“Ciao, io zono Michael Schumacher”

Mentre Justin Bieber e la Cyrus scoprono il loro lato borderline e riempiono le pagine di giornali con avvenimenti personali di cui non frega un cazzo a nessuno se non alla tredicenne bullizzata e fan di Harry Potter, io mi ascolto i Sopor Aeternus.

E dimentico tutto.

Mi chiudo in camera, spengo la luce e sprofondo in un sonno apparentemente perpetuo.

Lascio nel mondo dei vivi, bollette di Fastweb, parenti che si danno alla politca, Crozza e tutto ciò che ha un odore di corpi in putrefazione.

Vorrei per alcuni minuti, secondi, poter sognare qualcosa di bello.

Prati in fiore, la sesta stagione dei Soprano, la resurrezione di Carlo Magno.

Niente di tutto ciò.

Appena chiudo gli occhi sprofondo in un limbo, che in fatto d’inquietudine da duecento metri di stacco a quello di Dante.

Rimango sospeso nel nulla, mentre voci e grida stordiscono le mie orecchie.

Un vento fortissimo e gelido trancia il mio respiro.

Mi sento come il fidanzato che accompagna la tipa a comprarsi il perizoma da YamamaY.

A un certo punto, tuona una voce imperiosa e dall’accento Germanico.

-“Koza fffai quui ummmamnnno!”

Penso subito che sia Carlo Magno a parlarmi e con tutta la mia ingenuità e riverenza confesso a lui le mie paure.

“Maestà, sono un suo umile fan. Ho anche messo “mi piace” sulla sua pagina Facebook. Non so cosa ci faccia qui e dirla tutta fa un freddo bestia. Per me è un onore essere al suo cospetto, la prego di salvarmi e con me tutta l’Europa. Stanno ad arriva’ bulgari e rumeni. Poi sarà il turno degli Ottomani e poi magari ci sbattono dentro pure il Congo”.

Ci sono secondi di silenzio, ma che sembrano ore. Poi ancora un tuono.

-“Nn zon’ Karl Magn’!”

Rimango interdetto e con paura, accenno ad un’altra domanda.

-“Mi scusi, non volevo offenderla. E che con questo buio non posso vederla. Chi è Von Bismarck? A me va bene lo stesso”.

-“Non zono Fon Bismarck!”

A un certo punto compare una luce e una figura inizia ad avanzare verso di me.

Non posso distinguere benissimo i contorni ma di certo è vestita di rosso.

Avanza sempre più velocemente. Sono nel panico più totale.

Sempre più vicina. Sempre più vicina.

Chiudo gli occhi, temendo il peggio.

Trascorrono pochi istanti, decido di riaprire gli occhi per guardare in faccia colui che porrà fine alla mia esistenza.

-“Ciao, io zono Michael Schumacher”

Non credo ai miei occhi.

-“Ma non eri morto?”

-“No zono in coma, non zono morto”

-“Appunto, che cazzo ci fai qua?”

-“Guesto è il limbo. Gui gi ritrofi tutto ciò che non appartiene nè al mondo dei fifi nè a quello tei morti.”

-“Quindi ci posso trova’ pure il PD?”

Lui mi guarda con tenerezza, aspettando forse la mia prossima domanda.

-“Senti…Michael. Ma che cazzo ci facciamo qua? Sono pure io in coma?”

-“No, tu non zei in coma. Hai zolo ezagerato con il Primitivo.”

-“Ma io non ho bevuto un cazzo, stavo solo ascoltando i Sopor Aeternus!”

Lui mi fissa ancora con quegli occhi da cagnone.

E mi domando come abbia fatto un tizio con questa espressione da testimone di Geova -non tanto a prendere una roccia in pieno volto a Dicembre-, quanto piuttosto a guidare a 300 km/h per una vita. Senza farsi un cazzo di niente.

-“Senti Michael, ma mo’ che facciamo?”

-“Non lo zo…parliamo?”

-“Parliamo e di che?”

-“Di quello che vuoi.”

Capisco che la situazione sta assumendo sfumture assurde. E la butto sul generale.

-“Ti piacciono i clown?”

-“Zi, mi stanno simpatici. Ne ho quattro nel mio soggiorno”

-“In ceramica?”

-“No, vivi. Perchè, che senso afrebbe aferli in cceramica?”

Effettivamente, come dargli torto.

“No perchè, a me i clown fanno paura. Immagino che possano comparire nella notte, farci a pezzi e cagare i nostri resti nei cimiteri”

Lui mi guarda perplesso.

-“Vabbe’ lascia sta’, pure il mio psicoterapeuta ha detto che c’ho qualche problema brutto. Comunque volevo chiederti, com’è andare in coma? E sopratutto visto che sei una sorta di spirto/anima/ochecazzonesò, potresti parlare senza accento tedesco?”

