“Fingevamo di essere figli del disagio”

 

Bei tempi quelli trascorsi seduti a fissare i marciapiedi, sorseggiando birra e credendo che le nostre vite fossero uno schifo.

Le colonne sonore delle serate erano dettate dal silenzio delle strade e da qualche rutto.

Ascoltavamo solo Metal, il resto era per posers e ricchioni.

Fingevamo di essere figli del disagio, ragazzi problematici, le reincarnazioni di Lovecraft, Poe, Milton. In realtà provenivamo da famiglie borghesi, cresciuti con la consapevolezza che non ci sarebbe mancato mai un cazzo. E proprio questo ci faceva incazzare, dentro di noi si celava un rancore sconosciuto, che vomitavamo su ogni forma di vita.

Le nostre paure, ansie e insicurezze erano celate da vestiti neri, croci capovolte e adolescenziale misantropia. Sognavamo Oslo, il Wacken Open Air, un angolo di mondo dove avremmo potuto trovare un momento per piangere ore e ore.

E invece eravamo confinati in un paese di 30.000 anime, devote al culto dei pranzi in famiglia e alle passeggiate sul corso la domenica mattina.

Una realtà che basava il concetto di evoluzione maschile adolescenziale sul binomio: scooter-andare all’Ipercoop con la fidanzata; e quello femminile sul: verginità-ma trovati presto uno col posto fisso.

Se non rispettavi questi semplici corollari eri il fallimento del paese, e quindi: “poveri genitori”, “eppure il padre è una brava persona”.

Bevevamo un po’ troppo ma in un contesto del genere ciò era più un obbligo morale, che un comportamento adolescenziale.

Nonostante riuscissimo qualche volta a mettere un po’ di soldi da parte, non li spandevamo mai in droghe. Frequentando i tossici del paese, ci fotteva la paura di diventare come loro. Anche se al tempo stesso ci affascinava l’idea di entrare a far parte del circolo “’sto a merda con l’eroina, c’ho provato a smettere ma porcoddio non ce la faccio”. Ma l’ho detto prima, eravamo borghesi nel nostro intimo, cresciuti con quei sensi di colpa tipici delle famiglie per bene. In poche parole, eravamo dei vigliacchi.

Ci sbronzavamo nei cimiteri, fissavamo per ore le lapidi di persone sepolte e mai conosciute.

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Corpi disintegrati dal tempo. Mentre i coetanei ballavano Gigi D’Agostino, noi vagavamo tra ceri e crisantemi.

Le nostre menti erano occupate da molti pensieri. Ad esempio, come fuggire da quel paese di merda, che ti costringeva a odiare anche te stesso.

L’unica via di scampo era l’università. Anche se oggettivamente la maggior parte di noi non c’aveva proprio cazzi per studiare.

E quindi via.

Tutti a Roma.

Andiamoci insieme, altrimenti sai che solitudine cominciare tutto da soli?

Un branco di codardi.

Ho sempre odiato Roma, le grandi città, la presunzione delle “grandi” città di essere tali.

Scelsi un’altra destinazione.

Lontano dagli amici, dagli “amori” adolescenziali, da ciò che ero stato per non so quanti anni.

Per questo venni isolato. La logica del branco è spietata. Ma tanto mi ero scopato le migliori, affanculo voi e il Colosseo.

A volte ci si rivede per le vacanze, con alcuni si fa finta di nulla, di non conoscerli. Pervasi dalla paura di ricordare il passato e soprattutto di dover fare i conti col presente.

C’è chi ha messo famiglia, perché ingravidata al primo anno di università, chi è diventato direttore di banca, chi lavora come ricercatore in culo al mondo. E c’è chi è su buttato dal balcone.

Al massimo si beve una birra insieme, ovviamente prendendo in considerazione temi molto vaghi:

“Eh cazzo, ma con Zidane era tutta un’altra storia”

“Ma domani è aperta la Pam?”

Argomenti serie, utili per coprirne altri. Come il confessare di essersi scopati tempo addietro le reciproche fidanzate.

