“Tutti a casa, vergognatevi, andate a lavorare” (cit.)

Il mio entusiasmo per i mondiali quest’anno è pari alla lettura delle bollette dell’Enel.
Diciamo che in generale il calcio comincia a non attirarmi più come una volta, altro segno dell’età che avanza. O sarà semplicemente il fatto che non posso stare a guardare una nazionale allenata da una persona il cui carisma è pari a quello di un testimone di Geova di 15 anni, che cerca di rifilarti la Torre di Guardia supplicandoti con il suo sguardo languido e malinconico.

Eppure come nazionale ce l’abbiamo messa tutta per tornare a essere competitivi. Abbiamo naturalizzato i più scarsi oriundi del mondo, con la speranza che si rivelassero le armi vincenti, in una squadra in cui vengono addirittura convocati giocatori del Parma e del Torino.
Porca troia.

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Questo Mondiale era partito sotto i migliori auspici e le migliori profezie, elementi che non mancano in un paese che in fatto di ottimismo e spavalderia non è seconda a nessuna.
Ma non è andata come previsto, nonostante l’inizio avesse garantito grandi aspettative.
Tra titoli di giornali, entusiasti per la performance contro l’Inghilterra e le dichiarazioni dei giocatori stessi, sembrava fossimo pronti a conquistare otto coppe del mondo in una volta.

Al di là della nostra nazionale, non ho mai avuto la percezione che questo mondiale potesse essere qualcosa di eccezionale, o di unico.
Si è arrivati a organizzarlo quasi a culo, in un paese flagellato dai conflitti sociali e dalla povertà.
Le polemiche sportive e politiche hanno disintegrato la bellezza dell’evento, creando un’atmosfera surreale.
Dalle partite al tifo, tutto sembra essere stato scritto su un copione.

L’Italia è giunta a questo Mondiale contro i favori del pronostico ma descritta come la solita mina vagante che nessuna squadra si augurerebbe di affrontare.
Il girone non era semplice, ma va bene. Perché i gironi per l’Italia non sono mai semplici, nemmeno con l’Andorra e la Nazionale Cantanti.
Con i soliti due pareggi e una vittoria su calcio piazzato ce la facciamo a superarlo.
Pensavano gli ottimisti.

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Dopo le illusioni della prima partita, si avverte che la Nazionale è già stanca, senza idee e quasi demotivata.
Perdiamo contro il Costa Rica e poi naufraghiamo contro l’Uruguay.

Partono i capi d’accusa, le polemiche. Tutti a casa, vergognatevi, andate a lavorare.
Proprio il giorno del match Italia-Uruguay giunge la notizia della morte di un tifoso napoletano, ucciso a colpi di pistola il giorno della finale della Supercoppa italiana.

L’ennesima vergogna del nostro calcio, non solo corrotto ma anche idiota.

Lutto cittadino, è morto un eroe.

“Ciro non era un ultrà, seguiva semplicemente ogni partita del Napoli” (cit)

E soprattutto andava allo stadio con gente armata di bastoni e col viso coperto.

Se volete ammazzarvi per una squadra di calcio, so’ cazzi vostri. Ma abbiate la compiacenza di scrivere un testamento, comunicando ai vostri parenti, amici, fidanzate, mogli e preti, che non rompano il cazzo con dichiarazioni assurde e affollino i palinsesti invocando “chiarimenti dallo Stato” o “Giustizia”. Perché poi la “chiarezza” la pretende anche il cittadino medio, comune mortale, non ultrà, che porca puttana vorrebbe andare allo stadio per assistere una partita di calcio.

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Gli stadi italiani sono ostaggio degli ultras, in grado di interrompere partite, rinviarle e mettere in ginocchio le società.
Curve chiuse, tifosi scortati, città blindate.
Quasi uno scenario di guerra, ogni domenica.
Qui c’è gente chi si ammazza per un “ideale” in cui nemmeno gli stessi giocatori di calcio credono.
E mi domando se ne valga la pena, per un calcio che tra scandali vari e indebitamenti ha stravolto il concetto di sport.

In realtà siamo arrivati ai Mondiali già sconfitti, nella dignità, nello spirito sportivo, nella credibilità.

Tutti a casa, vergognatevi, andate a lavorare (cit.)

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