-“Ccerto scuza. Allora… Quando sei in coma non c’è nulla, magari sogni la solita stronzata per una cinquantina di volte di seguito ma oltre quello basta. Sei un vegetale e tutto è lontani anni luce da te”

-“Minchia bello. Dovrebbero vendere pillole per andare in coma. Andrebbero a ruba. Tu stai qui nel limbo, bello al sicuro. Ma la fuori c’è la merda. Matri ha fatto una doppietta qualche domenica fa.”

-“Si, qui non si sta male. Vorrei rimanerci un po’ ancora. Non ci si annoia, anche perchè non la noia non esiste”.

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-“Vabbè, ma a te che cazzo manca nel mondo dei vivi? Hai tutto. Soldi, fama, troie e una famiglia che ti vuole bene perché sei stra milionario.”

Michael smette di fissarmi negli occhi. Anzi sembra guardare oltre me. Attraversare il mio corpo e concentrare la sua attenzione su un punto. Forse presente solo nella sua mente. Cioè roba che nemmeno nei film di Lynch ritrovi.

Sono a disagio, forse mi sono spinto su qualcosa di troppo personale e non ho posto le giuste domande. Son lì lì per chiedergli scusa, quando lui torna a fissarmi.

-“Il mondo dei vivi è una merda. Vai avanti per raggiungere traguardi che sono una gloria temporanea. E non parlo di vittorie o coppe, ma anche del resto. Moglie, figli, laurea a Cambridge, la svedese scopata a pecora in un bar a Stoccolma. A tutto ciò attribuiamo un significato che va oltre il valore effettivo che possiedono.”

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-“Schumi, porcoddio, non mi sparare pipponi su ‘ste boiate. Fosse per me istituirei il suicidio come atto costituzionale. Tu non c’hai un cazzo di che lamentarti.”

Ma Schumi non sembra ascoltare le mie parole.

-“Nel mondo dei vivi tutto è pura apparenza. Ci sforziamo, ci consumiamo nel voler dare un senso ad azioni e pensieri. Qui non c’è nulla, solo l’eco di anime che attendono una destinazione. Non ci sono bambini da mettere al mondo, mogli a cui giurare amore eterno, genitori che ti crescono a sensi di colpa. C’è solo il vento, il buio.”

Non avrei mai pensato di poter udire certe parole da Schumacher. Mi faccio coraggio e pongo la mia ultima domanda.

-“Schumi, ma tu una botta alla Cyrus la daresti?”

Silenzio. Lui fissa ancora qualcosa nel vuoto, attorno c’è solo il grembo delle tenebre.

E con un filo di voce sussurra:

-“In realtà la Cyrus e Di Caprio sono la stessa persona. Ma ora è tempo di andare, svegliati. Tra poco comincia la replica di Dawsons’ Creek su TeleCambogia”.

Buio totale.

Mi sveglio sudato, in preda ad un attacco di panico.

“Time stand still” dei Sopor annuncia il mio rientro nel mondo dei vivi.

Non c’ho capto un cazzo ma almeno so che la Cyrus quest’anno vincerà l’Oscar.

I clown stanno arrivando, li sento. E solo questione di tempo.

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“Ma Cora era determinata ad ottenere due tette impossibili”

Nel 2009 Sexy Cora (all’anagrafe Carolin Wosnitza), pornostar tedesca, tentò di battere il record di pompini. Sì, a quanto pare c’è anche un record di pompini. I presenti erano duecento giovanotti, ovviamente tutti brutti come le bollette dell’ENEL e una pancia da birra pazzesca. Cora, iniziò benissimo ma dopo cinquanta minuti svenne, rischiando l’arresto cardiaco. cora Tuttavia in meno di un’ora era riuscita a far spruzzare ventidue cazzi. Respect. Cora aveva diciannove anni, ed era una stella in ascesa nel mondo della pornografia. Ovviamente non si distingueva dai comuni mortali per la sua capacità di risolvere algoritmi o per una passione infinita per la letteratura olandese. No, Cora aveva due tette enormi. Accuratamente rifatte, stracolme di silicone. Ci vollero cinque interventi chirurgici per portare le sue bocce a dimensioni assurde, forse un po’ troppo per una che a stento arrivava a 1,60 di altezza.

Ma Cora era determinata ad ottenere due tette impossibili, così decise di sottoporsi al sesto intervento chirurgico, portando la quantità di silicone presenta in ciascuno dei suoi seni, da 500 grammi a 800. I medici le sconsigliarono tale intervento, definendolo rischioso e inutile. Cora non volle sentir ragioni. Morì durante l’intervento a causa di un arresto cardiaco. Aveva 23 anni.

