“Ho sempre provato a immaginare come potesse essere l’Inferno”

 

Se ti riduci a guardare la premiazione degli MTV Music Awards, vuol dire che la linea di confine che divide la tua vita dall’inferno, è quasi scomparsa.

E con molta probabilità, ci sei già dentro.

Ho sempre provato a immaginare come potesse essere l’Inferno.

Vedere Renzi cagare?

O come scopare la Parodi in pieno ciclo mestruale?

Chissà.

L’Inferno è magari osservare gli adolescenti alla fermata della metro. Sorridono e scherzano, nel fiore della loro bellezza e stupidità. Inconsapevoli di tutto, di gioie e dolori, dei compromessi della vita e delle notti insonni. E tu li osservi, cercando di capire se sia ancora possibile ridere così. Se tu abbia mai riso così. Certo che lo hai fatto. Ma ora sei all’Inferno e loro te lo ricordano. Non puoi tornare indietro.

Si brucia ogni giorno, guardandosi allo specchio, cercando di farlo. Perché a un certo punto non ce la fai più a sopportare il tuo stesso sguardo, la tua stessa espressione. Non è il tempo che avanza il problema ma la consapevolezza di aver perso qualcosa, un qualcosa che prima riempiva i tuoi occhi e dava al tuo volto sfumature diverse.

L’Inferno è sulle labbra di una donna, che incontri al supermercato o all’autogrill. Quell’immagine che ti accompagna per giorni, dandoti l’illusione di aver rifiutato l’ennesima possibilità di essere felice o dare una svolta alla tua vita. Ma andare a pisciare o cercare il tonno in offerta, in quel momento, sembravano essere la priorità assolute.

Rivedere vecchie foto, rileggere cose scritte tempo addietro. Farti pena, sorridere e aver voglia di sbattere la testa contro il muro. Scoprire che sei solo cambiato fisicamente ma alla fine sei lo stesso coglione di prima. Dimmi, che girone sarebbe questo?

La felicità è il regno di Satana. La convinzione, la speranza di poter raggiungere qualcosa che colmi un vuoto, che porti dentro dalla nascita. Ti dicono, “Devi trovare le persone giusta, che ti capisca”, “L’amicizia non ha bisogno di parole”. Frasi prese in prestito dai libri demmerda di Coelho e Baricco. Poi, arriva il giorno in cui comprendi che non riesci a capire te stesso, quindi come pretendere dagli altri tale sforzo? Forse sarebbe stato meglio cercare di rendersi comprensibili agli altri ed evitare di rinchiudersi in un mondo popolato da persone idealizzate e aspirazioni troppe alte per questa vita.

Vedere i tuoi genitori invecchiare e dare uno sguardo ai risultati della TAC. Domandarti chi seppellirà per prima l’altro. Rimpiangere di non aver mai trovato il tempo per dire certe cose e non aver voglia nemmeno ora di parlarne. Chiamalo Inferno, se vuoi.

Tornare a casa ubriaco, dopo una serata con amici. Dove tutto è stato perfetto, la musica, il vino, le donne. Fermarti sull’uscio di casa. Non aver voglia di andare a dormire, perchè ciò porrebbe fine a qualcosa fin lì perfetto. E allora aspetti l’alba, grigia, come il respiro dei dannati. E tu sei uno di loro.

Sartre scrisse: “L’inferno sono gli altri”.

No. L’Inferno è ciascuno di noi.

Ognuno rappresenta per sé stesso una condanna. Personale, irrevocabile.

Bruciamo ogni giorno, avvolti in fiamme invisibili che ci divorano lentamente.

 

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“Viva la fica, fammi un Mojito e passa la paura”

Ebbene sì, l’estate volge al termine.

Dopo una maratona di tre mesi, segnata da aperitivi, spiagge, selflies e quanto di peggio la corteccia cerebrale umana possa offrire, siamo giunti al capolinea.

Nemmeno il mal tempo ha scoraggiato i più intrepidi a diminuire la dose di aggiornamenti facebook, foto e video. Perché le vacanze sono belle a prescindere. Dicono. Per giorni ho ammirato ciò che i mie contatti pubblicavano. Di tutto. Nessuno si poneva limiti. Dalla frittura di pesce alle code autostradali. E di seguito valanghe di commenti, apprezzamenti, discussioni. Nel mentre mi domandavo se avesse senso eliminare questa gente dai contatti, poiché l’unica vera soluzione sarebbe stata l’eliminazione fisica dei soggetti in questione. Hashtag a non finire, citazioni, sorrisi. Avrei voluto per un solo momento provare invidia, pensare “beati loro, cazzo”. Concedermi il lusso della frustrazione.

