’arte.

Con il tatuaggio entri di diritto nella cultura metropolitana contemporanea, è il tuo pass per essere ufficialmente figo.

Devi solo sperare che la moda duri a lungo e che non ti sia beccato l’epatite con un ago infetto.

Accessori Nulla di più semplice e soprattutto economico. Uno smartphone, un portatile Mac e cuffie Beats Studio.

Il tutto alla modica cifra di 1700 euro circa, da chiedere a mamma e papà come premio per aver superato l’esame di “Storia del cinema”.

E’ importante sottolineare che i suddetti accessori non devono essere esibiti con spocchiosità o vanto, ma ostentando normalità. Perché è normale oggi andare in giro con “utensili” che valgono più dell’appartamento di tuo zio a Frosinone Sud.

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Per i più avanguardisti ci sarebbe anche il Tablet, comodo da usare per leggere le news del Fatto Quotidiano mentre sei in metro o semplicemente divertente da usare passandoci alla cazzo il dito sopra senza avere la benché minima idea di cosa fare o cercare.

Musica La colonna sonora di questo periodo dovrebbe essere la Marcia Funebre di Chopin ma probabilmente non è nel catalogo di Itunes. Quindi meglio divertirsi con tutti quei gruppi che dovrebbero essere “ underground” ma che ritrovi il giorno dopo su MTV.

L’elemento “elettronica” è un valore imprescindibile.

Se la band non utilizza il synth minimo in 2/3 delle tracce dell’album, è da scartare.

E’ bene scovare sempre nuovi gruppi, anche se oggettivamente orribili purché inseriscano un “fzzzz” o un “vrrrrschtr” nei loro pezzi; farli poi conoscere agli amici per cementare il proprio status di tipo “in” e creare attorno a te una sorta di aurea di “guru”.

Libri La scelta del libro deve essere fatta in base all’anticonformismo dell’autore, ma dato che non hai tempo di andare alla Feltrinelli e spendere più di dieci minuti per cercare un libro interessante perché devi caricare assolutamente le foto su Facebook del week end a Londra, la scelta ricadrà sempre su di lui: Bukowski (porcoddio l’originalità!).

Non è indispensabile sposare la sua filosofia e visione del mondo, è fondamentale invece conservare i suoi libri in bella vista sul comodino. Non si sa mai vengano ospiti è bene far notare che sei un tipo acculturato.

Cinema Tutto ciò che è indipendente, anche i cortometraggi dell’amico tuo che si è diplomato alle Scuole Civiche di Milano l’anno scorso. Magari datti pure una ripassata sulla Nouvelle Vogue che non si sa mai.

Social Network  Facebook non basta per tutte le stronzate che devi raccontare al mondo intero, quindi sotto con Twitter. Descrivi costantemente il tuo stato, meglio se critico e cinico senza dimenticare la sottile ironia (sennò che cazzo leggi a fare Bukowski?).

Posta le foto scattate con Instagram: muri scrostati  tramonti dalle finestre, il sushi di venerdì. E non dimenticare di condividere le tue foto, sorridi sempre, assicurati di indossare vestiti carini e di avere uno sfondo interessante.

Tipo due amiche fighe o Camden Street.

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Viaggi Devi assolutamente viaggiare, altrimenti: 1) non potrai sfoggiare il tuo abbigliamento in giro per l’Europa e capire se H&M vende le stesse cose anche a Parigi; 2) non potrai fare foto, quindi non potrai occupare qualche giga byte del tuo MAC e soprattutto il diario di Facebook risulterà miseramente spoglio. Oh, non fare cazzate. Basta con Barcellona, Praga e Budapest. Vai sulla realtà metropolitana: Londra e Berlino.

Non dimenticarti di raccontare al ritorno di quanto si stia bene all’estero e quanto provinciali siano gli italiani.  

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“L’Italia non esiste, noi non esistiamo, però si continua votare”.

L’ultima volta che sono andato a votare avevo diciannove anni.

Scrissi sulla scheda “morite tutti infami”.

All’epoca il mio sogno erotico era Vibeke Stene e andavo giù pesante con il Death Metal.