Come da prassi fu accusato l’anestesista, che ora sconta una condanna di 14 anni in carcere a causa di due tette. Ma la storia di Cora non finisce qui. Fu seppellita nel cimitero di Amburgo in una bara laccata di rosa, circondata da quintali di fiori, foto in bikini e un angelo di marmo alto un metro e mezzo.carolin-wosnitza-678697664-921001 A suo modo la Sasha Grey teutonica ha lasciato un segno in questo mondo, paradossalmente molto più evidente dei comuni stronzi che muoiono ogni giorno. Ma il mondo del porno è strapieno d’insidie e pericoli, non è tutto oro ciò luccica. E se luccica forse non è oro ma qualche chiazza di sborra non rimossa. Già dagli anni settanta l’HIV cominciò a mietere vittime nel mondo del porno. Della malattia non si sapeva assolutamente nulla o poco, i controlli sui set erano superficiali e l’aspetto igienico molte volte –soprattutto nei film a basso costo- lasciava desiderare. John Holmes , fu proprio vittima dell’HIV così come altre star del porno: Wade Nichols, Marc Stevens, Al Parker e Lisa de Leeuw. La paura delle infezioni sessualmente trasmissibili mandò nel panico l’industria del porno.

Molte star decisero di tutelarsi in modo intelligentemente, abbandonando il set o utilizzando i preservativi, altre lo fecero in maniera meno intelligente. Tipo la nostrana Selen, che si rifiutò di aver rapporti sessuali con africani o asiatici. Secondo lei l’HIV era un problema relativo alla razza. Dieci e Lode. Ma non solo malattie, anche droghe. Moltissime ex pornostar hanno dichiarato -a carriera terminata- come l’uso di droghe fosse cosa abituale sul set – per “rompere il ghiaccio” e per dare un tono più intenso alle performance- e nella vita privata. Anche qui le vittime sono molte, tra cui spicca Linda Wong morta per overdose di Xanax. E oggi? Oggi sicuramente c’è maggior controllo, ma il porno è più che mai un business, un mondo parallelo dove i soldi scorrono a fiumi. L’industria pornografica americana “crea” denaro ogni anno tra i 9-13 bilioni di dollari. gianna-michaels_1920x1200-4 Cifre da capogiro che non tengono in considerazione i fatturati dei vari siti web. Qualche tempo fa Shelly Lubben, ex stella del porno, ha rilasciato considerazioni abbastanza forti sul mondo dell’hard. L’ex attrice ha ammesso che droghe e violenze sessuali sono all’ordine del giorno. Perché violenze sessuali? Perché molte attrici hanno un passato di stupri e violenze domestiche, e la loro fragilità sarebbe manipolata dai produttori del mondo dell’hard. Nulla di nuovo, cose che già in passato erano trapelate o su cui c’erano dei sospetti. La Lubben afferma, inoltre, che ci sarebbero delle forti penalizzazioni contrattuali qualora l’attrice dovesse rifiutarsi di fare sesso non protetto.

E il mito dei controlli? Anche quello è stato sfatato. L’Adult Industry Medical, ha qualche anno diffuso statistiche che lasciano pensare. L’80% delle persone che in America hanno lavorato nel porno, ha contratto malattie sessualmente trasmissibili, su tutte l’herpes genitale. Su 825 attori porno testati tra il 2000 e il 2001, il 7% aveva contratto l’HIV. Numeri che ridimensionano un po’ un universo da sempre apparso forse troppo idealizzato: soldi, belle fighe, lavoro facile. Quello del porno attore è un lavoro di merda come tanti altri, soffocato dal business e da compromessi. Dietro sborrate, culi sfondati e tette al silicone ci sono sempre persone, i cui culi sanguinano e che sopportano doppie penetrazioni grazie a all’utilizzo di sostanze stupefacenti o altri stimolanti. Probabilmente sono i martiri del nuovo millennio, ci regalano masturbazioni liberatorie mettendo a rischio le loro vite. Martiri di una società che tutto sommato trova nel porno la giusta rappresentazione.

Vince chi fotte meglio. Ma per fottere, qualcuno dovrà essere fottuto.  

“Esatto, parliamo di necrofilia”

Alle superiori quando io e i miei amici non avevamo voglia di sorbirci, le magnifiche e splendide nonché magiche, ore di greco antico, con eleganza e leggiadria passavamo oltre l’isolato in cui si trovava il  liceo.

Dei nostri coetanei, alcuni si distruggevano di canne al parco, altri facevano shopping, altri preferivano andare a casa e godersi il nuovo pornazzo appena ricevuto clandestinamente.

