Dark Horse

dark-horse-poster

L’America odia Todd Solondz e Todd Solondz odia l’America.

Ai tempi di “Happiness” il regista statunitense ci offrì uno spaccato di un’AMMerica in via di decomposizione senza porsi tanti problemi a livello di censura o bon-ton, facendo inorridire critica e telespettatori con un’opera crudelmente magnifica.

Cercò una riconciliazione con “Dimentica e Perdona”, ma Solondz è Solondz, e anche nel suo lieto fine c’è un retrogusto amaro che rievoca la sconfitta.

Il suo ultimo lavoro -Dark Horse- è l’ennesimo ceffone con cui il caro Todd schiaffeggia la sua patria.

Questa volta però non prende il suo avversario e lo sbatte al muro massacrandolo di calci alle palle, ma semplicemente gli racconta una favola in cui sono racchiusi i suoi incubi peggiori.

Abe è un trentenne obeso che vive ancora con i suoi genitori e lavora nella stessa azienda del padre, è un collezionista di action figures e il suo drink preferito è la Diet Coke.

Un perfetto idiota, verrebbe da pensare.

In effetti, un po’ lo è ma qualche giustificazione gliela si può dare se si da uno sguardo alla sua famiglia.

Una madre super-intrusiva e un padre totalmente anaffettivo sono la compagnia costante di Abe.

A ciò si aggiunge un fratello che è la rappresentazione umana della perfezione: bello, professionalmente realizzato e intelligente.

La possibilità di un cambiamento è impersonata da Miranda, trentenne anche lei, che Abe incontra a un matrimonio.

Ovviamente i casi umani si attraggono a vicenda, Miranda, infatti, è totalmente depressa a causa della sua carriera universitaria che ha mandato a puttane, oltre che per la fine disastrosa della sua ultima relazione sentimentale.

Abe e Miranda cominciano a frequentarsi e dopo nemmeno poche settimane pesano seriamente di sposarsi.

Dark_Horse_Image_9

Le speranze però cominciano a incrinarsi quando lei confessa di essere affetta da Epatite B, e dato che i problemi non vengono mai soli, il padre decide anche di licenziarlo.

Il mondo di Abe, già non stabile di suo, si disintegra completamente e finisce con il ritrovarsi in una stanza d’ospedale, con gli arti inferiori paralizzati e un corpo devastato dall’Epatite.

Morirà come uno stronzo qualunque, pianto quel che basta dai suoi parenti cinti attorno a una tomba su cui la data della sua morte è assurdamente inesatta.

Solondz con una maestria che solo i geni possiedono, mette su un film che viaggia tra il mondo onirico e la realtà.

La vita di Abe oltre che a essere costellata da personaggi grotteschi, è anche tormentata da sogni e fantasie inquietanti.

Una collega di lavoro che compare dal nulla a borda di un Ferrari e che cerca a tutti i costi di avere un rapporto sessuale con lui, famigliari che appaiono dal nulla mentre è alla guida della sua macchina, è solo un riassunto degli incubi di Abe.

Il ritratto del protagonista non somiglia a quello della vittima, infatti se da una parte è facile empatizzare con il ciccione sfigato, dall’altra non si può negare la sua passività.

003354

Pur odiando la realtà da cui è oppresso, è incapace di abbandonarla e anzi propone a Miranda di andare a vivere- una volta sposati- nella casa dove lui e i genitori risiedono attualmente.

Ecco, Abe sembra essere affetto da una sorta di Sindrome di Stoccolma a livello molto ampio, è prigioniero della sua stessa rabbia e ostaggio delle sue manie.

Per lui è impossibile bere altro al di fuori di una Diet Coke, come è impossibile pensare una vita lontana dai suoi tormenti.

Le sue giornate sono scandite da atroci hits adolescenziali, i cui testi diabeticamente ottimisti o banalmente tristi, ci descrivono il mondo emotivo di Abe: infantile e irritante e forse anche un po’ psicotico.

Lui è il Dark Horse- termine che nello slang americano indica il perdente dei perdenti- cioè colui che ha delle potenzialità nascoste ma non riesce ad emergere e sarà costretto a ristagnare sempre nell’autocommiserazione.

Ma non sappiamo se Abe abbia effettivamente delle capacità, ha compiuto le sue scelte e l’unico modo che ha per alleggerire la sua coscienza è biasimare gli altri per i suoi insuccessi.

E’ qui che la poetica di Solondz ci spiazza, tenendoci lontani dalle facili lacrime e conclusioni scontate.

Abe è sicuramente la vittima di una società americana, incapace ormai di salvaguardare le relazioni umane fondamentali.

dark-horse-first-look-3

La logica del puntare sul “cavallo vincente” è passata dagli ambienti finanziari, alle università, alle scuole e soprattutto nelle famiglie.

Si crescono figli per farli diventare “qualcuno”, chi non lo diventa può tranquillamente chiudersi in camera a collezionare pupazzi di Star Wars o imbottirsi di Valium.

Nonostante questo, Abe, non è il lato puro dell’America né il suo agnello sacrificale; anche lui gioca un ruolo, più o meno consapevole, nella gara al degrado di  una società ormai giunta sul punto di collassare su se stessa.

Molti l’hanno definita una commedia ma non lo è nemmeno per un cazzo.

Solondz ritrae alla perfezione la generazione degli “giovani-adulti” contemporanei, totalmente allo sbando e ombre di se stessi.

Se “Young Adult” di Reitman descrive la solitudine del successo e l’inettitudine morale, oltre che emotiva, dell’America affamata di successo e soldi; Dark Horse ci trasporta sul lato opposto, quello dove l’affermazione personale è un miraggio così come l’affettività.

Solondz è portavoce di un “verismo” allucinante e delirante ma profondamente acuto e logico.

Davanti ai suoi film c’è solo da applaudire e recitare il “Mea Culpa”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...