“Il panorama musicale italiano è una merda”

Il panorama musicale italiano è una merda.

Con Marco Mengoni da una parte e Ligabue dall’altra, l’unica cosa sensata rimasta da fare è: spararsi alle palle.

Se poi l’attrazione del momento, l’idolo, lo Zenit, il profeta è Fabri Fibra, allora è meglio puntarsi la pistola direttamente alla testa.

Fabri Fibra è uno dei tanti rapper milanesi che hanno cominciato a venire fuori nel momento in cui l’Italia si era appena liberata dal dominio dei Tokyo Hotel.

Personaggi come Marracash, Club Dogo -e appunto Fibra-, che fino allora erano gli idoli dei sedicenni della provincia di Milano e Varese, si son ritrovati all’improvviso in testa alle classifiche italiane.

Fibra su tutti, è stato quello che oltre e vendere milioni di dischi –ripeto milioni- è stato nominato portabandiera di un giustizialismo sinistroide vomitevole.

Grazie ai suoi testi colmi di ovvietà e invettive contro la politica italiana, la mafia e la guerra, è riuscito a strappare applausi ovunque e a essere celebrato come una sorta di nuovo De Andrè.

Solo che Bocca di Rosa ha impiegato trent’anni prima che ci rompesse il cazzo, mentre a Fibra è bastato un album per meritarsi i migliori auguri di morte.

Ovviamente Fibra con la sua musica ci porta anche la sua storia da ghetto milanese -ebbene sì, anche a Milano ci sono i “ghetti”- dove tutti erano cattivi con lui e c’era da vivere con le pezze al culo.

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Una persona normale in un ghetto o si da alla malavita e crepa sotto i colpi di pistola, oppure comincia a farsi di anfetamine fino a dimenticare il suo nome.

Invece no, Fibra ha iniziato a fare Rap.

Se poi uniamo questo al fatto che in Italia abbiamo la mania di copiare (malissimo) tutto ciò che è made in USA, si comincia a capire perché un elemento come Fibra abbia potuto accedere al successo. Magari al posto dell’eroinomane che dipinge quadri con schizzi di sangue.

Però negli Stati Uniti i Rap che vengono dal ghetto, una volta raggiunta la notorietà, girano video con Lamborghini e fighe stratosferiche; invece Fibra -devoto alla causa del disagio sociale- continua imperterrito a riempirci di canzonette i cui testi sembrano i monologhi di Grillo con l’aggiunta di una base MIDI in sottofondo.

In Italia siamo alla ricerca disperata di eroi e non appena un coglionazzo qualunque dice qualcosa che somigli -vagamente- a una denuncia sociale, lo proclamiamo salvatore della patria.

Così, anche Fibra è diventato da una parte portavoce di quell’Intellighenzia affezionata a Blob, alle letture di Benigni e ai film di merda di Ozpetek; e dall’altra messia degli adolescenti di oggi, che evidentemente non hanno proprio voglia di cercare nel suicidio l’espressione del proprio disagio sociale.

Bei tempi quelli de “I dolori del giovane Werther”.

Ognuno si trova i guru che il suo periodo storico ha da offrire: negli ani 70 c’erano i Led Zeppelin e l’LSD, negli anni 80 Iggy Pop e l’eroina, negli anni 90 i Guns ‘n’ Roses e gli acidi.

Oggi, Fabri Fibra e l’acqua alle vitamine della San Benedetto.

I suoi testi sono contro il main-stream  contro tutto ciò che luccica e ha un richiamo berlusconiano, però i suoi video girano a MTV, si fa intervistare a Vanity Fair e pubblicizza il nuovo album negli store Mondadori.

Contraddizioni che il povero sedicenne non può cogliere ma che forse potrebbero quei ritardati dei suoi fan trentenni che affollano i concerti.

Quando vedo che la voce della protesta sia affidata a livello “artistico” a elementi come Fibra, mi rendo conto di quanto stiamo messi male.

Lui è l’esemplificazione del vuoto culturale che ristagna nelle nostre menti da vent’anni a questa parte.

Finché l’Italia era la patria delle canzonette mongoloidi di Vasco Rossi, ciò era ancora tollerabile o almeno ti facevi l’abitudine. E comunque Vasco Rossi è diventato simpatico perché con la sua menomazione verbale e motoria ti ricordano l’anziano del piano di sopra affetto da Alzheimer.

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Poi arriva anche l’autobiografia, quella in cui ti lancia sermoni sul consumismo, sul capitalismo e la televisione, roba che trovi tranquillamente sulla Torre di Guardia ma se lo dice Fibra –porcatroia- allora è qualcosa di profondo

E mi domando se Fibra con le sue felpe Adidas e la partecipazione più che perenne a trasmissioni televisive di dubbio contenuto artistico (“Amici di Maria” su tutte), magari una mano sulla coscienza –ogni tanto- non se la metta.

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Purtroppo da parte sua non c’è nemmeno la consapevolezza di essere il prodotto di un mercato che non ha di niente di meglio da offrire, se non appunto il suo accento milanese spalmato su filastrocche adolescenziali e i Modà.

Gente che si ritrova milioni in tasca solo perché milioni di stronzi acquistano i loro cd.

