“Far credere alle masse di essere qualcuno, è questo il vero talento dell’ artista.”

Se non conosci Sasha Grey e la incontrassi per strada, probabilmente penseresti che non sia altro una delle milioni di fighe che popolano questo mondo infame.

Una di quelle che incontreresti a una serata in discoteca qualunque, con ingresso 10 euro prima di mezzanotte; o che beccheresti a una delle tante fiere, impegnata a fare la hostess al tendone della Folletto.

Il problema è che Sasha Grey la conoscono tutti, quindi incontrarla vorrebbe dire accostarle determinate immagini o considerazioni a priori.

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Il concetto “la conoscono tutti” non è mai stato così universale come nel suo caso: adulti, adolescenti, bambini, donne.

Tutti.

La pagina Facebook di Sasha conta 700.000 fan, è una sorta di fenomeno del momento.

Probabilmente – e dico sul serio- è solo questione di tempo che arrivi ai livelli di popolarità di Lady Gaga.

Mi rendo conto che forse sto dando troppe cose per scontate, non proprio tutti possono conoscere Sasha -o forse sono più quelli che fanno finta di non conoscerla-, soprattutto se il discorso nasce in situazioni compromettenti:

– “Amo’, ma tu la conosci ‘sta Sascia Grei?”

-“Chi, io? Mai sentita.”

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Ecco, Sasha Grey – all’anagrafe Marina Ann Hantzis- è un’ex pornoattrice americana.

Ha cominciato a dedicarsi al mondo dell’hard appena raggiunta la maggiore età: bus per Los Angeles- ciao mamma- ciao papà-vado a fare la sozzona. Il suo esordio è con uno dei grandi del “giro”, l’orgoglio italiano che precede anche il gol di Balotelli alla Germania: Rocco Siffredi.

Se esordisci a diciotto anni con Rocco vuol dire che hai tutte le potenzialità –del settore- per una brillante carriera.

E infatti Sasha da lì in poi si scatena.

Ha girato video e film di ogni tipo, non si conosce il numero di rapporti che abbia avuto nell’arco della sua carriera –durata cinque anni- e nella sua cavità vaginale è entrata qualsiasi cosa di ogni tipo di materiale. Orge, rapporti bisex, bondage, threesome, oral, double penetration, tutto quello che potreste immaginare Sasha l’ha fatto.

A renderla famosa sono state le sue performance al “ limite”, dove ogni pornostar si è sempre tirata indietro Sasha non ci ha pensato due volte. Eppure non ha il tipico fisico da “mignottona”, tipo tette siliconate e labbrone. Sasha ha una prima, un bel culo e soprattutto un viso da ragazza qualunque: è lontanissima dallo stereotipo della pornodiva comune. Ciò non ha fatto altro che rendere più popolare il suo personaggio, perché Sasha nell’immaginario collettivo –soprattutto maschile- rimanda alla compagna di banco dell’università, alla collega di lavoro, alla figlia della vicina.

Fin qui, però, nulla di che.

Oggi il mondo del porno straripa di icone sessuali divinizzate e idolatrate, e Sasha non è sicuramente la prima né sarà l’ultima.

Ciò che però pone un divario enorme tra lei e le sue colleghe, è la capacità di essersi creata un personaggio così particolare, che non solo ha resistito al suo ritiro dalla scena dell’hard, ma che paradossalmente ha duplicato la sua fama proprio dal momento dell’addio.

A ventidue anni Sasha ha detto stop-ho dato (ma termine fu più adatto) tutto quello che c’era da dare- faccio altro.

E non ha nemmeno dovuto attendere tanto.

Il mondo dello spettacolo l’ha letteralmente inseguita e inondata di proposte: dalle semplici interviste e partecipazioni a programmi televisivi, a ruoli in film impegnati e collaborazioni con artisti del mondo della musica e dell’arte.

Nel giro di tre anni, cioè fino a oggi, Sasha probabilmente ha fatto più cose della stessa Lady Gaga.

Più il mondo dello spettacolo l’ha messa al centro dell’attenzione mediatica, più lei ha giocato con maestria –il suo manager deve essere un genio- il ruolo di una sorta di bohèmien contemporanea.

Leggendaria la foto che la ritrae con un libro sulla filosofia Esistenzialista.

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In un’intervista ha dichiarato: «Non voglio arrivare a 35 anni ancora con le mie parti intime davanti alla cinepresa. Voglio arrivarci seduta nel portico della mia casa sul mare con una mia società di grande successo».

Mentre le sue colleghe proseguono la maratona dello sfondamento, probabilmente perché non in grado di fare altro, Sasha a venticinque anni ha:

-un ruolo fisso nella serie Tv Entourage;

-cinque film impegnati all’attivo  tra cui spiccano The Girlfriend Experience (diretto dal premio Oscar Steven Soderbergh) e The Girl from the Naked Eye (presentato al Sundance Film Festival 2012);

-collaborazioni musicali con artisti come Lee “Scratch” Perry e Current 93.

A ciò aggiungiamoci anche sfilate di moda e servizi fotografici per marchi vari.

Quando ho scritto che Sasha è conosciuta anche dai bambini non scherzavo, proprio come si è fatto immortalare con il libro degli esistenzialisti tra le mani, così si è recata in un asilo a leggere storie per i bambini.

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Siamo davanti a un’artista completa.

E anche qui sono serio.

Sasha ci insegna tante cose.