Le elezioni politiche le ho sempre trovate inutili, soprattutto per un popolo ignorante come il nostro.

Più volte mi hanno fatto notare che il non votare è una sorta ammutinamento morale, il quale non permette poi il potersi lamentare a giochi fatti.

Non so chi abbia mai inventato questa regola, probabilmente lo stesso tizio che ha messo in giro la voce che le donne non si toccano nemmeno con una rosa.

E poi, perché uno che vota Mastella può parlare di politica e un fan degli Insomnium no?

Mi son sempre chiesto che aspettative potesse avere un popolo come quello italiano, che vanta tra i suoi capi di governo precedenti gente come Andreotti, Prodi e Berlusconi, di giungere a un cambiamento socio-politico.

Le foto dei manifesti elettorali mi hanno sempre inquietato, tizi sorridenti che con frasi lapidarie promettono sempre qualcosa , pur non sapendo tu cosa chieda o voglia.

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Il bello delle elezioni in Italia non è capire chi vincerà o confrontare i diversi programmi politici.

No, il bello delle elezioni in Italia e monitorare il comportamento degli italiani.

L’italiano si trascina a ogni elezione un’incertezza infantile fino al momento in cui sta per entrare nella cabina, come se aspettasse le ultime promesse di un candidato a caso per avere la certezza matematica di votare la persona giusta.

Infatti, i giorni precedenti sono caratterizzati da un forte impegno politico (assente nei restanti giorni dell’anno solare) che portano l’italiano a sfogliare e addirittura leggere (non senza qualche reticenza) le prime cinque pagine del Corriere della Sera, senza saltare direttamente alla cronaca sportiva.

Ciò è accompagnato dalla visione di programmi come Ballarò e Servizio Pubblico, annuendo agli interventi di Crozza e Travaglio perché il collega di lavoro che è stato al V-Day gli ha detto che sono in gamba.

In realtà nella mente dell’italiano le idee sono ancora meno chiare, infatti, si domanda come mai dopo anni di elezioni e relativi cambi di capi di governo si ritrovi sempre con le pezze al culo.

L’altro elemento onnipresente “neisecolideisecoliamen”, è Berlusconi.

Credo che l’Italia abbia sviluppato nei confronti di Silvio un forte affetto.

L’hanno visto crescere, muovere i primi passi, tifare allo stadio e fare le prime esperienze con le ragazze.

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E’ la loro creatura, che non condanneranno e abbandoneranno mai.

Esattamente come la mamma che difende in questura il figlio sgamato con una panetta di hashish di 300 grammi nelle mutande: “Sono ragazzi, capita. Sono cose che hanno fatto tutti”.

E così Berlusconi è presente a ogni elezione, consapevole che qualche italiano lo voterà sempre.

Perché a noi non serve un programma politico dettagliato o verificare il curriculum del candidato per decidere chi votare.

A noi basta che ripetano le stesse minchiate dette dai tempi della DC: non pagherete le tasse, darò lavoro, riceverete assegni famigliari.

Fondamentalmente l’italiano quando va ai seggi segue l’interesse personale non quello nazionale.

Calcola quanto le sue tasche saranno piene e i vantaggi che potrà ricavarne, è un tipo di ragionamento che andrebbe benissimo in un sistema feudale.

Le speranze riposte in movimenti “alternativi” e “rivoluzionari” sono la risposta impulsiva e rabbiosa di un popolo che non sa più a chi rivolgersi per tirare avanti a fine mese.

Se domani Marco Liorni si presentasse da Santoro promuovendo un suo partito, raccoglierebbe un 20% di adesioni nette.

Così dopo il pomeriggio trascorso a guardare gli Exit Poll, che tanto gli ricordano la classifica di serie A o il televoto di “Amici”, apprende chi sarà il suo capo di governo.

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Che guarda caso non è mai quello che ha votato.

La fase della rabbia è la più bella.

Fase in cui il dissenso e il disgusto dell’italiano si manifestano con tutto il loro furore sui social network, postando cazzate adolescenziali e minacce rivolte ai supporter del partito vincitore.