Noi non avevamo una lira, l’unica cosa che indossavamo erano le magliette dei Sisters of Mercy o degl Iron Maiden e in fatto di porno avevamo già visto tutto. Zoofilia compresa.

L’unica alternativa rimastaci era andare in videoteca e noleggiare qualche film horror.

Non horror normali, horror “vintage”.

Andavamo pazzi per il cinema dell’orrore marchiato anni 70’-80’.

Ovviamente insieme a tanti capolavori, ci siamo sucati anche tanta merda improponibile.

Indimenticabile è Zombi Holocaust di Marino Girolami. Forse il peggior horror mai visto.

Gli anni passano e la passione rimane, per l’horror intendo. Cioè, anche per il porno.

Il problema è che oggi l’horror non esiste più. Il mercato è stato invaso dalle solite puttanate americane, da remake o film potenzialmente belli ma anche terribilmente idioti. L’ultimo horror, moderno, che ho apprezzato è stato “The Descendt” di Neil Marschall. Per il resto, un cazzo di niente.

Qualche anno fa ricevetti una chiamata da un mio amico: “Ora che ci ribecchiamo per le vacanze di Natale ti devo fa’ vede’ ‘na roba assurda”.

Le vacanze arrivarono ed ebbi il piacere e l’onore di conoscere il cinema Jörg Buttgereit.

Molti penseranno, e chi cazzo è?

Joerg Buttgereit-1

Jörg, è un regista tedesco autore di film horror underground, girati con pochissimi mezzi ma che hanno fatto storia. Non solo nel genere.

La fama di Buttergeret deriva soprattutto dal film “Nekromantik”, che racconta la storia d’amore “triangolata” tra un uomo, una donna e un cadavere.

Esatto, parliamo di necrofilia.

Il film è una botta allo stomaco di quelle allucinanti, anche se girato con pochi mezzi e della durata di poco più di un’ora, ti tortura fino alla fine.

Benché la trama possa sembrare del tutto assurda, posso garantire che nel film ci sono delle trovate cinematografiche geniali. Tipo un cazzo che sborra sangue.

Figo, eh?

Ok, raccontato così non è che attiri molto.

Il film raggiunge subito un successo assurdo in tutto il mondo, tra gli appassionati di horror e non solo.

Ma la censura ne vieta la vendita e la diffusione in mezzo pianeta, anche in Germania.

Leggenda narra che Jörg sia stato arrestato per oltraggio al pudore e “devianza mentale”.

Nekromantik è datato 1987 e due anni dopo arriva Nekromantik 2.

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Il budget è più sostanzioso ma parliamo sempre di un film girato con le pezze al culo .

Nonostante ciò, Jörg Buttgereit, riesce a girare qualcosa di notevole.

La storia è sempre la stessa, ma i dialoghi sono molto più convincenti, le scene brutali e potenti ma con un tocco di ironia. La fotografia è più elaborata come il montaggio stesso. Da antologia il finale.

Ovviamente si tratta sempre di qualcosa adatto a un pubblico ristretto.

Ma Jörg Buttgereit dietro il sangue e le scene necrofile ha sempre cercato di comunicare qualcosa di più profondo, come la mercificazione dei sentimenti e la convenzionalità delle relazioni umane nel mondo moderno. Elementi che purtroppo passano in secondo piano nel momento in cui si visionano i due Nekromantik.

Anche il secondo capitolo sull’amore necrofilo ha buon successo ma anche qui la censura è spietata.

Ma è nel 1988 che Jörg Buttgereit, a mio parere, sforna il suo capolavoro. Der Todesking.

Der Todesking è un collage di sette cortometraggi connessi tra loro. Il comune denominatore è la morte, vista sotto un’ottica esistenzialista. Il film è una forte condanna alla società contemporanea, divorata dalla monotonia e dalla sua opulenza. Qui non si scopano cadaveri né si fa a pezzi il proprio partner, anzi non scorre una goccia di sangue. L’opera fa leva su atmosfere angoscianti, grigie e soffocanti. E’ un film grandioso, divenuto un cult e che lentamente sta guadagnando fama.

I film di Jörg Buttgereit solo recentemente hanno trovato una distribuzione in DVD, prima si facevano largo attraverso copie pirata o una diffusione tra “amici di amici”.

Anche per questo il regista non ottenne il successo che meritava e decise di lasciare il cinema nel 1993, anno in cui terminerà un altro capolavoro, Schramm.

In seguito si dedicò al teatro, alla produzione di documentari e alla radio.

Solo recentemente ha deciso di tornare dietro la macchina da presa, per il progetto horror “German Angst”. Progetto che, ovviamente, stenta a decollare per il solito problema “delle pezze al culo”.