Su tutto che: in un mondo dove la prostituzione intellettuale e soprattutto fisica sono più norme che leggende, non sempre vince chi più spesso si mette a 90° ma piuttosto chi riesce a farlo con “stile” e intelligenza.

Questa non è l’epoca del buon costume ma quella del chi fotte e di chi sa fottere meglio.

Sasha magari sarebbe potuta andare al College o trovarsi un lavoro qualsiasi, per poi  essere trombata dal sistema come ognuno di noi: vita di sacrifici, precariato, mutui.

Invece no, è stata più astuta.

Si è fatta sbattere per cinque anni, si è prostrata alla leggi del marketing del sesso e venduto ogni millimetro del suo corpo. Nessuno l’ha obbligata, l’ha fatto –come sempre lei ha sostenuto-: “perché le piaceva e le andava di farlo”.

Ha fatto una scelta fuori dal comune, confrontandosi con un tipo di mondo che meglio di altri può descrivere- più che metaforicamente- la nostra società.

Il suo “praticantato” nell’universo del porno l’ha resa una macchina da guerra nella vita di tutti i giorni e oggi, Sasha, sta scopando il sistema.

Criticare un personaggio come Sasha è quasi impossibile, perché -paradossalmente -è molto più “pulito” delle facce di cazzo che popolano il  palinsesto televisivo e decorano gli uffici delle aziende.

Sasha, a differenza loro, ha fatto tutto alla luce del sole, vendendosi quel che basta per conquistarsi l’indipendenza e poi ripulire la sua immagine con i cliché più banali.

E’ andata oltre il mito di Moana Pozzi, che oggi è quasi una martire ma pur sempre una troia.

Oltre la conversione cattolica di Claudia Koll, che sa più di rimorso e ipocrisia che di apparizione mistica.

Sasha quando scomparirà dalla scena, non lascerà altro che un ricordo immacolato di sé: quello della Sasha cantante, modella, attrice di livello e brava insegnante.

Far credere alle masse di essere qualcuno, è questo il vero talento dell’ artista.

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Dark Horse

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L’America odia Todd Solondz e Todd Solondz odia l’America.

Ai tempi di “Happiness” il regista statunitense ci offrì uno spaccato di un’AMMerica in via di decomposizione senza porsi tanti problemi a livello di censura o bon-ton, facendo inorridire critica e telespettatori con un’opera crudelmente magnifica.

Cercò una riconciliazione con “Dimentica e Perdona”, ma Solondz è Solondz, e anche nel suo lieto fine c’è un retrogusto amaro che rievoca la sconfitta.

Il suo ultimo lavoro -Dark Horse- è l’ennesimo ceffone con cui il caro Todd schiaffeggia la sua patria.

Questa volta però non prende il suo avversario e lo sbatte al muro massacrandolo di calci alle palle, ma semplicemente gli racconta una favola in cui sono racchiusi i suoi incubi peggiori.

Abe è un trentenne obeso che vive ancora con i suoi genitori e lavora nella stessa azienda del padre, è un collezionista di action figures e il suo drink preferito è la Diet Coke.

Un perfetto idiota, verrebbe da pensare.

In effetti, un po’ lo è ma qualche giustificazione gliela si può dare se si da uno sguardo alla sua famiglia.

Una madre super-intrusiva e un padre totalmente anaffettivo sono la compagnia costante di Abe.

A ciò si aggiunge un fratello che è la rappresentazione umana della perfezione: bello, professionalmente realizzato e intelligente.

La possibilità di un cambiamento è impersonata da Miranda, trentenne anche lei, che Abe incontra a un matrimonio.

Ovviamente i casi umani si attraggono a vicenda, Miranda, infatti, è totalmente depressa a causa della sua carriera universitaria che ha mandato a puttane, oltre che per la fine disastrosa della sua ultima relazione sentimentale.

Abe e Miranda cominciano a frequentarsi e dopo nemmeno poche settimane pesano seriamente di sposarsi.

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Le speranze però cominciano a incrinarsi quando lei confessa di essere affetta da Epatite B, e dato che i problemi non vengono mai soli, il padre decide anche di licenziarlo.

Il mondo di Abe, già non stabile di suo, si disintegra completamente e finisce con il ritrovarsi in una stanza d’ospedale, con gli arti inferiori paralizzati e un corpo devastato dall’Epatite.

Morirà come uno stronzo qualunque, pianto quel che basta dai suoi parenti cinti attorno a una tomba su cui la data della sua morte è assurdamente inesatta.

Solondz con una maestria che solo i geni possiedono, mette su un film che viaggia tra il mondo onirico e la realtà.

La vita di Abe oltre che a essere costellata da personaggi grotteschi, è anche tormentata da sogni e fantasie inquietanti.

Una collega di lavoro che compare dal nulla a borda di un Ferrari e che cerca a tutti i costi di avere un rapporto sessuale con lui, famigliari che appaiono dal nulla mentre è alla guida della sua macchina, è solo un riassunto degli incubi di Abe.

Il ritratto del protagonista non somiglia a quello della vittima, infatti se da una parte è facile empatizzare con il ciccione sfigato, dall’altra non si può negare la sua passività.

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Pur odiando la realtà da cui è oppresso, è incapace di abbandonarla e anzi propone a Miranda di andare a vivere- una volta sposati- nella casa dove lui e i genitori risiedono attualmente.

Ecco, Abe sembra essere affetto da una sorta di Sindrome di Stoccolma a livello molto ampio, è prigioniero della sua stessa rabbia e ostaggio delle sue manie.