Bene, a quel punto almeno ringrazia e accendi un cero a qualche Madonna perché se non fosse per la gioventù demmerda di oggi a quest’ora saresti ancora a Senigallia a rappare nel garage di tuo zio.

Invece no. Fibra in un’intervista a radio-Deejay ha affermato che si scoccia a farsi immortalare nelle foto con i suoi fans, che è una seccatura per lui mettersi in posa e accontentare le richieste dei ragazzini. (http://www.youtube.com/watch?v=1xMHa9IuiWk)

Quest’atteggiamento snob è tipico dell’“artista” italiano che, sempre per emulare un certo stile Hollywoodiano, si da al disgusto facile, dimenticando costantemente il famoso garage dello zio.

Mi son chiesto cosa Fibra possa avere di speciale.

Ho cercato di cogliere una risposta nel suo sguardo spento e provando ad ascoltare le sue canzoni

Bene.

Fabri Fibra non ha niente di speciale, non ha Nulla.

Proprio come la nostra epoca.

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Ciò che nessuno smartphone riuscirà mai a cogliere è: il perché di tutto ciò

Mentre scrivo sono le 00.05 e da circa un’ora e mezza è avvenuto l’attentato alla maratona di Boston.

Ora, già di per sé il concetto di attentato richiama molta attenzione, se poi di mezzo ci sono vittime americane il tutto è duplicato.

Chi sia coinvolto o chi l’abbia organizzato non si sa.

Certo è che i capri espiatori non mancheranno, specialmente quelli di carnagione olivastra e con accento arabo.

O forse è solo l’ennesimo naufragio della società americana, che ormai non può fare a meno della sua strage settimanale ad opera di qualche studente che ammazza a caso nelle scuole o di un padre di famiglia che apre il fuoco in un ipermercato.

Si costruiranno pretesti per l’ennesima guerra al terrorismo e colonizzare un altro paese del terzo mondo a suon di mitra e bombe?

L’unica cosa certa è che per ora, come sempre, ci sono andati di mezzo i civili, le cui morti –probabilmente- saranno strumentalizzate in qualche maniera per una qualche campagna elettorale o per una qualche guerra per un qualcosa che non esiste.

Ma l’attentato di Boston oltre a raccontarci le solite, drammatiche ovvietà della nostra società, ci ha permesso di capire quanto utili siano gli smartphone.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di guardare la TV mentre l’attentato si era appena consumato in tutta la sua crudeltà e tristezza.

I telegiornali sono partiti immediatamente con puntualità, menando a destra e sinistra le prime immagini e foto.

Tra inviati speciali e news in diretta è iniziato lo show: l’immancabile collegamenti con Zucconi, i dati dell’ambasciata,  i commenti audio degli inviati della CNN.

E i filmati catturati dagli smartphone.

Se già l’essere umano medio filma e fotografa ogni minuto della sua vita -senza lasciarsi sfuggire nemmeno la fila alle poste-, figuratavi cosa possa fare un pubblico di 500.000 americani alla maratona di Boston.

La logica conseguenza è stata la messa in onda di video che ritraevano da ogni angolazione possibile l’esplosione delle bombe.

C’era il video ad alta definizione e quello un po’ sfocato, quello con l’audio a palla e quello silenzioso.

Sembrava il festival del cortometraggio dell’attentato alla maratona di Boston.

Non so voi, ma se mi scoppiano due bombe a 150 metri di distanza, la prima cosa che faccio e cagarmi addosso e poi scappare, per poi farmela addosso un’altra volta.

E invece pare che un bel po’ di gente, mentre tutto andava a puttane, sia rimasta lì, ferma, a riprendere tutto.

Ma andando oltre l’istinto da reporter dell’americano comune, l’altra conseguenza è stata la diffusione di video e foto in giro per i social network.

Tipo questa.

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La cosa mi ha colpito molto, nel senso che mi ha fatto prima schifo e poi incazzare.

Vedere tutta ‘sta roba sbattuta ovunque manco fosse il nuovo video di Shakira ha portato a pormi una domanda: ma ce n’era bisogno?

Il grado di spettacolarizzazione dei TG, raggiunto con filmati e foto amatoriali, ha reso la tragedia uno show da prima serata.

Mancava solo Carlo Conti.

La facilità con cui poi la gente è riuscita a venire in possesso o a visionare il materiale, non ha fatto altro che amplificare la drammaticità dell’evento.

L’occidente con la sua tecnologia è riuscito a creare testimoni di catastrofi, che documentano le offese e i martiri subiti a scapito delle sue genti.

Peccato però non ci siano smartphone anche tra le mani dei civili afghani, iracheni e palestinesi.

Se per un cazzo di reportage sulle morti dei civili afghani dobbiamo aspettare l’inchiesta di qualche giornalista al momento non interessato a scrivere sulla marca degli assorbenti utilizzata dalla First Lady, per l’attentato di Boston –invece- c’abbiamo Encarta 2013.

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Nei prossimi giorni ci sarà l’invasione di filmati strappalacrime e foto angoscianti, ogni momento dell’attentato sarà accuratamente sezionato e analizzato.

Rivedremo al rallenty le esplosioni, la telecamera zoomerà sulle macchie di sangue e i bambini in lacrime, e la bandiera insanguinata diverrà l’avatar di tanti profili.

Ciò che però nessuno smartphone riuscirà mai a cogliere è: il perché di tutto ciò.