Der_Todesking_by_Vinterblut

Non consiglierei mai a chiunque la visione dei film di Jörg Buttgereit, soprattutto a cardiopatici, emofillici  e anziani. Ma chi è curioso e vorrebbe allargare i propri orizzonti horror, non posso che invitarlo alla visione. Non si tratta di film perversi o malati, è semplicemente un cinema diverso e auto ironico, che ha il coraggio di comunicare qualcosa in modo diverso ed estremo. Nei film di Buttgereit c’è molta poesia, nonostante gli argomenti siano tutt’altro che poetici. Lo splatter è solo una conseguenza del “tipo” di cinema. I personaggi, le storie e le relazioni sono sempre descritte in maniera molto particolare e assolutamente non banale.

Buttgereit parla di necrofilia, morte e suicidio ma accompagna il tutto con musiche di Bach e inquadrature delicate, spiazzando lo spettatore. Lo hanno soprannominato il “signore della morte”, perché mai nessuno come lui è riuscito a descriverla con toni così straordinariamente affascinanti.

“Ingannata dalla vita, questa creatura cerca di dare un ultimo segnale, di dare
alla sua vita un significato postumo con la sua morte.

La frustrazione della sua stessa esistenza e la negligenza di una società spietatamente progressista si manifesta in questo atto universale di vendetta.

Il suicida sembra puntare a tutti quelli che l’hanno sempre ignorato.
Per una volta LUI fa la storia, è alle luci della ribalta, e finalmente
le persone sono interessate alla sua vita.

Fugge da una vita “morta”
verso una morte “viva”, sapendo che, per lo meno per
qualche giorno, avrà quasi l’intera attenzione del pubblico.

Questo assurdo desiderio… è probabilmente molto più autentico e genuino di tutta la sua virtuale non-esistenza precedente. Egli, “assassino-di-massa-senza-movente”, è il martire del Post-modernismo “

(Citazione tratta dal Film “Der Todesking”)

“Dj Francesco, ha vinto”

Ogni volta che ascolto la radio, ho i crampi allo stomaco. Beccare qualcosa di decente è assolutamente impossibile.

Stessa cosa se mi reco in un negozio di dischi. Il solo gettare uno sguardo alla vetrina potrebbe mandarmi in coma.

Ascoltiamo merda.

E questa merda vende.

Mi son sempre chiesto come possa qualcuno recarsi in un negozio e porre domande del genere:

“Avete l’ultimo di Rihanna?”

“Cerco la discografia degli One Direction”

“C’avete la versione acustica dell’ultimo album di Biagio Antonacci?

Il mercato musicale italiano credo sia tra i peggiori al mondo, secondo forse solo a quello pakistano.

Si ristagna tra i vari Vasco Rossi e Ligabue, a volte la novità può essere rappresentata dal nuovo singolo di Avicii (che lusso!), ma oltre a questo non c’è assolutamente altro.

Tra il segmento dell’orrore Vasco-Liga, giacciono centinaia di entità anonime in grado di far milioni grazie al più che discutibile gusto musicale degli italiani.

Estate 2003, un’estate che in molti ricorderanno per le scopate sulla spiaggia o nei bagni del Parco Gondar di Gallipoli al ritmo di “porta in alto la mano, segui il tuo capitano…”

Li mortacci sua.

Dj Francesco, “figlio d’arte” di Roby Facchinetti -poi spiegatemi dov’è’ l’arte nelle canzoni dei Pooh– con il singolo “La canzone del capitano” ha venduto un milione di copie in Italia.

Dj Francesco

Fino ad oggi è singolo che nel XXI secolo ha più venduto nel nostro paese.

Ciò vuol dire che per gli italiani, fino ad oggi, nessun altro singolo, nessun altro cantante, nessun’altra canzone si son dimostrati più interessanti della CANZONE DEL CAPITANO.

Ok, ma facciamo un salto indietro. Al 2002, più precisamente. E’ sempre estate e un trio spagnolo di puttanoni, decide di metter su un pezzo talmente idiota che a confronto i testi dei Gemelli Diversi sono epistole catulliane.

Si parla delle Las Ketchup e del loro singolo Aserejé, canzone che a fine del 2002 si troverà al secondo posto nella classifica dei singoli più venduti.

Ma è sempre l’estate il periodo in cui il mercato discografico svela le sue sorprese, e sempre in estate gli italiani danno il meglio di sé in fatto di gusti musicali.

Quella del 2012 è una delle peggiori della storia italiana.

Arriva il Pulcino Pio. Orde di ritardati che ballano e cantano a squarciagola, sulle spiagge e nelle discoteche del bel paese, un motivetto che tanto ricorda le poesie demmerda di Natale che dovevi recitare davanti ai parenti.

60.000 copie vendute, doppio disco di platino.