Per lui è impossibile bere altro al di fuori di una Diet Coke, come è impossibile pensare una vita lontana dai suoi tormenti.

Le sue giornate sono scandite da atroci hits adolescenziali, i cui testi diabeticamente ottimisti o banalmente tristi, ci descrivono il mondo emotivo di Abe: infantile e irritante e forse anche un po’ psicotico.

Lui è il Dark Horse- termine che nello slang americano indica il perdente dei perdenti- cioè colui che ha delle potenzialità nascoste ma non riesce ad emergere e sarà costretto a ristagnare sempre nell’autocommiserazione.

Ma non sappiamo se Abe abbia effettivamente delle capacità, ha compiuto le sue scelte e l’unico modo che ha per alleggerire la sua coscienza è biasimare gli altri per i suoi insuccessi.

E’ qui che la poetica di Solondz ci spiazza, tenendoci lontani dalle facili lacrime e conclusioni scontate.

Abe è sicuramente la vittima di una società americana, incapace ormai di salvaguardare le relazioni umane fondamentali.

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La logica del puntare sul “cavallo vincente” è passata dagli ambienti finanziari, alle università, alle scuole e soprattutto nelle famiglie.

Si crescono figli per farli diventare “qualcuno”, chi non lo diventa può tranquillamente chiudersi in camera a collezionare pupazzi di Star Wars o imbottirsi di Valium.

Nonostante questo, Abe, non è il lato puro dell’America né il suo agnello sacrificale; anche lui gioca un ruolo, più o meno consapevole, nella gara al degrado di  una società ormai giunta sul punto di collassare su se stessa.

Molti l’hanno definita una commedia ma non lo è nemmeno per un cazzo.

Solondz ritrae alla perfezione la generazione degli “giovani-adulti” contemporanei, totalmente allo sbando e ombre di se stessi.

Se “Young Adult” di Reitman descrive la solitudine del successo e l’inettitudine morale, oltre che emotiva, dell’America affamata di successo e soldi; Dark Horse ci trasporta sul lato opposto, quello dove l’affermazione personale è un miraggio così come l’affettività.

Solondz è portavoce di un “verismo” allucinante e delirante ma profondamente acuto e logico.

Davanti ai suoi film c’è solo da applaudire e recitare il “Mea Culpa”.

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Maggie Gyllenhaal è un’attrice immensa.

Mentre le sue colleghe più famose si portano a casa premi Oscar manco fossero una raccolta punti del supermercato, lei si destreggia tra film sempre diversi tra loro e di una difficoltà spaventosa raccattando al massimo pacche sulle spalle e targhette di Festival semisconosciuti.

Maggie Gyllenhaal è la donna che tutti gli uomini vorrebbero scoparsi, non perché bella ma perché semplicemente ispira sesso.

Credo che qualunque attrice si sarebbe giocata la carriera con un film come “Secretary”, la sua disinvoltura meravigliosa invece ha saputo trasformare una parte così complessa in una performance da standing ovation.

La Gyllenhaal fino ad ora non ha mai trovato il film che l’abbia potuta consacrare e permetterle di prendere a calci in culo Hollywood.

Le hanno accostato in continuazione parti di una banalità atroce, per altro in opere che definire idiote sarebbe poco. Tranne rare eccezioni.

Nella sua filmografia c’è un film che è passato totalmente inosservato in America ma che in Europa ha è stato acclamato in diversi festival (Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary e Stockholm Film Festival su tutti): Sherrybaby (2006).

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La protagonista Sherry, interpretata dalla Gyllenhaal, è un’ex tossica che dopo due anni di carcere è rilasciata a patto di seguire un programma regolare di disintossicazione.

Sherry ha anche una figlia che la aspetta, Alexis (una bravissima Ryan Simpkins), di cui si sono  presi cura lo zio (fratello di Sherry) e sua moglie mentre lei scontava la sua pena.

La determinazione di Sherry nel voler riconquistarsi ciò che ha perso è notevole, e i suoi sforzi per risvegliare la maternità che la droga le ha quasi portato via, strazianti.

Purtroppo ricominciare dall’inizio non è semplice, la diffidenza della gente e soprattutto delle persone che presumibilmente dovrebbero aiutarti- a prescindere dal tuo passato- è un ostacolo che a tratti sembra insormontabile.

La continua tentazione della droga e l’ombra di ciò che stato, portano Sherry a sbandare ancora una volta e soprattutto a porla davanti a una realtà che mai avrebbe immaginato così spietata.

Unica opera “effettiva” di Laurie Collyer, che ci mostra da vicino cosa voglia dire essere dei “perdenti” in America e soprattutto nelle sue periferie.

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Basta pochissimo per diventare vittime e carnefici di se stessi, e poi perdersi negli abissi della disperazione.

Sherrybaby è un dramma di una madre, che riprende in maniera più ampia quello della società americana dei disadattati.

Dei relitti umani.

Alcolizzati, tossicodipendenti, ragazze madri, sono il volto della disillusione, di chi invece di andare a studiare ad Harvard è dovuto scappare da casa, perché a papà piaceva tanto accarezzarli in mezzo alle gambe.

In mezzo a tutto questo ci sono l’amore di una madre per sua figlia e la determinazione di una donna, che mostrano quanto sia necessario perdonare se stessi per poter sopravvivere.

Film che fa male e non regala sorrisi ma che purtroppo non sa rinunciare a una sorta di lieto fine, dopotutto è pur sempre un film americano.