Che guarda caso è sempre quello di Berlusconi.

Qui si verifica un fatto molto interessante.

Tutti contestano ma nessuno ammette di averlo votato.

La qual cosa mi ricordai la tipa cessa ma zoccola e tettona che si son passati tutti al liceo ma che nessuno ha mai ammesso di essersela trombata.

L’impegno politico dell’italiano finisce praticamente il giorno dopo.

La nuova alba porta via ogni rancore e preoccupazione, al bar si parlerà di Balotelli e del nuovo calendario di qualche troione; al supermercato dell’offerta 3×2 sugli assorbenti interni e dell’impossibilità di fare la spesa con venti euro.

L’italiano è la moglie che anche se picchiata una sera sì e una no, fa trovare i biscotti appena sfornati al marito ubriaco che rientra a casa.

L’Italia non esiste, noi non esistiamo, però si continua votare.

American Mary

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Se andate su Google e cercate “Soska Siters”, vi usciranno le immagini di due gnocche darkettone.

All’apparenza potrebbero sembrare due ballerine che animano i locali notturni, che si strusciano ai pali e ti mostrano il piercing sulla lingua per fartelo venire duro.

Le due gemelle in realtà sono registe con due lavori all’attivo: Dead Hooker in a Trunk e American Mary.

L’ultima opera le ha portate a essere conosciute nel mondo del cinema Weird, grazie soprattutto alla loro devozione per il body-horror cronenberghiano.

Guarda caso, infatti, anche loro sono canadesi come il Maestro.

American Mary narra di una ragazza, Mary (Katharine Isabelle) appunto, studentessa di chirurgia con uno spiccato talento per la materia.

La bella Mary però si ritrova all’improvviso con il conto in rosso e cerca di tirare su qualche soldo in un night.

Il primo giorno di lavoro non è dei più entusiasmanti, infatti il gestore del club conoscendo le potenzialità della ragazza le chiede per 5000$ di eseguire un intervento chirurgico urgente a un tizio il cui volto è stato sfregiato.

Da qui per Mary, si aprirà un mondo.

Viene contattata da una donna che è la rappresentazione reale di Betty Boop, completamente ricostruita e imbottita di silicone.

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Il favore che viene chiesto a Mary, è quello di aiutare un’amica a trasformarsi in una Barbie Doll.

Una sera a un party organizzato dalla sezione di chirurgia Mary viene però drogata e stuprata dal suo professore.

Se fin da allora il suo interesse per la chirurgia plastica clandestina era stato solo un hobby per risanare il conto in banca, da quel momento in poi diviene la sua arma per vendicarsi dell’atrocità subita.

Ben presto la bella chirurga diviene il punto di riferimento locale della “body modification”, tra gemelle che chiedono di essere unite fisicamente per sempre, lingue biforcute e piercing genitali, Mary ricostruisce un’intera società ormai persa nel delirio dell’apparenza.

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Il film in America ha riscosso molto successo a livello di critica e pubblico, ma sappiamo benissimo che gli americani mangerebbero anche la merda se venisse venduta con una spruzzatina di ketchup.

Forse è stata una scelta consapevole delle registe quello di adottare un canone narrativo “disimpegnato” e ruffiano, magari per alleggerire l’impatto grottesco del film.

Sta di fatto che American Mary finito di visionare lascia un po’ la sensazione di un’opera incompiuta o terminata troppo in fretta.

Il film omaggia in maniera costante Cronenberg (soprattutto con Dead Ringers) e a tratti anche Freaks di Browning.

Nella presenza di personaggi curiosi e inquietanti (fenomenale il make up utilizzato su Tristan Risk e Paula Lindberg) è racchiuso il vero fascino del film, che in un’atmosfera surreale lascia scorrere sangue e brandelli di carne.

Il tutto confezionato da un cammeo delle Soska, con il quale “rendono gloria” come meglio non potrebbero a Cronenberg.

La star del film è però la magnifica Katharine Isabelle che, sorprendendo le aspettative, riesce a interpretare un ruolo non affatto semplice, muovendosi con disinvoltura in più registri: da quello comico a quello erotico, per finire a quello prettamente splatter/horror.

