Tutto, tutti, possono scomparire

E mi ripeto costantemente, per l’ennesima volta: andrà tutto bene.
Non c’è una paura specifica, particolare. No. C’è un ansia generale.
Per cosa poi, boh.

Mi sveglio nel cuore della notte, incapace di riaddormentarmi, guardo il soffitto.
E lo faccio per quindici muniti abbondanti.

Non funziona.

Vado in cucina, mi faccio un Tè e fisso fuori dalla finestra.

La strada è deserta, illuminata dal luce gialla dei lampioni. I palazzi mi osservano con i loro occhi, finestre buie e malinconiche.
Qui in periferia, a dire il vero, tutto è malinconico. Anche le scritte sui muri come “Napoli merda” o “666”.

Andrà tutto bene. Perché anche se dovesse andare male, non c’è nulla di strano.

E mi viene in mente quando all’asilo la maestra ci chiese di disegnare il nostro gioco preferito.
Io disegnai gli scacchi.

Lei, vedendo il mio disegno esclamò: “Che bravo, ti piace giocare a scacchi! Come mai?”

“Perché uccidono le persone” risposi.

“Ma gli scacchi non uccidono le persone”

Cosa ne sapeva lei del “Settimo Sigillo”, di Bergman e della Morte.

Anche lì, in quell’occasione, non avevo sonno.
Mi alzai di notte, facendo attenzione a non svegliare nessuno e mi chiusi nel soggiorno.
Retecapri mandava in onda Zequila che faceva petting con una tizia, su Raitre c’era il Settimo Sigillo.
Optai per la seconda. Non capì un cazzo del film ma gli attori e la storia erano più credibili dei movimenti inguinali di Antonio.

Svegliarsi di notte è sempre pericoloso, per la testa ti passano le peggiori idee e perché no. Anche presagi di morte. Di notte ogni ombra è un dubbio, una piccola paura può trasformarsi in un delirio.
Da piccolo dicevo “le preghierine”, per tener lontani mostri, satana e vampiri.

Ora so che ‘sto mondo fa talmente schifo, che anche Satana e compagnia preferiscono starsene per i cazzi loro.

War 2003 by Paula Rego born 1935

Questa volta non c’ho voglia di accendere la TV, anche perché non ho una TV. A cosa dovrebbe servirmi? A sucarmi ore di lezioni di cucina di cuochi rincoglioniti o seguire notiziari di telegiornali il cui valore culturale è pari alla rubrica di Dan Savage su Internazionale?

Ma c’è un giornale più di merda di Internazionale?
Ci dovrebbe scrivere Saviano lì, magari aprirci una rubrica con Fazio e intitolarla: “Come è bello essere froci col culo degli altri”.

Vorrei sparire, dissolvermi. Non stare ad ascoltare più quello che mi raccontano i colleghi, amici e parenti su progetti, disgrazie, scopate, offerte all’Euronics.

Ne ho le palle piene. Sogno oceani di sangue, fauni che giocano a scacchi. Se il mio psicoterapeuta mi fa fare il Rorschach, so cazzi.

Ho letto che un aereo sia svanito nel nulla. Non sanno più che tesi offrire. Ovviamente l’hanno buttata sul terrorismo. Oggi anche se calpesti la merda per strada sei vittima di un attacco terroristico. Sono certi però di una cosa, è precipitato. Cazzo che bravi.

14 paesi coinvolti nelle ricerche: radar, navi, aerei, satelliti, tutto. Non hanno trovato nulla.
Oggi abbiamo Googlemap che ti mostra anche se il buco del tuo culo sia più inclinato a Sud-Est o Nord-Ovest, e poi mi dicono che non c’è una minchia di nulla che possa trovare un aereo disperso nell’oceano.
Poi c’è pure la teoria del “guasto”. A cui onestamente non voglio pensare, perché ho già i miei trenta minuti di paranoia ogni volta che prendo un aereo. Se poi realizzo che effettivamente ci siano buone probabilità di precipitare a causa di cortocircuito di merda, è la fine.

Non so quale teoria sia più credibile, forse nessuna. Magari confermeranno che sia stato un attentato o che è scoppiato un motore, o che il pilota si sia semplicemente dimenticato all’improvviso come si piloti un cazzo di Boeing.

Ho una mia teoria. L’aereo è scomparso. E basta.
Le persone scompaiono nel nulla. Lasciano famiglia, fidanzati, genitori. Salgono su un treno e fanno perdere le loro tracce. Anche i calzini scompaiono. Setacci casa, controlli mille volte sotto il letto. Ma nulla.