Convinti che la propria fosse stata la scopata migliore.

Ma come finisci per buttarti da un balcone?

Dall’undicesimo piano.

Se si è gettato lui, potevo farlo anche io, lo può fare Laura, il Lupo, Nicola e soprattutto Marica -lei davvero cazzo con la testa non c’è mai stata-. Lo possono fare tutti gli altri.

Eravamo identici, alcuni anni non possono averci reso diversi.

E come posso presentarmi a casa dei genitori per porgere le condoglianze?

“Salve, ero amico di vostro figlio. Ero quello alto, che incontraste in questura sempre insieme a vostro figlio perché beccati a lanciare una decina di bottiglie di vetro contro una statua di Padre Pio”.

Potrò mai assistere al rito funebre? Piangerò, o forse mi metterò a ridere.

Come quando pisciavamo sui portoni delle chiese.

Lo fanno i cani, perché non lo possiamo fare noi. Pensavamo noi, geni del cinismo da discount.

Forse eravamo davvero ragazzi un po’ problematici. Alcuni sì, altri no.

C’era quella che si tagliava, e che credo lo faccia ancora.

Quell’altro che si schiantava di proposito con l’auto contro un muro a caso.

Witkin Archive

A distanza di tempo, tutto riemerge. Cose che si erano dimenticate, svanite o volontariamente messe da parte. Riemerge tutto, un vortice di immagini, parole. Cerco di coglierne il nesso, interpretare ogni frammento per dare un senso a un cazzo di corpo disteso sull’asfalto.

Non sono triste, né incazzato. Ma spaventato.

Lo siamo tutti. E posso cogliere la stessa paura nel silenzio che ci stritola, a poche ore dal funerale.

Abbiamo condiviso l’adolescenza, un tempo infinito.

Ma ci siamo sempre negati le risposte più importanti, quelle avrebbero potuto cambiare piccole cose e magari dar vita a percorsi diversi.

E’ ora di andare.

Mi siederò tra le prime file, come fanno le brave persone.Reciterò anche l’Atto dolore, e stringerò la mano come segno di pace.

La stringerò a tutti, anche a quelli che siederanno dalla parte opposta alla mia. Ascolterò ogni parola che verrà pronunciata dal sacerdote, annuendo col capo e fissando il crocefisso. Sarò bravo, perfetto, encomiabile. Lo saremo tutti.

Poi, a omelia finita, quando tutti se ne saranno andati, quando il corpo sarà sepolto in quel cimitero dove per non so quante sera abbiamo vagato cercando chissà quali risposte, quando tutti saranno a letto fissando il soffitto, io, Io tornerò davanti a quella chiesa e piscerò sul portone.

 

Foto di Joel-Peter Witkin: http://v1.zonezero.com/exposiciones/fotografos/witkin2/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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10 comments

  1. Erotic Art Drops · luglio 22, 2014

    La chiusa mi ha steso.

  2. ilconigliotiguarda · luglio 22, 2014

    Eppure, son tornato a casa, a fissare il soffitto. Come tutti gli altri stronzi. Blake o Poe, avrebbero pisciato tranquillamente su quel portone.

  3. John Doe · luglio 30, 2014

    Forte e bello.

  4. Pingback: “Volevamo congedarci dignitosamente dal nostro Liceo” | iconiglicimangerannovivi
  5. Pingback: “How do you image the Antichrist?” | iconiglicimangerannovivi
  6. Mad · settembre 11, 2014

    Questo è uno dei pezzi più belli che ho letto sul tuo blog. Sono cresciuta dall’altra parte d’Italia ma era tutto esattamente così. Complimenti

    • ilconigliotiguarda · settembre 11, 2014

      Grazie per i complimenti. Se dovessi scrivere un libro sul disagio adolescenziale, verrebbe fuori una sorta di Odissea.

      • Mad · settembre 17, 2014

        Ma l’adolescenza è un’Odissea da cui pochi escono vivi

      • ilconigliotiguarda · settembre 17, 2014

        Il Medioevo della vita

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