Dans ma Peau

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Se dico Marina de Van, voi mi risponderete “Boh, e chi è?”.

In realtà è la risposta che darebbero tutti, forse anche il cinefilo più incallito e preparato.

Non si parla di un personaggio del cinema che è scomparso in breve tempo, lasciando chissà quali ricordi ma di una sceneggiatrice/regista/attrice francese che di roba ne ha prodotta tanta e continua a produrne.

La de Van è soprattutto sceneggiatrice, ha collaborato per la stesura del ben premiato “8 donne un mistero” e nel 2009 si è presentata a Cannes con il suo ultimo lavoro: Ne te retourne pas.

Oltre a questo, la sua presenza è in una ventina di film francesi praticamente sconosciuti.

Sta di fatto che mi è capitato di visionare un suo film del 2002, “Dans ma Peau”.

La de Van in quest’opera è attrice protagonista, sceneggiatrice nonché regista.

Esther è una donna come tante, con un lavoro e una relazione stabile, soprattutto con dei progetti che condivide con il suo compagno Vincent (Laurent Lucas).

Una sera, a una festa, Esther si ferisce accidentalmente provocandosi una lesione abbastanza grave alla gamba.

La sorpresa più nella ferita di per sé, è nel fatto che lei non abbia provato assolutamente dolore nel momento in cui la sua carne è stata lacerata.

Inspiegabilmente Esther si ritrova da quel momento in poi, attratta da quella ferita e anzi sviluppa una certa ossessione per l’autolesionismo.

L’esigenza di provocarsi ferite si evolve in una sorta di rituale feticista, che porta la donna a collezionare lembi della propria pelle.

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Il perché Esther decida o avverta il bisogno di fare ciò non è chiaro, la sua attrazione per il sangue e la scarnificazione la portano a vivere in un mondo dove il concetto di amore per se stessi è legato a quello del dolore fisico e della tortura.

L’autolesionismo di Esther non è legato a problemi personali ma semplicemente a una sua ossessione, che per quanto possa sembrare strano è un’evoluzione perversa di amore per il proprio corpo.

E se per il suo compagno ciò appare inspiegabile, per lei non lo è poiché è quasi una funzione primaria.

Proprio come pisciare o mangiare.

Durante le cene di lavoro i colleghi discutono su quale sia la città più chic, a casa il compagno parla costantemente del nuovo appartamento in cui dovrebbero traferirsi, dibattiti materialisti e privi di sentimento che a Esther interessano poco e nulla.

Perché se prima della sua ossessione la sua vita era legata come quella degli altri alle ambizioni lavorative e al voler vivere in un appartamento in centro, ora invece queste cose non contano un cazzo.

L’unico motivo per commuoversi e dare un senso alla propria vita è quello di fissare un lembo di pelle e assaporare il proprio sangue.

L’opera della de Van a primo impatto può risultare un po’ insulsa e girata con il solo obiettivo di offrire un prodotto “Weired” mediocre.

In realtà il film è molto ben costruito e girato con uno stile scarno a che a tratti richiama Haneke.

Ammicca decisamente a “Crash” di Cronenberg e al più recente a “Trouble Every Day” di Calire Denis.

Il concetto di body horror è espresso in maniera sapiente e calibrata, forse mancando di coraggio e sfrontatezza nelle scene “clou”.

Le de Van si dimostra una regista che sa il fatto suo e un’attrice in gamba che meriterebbe una fama ben più grande.

I suoi gesti e sguardi sono sempre perfetti e richiamano in maniera fortissima a Béatrice Dalle (Trouble Every Day, appunto).

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E’ lei che porta avanti il film, affiancata a sprazzi da un anonimo Laurent Lucas che se in “Calvaire” (vedetelo assolutamente ma non vedetevi “Who Killed Bambi”, sempre con Lucas) ha offerto una performance eccellente, in Dans ma Peau non riesce a esprimere le sue ottime potenzialità, forse anche a causa di un ruolo non proprio di spicco.

Dans ma Peau lancia un messaggio in codice, che spiega come il feticismo e la mortificazione per se stessi possano assumere volti diversi ma comunque tutti sono destinati a rivelarsi delle prigioni.

Esther sceglie una via più cruenta e impressionante, forse la più vera.

Dove la gioia e la sofferenza sono confinati nella propria esistenza e non dipendono da appartamenti in centro o da cene di lavoro.

Il suo sguardo nel finale racchiude una rassegnazione commovente che al restante 99,9% della razza umana, purtroppo, manca.

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