Tutto, tutti, possono scomparire.
E dove finiscono?

Probabilmente in un altro universo, popolato da anziani e adolescenti saliti su svariati intercity e mai più rivisti, da calzini dei più svariati colori e da aerei colmi di passeggeri.
In questo universo non accade nulla, è tutto sempre uguale. Si continua a viaggiare in treno a oltranza, si vola per sempre e i calzini fluttuano nell’aria. Non ci sono rumori, voci.
E’ sempre notte, solo poche luci gialle illuminano i binari. Solo le luci notturne dei corridoi permettono di distinguere a malapena i contorni dei visi.

Qui ci finiscono coloro che all’improvviso scompaiono. A volte lo vogliono, a volte no.

Sono le 3.45.

Porca troia, indosso solo un calzino.

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“A Hollywood non premiano un film decente dai tempi di Platoon”

L’altra sera leggevo i nomi dei vincitori dei vari premi Oscar, e ho pensato: cheMMmerda.
A Hollywood non premiano un film decente dai tempi di Platoon (1987), di Oliver Stone.
Quest’anno hanno deciso di premiarne uno sulla schiavitù dei negri.
Ma solo perchè l’ha girato Steve McQueen, che è negro pure lui e ha immortalato Fassbender col cazzo da fuori.
Vabbe’, scorro la lista dei film premiati negli ultimi anni e mi viene l’ulcera, sanguino dal culo e mi accascio al suolo.

1998, Titanic. Porca puttana. Un film per casalinghe rincoglionite che ha rovinato una generazione di adolescenti, istruendola con l’illusione che Leonardo di Caprio SIA UN ATTORE BRAVO. Tra i film candidati c’era Will Hunting di Gus Van Sant, film non eccezionale ma sicuramente con maggiori contenuti rispetto alla cazzata di Cameron.

2003, Chicago. Un musical orrendo, già per il solo fatto che ci recitasse Richard Geere l’avrebbero dovuto censurare anche in Siberia. Due ore di sofferenza, trascorse tra frasi banali e scene atroci.
Quell’anno tra i candidati c’erano: The Pianist, Gangs of New York, The Hours. Ma il fascino geriatrico di Richard ha sempre la meglio.

2004, The Lord of the Rings: The Return of the King. Sono contrario ai film più lunghi di due ore. E soprattutto per film di tre ore che non parlano di un cazzo, storpiando la trama di libri che hai letto o vorresti leggere. Fatta eccezione per registi come Von Trier e Kubrick.  Quell’anno in lizza per il premio c’era il capolavoro di Clint Eastwood, Mystic River. Mortacci degli gnomi.

Potrei continuare per giorni, mesi, anni.
La notte degli Oscar è diventata la serata perfetta per poter apprezzare il declino del cinema contemporaneo, che si stringe attorno a opere banali e sterili. Ma è un po’ la sorte che sta toccando a tutti festival internazionali, quello di Venezia su tutti. Ormai ridotti a semplici passerelle di gossip, su cui sfilano registi e attori che non hanno nient’altro da dire se non “Thank you, I’m so happy”.
O farsi intervistare da Fazio.

Che ci volete fare, la decadenza culturale non risparmia nessuno.

Vi lascio una lista di film. Non molto noti ma che meritano una visione. Film rimasti un po’ ai margini della notorietà, che invece avrebbero meritato. Non vi scasserà la minchia con opere del 1912 o del secondo dopoguerra. Fatene che cazzo volete, ma non passatela a Richard.

Innocence. Film del 2004, della regista francese Lucile Hadžihalilović, nonché moglie di Gaspar Noè.
In una scuola dispersa nel bosco, arrivano costantemente delle fanciulle, trasportate in una bara. Da questo momento saranno educate a coltivare l’amore per l’arte e la bellezza. Il tempo qui è scandito da giornate trascorse nell’incantevole natura del bosco e da giochi spensierati. Ma il tutto sembra nascondere qualcosa di grottesco e incomprensibilmente angosciante. Film mai distribuito in Italia.

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Vinyan è un film del 2008, opera del regista belga Fabrice du Welz. Autore tra l’altro di quel piccolo gioiello “weird” di Calvaire (2004). Jean a Peaul, sono in Thailandia ma hanno il culo di visitarla proprio quando uno Tsunami si abbatte sul paese. La loro figlia scompare. Probabilmente muore ma non viene ritrovata. I due decidono di dedicarsi a una ricerca disperata e folle della piccola. Il tutto si trasmuterà in un viaggio, che opporrà il mondo maschile a quello femminile, analizzandoli nelle piaghe psico-antrpologiche più profonde. Uno dei pochi film che meritano di essere definiti “femministi”, nel senso più positivo del termine. Se esiste.