In patria è stato snobbato per ovvi motivi, i panni sporchi si lavano in casa.

Riscoperto per fortuna in Europa, e ci regala una Maggie Gyllenhaal fenomenale.

“Nel nostro spartito culturale il concetto di cambiamento è l’ottava nota musicale, cioè non esiste”

In un paese normale l’assenza di un governo avrebbe portato all’inevitabile colpo di Stato da parte di una qualche organizzazione estremista.

Ma dato che siamo in Italia, non abbiamo  avuto il piacere di assistere nemmeno a questo.

Il risultato è che dobbiamo subirci le menate e pigliate per il culo di una classe politica che probabilmente sarà peggiore della precedente.

Sì, questi so’ giovani e parlano di rimborsi però non sanno dove siano i bagni di Montecitorio ma conoscono a memoria la strada per arrivare al ristorante della Camera.

Ho la sensazione che tutto si trasformerà in un’orgia di basso livello, come quelle che normalmente becchi sui siti porno, fatte di tette flaccide e tipi con la pancia da birra.

Mentre prima eri consapevole di votare gente pessima, che come minimo ti avrebbe garantito una crescita del tasso di disoccupazione del 3% e figure di merda varie in giro per il mondo; ora invece ci hanno persuasi e convinti che un cambiamento sia possibile.

Che questi sono bravi, puliti, seri e coniugano i congiuntivi.

Credo che l’incubo di un genitore non sia tanto quello dar vita all’Anticristo quanto piuttosto di sgamare il bravo figlio, laureato in Ingegneria e fidanzato da otto anni con la stessa ragazza, in bagno, la vigilia di Natale, a farsi una striscia sul coperchio del cesso.

La sensazione che accompagna i miei giorni dal post-elezioni, è di un pessimismo che va oltre quello cosmico.

La politica italiana è roba per mafiosi e corrotti.

Purtroppo il mito della politica “pulita” ci ha costretti a vivere in un limbo nostalgico simile a quello che i napoletani hanno nei confronti dello scudetto.

Noi come loro, attendiamo il Maradona che ci trascini verso la vittoria.

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Se prima era Di Pietro, ora tutta le speranze sono state riposte nel movimento di Grillo.

Che poi sembra che questi si impegnino per davvero.

Ma se rifletto un attimo sulle “questioni italiane“ come la Mafia, la disoccupazione, la regressione economica e l’immigrazione, mi chiedo come potrebbe il Movimento Cinque Stelle nuotare in questo mare di merda.

I politici precedenti hanno affrontato tali questioni con il metodo più efficiente di tutti: non fare un cazzo.

Il non fare un cazzo in Italia, è la regola d’oro.

Il nostro sistema si basa su una staticità socio-politico da nazione africana.

Cambiare le regole, innovare e generare una prospettiva nuova, vorrebbe dire far collassare l’Italia.

Nel nostro spartito culturale il concetto di cambiamento è l’ottava nota musicale, cioè non esiste.

Il massimo cambiamento cui un italiano può arrivare è comprare la Renault Clio al posto della Panda o fare le vacanze a Gallipoli piuttosto che a Ibiza.

Non è un caso che ci siamo trascinati dai tempi della DC una classe politica inetta e ladra, cazzo li abbiamo votati noi.

E più volte.

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Nonostante fossimo consapevoli che ci stessero trascinando nel baratro, abbiamo continuato a farci rappresentare dalle stesse facce per anni come se fosse la cosa più logica al mondo.

Ciò in un paese normale non sarebbe mai avvenuto.

La fiducia riposta nel M5S, non è altro che una speranza che invoca la salvezza immediata e senza sacrifici.

Perché pensate che Grillo non proporrà tasse e una austerity?

Credete che Grillo possa tener botta alla Germania?

Se l’italiano si fosse stancato per davvero di un certo tipo di politica, non avrebbe nemmeno aspettato le elezioni per optare a un cambiamento.

Infatti, in un paese normale si sarebbe dato fuoco direttamente al Parlamento.

Ma noi non viviamo in un paese normale e non siamo normali.

L’Italia è divisa oggi proprio come lo era prima dell’unificazione, forse unita non lo è mai stata e chi ebbe la brillante idea di portare avanti quel progetto, probabilmente, non tenne in considerazione il fatto che i Borboni almeno non lasciavano morire di fame chi si spaccava la schiena nei campi.

D’Azeglio pronunciò quella famosa frase: “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani”; a piena dimostrazione che da noi i qualsiasi tipo di processo logico prende piede sempre dalla fine.

Ciò che manca al nostro paese è un’identità culturale, e sembra quasi un paradosso affermare ciò, dato che alle nostre spalle abbiamo la cultura latina nonché quella greca che ci hanno lasciato un’eredità notevole oltre che preziosa.

Non è possibile alcuna rivoluzione sociale, politica, morale, se prima non vi è una rivoluzione culturale, che alimenti negli individui ideali forti e rabbiosi.

Io di ‘sti tempi cultura non ne vedo e ideali nemmeno.

Che cali il sipario.

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Innocence

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Innocence è uno di quei film di due ore, che segui con dovuta attenzione e curiosità, poi stoppi per controllare quanto tempo manchi al termine  (perché anche l’attenzione e la curiosità hanno un limite) e il minutaggio ti segnalerà sempre 55 minuti di film visionato.

In realtà si potrebbe  descrivere meglio come uno di quei film che mettono alla prova le tue capacità di resistenza, che proiettano al cinema con una sala mezza piena e dopo il primo tempo resta popolata solo da quattro stronzi.