Il titolo già di per sé definisce il concetto racchiuso nel film. American Mary è una panoramica sulla quotidianità a stelle e strisce definita oggi più che mai dal culto dell’apparenza.

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Un culto che assume via via sfumature sempre più perverse, alla disperata ricerca di una distinzione “dagli altri” che non solo de-personalizza ma rende ancora più conformisti.

Dietro tette siliconate, glandi borchiati e maschere al botulino non ci sono altro che fantasmi perché la personalità, almeno per ora, nessun chirurgo è riuscito a ricrearla.

Il sesso, seconda puntata, scuole superiori e età adulta

Siamo alle superiori, un trionfo di tette e culi avvolti da jeans aderenti.

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Il problema è che, purtroppo, non è cambiato quasi nulla.

Lei va dietro sempre a quelli minimo quattro anni più grandi e lui investe la sua libido tra il Fantacalcio e un calendario a caso di GQ.

Se alle medie lei andava pazza per il ripetente burbero, alle superiori i suoi gusti si raffinano, si evolvono.

E’ il momento dell’ALTERNATIVO.

Il concetto di ragazzo alternativo ne presuppone accanto minimo altri tre: maglietta dei CCP, barba o rasta, megafono alle manifestazioni.

Lui è ganzo, perché a differenza di te ha sullo zaino la spilla degli Offspring e ha letto le prime tre pagine del Capitale.

Nella testa del ragazzo” medio” a questo punto una sorta di frustrazione che, mista alla confusione e alla voglia di vedere un organo genitale femminile dal vivo (l’ultima volta è stata all’asilo grazie alla famosa amichetta), lo spinge a seguire la scia dell’alternatività.

I risultati sono quasi sempre disastrosi e danno origine a: metallari, dark e punkabbestia efferati.

Purtroppo per una serie inspiegabile di motivi l’effetto generato è del tutto opposto a quello sperato e se sfigato eri prima, ora lo sei ancora e in più “socialmente deviato”.

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Tenere a freno la libido dell’adolescente è impresa ardua e i viaggi d’istruzione, alias gite, sono i momenti ideali per tradurre in pratica l’enorme teoria accumulata.

Il giorno più importante nella vita di un adolescente non è la maturità né la patente o il sei politico in fisica.

E’ la gita di quinto.

Qui indistintamente, uomini o donne, inseguono lo stesso obiettivo minimo: limonare.

L’apice è rappresentato dalla mitologica “storiella” di quattro giorni, la quale si interrompe appena rientrati nei confini regionali di appartenenza.

La preparazione che precede la gita è basata su un attento studio dei potenziali partner presenti nella classe che condividerà lo stesso bus.

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Il giorno della partenza, 5.00 del mattino, inizia ufficialmente “la sei giorni di caccia alla lingua”.

Nessuna regola, tutto è lecito.

Al rientro si parlerà per settimane della coppia che si è chiusa in camera per una notte intera, le cui nefandezze però non verranno mai rivelate.

Alla maturità ragazzo e ragazza arrivano così con un bagaglio “di esperienze” diverso.

Lui al massimo si è fidanzato con una di primo superiore, magari carina ma scrupolosamente devota al culto della verginità; Lei ha alle spalle già tre storie serie e ha capito che il sesso orale non va fatto mai dopo il primo appuntamento.

Università.

Un mondo, l’alfa e l’omega.

Il bello dell’università è che dentro ci trovi di tutto e questo si traduce con maggiori possibilità di trovare -specialmente per i maschi- la preda tanto ambita.

Tra feste universitarie e party la statistica è dalla parte dell’uomo, che ora non può fallire.

E infatti, finalmente, SCOPA REGOLARMENTE.

E’ questo il momento preciso in cui lui finalmente può cercare di mettere in pratica quello che ha appreso in anni spesi a guardare film porno.

E’ questo il momento in cui scopre per la prima volta come il “doggy style” esista per davvero e come ci siano esseri umani vagino-dotati in grado di portare a termine l’atto dell’ingoio.