No. Più osservavo tutto ciò, più scivolavo in un stato emotivo cupo e depresso, livello Anna Maria Franzoni intervistata a Porta a Porta.

“E ‘sta gente va pure a votare?” Direbbe il saggio.

Trentenni, ventenni. La mania del documentare le proprie vacanze non risparmia nessuno.

E dove cazzo lo trovano il tempo per:

  1. fotografare;
  2. pensare a un titolo da allegare alla foto;
  3. taggare;
  4. postare tutto su Facebook;
  5. rispondere in tempo reale a commenti e cazzate varie.

Tutti mancati fotoreporter per la National Geographic.

Ho l’onore di assistere “live” al declino neuronale dei miei amici, ormai imprigionati anche loro nel labirinto della “movida social”.Il tutto assume i tratti di una competizione, sorretta da parole, punti esclamativi ed Emoticons. Una competizione in cui non è chiaro come si vinca ma alla cui partecipazione non si sottrae nessuno.

Però c’è sempre spazio per il post impegnato, dedicato ai bambini della Palestina o di denuncia contro le “menzogne” della Ka$ta.

Che bella la democrazia dei social network.

Quasi quasi me ne vado in vacanza a Gaza per respirare un po’.

In tre mesi ci si è dimenticati di tutto: della crisi, dei conflitti in Medio Oriente, della disoccupazione, sbarchi clandestini. Viva la fica, fammi un Mojito e passa la paura.

-“Ma che pensi dell’Ebola? Dici che arriva qui?”

Ecco, l’Ebola. Finalmente qualcosa di serio a cui pensare dopo il concertone di Guetta a Maiorca e la serata Reggae e Gallipoli.

Purtroppo, noi, esseri dell’Occidente, per una sorta di coincidenze storiche e antropologiche, veniamo a conoscenza di certi temi solo grazie alle analisi profonde di Mentana. Peccato, perché viverli in prima persona avrebbe avuto tutt’altro senso e ci saremmo pure risparmiati le sillabazioni di Mentana.

#vacanze#ebola#sanguinodalculo#

E mentre Giulia è “in viaggio verso…” e Michele mostra il suo Aperol Spritz, metto in frigo le prime cinque bottiglie di birra. Rimango sconvolto nel constatare che non ho ancora scattato il mio primo selfie, non sono mai stato a Formentera e utilizzato l’hashtag. Sarà per questo che la mia vita risulta abbastanza monotona. Ma allo stesso tempo mi domando se farsi una foto con quattro stronzi sulla spiaggia di Riccione, possa davvero risolvere tutti i cazzi della vita.

Evidentemente, per molti sì.

E’ un’escalation grottesca di emozioni artificiali, più finte degli orgasmi delle attrici di Brazzers.

Ho il timore di uscire di casa e trovarmi coinvolto in foto di gruppo, in cui dovrei esibire i miei occhiali da sole, assumere qualche espressione cool e possibilmente mostrare un’abbronzatura da fare invidia ai beduini.

Ma non possiedo nulla di tutto ciò. Per me il mondo è rimasto fermo al 1774.

E così, come sempre, mi riduco a essere spettatore delle vite altrui e ho il privilegio, se non altro, di apprendere come non dover vivere la mia.

Tra cadaveri e macerie, è trascorsa un’altra lunga estate. Spero vi siate divertiti, che Ibiza e Mykonos abbiano offerto spunti di riflessione importanti e abbiate celebrato il ferragosto con una scopata leggendaria.

Il mondo fa il tifo per voi, lo faccio anche io. Siete l’ultima tappa dell’evoluzione, il cui nome, per una strana coincidenza intona una curiosa rima.

Estinzione.

“Si alzò e se ne andò senza salutare o dire nulla”

Dovevo spiegare agli altri che probabilmente non avremo più suonato all’assemblea e che, di conseguenza, avremmo dovuto cercare un’altra occasione per presentare i nostri nuovi pezzi. In realtà non avevo voglia di vederli. Mi avevano lasciato da solo, in una circostanza che avrebbe richiesto più sostegno. Cazzo, siamo un branco e ci vado da solo per proporre la candidatura?