Eppure chi rimane a guardarlo ne è attratto, perché masochista o perché il film, in effetti, ha una sua bellezza.

Terminata la visione, sei consapevole di aver assimilato qualcosa, non meglio decifrabile.

Il problema è capire cosa.

Il significato riemergerà a distanza di ore, giorni, mesi, anni. Scaraventandoti in un momento di alienazione autistica totale, proprio mentre il display delle poste segnala il tuo numero o incontri la tipa che nel bagno del pub pronuncia la parola magica: “pompino”.

Prima di tutto questo però, c’è il film.

Innocence ci porta nei boschi della Francia dove, lontana dalla modernità, sorge una scuola in cui delle bambine vengono educate all’arte della conoscenza e della danza fino al raggiungimento del menarca.

Dopodiché dovranno lasciare la scuola.

Tutto si svolge secondo riti e orari bene precisi.

Non viene tralasciato nulla, né il gioco né l’istruzione e le “prescelte” possono godere di un’atmosfera bucolica che fa invidia alle favole più famose.

Non tutte però possono accedere a questa scuola e nel film non viene nemmeno reso noto il processo di selezione.

Nel momento in cui una ragazza entra nelle pubertà e lascia gli studi, immediatamente arriva un’altra bambina, trasportata all’interno di una bara.

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E’ vietato abbandonare la scuola  ma è anche quasi impossibile farlo, infatti, mura imponenti circondano la struttura e non ci sono assolutamente contatti con l’esterno.

E se da una parte le fanciulle sono entusiaste di far parte di questo mondo “segreto”, dall’altra l’esigenza e la curiosità le spingono a porsi domande sul perché del loro imprigionamento tra quelle mura.

Ed è proprio con gli occhi dell’ultima arrivata, Iris, che scopriamo un universo di “innocenza” dove anche la morte appare candida e rassicurante e il verde del bosco e l’acqua limpida del fiume stridono con la presenza di personaggi misteriosi.

Il suo legame con Bianca, una delle fanciulle più grandi, è la rappresentazione più bella dell’affetto e dell’amicizia. Bianca è la sua mentore ma anche colei, che più in là, ci aiuterà a comprendere meglio il significato di questo mondo a tratti inquietante.

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Se da una parte Iris è la nuova arrivata, che a stento riesce a entrare in sintonia con la realtà in cui è stata trascinata, dall’altra Bianca è quella che sta per lasciare la scuola.

Un balletto segnerà il suo ingresso nel mondo dei “grandi”, su un palco da cui non potrà essere visibile il pubblico, costantemente nell’ombra.

Poi un treno la accompagnerà con le sue coetanee in quel mondo, dove finisce l’incanto e i giochi si trasformano in altro.

Lucile Hadzihalilovic– moglie di Gaspar Noé nonché sceneggiatrice di “Enter the Void“- forse ha realizzato uno dei capolavori del cinema contemporaneo.

E magari nemmeno lo sa.

Innocence è un film allegorico, ermetico, poetico, visionario.

Uscito nel 2004 e mai arrivato in Italia.

Mettete insieme la poesia di Wordsworth e l’arte simbolista di Gabriel Dante Rossetti, come risultato otterrete Innocence.

Il culto della bellezza e la spensieratezza infantile sono le fiamme che ardono costantemente nell’opera.

In un posto sperduto delle Francia, l’innocenza è quanto di più prezioso esista, una forma d’arte che trova espressione e forma nei gesti e sorrisi delle fanciulle.

La vita delle fanciulle è descritta dalla metafora  delle farfalle, che più volte ricorre nel film: una volta uscite dal bozzo cominceranno a perdere un po’ di sangue, fino alla loro morte.

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Nel caso delle bambine si tratta di una morte puramente simbolica, che altro non è se non il passaggio nel mondo dell’adolescenza, che le porterà piano piano a confrontarsi con realtà molto diverse.

Il balletto finale, in un teatro occupato da figure macabre, Bianca e le sue compagne portano in scena proprio la danza delle farfalle.

Un rito che dovranno compiere anche le più piccole, quando il sangue segnerà l’inizio di una nuova età.

I riferimenti al cinema di Dario Argento – soprattutto a “Suspiria“- sono evidenti.

Ma Innocence ne condivide solo le atmosfere, non ci sono colpi di scena né rivoli sangue.

Tutto si svolge secondo una linearità impressionante, lungo la quale ci si imbatte in personaggi e situazioni grottesche ma che hanno un significato solo nel momento in cui compaiono, per poi dissolversi.

Lo spettatore attende fino alla fine il colpo di scena che potrà svelargli il “perché” o dirottare il film verso una spiegazione più razionale.

Ciò non avverrà.

Perché l’innocenza è, prima di tutto, un mistero.

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Dei raccomandati tutti hanno la comune opinione che non valgano un cazzo.

Effettivamente è quasi sempre così.

I cognomi importanti pesano, il talento non può essere trasmesso da una generazione all’altra.

Se sei un’artista, quasi sicuramente tuo figlio sarà un coglione strafatto di anfetamine che rientrando a casa ti piscia sul tappeto persiano.

Può anche accadere che deicida di seguire le tue orme, generalmente con il risultato di renderti ridicolo, costringendoti a esporre le sue opere “astratte” alla National Gallery di New York.

Il mondo del cinema abbonda di questi esempi, Christian De Sica su tutti.

Seguito a ruota da quella vagina ibernata della Coppola.