Nemmeno i Led Zeppelin hanno venduto così tanto in Italia.

Ma le catastrofi possono accadere da un momento all’altro, non tutte hanno stagioni predefinite. Non tutte sono parzialmente prevedibili. Tipo Gigi d’Alessio.

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Gigi è un miracolo della natura. La controprova dell’involuzione umana.

Non sa parlare, suonare né cantare ma ha venduto fino ad ora venti milioni di dischi.

E si scopa anche la Tatangelo.

Paola e Chiara avrebbero dovuto dedicarsi al porno, lì un qualche loro talento sarebbe emerso sicuramente.

Rimarranno nella storia le loro performance “live” al Festivalbar, con un playback sciagurato quanto scandaloso.

Tuttavia, le baldracche, con il loro album “Television” sono riuscite a vendere 800.000 copie in tutta Europa. Come dimenticarsi “Vamos a bailar”, video e canzone di un’ignoranza spaventosa.

Nel 2011 mente la Norvegia piangeva i morti di Utoya, l’Italia ballava la “Danza Kuduro”.

In testa alle classifiche per dieci settimane, è stato il tormentone ufficiale di quell’estate.

Agli italiani piace moltissimo la Romania, per ragioni assolutamente non banali: mignotte e sigarette a prezzi da LIDL.

“Dragostea din tei”, singolo della cantante Haiducii, vendette un milione di copie in Europa. In Italia rimase per un anno in cima alle varie classifiche.

Dragostea_din_tei

Alcuni potrebbero controbattere, affermando che c’è comunque una differenza tra “tormentone estivo” e “musica impegnata”.

Col cazzo.

Purtroppo oggi non c’è alcuna differenza, perché la musica proposta a novembre è la stessa che ci ritroviamo a ferragosto sparata a palla nelle discoteche.

Cambia il genere, ok, ma l’obiettivo è sempre quello. Rimanere in classifica per un mesetto e poi svanire.

Le milioni di Band e cantanti che popolano lo scenario musicale contemporaneo, non sono altro che creazioni discografiche a tempo determinato.

Magari c’è qualche artista con un minimo di talento, lì perso nella bolgia, ma non è il talento che interessa alla gente né tanto meno ai discografici. Ma la possibilità di avere qualcosa subito, venderlo e poi dimenticarlo.

La musica si è sempre più trasformata in un oggetto di consumo totale, come le patate o i broccoli surgelati.

Si apprezza solo per il valore che le danno le classifiche, le recensioni -o ancora peggio-, la pubblicità.

Anche il consumo deve essere fulmineo, perché c’è il rischio che una band il giorno dopo il concerto davanti a 60.000 persone, non sia più di moda, non sia più “cool”.

I nostri lettori Mp3 hanno ogni settimana tracce diverse.

La velocità che detta i ritmi delle nostre vita non permette di  godere qualcosa con calma, di riflettere o criticare. Tutto è immediato, rapido. Tutto è connesso a un edonismo scadente e degradante.

A scapito delle vera bellezza artistica.

E’ un cancro che ha ormai divorato ogni forma d’arte, dal cinema alle arti visive passando per la letteratura.

Dj Francesco, ha vinto.

 

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“Qui c’è gente che si diverte e non ci ha mai invitati ai loro party”

Essere una star del cinema o della musica comporta ovviamente tantissimi vantaggi. Tra cui soprattutto il fatto di aver un conto in banca pari al PIL dello Zimbabwe. Montagne di soldi da spendere come cazzo ti pare: vacanze, auto, puttane, droghe, case abusive, avvocati.

All’occorrenza puoi partecipare a quei concerti “Pro Africa” o “aiuta- uno stato -che se l’è presa- nel culo per l’ennesima volta – da una catastrofe naturale -come se non bastassero- già cazzi come- la povertà e il Colera”, per mostrare come le sorti dei negri e dei terremotati ti stiano a cuore.

Così la tua immagina guadagna popolarità, soprattutto tra gli intelligenti lettori di Famiglia Cristiana.

Una cosa che non ho mai capito, però, è perché molte pop-star decidano di cantare ai compleanni di dittatori sanguinari, o perché le star del cinema si siedano sempre in prima fila ai loro matrimoni.

E’ notizia di questi giorni che l’ex campione di Basket americano, Dennis Rodman, abbia deciso di partecipare a una partita di basket in Corea del Nord per celebrare il compleanno di Kim Jong-un.

Kim Jong-un è l’attrazione del momento.

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Tra un massacro e una minaccia di bombardamento atomico a caso, non si può dire che sia una persona con tessera della Caritas.

Eppure Rodman, ha accettato.  Si prenderò il suo compenso e ‘sti cazzi.

Ma lui non è il primo, né sarà sicuramente l’ultimo.