Ggiro mi conosceva a memoria, sapeva cosa fosse accaduto senza aver bisogno di porre domande. Il giorno dopo, a scuola, mentre cercavo di memorizzare quante più cose possibili sul De Bello Gallico, Ggiro mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Tranquillo, sono tutti pezzi di merda. Ma alla fine suoneremo, lo sento”.

Rasserenato dalle sue parole decisi di inviare un SMS agli altri e invitarli a riunirci il giorno successivo. Ci saremmo incontrati nella sala prove, che non era altro il garage di Lupo. Tutti mi risposero affermativamente tranne, ovviamente, Marica.

La sera stessa, terminato l’allenamento di pallanuoto, trovai Marica ad attendermi all’uscita.

Quando Marica si presenta senza preavviso e in circostanze insolite, vuol dire che è successo qualcosa. Come quando citofonò a casa di Lupo all’una di notte, perché la madre aveva tentato per l’ennesima volta il suicidio. Oppure quando irruppe nella mia classe, nel mezzo del compito in classe di greco, chiedendomi di accompagnarla all’ospedale, perché il tipo con cui se la faceva le era venuto dentro la notte prima. Insomma, appena scorsi la sua sagoma, mi cacai addosso. Fui tentato dal tornare indietro e dormire negli spogliatoi della piscina, disposto a tutto pur di non incontrarla.

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Aveva un occhio nero e lividi sul viso.

Istintivamente mi venne da ridere. Era incredibile come riuscisse a cacciarsi in situazioni tremende.

-“Che è successo?”

-“Che cazzo ridi!”

-“Se mi offri una birra ne parliamo, altrimenti puoi tornartene affanculo da un caso umano a tua scelta.”

Prendemmo due Raffo dal paninaro davanti alla piscina e ci andammo a sedere sulle panchine che si affacciavano sulla gravina. Eravamo solo io e lei, avvolti dalle luci gialle dei lampioni, dai bagliori lontani dell’acciaieria e dal profumo dell’erba selvatica annaffiata dal piscio dei cani.

-“E’ stato Antonio.”

-“Mh, e quindi?”

-“E quindi, un cazzo.”

-”Perchè lo ha fatto?”

-”Abbiamo litigato. Mi sentivo trattata come una puttana. Gliel’ho detto. Mi chiamava solo per scopare, per fargli pompini. Cercavo di raccontargli qualcosa di me, della mia solitudine. Ma quando lo facevo diceva che non aveva tempo, che aveva altre cose a cui pesare. Ai suoi matrimoni, all’ex che lo torturavano, ai clienti. Quando avevo bisogno di lui non c’era mai. Gliel’ho detto. Una parola tira l’altra e mi ha picchiata.”

Anche con il volto tumefatto rimaneva stupenda. Ma più sono belle, più sono problematiche. E lei era bellissima.

-“Marica, ne abbiamo parlato un sacco di volte. Te le cerchi…lo sai. Dipende da te.”

-“Dici che devo andare dalla polizia?”

-“No, dico che prima hai bisogno di andare da uno bravo. Onestamente non comprendo molto dei tuoi comportamenti e non li giudico, perchè so che hai sofferto e soffri. Ma così facendo ti rovini la vita e la complichi anche a noi, coinvolgendoci nelle tue storie. Il che è un po’ da egoisti.”

-”Ti facevo più comprensivo, mi fai triste.”

-”Ti facevo più intelligente. Ora cerchi di manipolarmi per ottenere sostegno e conforto e magari supportarti nelle tue scelte del cazzo. Lo fai sempre. Ma sono sicuro che domani sarai dal lui a farti sfondare, di pugni e cazzi. Ci conosciamo da anni, non prendermi per il culo.”

Rimase in silenzio, a fissare le luci in lontananza.