La sua anima gemella all’apparenza è una brava ragazza, verrebbe da dire come tante: maniaco-depressiva, che ha già un fidanzato carabiniere in provincia di Catanzaro e un’inclinazione fenomenale alla manipolazione.

Mentre Lui spende venti ore della sua giornata studiando l’anatomia dell’apparato riproduttore femminile, le sue coetanee si sono ancora una volta evolute.

Basta con gli alternativi, parlano sempre di Bakunin e rompono il cazzo con i film di Bertolucci.

E’ ora di cercare un partito serio, qualcuno che ti porti fuori a cena e faccia schiattare d’invidia le amiche di corso.

E’ tempo di andare a caccia nelle terre fertili e profumate delle facoltà di giurisprudenza ed economia.

Tra pullover dai colori sgargianti e camice su misura, la ormai esperta predatrice cerca chi potrà regalarle un viaggio a Corfù per l’onomastico e un alce (in scala naturale) d’argento per Natale.

Scelta difficile, perché come si sa: “c’è il pezzente che finge di averli e quello che per davvero i soldi li ha”.

Il compito è difficile, fatto di aperitivi trascorsi a parlare di applicazioni dell’Iphone e serate a ballare sfiorandosi e lanciando sguardi accattivanti.

Il tutto per cercare di capire se suo padre abbia un bello studio avviato e se il manzo che siede davanti a lei possieda ambizioni da villa con piscina e Jaguar parcheggiata in soggiorno. Affianco all’alce in argento.

Quando le informazioni reperite sono sufficienti per soddisfare i requisiti, si va all’attacco:

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Da qui lei inizierà una vita sentimentale molto intensa, conoscerà i suoi genitori alla laurea e trascorreranno i week end saccheggiando H&M.

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Nel frattempo lo sfigatello (quello alternativo, con le pezze al culo) a causa della sua esuberanza sessuale ha finito con il devastarsi l’esistenza raccattando i casi umani più disperarti: la tossica, la maniaca dell’igiene, la schizofrenica che vede Satana, la fan di Valentino Rossi e quella con la fissa delle diete.

Il risultato è che si ritrova al terzo anno fuori corso con crisi esistenziali che non lo lasciano dormire nemmeno sotto Valium.

Quando lui finalmente giunge alla sua laurea in Lettere Moderne, è praticamente un uomo distrutto sotto il profilo emotivo e sessuale.

Ha invitato anche la sua ex alla festa di laurea che si è presentata con il suo nuovo fidanzato (preso ai saldi della facoltà di giurisprudenza) e frasi di circostanza atroci (“è bello vederti”, “ti meriti questo e altro”, “sapevo ce l’avresti fatta”).

Bene, da qui in poi comincia il mondo degli adulti.

Il mondo degli adulti è molto meno noioso di quanto non si possa pensare.

Se vent’anni fa arrivato vicino ai trenta dovevi darti una mossa per sistemarti, oggi hai il permesso e il tacito consenso sociale per fare il coglione a oltranza.

Ora, mentre lui si nasconde dietro il motto :“non voglio storie serie, penso solo a realizzarmi”; lei invece avvertendo che l’arrivo dei trenta potrà compromettere più o meno seriamente la sua fertilità, decide che è giunta ora di sistemarsi per davvero.

Mollata dal promettente avvocato che ha preferito spargere il suo seme presso altre mete, la nostra eroina si getta alla conquista dei quarantenni.

L’età non conta, perché l’amore è cieco.

Il quarantenne ha il suo fascino, è l’uomo che oggi tromba di più, cioè tipo due volte a settimana.

Nel corso degli anni l’immagine del brizzolato rughettato ha saputo rinnovarsi e innovarsi , rendendo il suo stile più moderno grazie a un bicchiere di mojito in mano e un abbigliamento devoto alle nuove tendenze under 20. Il tutto confezionato da un abbronzatura lampadata pluristagionale.

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La coppia ventiseienne-quarantenne oggi spacca, è un must.