Tantissime altre star in passato hanno saputo far di peggio, tante belle facce pulite che ritrovi su MTV a Natale a cantare “We are the World”.

Hilary Swank e Jan Claude Van Damme parteciparono (sotto lauto compenso) alla festa per il trentacinquesimo compleanno del dittatore ceceno Ramzan Kadyrov. Per il suo trentaseiesimo compleanno, invece, si è circondò delle presenze di Ornella Muti e Gerard Depardieu.

Per il prossimo chissà se Scamarcio o Piero Angela non facciano un salto.

Mariah Carey, Nelly Furtado, Beyoncé, J-Z e 50 Cent sono sempre stati ospiti fissi nei salotti della famiglia Gheddafi.

Spettacoli privati per pochi eletti, con tanto di palco, fuochi d’artificio e maxi-schermo.

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Tutti hanno percepito non meno di un milione di dollari a testa. Quella zoccola di Beyoncè se ne portò a casa due.

E meraviglia vedere gente come 50 cent, lui l’uomo del ghetto, la voce dei negri con le pezze al culo, essere coinvolta in questi party d’élite, dove c’è tutto tranne che la miseria dei quartieri demmerda di Detroit.

Per non parlare della Furtado, la donna dalle hits strappalacrime e malinconiche -ma a cui una botta la darei più che volentieri, e gratis anche- fu pagata un milione di dollari per un’esibizione di 45 minuti davanti agli sceicchi libici.

Jennifer Lopez, oltre a non essersi ancora scusata con il mondo per averlo flagellato con la sua musica di merda, ha anche avuto il coraggio di cantare al compleanno di Gurbanguly Berdymukhamedov (poi ditemi come si fa ad andare al compleanno di un tizio con un nome così). Dittatore del Turkmenistan, stato in cui la ricchezza è in mano al 95% della popolazione. Cioè nelle sue.

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Sting per un milione di dollari ha partecipato al divertentissimo party di compleanno della figlia del dittatore Uzbeko Karimov.

Probabilmente gli unici amici di questi VIP sono gli Hitler contemporanei, perché ogni volta che li devi invitare a un cazzo di Barbecue o a bere una birra in garage devi farti un mutuo per dieci case.

“Hey Jean, ci facciamo una birra?”

“Certo, ma ce l’hai un milione di dollari?”

Constata l’avidità delle star, vorrei anche soffermarmi sulle scelte dei Gheddafi e dei suoi compari sulle celebrità invitate.

Cioè, come cazzo fai a invitare Ornella Muti?

Non è nemmeno più buona per essere scopata.

Ma cristo, invita una Scarlett Johansson o una Rachel Wood.

Sei stramiliardario e ti fai cantare Happy Birthday da Jennifer Lopez?

Dio, chiama i Metallica, fai riesumare Curtis e riunisci i Joy Divsion, piuttosto assumi la Cover band brindisina dei Negroamaro.

Davanti a un milione di dollari probabilmente non si guarda in faccia a nessuno. Un ragionamento del genere potrei comprenderlo da parte di noi, comuni mortali, che a stento arriviamo a fine mese e che per comprarci una Panda usata risparmiamo sulla carta igienica. Non posso comprenderlo, invece, se messo in atto da star strapagate da sponsor, televisioni e marchi vari.

Senza quel milione Byoncè non avrebbe potuto comprarsi il detersivo in offerta al supermercato?

Le star possono andare a braccetto con i dittatori e intascare i loro soldi però, paradossalmente, sarei un criminale se sventolassi la bandiera con la svastica dal mio balcone.

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I valori morali sembrano esistere solo per i poveri stronzi, così come le leggi e le religioni.

Armiamoci di spranghe, invadiamo le strade e spacchiamo tutto.

Che bruci ogni cosa, e scorra sangue come non mai.

Qui c’è gente che si diverte e non ci ha mai invitati ai loro party.

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“Un casino della Madonna”

Tra il 6 e il 9 Agosto del 1945, l’America – a guerra praticamente già vinta- sganciò due bombe atomiche sul Giappone. Hiroshima e Nagasaki furono rase al suolo, 140.000 persone morirono sul colpo e il 20% dei sopravvissuti andò incontro a una fine orrenda a causa delle ustioni e contaminazioni radioattive.

Le conseguenze del bombardamento atomico si ripercuotono ancora oggi, e dal 1946 il numero delle vittime è salito a più di 300.000.

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L’11 marzo 2011 a causa del maremoto Tōhoku, la centrale nucleare di Fukushima fu seriamente danneggiata, rilasciando all’esterno quantità immense di nubi tossiche e riversando nelle falde acquifere sotterranee scorie nucleari.

Un casino della Madonna.