Ci sono rari casi in cui figli pur seguendo le orme del papà, magari si accontentano di ritagliarsi spazi mediocri ma che tutto sommato hanno un loro perché. Vedi Jennifer Lynch, figlia di David.

Autrice di alcuni buoni film come di altri pessimi ma degna di comparire su Wikipedia e meritarsi le quattro righe di biografia.

Poi ci sono quelli che per uno strano motivo del fato sono davvero bravi, hanno potenzialità e idee ma, che per una condanna puttana della genetica, anche se raggiungeranno traguardi importanti, la gente dietro le spalle bisbiglierà sempre: “eh, ma quello ha il padre che gli ha fa trovare la pappa pronta”.

Oggi parliamo di Brandon Cronenberg.

Figlio di David, luminare del cinema contemporaneo e autore di film indiscutibilmente magnifici.

Brandon Cronenberg fino a qualche anno fa cazzeggiava in qualche villa lussuosa del Canada, andava ai party pagando sempre da bere agli amici e a tempo perso si dedicava al cinema. Finché un giorno, gli salta in testa l’idea di fare un lungometraggio, tanto di ‘sti tempi cani e porci fanno cinema, quindi perché lui no?

Dalla testa di Brandon nasce Antiviral.

Il titolo già rimanda a qualcosa di prettamente fisico, a un film incentrato sull’impatto visivo connesso al corpo.

E infatti ci troviamo in un laboratorio dove vengono duplicati e poi venduti legalmente i virus che colpiscono le Star del cinema. Un modo per permettere ai fan più accaniti di essere ancora più vicini ai propri idoli, di avere la sensazione di condividere con loro qualcosa di “unico”. Una connessione.

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Syd (Caleb Landry Jones) è un biologo che lavora in una grande compagnia di “distribuzione-virus” ma per arrotondare i conti ruba e inietta agenti patogeni “vip” nel proprio corpo, per poi rivenderli a un laboratorio clandestino.

Tutto fila liscio fino a quando Syd, inviato dalla compagnia a estrarre un virus che ha colpito la diva del momento Hannah Geist (Sarah Gadon), s’inietta il virus appena prelevato per rivenderlo clandestinamente.

Il problema è che il virus è del tutto sconosciuto al modo della scienza, è altamente mortale e  non esiste un vaccino che possa contrastarlo.

Quindi so’ cazzi.

Syd si ritrova a dover lottare per la propria vita e a fare i conti con i “trafficanti” interessati a usarlo come miniera di estrazione per il nuovo virus.

Le sue alternative saranno la morte o un futuro da cavia.

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L’idea di Cronenberg jr. è fantastica, originale e ben sviluppata.

Gli ambienti in cui prende atto il tutto oscillano tra ambulatori bianchi e lindi della sua azienda, al sudiciume di quelli clandestini. Siringhe e provette sono ovunque, si manipolano virus come fossero pomodori per fare un’insalata.

Ogni gesto è scandito da una costante alienazione che incrementa il surrealismo di cui è intriso il film.

La percezione è che tutto si stia svolgendo ai giorni nostri ma in un’altra dimensione, che probabilmente descrive il nostro futuro tra una decina di anni.

La realtà costruita da Brandon è totalmente priva di punti di riferimento culturali e morali, la personalità dell’individuo è stata assorbita dalle sue stesse allucinazioni.

Gli “idoli” non sono altro che la proiezione dei nostri istinti più narcisisti, un immaginario collettivo che ci risucchia, promettendo un’individualità differente.

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In un mondo dove tutto può essere comprato, la degenerazione è il regalo omaggio che ti presentano alla cassa.

Nessuno è incolume, Syd su tutti.

E’ lui la vera puttana, che si farà trascinare sempre più negli abissi di una perversione morale quanto fisica.

C’è una somiglianza notevole tra Syd ed Eric Parker di Cosmopolis.

Pur muovendosi su storie e contesti differenti, i due condividono una visione apocalittica dell’esistenza, un’attrazione verso l’autodistruzione che appare come unica soluzione.

Mentre Eric ne è consapevole, perché giunto ormai al vero punto di non ritorno, Syd invece è ancora nell’inconsapevolezza.  Eric sta per morire di overdose, Syd ha appena scoperto quanto sia bello piantarsi l’ago nella gola.

I riferimenti al cinema di papà David sono evidenti, soprattutto a “Videodrome” e “Existenz”.

Il fascino per la manipolazione della carne e l’ossessione per il corpo si uniscono al delirio di una scienza perversa, creando un mondo dove il fanatismo tocca e sorpassa la soglia della follia.

Esordio con la “E” maiuscola anche se qualche cazzata qua e là c’è e si vede.

Probabilmente un film che omaggia papà David, ormai concentrato su film di altro profilo.

L’eredità presa in mano dal figlio è pesante ma ha dalla sua la tecnologia che babbo, ai tempi, non aveva.

Il film, infatti, gode di un’ottima regia e fotografia, supportato anche da attori decenti.

Probabilmente il punto debole del lavoro è il dirottamento, nella seconda parte, verso una spy-story che con il passare dei minuti, annoia e risulta inutile. Quasi un voler tirare avanti il film in un modo qualunque e possibilmente banale

Molto più interessante è la prima parte, più che altro per l’originalità dell’idea che già di per sé merita un applauso.

Io però non ci casco, lo zampino del papà nel film c’è e si vede.

Raccomandato del cazzo.