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Harmony Korine il meglio lo ha dato già da tempo. Spring Breakers è oggettivamente un film per ritardati. Non ci credete? Vedetevi Gummo (1997). Harmony si reca nella cittadina di Xenia, Ohio. Qui un tornado tempo fa ha fatto piazza pulita di case e persone, lasciando solo degrado. Nessun attore professionista, riprese semiamotoriali. Una sorta di film/documentario sulle periferie americane, quelle senza tettone bionde e bicipiti proteinizzati. Una mazzata nello stomaco.

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Il cinema orientale e scandinavo hanno da tempo superato quello italiano, francese e americano. Per il semplice fatto che non si perdono in storie di merda ma raccontano quanto in realtà la vita sia un MERDA. Ferro 3 è forse l’opera più intensa di Kim ki -duk mostro sacro del cinema mondiale. Ottantotto minuti di goduria visiva ed emotiva. Tae e Sun, un ragazzo e una ragazza, appartengono a mondi malinconici totalmente diversi. Lui entra nelle case momentaneamente disabitate, per viverci un po’. Lei è vittima di continue violenze e umiliazioni domestiche ad opera del marito. Solo Kim avrebbe potuto inventare una delle più belle storie d’amore del secolo.

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Martha Marcy May Marlene (2011), conferma la mia tesi secondo cui se vai a vivere in una comune hai problemi seri. E se non li hai, lì li troverai sicuramente. Martha fugge da una setta religiosa stile hippie, ma la merda che ha visto durante quegli anni continua a martellare la sua mente. Un dramma confezionato elegantemente dall’esordiente regista Sean Durkin e interpretato alla perfezione da una straordinaria Elizabeth Olsen. Solo applausi.

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Addio mia concubina (1993) vinse il premio Oscar come miglior film straniero, più altri milioni di premi. Un film eccezionale, la cui trama non è semplice da raccontare in quanto tocca moltissimi temi della cultura e tradizione cinese. Opera del maestro Chen Kaige, perla assoluta del cinema mondiale. Consigliato a tutti, ve lo ricorderete a vita.

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Secondo me Vincent Gallo è un ottimo attore, nonché discreto regista. Forse troppo sottovalutato in entrambi i ruoli. In Buffalo ’66 (1998), li ricopre entrambi  in maniera perfetta. Con una sorprendente Christina Ricci al suo fianco, Gallo, ci racconta la strana relazione tra due emarginati della periferia americana. Lui ha appena terminato di scontare qualche anno di carcere, lei sogna un uomo che possa prendersi cura di lei. Si incontreranno per caso, ne nascerà una storia particolare, agrodolce e malinconica. Cult.

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La scuola scandinava ha avuto il privilegio di formarsi sotto l’ombra di un certo Bergmann.  I suoi “discepoli”, anche dopo diverse generazioni ne hanno preservato l’identità. The Bothersome Man (2008), film norvegese, è secondo me uno dei più bei film degli ultimi trent’anni. Jens Lien, costruisce una storia drammatica, meravigliosamente condita da elementi grotteschi e surreali che lasciano lo spettatore indeciso tra la risata o il pianto disperato. Andreas, il protagonista, ci conduce in un mondo reale/onirico che racconta alla perfezione la decadenza della nostra epoca, retta da un’estetica fine a se stessa e tristemente priva di sentimenti.

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E ora un bel thriller, uno di quelli malati al punto giusto. Kill List (2011), è la solita storia che non annoierà mai, banale ma piacevole, con un colpo di scena finale felicemente prevedibile. Il regista, Ben Wheatley, è un talento del cinema contemporaneo, specializzato nella commedia nera e con un buon gusto nel sapere dosare humour nero e sangue. Dello stesso regista sono da vedere assolutamente anche Down Terrace e Sightseers.

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E infine un film italiano, altrimenti poi la gente pensa che c’è solo Sorrentino a fare CINEMA IMPEGNATO. La bocca del lupo (2009) di Pietro Marcello. Molti dicono che La Grande Bellezza si un capolavoro che da lustro al cinema italiano. Beh, chi dice questo probabilmente non ha visto il film di Marcello. Se fosse stato presentato ai vari festival avrebbe fatto razzia di premi, o forse no. Forse no, perché non è banale, ferisce e al tempo stesso scalda il cuore. Film/documentario che narra la storia d’amore tra Enzo, ex detenuto, e Mary, un transessuale. Meraviglioso.
Da Oscar, ma di quelli veri e di una volta.

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