Molto più serio e grave di quanto non si possa pensare.

Il disastro di Fukushima è stato pari all’esplosione di 14.000 bombe atomiche.

Non ci credete?

Comprensibile.

Gli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki erano più evidenti perché l’esplosione avvenne in superficie, l’evento distruttivo si è concentrato prevalentemente “fuori”.

Nel caso di Fukushima, invece, il tutto è avvenuto a livello sotterraneo e quindi quasi non visibile a occhio umano.

Fukushima-Daiichi-Nuclear-Plant

L’Organizzazione mondiale della Sanità, da subito mise in chiaro che tale disastro superava ampiamente quello di Chernobyl.

E oggi Chernobyl non è esattamente un posto dove vorreste trascorrere il vostro Ferragosto.

Dopo l’esplosione dei reattori della centrale furono rivelarti in mare livelli di radioattività 4000 volte superiori alla norma, quelli di cobalto e cesio erano invece dieci volte al di là del limite consentito.

E giusto per regalarvi ancora un po’ più di ansia, sappiate che il rilascio di radioattività nell’atmosfera è stato dieci volte superiore a quello di Chernobyl.

Quando una centrale nucleare esplode, le conseguenze sono atroci.

Non solo a livello ambientale ma a anche sociale.

Contaminazioni radioattive implicano villaggi e città da evacuare, terre su cui non potrà più crescere nulla e danni a livello genetico non quantificabili.

La città di Tomsk-7 in Russia, fu nel 1993, totalmente evacuata a causa di un’esplosione avvenuta nella centrale nucleare che distava pochi chilometri dal centro abitato. 120 chilometri quadrati di territorio furono totalmente contaminati. Ancora oggi non si sa nulla sulla portata effettiva del disastro.

Nel 1979, negli USA a Three Mile Island, un reattore della centrale nucleare andò incontrò a una fusione quasi totale. Furono evacuate 140.000 persone. Negli anni successivi si registrò nelle aree contaminate un aumento impressionante dei casi di Cancro.

A Kyshtym (Russia) nel 1957, 80 tonnellate di scorie nucleari furono riversate nell’atmosfera a causa di un guasto nel processo di raffreddamento. Del disastro si seppe solo quindici anni dopo. Fu una catastrofe di proporzioni enormi e ancora oggi il tasso di radioattività in quell’area è elevatissimo.

Chernobyl nel 1986 terrorizzò il mondo. Un guasto al reattore causò l’emissione dei vapori altamente radioattivi nell’atmosfera, i quali in due settimane raggiunsero l’Europa. 350.000 persone furono evacuate, il tasso di contaminazione si dimostrò 100 volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki. Oggi Cernobyl è una città fantasma, abitata da 500 persone – per lo più anziane- che non hanno altro posto in cui andare.  Ogni anno circa 600 bambini nati nelle aree adiacenti a Chernobyl , necessitano del trapianto di midollo osseo.

Robert Knoth cernobyl

Questi sono i disastri del passato, quelli dimenticati. E lentamente  si sta dimenticando anche Fukushima.

Le vittime sono salite a più di mille e c’è un fortissimo sospetto che il pericolo di contaminazione sia molto più alto di quanto non si voglia far credere.

Ma oltre le contaminazioni, le morti, c’è qualcosa di più.

La speculazione sulla sofferenza.

La mafia giapponese (Yakuza per gli amici) controlla una buona percentuale delle aziende che curano la rimozione e la bonifica dell’area.  Numerosi senza tetto sono assunti giornalmente per rimuovere detriti tossici dell’impianto. Lavorano in condizioni terribili e con uno stipendio da fame. Un “mercato” del lavoro che lo stato difficilmente riesce a limitare. Ma è lo stesso stato giapponese che – paradossalmente-  il più delle volte se ne frega altamente del futuro dei cittadini.

Inizialmente fu severamente vietato di acquistare frutta e verdura che provenissero da un raggio inferiore ai 20 km. Il divieto durò due settimane, poi la popolazione fu bombardata con messaggi “Valium” al fine di tranquillizzarla. L’economia giapponese, già in recessione, non poteva permettersi di perdere altri colpi.

E così un conduttore televisivo, in pieno spirito propagandistico e in pieno delirio, mangiò in diretta verdure provenienti da Fukushima. Ora ha la Leucemia e non si sa camperà.  Bravo il coglione.

otsuka

In questi giorni ventimila sfollati soni stati fatti rientrare nelle loro case, ma è evidente come l’area non sia assolutamente sicura.

L’impressione è che la gente a Fukushima, più che a causa delle scorie e delle radiazioni, stia morendo per mano dei suoi politici.

Un po’ come a Chernobyl, un po’ come ovunque.

Cosmopolis