Freud secondo me collegherebbe ciò al famoso complesso di Elettra: “te volevi scopa’ babbo quando eri piccola, non ce sei riuscita e quindi mo’ te scopi uno che te l’ho ricorda”.

Chissà.

Se non l’hai preso da un tipo sposato non puoi rientrare nell’Olimpo delle donne vissute.

Ecco, è sposato.

Il problema è quello.

Nonostante le difficoltà la coppia resiste a due primavere, fatte di promesse e giuramenti di amore eterno.

Finché lui all’improvviso scompare, inviando un SMS con dubbie motivazioni riguardo la scelta fatta.

Lo rincontrerà qualche anno dopo all’Auchan, con la moglie al bancone dei salumi.

Lei è devastata, distrutta da un dolore che non provava da quella sera in cui il concerto di Ligabue fu annullato per pioggia.

L’unica soluzione che le rimane è trovarsi un lavoro e chiudere la sua vagina, che fino a quel momento ha dato tutto quello che ha potuto.

Ma Lui? Sì, il tipo sfigatissimo, la merda insomma…

Lui si è girato tutte le discoteche della riviera romagnola, è stata taggato su 200.000 foto, ha scopato ogni forma di vita esistente sul pianeta terra, per poi svegliarsi una mattina con una sensazione di vuoto.

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Psicoterapeuta, fiori di bach e viaggio a Medjugorje non hanno condotto a nessun risultato.

E’ questo il preciso momento in cui i nostri eroi, protagonisti del racconto, s’incontrano.

Sarà una festa di compleanno, la sagra dello zoccolo in amianto o una vacanza in Molise a unirli.

Davanti alla disperazione e alla paura della solitudine siamo tutti uguali, sfigati o fighette non c’è differenza.

Perché l’ansia di non poter passare una vita senza un organo genitale dell’altro sesso costantemente al nostro fianco, ci distrugge.

Le notti di Cabiria 

Il sesso, prima puntata, l’infanzia e la prima adolescenza

 

Il sesso è un argomento bestiale, un enigma che ti tormenterà fino alla fine dei tuoi giorni.

In più sopraggiungono persone, discorsi e situazioni che te lo complicano ulteriormente, vedi: i genitori, la fidanzata/o frigidi, il preservativo troppo grande, la migliore amica della fidanzata frigida, l’idraulico.

Lo scopo di questo post è di ricalcare a grandi linee le tappe della nostra evoluzione sessuale, partendo dall’infanzia fino ad arrivare all’età adulta.

Un’opera ciclopica, seconda solo all’Odissea.

Partiamo dal principio e cerchiamo di fare chiarezza.

Once upon a time…

Il primo trauma è rappresentato nell’infanzia dallo scoprire come l’amichetta dell’asilo, che tra un giro tondo e un altro con piena disinvoltura si è abbassata le mutandine, non abbia il cazzo.

Avrei voluto scrivere “pisellino” o “uccellino”, ma ho creduto che cazzo potesse dare un’impronta più realista al tutto.

Quindi si, il cazzo.

Ovviamente anche lei ci rimane male, perché osservandolo ricambiare il favore si accorge di non avere qualcosa.

Secondo Freud in questa situazione va peggio alla pin-up con i denti da latte, perché in lei s’instaura una sorta di complesso inconscio chiamato “invidia del pene”.

Che vero o no, suona comunque meglio di “invidia del clitoride”.

Non che al maschietto vada tanto meglio, perché alla vista del “fiorellino” si svilupperà in lui la paura di una castrazione. Questo sempre secondo Freud, a voi la scelta se crederci o meno.

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Quando sei piccolo, il sesso è paura totale: ascolti i racconti dei compagni che hanno visto i genitori nudi a letto in posizioni strane, ti domandi come possa da un bacio nascere un bambino, abbassi lo sguardo quando in TV gli attori di Uccelli di Rovo limonano duro (scena generalmente commentata con disapprovazione dai genitori, mamma soprattutto).

E cosa più importante non comprendi l’utilità delle femmine.

Esseri che giocano con le bambole e si vestono di rosa non meritano considerazione.