Marica non ha avuto un’adolescenza tranquilla e nemmeno un’infanzia tranquilla. Per lei è sempre stato tutto in salita. All’età di sette anni perse il padre, divorato da un tumore ai polmoni. Luigi aveva lavorato nella famosa acciaieria per quindici lunghi anni, fino a trovarci la morte. A trentacinque anni era già in una bara. La moglie, Mariangela, entrò in una fase depressiva senza via d’uscita. Ha tentato, che io sappia, almeno otto otto volte il suicidio, trascorrendo così la sua vita tra cliniche psichiatriche, valanghe di antidepressivi e svariate sette religiose. Marica è cresciuta praticamente da sola e non è la solita storia da film indipendente, con la protagonista che alla fine riesce a realizzarsi, a posare un fiore sulla tomba del padre, fissando il cielo sorridendo, mentre una canzone di Bowie accompagna il tutto. No, Marica ha visto davvero l’inferno. Ci è entrata e ne è uscita pezzi. Anche oggi la sua vita è una merda. Senza padre e una madre praticamente assente, è cresciuta con i nonni i quali non sono stati mai capaci dal canto loro, di attenuare l’atmosfera negativa che infestava la casa. Marica è cresciuta con la paura di poter essere abbandonata in qualsiasi momento e con la sensazione di essere colpevole di qualcosa. Per questo si è sempre avvicinata a figure degradate, tossici, uomini sposati, gente che lei sapeva, non potesse garantire nulla ali vello sentimentale e umano. Ha sempre creduto di non poter meritare nulla. La madre, ha sempre sfogato su di lei frustrazione e rabbia. Facendola sentire un peso, la causa dei mali. Favore che col tempo Marica ha restituito, inscenando periodicamente litigi in cui la prendeva a botte o le puntava contro il coltello.

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Marica è stata poi sempre condannata dalla sua bellezza, la quale l’ha sempre messa al centro dell’attenzione, nel bene e nel male, rendendola oggetto di desiderio da parte di tutti, adolescenti e non. Ma lei, credo, non abbia mai provato qualche sentimento diverso dalla paura e della rabbia. Cercava negli altri amore, ma credeva che l’amore si potesse ottenere solo aprendo le gambe. Confondeva l’amore con l’orgasmo, l’autolesionismo con il perdonarsi.

Marica si infliggeva -e credo lo faccia ancora- tagli ovunque. Diceva che la calmavano, la mettevano in pace con se stessa. D’estate indossava sempre magliette a maniche lunghe, per coprire le ferite. Aveva anche talento, in tutto. Nello sport, nel disegno e soprattutto nel manipolare le persone. Era una manipolatrice incredibile, grazie alla capacità di muoversi tra il vittimismo e le sembianze di persona matura. Ed è per questo che Marica era pericolosa, imprevedibile, furba. La vita le aveva insegnato a inquadrare le persone sotto una prospettiva priva di emozioni ed empatia. Nella nostra comitiva, composta da meno di una decina di persone, lei era l’ultima arrivata. Ma era stata in grado di “scalare” le gerarchie, grazie alla sua capacità di sapere individuare immediatamente le debolezze degli altri. Sapevamo con certezza che avesse limonato con tutti quelli della comitiva, se ci avesse pure scopato, era da capire. Era bravissima a nascondere e deviare ogni tipo di sospetto. E comunque credo fossi l’unico a non esser stato“toccato” dalla sua lingua. Forse perché ci temevamo a vicenda, forse perché semplicemente le facevo schifo. Io di sicuro, la temevo. Marica non era una brutta persona, era solo una cazzo di borderline ingestibile. Ma l’impressione era che si fosse data un ruolo e ci provasse gusto nel recitare la parte della “ragazza interrotta”

“Comunque domani ci vediamo tutti e decidiamo sul da farsi. Ti ho mandato un messaggio, l’hai ricevuto?”

-”Si..”

-”Quindi vieni?”

-”No.”

-”E perché?”

-”Ho altro da fare.”

Si alzò e se ne andò senza salutare o dire nulla.

 

[continua…]

 

“How do you image the Antichrist?”

Per comprendere quanto fosse importante per noi suonare a quell’assemblea d’istituto come in ogni altra manifestazione promossa per miracolo, è bene descrivere un po’ il contesto in cui e gli altri siamo nati e cresciuti.

Il nostro paese giace nel Sud della Puglia, circondato da una gravina e dalle colline delle Murgia.

A venti chilometri a Sud-Ovest c’è il mare, il litorale dove d’estate migliaia di coatti e turisti decidono di trascorrere dodici ore al giorno al sole. A pochi chilometri a Sud -Est del paese, invece si estende in tutta la sua bellezza una discarica. Che raccoglie il top dei rifiuti tossici del Sud Italia. Invece a meno di venti chilometri -sempre a Sud- sorge un grande centro industriale, specializzato nella produzione dell’acciaio e nella diffusione di tumori in tutta provincia. Circa il trenta per cento della popolazione del mio paese ha trovato impiego in questa fabbrica della morte. Gli altri sono agricoltori, muratori, delinquenti e ovviamente tanti disoccupati. In tutto trenta mila anime, la maggior parte delle quali, dubito, abbia mai messo piede fuori dalla regione.