“Accedere alla LUISS vuol dire eliminare almeno otto preoccupazioni che perseguitano lo studente dell’università pubblica, tra le quali il dover studiare”

Uno dei tanti giorni della mia vita inutile ero alla Stazione di Milano Centrale, ad attendere quel cazzo di regionale in ritardo di 25 minuti.

In questi momenti generalmente per ingannare l’attesa mi metto a fissare i relitti umani che popolano le stazioni, cercando di capire chi di loro possa predire al meglio la mia situazione umana e sociale tra non più di due anni.

Purtroppo quel giorno la stazione era piena solo di francesi e napoletani che attendevano i rispettivi treni, e per quanto i napoletani possano essere antropologicamente interessanti, mi stavo davvero annoiando.

Quando, a un certo punto, alzo lo sguardo e la mia attenzione è catturata da cartelloni enormi che sponsorizzano l’iscrizione alla LUISS.

Dovete sapere che tutto ciò che è sponsorizzato all’interno della stazione di Milano Centrale, generalmente è quanto di più imbarazzante e culturalmente abominevole ci sia in circolazione: le mutande di Cristiano Ronaldo, i leggins di Lana del Rey, il World Tour di Eros Ramazzotti.

Su questi cartelloni la LUISS ci ha piazzato belle faccette pulite e sorridenti, che unite sotto lo slogan “Insieme”, ti fanno capire quanto sia figo poter studiare in un’università privata.

triennale

Così, per curiosità mi son fatto un giro sul sito internet della LUISS cercando di cogliere qualche informazione.

Prima cosa importante, se vuoi studiare alla LUISS, devi avere tanti soldi.

Il “prezzo” per i corsi della triennale è di 8.000 euro l’anno, 3.000 per quello magistrale.

Se tutto va bene ti ritrovi a sborsare 30.000 euro per cinque anni e puoi così entrare “meritocraticamente” nel mondo del lavoro.

Accedere alla LUISS vuol dire eliminare almeno otto preoccupazioni che perseguitano lo studente dell’università pubblica, tra le quali il dover studiare.

Un LUISSino ti dirà ovviamente che lui di tempo sui libri ne passa e tanto, che anche lui viene bocciato agli scritti e che la sera prima dell’esame di Diritto Privato non esce per l’aperitivo.

Affermazioni a cui non credono nemmeno i suoi genitori.

La LUISS ci tiene moltissimo sulla sua pagina Web a rendere noti i suoi “numeri”, ci spiega cioè come il tasso di abbandono presso il suo Ateneo sia dello 0% e che il 75 % dei suoi laureati ha trovato lavoro.

L’impressione che ho dopo cinque minuti, è di avere a che fare più con un’impresa che con un’università.

Il tuo successo e il tuo futuro dipendono da quanto sei disposto a investire in termini di liquidità.

Paghi 30.000 euro l’anno ma dopo lavorerai (‘sti cazzi, come minimo), e non invierai curriculum al Todis come lo sfigato che si è laureato a Roma Tre.

magistrale

E’ bene quindi che tu, genitore, abbia un bel conto in banca per garantire un futuro a tuo figlio oppure te lo ritroverai di nuovo a casa -dopo il suo 110 e lode conseguito a Bologna- a cerchiare offerte di lavoro sul gazzettino regionale e o fare il dottorato per 400 euro al mese.

Quelli della LUISS hanno capito tutto della vita.

Dal sito è anche possibile scaricare un documento fantastico (reperibile a questo link popolazione_studentesca_2012) che raccoglie ogni tipo di statistica sulla popolazione studentesca della LUISS.

La sezione più interessante è quella dei voti di laurea, dove viene fatto notare come sia alla Magistrale che alla Triennale il voto non scenda mai sotto il 101.

Anzi, se prendi meno di 105 alla triennale di Economia sei proprio un ritardato.

Ma sono i grafici della Magistrale a regalarci emozioni indimenticabili. Nell’anno 2006/2007 per TUTTE le facoltà, il voto di laurea finale non è sceso mai al di sotto del 109.

stat 1

Gli anni successivi forse si so’ accorti di aver esagerato un po’ e hanno abbassato leggermente la media.

Sfogliando altre pagine, arrivo alla media voti per esami.

Tenetevi forte.

Non si va sotto il 26 alla triennale e del 28 alla magistrale.

stat II

Quindi se pensavi di poterti riscattare con la tua lode, sul figlio di papà che alle superiori vestiva Armani e aveva l’Alfa Romeo come regalo dei diciotto anni, be’ dovrai aspettare ancora un po’.

La foto che ti ritrae con una corona di alloro in testa mentre abbracci la tua tesi rilegata in cuoio rosso e poi impostata come copertina del diario di Facebook non susciterà alcuna invidia.

Per il semplice fatto che lui ora è dietro una scrivania in mogano, in qualche ufficio di una qualche multinazionale, mentre tu hai deciso di iscriverti a un Master (pagato da papà) sperando nella botta di culo che possa tornarti utile.

Il futuro appartiene a coloro che non si sono mai posti il problema di doverlo affrontare.

Università come LUISS e Bocconi hanno dato l’opportunità a gente il cui I. Q è inversamente proporzionale al conto in banca, di laurearsi e prendersi il meglio che c’è a livello lavorativo.

Le università private sono da sempre quelle strutture istituzionali che permettono la divisione in classi sociali, e il perpetuamento di questa divisione.

A dimostrarlo ci viene in aiuto proprio la storia della LUISS.

Ho cercato qua e là informazioni sui fondatori della LUISS, che guarda caso, vengono dal mondo ecclesiastico.