L’infanzia è il momento più gay nella vita di un uomo, ci sono solo lui e i suoi “simili”.

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Ed è felice, come non lo sarà mai più.

Purtroppo già alle elementari il bisogno di avvicinarsi all’altro sesso comincia ad assumer le sue forme primordiali.

E’ il momento delle letterine:  “Ti vuoi fidanzare con me? SI-NO”.

I più pignoli generalmente aggiungono la nota: “Sbarra la casella”.

Ovviamente i maschi sono i più disinvolti in questo tipo di proposta, arrivando a scrivere anche quaranta lettere al mese, di cui la metà rivolte sempre alla stessa fanciulla che, dovendo scegliere tra il “si” e il “no”, preferisce strappare direttamente la lettera.

Riprovarci con lei dopo averci provato con la sua amica di banco non dimostra una mossa furba, errore che tra l’altro l’uomo continuerà a ripetere per molti e molti e molti e molti anni ancora.

Ok, passata l’infanzia, è tempo delle scuole medie.

Inizia l’adolescenza, il Medioevo della vita.

Qui mentre il maschietto è un’accozzaglia di brufoli e lineamenti deformi, le femminucce generalmente -ma sempre quelle che sono in altre classi, perché nella tua ci sono solo cessi- cominciano a diventare donne.

Se i maschietti se lo trastullano con una media di otto volte al giorno, le neo-donnine cominciano a fare le prime esperienze, spesso  con i ripetenti che a 17 anni stagionano ancora in seconda media.

Nulla di che, limoni e palpatine ma sempre meglio delle seghe alle 14.30 fissando il decolté di Bulma di Dragon Ball

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Da questo momento si crea un divario che probabilmente non si colmerà mai, e cioè la donna capisce come l’uomo ignorante e più grande possa dare più soddisfazioni del nerd appassionato di Super Sayan e con una predisposizione tanto interessante quanto noiosa alla Geografia.

E’  questo il periodo dei discorsi con i genitori sul sesso, i quali però si trasformano in monologhi incomprensibili, causa sostituzione dei termini chiave con termini generici e surreali: pene/pisellino, vagina/fiorellino, fare sesso/volersi bene, masturbazione/toccarsi con piacere, mestruazioni/felicità.

Così quelli che dovrebbero essere discorsi illuminanti, divengono dissertazioni sulla botanica.

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Ma va bene, tanto dove non arrivano i genitori è arrivato internet (per i più moderni) o il giornaletto porno (per i vintage) acquistato in gruppo, dopo aver sostato per tre ore davanti al reparto hard dell’edicola  facendo finta di essere interessati alla rivista “Hardware e Fotoni”.

Le ragazzine sono più intuitive e sveglie, apprendono tutto sul sesso guardando Dawson’s Creek e le repliche di Beverly Hills, a differenza dei maschi celano tutto sotto una maschera di innocenza e disgusto perbenisti. 

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In realtà la confusione sessuale tra gli 11 e i 13 anni è TOTALE.

Immagazzini tante informazioni e leggende metropolitane che non sai più a cosa credere: se ti masturbi diventi cieco, le donne hanno cinque/sei buchi a seconda delle stagioni, quella cosa bianca che esce dal pene dei maschietti è come il latte delle donne incinta.

Gli unici punti di riferimento sono appunto quei guru dei ripetenti o la tipa che con precocità l’ha data via subito.

Loro sono le entità che tra i corridoi della scuola custodiscono la verità, alla quale accennano con racconti vaghi e a tratti poco credibili ma ai quali, nel dubbio, è meglio crederci.

Anche perché papà e mamma non è che siano stati tanto più chiari.

Continua…

Dans ma Peau

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Se dico Marina de Van, voi mi risponderete “Boh, e chi è?”.

In realtà è la risposta che darebbero tutti, forse anche il cinefilo più incallito e preparato.

Non si parla di un personaggio del cinema che è scomparso in breve tempo, lasciando chissà quali ricordi ma di una sceneggiatrice/regista/attrice francese che di roba ne ha prodotta tanta e continua a produrne.