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Oltre a i vigneti, uliveti che circondano il paese non c’è alcuna area verde. L’intero agglomerato urbano non è altro che una cacata di cemento tra la Murgia e il Salento. Potenzialmente potrebbe essere un paese carino, per il suo centro storico e per alcune tradizioni artigianali. Ma essendo la tipica realtà del Sud Italia in cui si preferisce il degrado allo sviluppo, tutto rimane sempre uguale, identico a se stesso. Il problema di fondo è che dalle mie parti è vietato migliorare qualcosa, creare cambiamenti, offrire nuove prospettive. Quei poveri coglioni che si battono per creare eventi che possano offrire un qualcosa di diverso e risvegliare un paese morto, devono lottare contro istituzioni locali, provinciali e regionali.

Nel mio paese si nasce già vecchi e ti inculcano la cultura del passività più totale.

Finché sei bambino hai l’opportunità di cazzeggiare tra una villette e l’altra, -sempre facendo attenzione a evitare cocci di bottiglie e siringhe-, giocare a calcio per la strada e fare escursioni nella gravina, ammirando masse di rifiuti, giornaletti porno lasciati lì per non so quale motivo e scritte sui muri che celebrano Satana. Ma essere adolescenti in una realtà come questa, non è assolutamente facile. I centri Snai e la partita allo stadio con annessa rissa e lancio di pietre in campo, è tutto ciò che offre il paese. In alternativa per chi ha lo scooter, c’è la possibilità di trascorrere ore della propria vita a modificando la marmitta con accessori illegali e vagare per il paese senza una meta precisa.

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La maggior parte dei nostri coetanei provenivano da famiglie modeste ma che al tempo stesso erano devote a un particolare culto dell’apparenza. Piuttosto si indebitavano ma mai rinunciavano all’acquisto dell’ultimo giubbotto Woolrich. Al tempo stesso i figli di buona famiglia, cresciuti in mezzo ad avvocati, medici o piccoli imprenditori, si divertivano a fare gli alternativi, esibendo kefieh, jeans strappati, rasta e spille dei NOFX. Oltre all’immancabile maglietta dei Modena City Ramblers. Il liceo diveniva il luogo in cui tali paradossi e contraddizioni sociali venivano mostrate in tutta la loro straordinarietà.

Noi, invece, eravamo l’incognita. Nel senso che prima di noi, nel paese, non si erano mai visti tipi sempre vestiti di nero, ragazzi che utilizzavano l’eyeliner e donne che esibivano tagli cortissimi.

Senza volerlo avevamo messo in crisi un paese, che ora doveva confrontarsi con una realtà giovanile ben diversa sia dai fan di Peppino Impastato e che dai fedeli delle polo rosa “Lacoste”.

Se entravamo in un bar, catapultavamo l’attenzione su di noi. Tutti cessavano di parlare per cinque secondi, ci guardavano, senza risparmiarsi battute o commenti del tipo: “So’ rriati li beccamuerti”, “Oh vite, ‘stè ‘nu funerale!”, “Na, viti, li muerti!”

Tradotto: “Sono arrivati i becchini”, “Guarda c’è un funerale”, “Guarda lì, ci sono i morti”.

Anche andare al supermercato, i primi tempi, era divenuta un’impresa. Le commesse ci scortavano in ogni reparto, convinte che fossimo pronti a rubare di tutto. Le cassiere non ci guardavano, abbassavano lo sguardo e comunicavano il prezzo balbettando. Quando andavo a fare la spesa, mi sentivo in colpa.

E che dire dei rapporti con i “rappresentanti” della chiesa.

Essendo il nostro paese davvero bigotto e festeggiando all’anno almeno tre santi patroni, la comparsa di una decina scarsa di ragazzi in “nero” venne interpretata come chissà quale presagio nefasto. Così molti di noi ricevettero una chiamata a casa da parte della rispettiva parrocchia di appartenenza, che invitava a un incontro con il sacerdote per discutere di “temi spiritualmente importanti e cari alle sacre stimmate di Padre Pio”. Lupo non ci pensò due volte a mandare affanculo per telefono il sacerdote. Altri dissero di sì e non si presentarono invece, io, commisi l’errore di accettare l’invito.

Mi presentai puntuale all’appuntamento, più che disposto al dialogo e a contribuire a far chiarezza sulla situazione.