Padre Morlion, è stato colui che ha posto le basi dell’università. Un personaggio molto losco, appartenente al mondo della CIA, coinvolto in affari di ogni genere e sbarcato in Italia con un passaporto americano (lui era belga!) per iniziare a collaborare con gli alleati (1944). Negli anni settanta in Italia la paura del comunismo era davvero forte, così Padre Morlion fiancheggiato dalla DC e da potenti industriali (Umberto Agnelli su tutti) fondò la LUISS. L’obiettivo? Generare una classe di dirigenti, giornalisti e politici anticomunista e cattolica che potesse guidare il paese.

Il suo successore fu Monsignor Ferrero, imputato in passato per traffico di diplomi falsi nell’Università ProDeo (dalle cui ceneri nascerà la LUISS). Ferrero aveva le mani in pasta ovunque, oltre a scopare a destra e sinistra senza pudore fu anche coinvolto in importanti affari di politica estera e interna.

Insieme si diventa…

La Ciociara

Subconsious Cruelety

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La violenza è una bella cosa, la blasfemia anche ma se non sei bravo a unire i due concetti per un progetto artistico, rischi di risultare banale e un po’ idiota.

E Karim Hussain un po’ idiota lo è.

Mi sono avvicinato a Subconsious Cruelety con molta curiosità, avevo sentito pareri contrastanti e tutto sembrava descrivere un prodotto Underground che magari avrebbe potuto regalare qualcosa di nuovo all’horror moderno.

Il film è diviso in diversi episodi, differenti tra loro ma accomunati dalla premessa iniziale: “Destroy the left brain. Destroy your lies.”

Alcuni esperimenti neurologici hanno evidenziato come l’emisfero destro del nostro cervello sia quello dominante nei processi creativi, mentre quello sinistro è l’emisfero della ragione e della razionalità.

La premessa di Hussain è che distruggendo quello sinistro ci ritroveremmo a vivere in una realtà spaventosamente priva d’ipocrisia e di ogni “controllo” morale. E fin qui…

Nel primo episodio, “Ovarian eyeball”, probabilmente assistiamo a uno dei pochi momenti artistici del film. E’ un piccolo omaggio al cinema surrealista, che si realizza attraverso l’estrazione di un bulbo oculare da un utero. Detto così sembra una cazzata, in realtà è un piccolo filmato introduttivo che fa da chiave di lettura per i successivi episodi.

Il riferimento all’Age d’Or di Bunuel è evidente, anche se parte da una “sezione” anatomica diversa. Non casuale, dato che il film di Hussain è concentrato prevalentemente sulla “liberazione” dei sensi carnali, più che su un edonismo artistico generale.

L’episodio successivo è “Human Larvae“, il più interessante.

Fratello e sorella vivono in una fatiscente casa di periferia. Benché lui provi un grande amore per lei, è ossessionato dall’idea che la massima perfezione sia far coincidere la vita con la morte.

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Quando la sorella partorisce, la uccide nel medesimo momento in cui il neonato viene alla luce.

Le atmosfere macabre e l’inquietante “luce rossa” che illumina le stanze, conferiscono a questo episodio una carica emotiva non indifferente. Una costante sensazione di malessere e angoscia accompagna lo spettatore fino al momento clou, sacrilego e violento. Il martirio di una donna gravida e del suo bambino è un atto in grado di scioccare qualsiasi persona, qui Hussain mette davvero a dura prova lo spettatore, dopo soltanto venti minuti scarsi di film.

Poi è il turno di “Rebirth“, atroce.

In un’atmosfera bucolica, uomini e donne si rotolano nudi nel mezzo di una campagna in una sequenza d’immagini che dovrebbero rendere omaggio a un qualche rito pagano. Scoparsi il giardino di casa non è il migliore dei modi per farlo, anche perché nei Balcani ‘sta roba qui la conoscono da molto più tempo di Hussain (vedere Destricted, episodio di Marina Abramovic).

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Il gran finale è Right Brain/Martyrdom. Ignoranza totale. Quando avevo sedici anni e mi imbottivo di black metal, era lo stesso periodo in cui spendevo giornate a visionarmi i videoclip di tutte quelle band norvegesi/polacche/finlandesi  dove c’era sempre un crocifisso spaccato in due e o una Madonna violentata.

Ecco, Hussain fa lo stesso. Prende un tizio, lo fa masturbare flagellando il suo pene con annessa sborrata di sangue, poi sempre ‘sto tizio sogna di essere Gesù che è violentato e sbranato da tre ninfomani.  Magico finale: un bastone infilato nel culo di Cristo.

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A conti fatti Subconsious Cruelety è un prodotto che sotto il punto di vista stilistico è quasi impeccabile: bella regia, belle musiche, alcune volte anche belle atmosfere e ottima fotografia.

Purtroppo i contenuti mancano, anzi c’è il pretesto arrogante quanto adolescenziale di rendere arte idee banali e usurate.

La violenza e la blasfemia che trasudano dal film non hanno alcun supporto ideologico o una filosofia come sfondo (nonostante le premesse), lo spettatore si ritrova così ad assistere a una carrellata d’immagini brutali che lo inducono a recarsi in bagno per vomitare e null’altro.

Hussain prende tantissimo da Merhige e Buttergereit ma non riesce come i due “maestri” a dare una giusta direzione al suo film, che alla fine non risulta che essere un prodotto acerbo e inconsistente.

Hail Satan.