La de Van è soprattutto sceneggiatrice, ha collaborato per la stesura del ben premiato “8 donne un mistero” e nel 2009 si è presentata a Cannes con il suo ultimo lavoro: Ne te retourne pas.

Oltre a questo, la sua presenza è in una ventina di film francesi praticamente sconosciuti.

Sta di fatto che mi è capitato di visionare un suo film del 2002, “Dans ma Peau”.

La de Van in quest’opera è attrice protagonista, sceneggiatrice nonché regista.

Esther è una donna come tante, con un lavoro e una relazione stabile, soprattutto con dei progetti che condivide con il suo compagno Vincent (Laurent Lucas).

Una sera, a una festa, Esther si ferisce accidentalmente provocandosi una lesione abbastanza grave alla gamba.

La sorpresa più nella ferita di per sé, è nel fatto che lei non abbia provato assolutamente dolore nel momento in cui la sua carne è stata lacerata.

Inspiegabilmente Esther si ritrova da quel momento in poi, attratta da quella ferita e anzi sviluppa una certa ossessione per l’autolesionismo.

L’esigenza di provocarsi ferite si evolve in una sorta di rituale feticista, che porta la donna a collezionare lembi della propria pelle.

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Il perché Esther decida o avverta il bisogno di fare ciò non è chiaro, la sua attrazione per il sangue e la scarnificazione la portano a vivere in un mondo dove il concetto di amore per se stessi è legato a quello del dolore fisico e della tortura.

L’autolesionismo di Esther non è legato a problemi personali ma semplicemente a una sua ossessione, che per quanto possa sembrare strano è un’evoluzione perversa di amore per il proprio corpo.

E se per il suo compagno ciò appare inspiegabile, per lei non lo è poiché è quasi una funzione primaria.

Proprio come pisciare o mangiare.

Durante le cene di lavoro i colleghi discutono su quale sia la città più chic, a casa il compagno parla costantemente del nuovo appartamento in cui dovrebbero traferirsi, dibattiti materialisti e privi di sentimento che a Esther interessano poco e nulla.

Perché se prima della sua ossessione la sua vita era legata come quella degli altri alle ambizioni lavorative e al voler vivere in un appartamento in centro, ora invece queste cose non contano un cazzo.

L’unico motivo per commuoversi e dare un senso alla propria vita è quello di fissare un lembo di pelle e assaporare il proprio sangue.

L’opera della de Van a primo impatto può risultare un po’ insulsa e girata con il solo obiettivo di offrire un prodotto “Weired” mediocre.

In realtà il film è molto ben costruito e girato con uno stile scarno a che a tratti richiama Haneke.

Ammicca decisamente a “Crash” di Cronenberg e al più recente a “Trouble Every Day” di Calire Denis.

Il concetto di body horror è espresso in maniera sapiente e calibrata, forse mancando di coraggio e sfrontatezza nelle scene “clou”.

Le de Van si dimostra una regista che sa il fatto suo e un’attrice in gamba che meriterebbe una fama ben più grande.

I suoi gesti e sguardi sono sempre perfetti e richiamano in maniera fortissima a Béatrice Dalle (Trouble Every Day, appunto).

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E’ lei che porta avanti il film, affiancata a sprazzi da un anonimo Laurent Lucas che se in “Calvaire” (vedetelo assolutamente ma non vedetevi “Who Killed Bambi”, sempre con Lucas) ha offerto una performance eccellente, in Dans ma Peau non riesce a esprimere le sue ottime potenzialità, forse anche a causa di un ruolo non proprio di spicco.

Dans ma Peau lancia un messaggio in codice, che spiega come il feticismo e la mortificazione per se stessi possano assumere volti diversi ma comunque tutti sono destinati a rivelarsi delle prigioni.

Esther sceglie una via più cruenta e impressionante, forse la più vera.

Dove la gioia e la sofferenza sono confinati nella propria esistenza e non dipendono da appartamenti in centro o da cene di lavoro.

Il suo sguardo nel finale racchiude una rassegnazione commovente che al restante 99,9% della razza umana, purtroppo, manca.