Don Filippo era un prete sulla sessantina abbondante, denti gialli, alito spaventoso e sudore ascellare che non passava inosservato. Era un uomo corpulento, dall’atteggiamento aggressivo e con una mentalità cattolica molto tradizionale, incapace di accettare sfumature o compromessi. Aveva battezzato e sposato mezzo paese, era il punto di riferimento di vecchie rincoglionite e casalinghe sulla via del rincoglionimento (mia madre inclusa). In poche parole era a conoscenza dei cazzi di tutti.

Era un pomeriggio di Aprile, dolcemente soleggiato e accompagnato da una brezza che faceva bene sperare in una clemente sudorazione ascellare di Don Filippo. Magari quel giorno aveva anche scoperto i benefici del dentifricio e del collutorio e, se così , tutto poteva svilupparsi sotto i migliori auspici.

Entrai in chiesa, quella chiesa che mille volte avevo visitato durante la mia infanzia, testimone della mia prima confessione, comunione e cresima. Testimone anche dei miei sbadigli durante l’omelia, dei miei dubbi esistenziali che mi assalivano ogni volta che fissavo quell’enorme crocefisso sanguinante e, soprattutto, testimone delle mie occhiate peccaminose rivolte alle ragazzine. In particolare a Stella. Stella era il principale motivo -dopo le minacce e i ricatti di mia madre- per cui ogni domenica mattina, da bambino, andavo a messa. Ci andavo pure in anticipo, in maniera tale da occupare un posto vicino a quello che avrebbe probabilmente occupato lei. Durante tutta l’omelia la mia attenzione era rivolta ai suoi capelli lunghissimi, alle sue labbra e quel naso leggermente storto che la rendeva ancora più unica tra le altre. Quando la messa terminava, tutti si dirigevano sul corso, per la tradizionale passeggiata. Io seguivo Stella a debita distanza, volevo guardarla finché non mi sarebbe stato possibile, finché non sarebbe rientrata a casa. E mentre la spiavo, rimpiangevo di non frequentare la sua stessa scuola, così da poterla incontrare ogni giorno.

Questi e altri ricordi d’infanzia mi trafissero non appena valicai la soglia della chiesa. Una chiesa più volte ristrutturata, fino a essere resa nient’altro che un parallelepipedo di cemento, spoglio e triste. Don Filippo era un amante dei restauri, dei grandi progetti di ingrandimento della parrocchia. Chiedeva sempre fondi, soldi, “per consegnare a nostro Signore una dimora adeguata alla sua grandezza”. In realtà, credo, che Don Filippo avesse sbagliato mestiere, come ogni altro prete sulla faccia della terra. I preti sono mancati manager e business man, capitati per caso nei corridoi sacerdotali. Convinti che la religione potesse essere diversa da altre filosofie di vita come: denaro, droga, sesso a pagamento, solitudine, violenza, la poesia di Rimbaud, i quadri di Gabriel Rossetti, i tramonti senza fine a Oslo, le luci notturne di Berlino, i baci marchiati dal vino rosso, le lacrime estive, i sensi di colpa sussurrati al vento. E così via.

Lanciai uno sguardo veloce al crocefisso, sempre lì, pendente su quell’altare, a ricordare che Cristo fu tradito da un padre bravo solo a inculcare sensi colpa e grandi aspettative. Come d’altronde ogni altro genitore.

Mi recai in sacrestia.

Speranze andate a puttane.

Chiazze ascellari spaventose. Ero pronto al peggio.

-“Buona sera Don Filippo, come sta? Voleva parlarmi, vero?”

-“Oh, guarda chi si vede! Sempre più alto, sempre più uomo e sempre meno fedele! Fatti vedere. Ma tu guarda, tu e questo nero che porti addosso! Peggio di un prete!”

-” Eh, si…e Lei? Tutto bene?”

-“Si, solite cose…dai siediti. Solite cose, dicevo. Preghiera, messe, confessioni, processioni. E’ questo a cui nostro Signore mi ha chiamato.”

-“Immagino…”

-“Vuoi da bere? Acqua, caffè…niente birra eh? Voi giovani, sempre a bere!”

-“No, grazie. Don Filippo, di cosa voleva parlarmi di preciso?”

-“Ah, si…ecco. Niente di che, volevo assicurarmi che stessi bene e come te anche gli altri.”

-“Gli altri chi?”

-“Quelli con cui te la fai…quelli che si vestono sempre di nero.”

-“Si, stiamo bene. Cioè, siamo adolescenti, abbiamo i nostri momenti. Ma nulla di che..”

-“Si, si, lo so. Siete giovani e quindi dovete divertirvi a essere un po’ incoscienti. Ma devi fare attenzione, non tutti nel tuo gruppo sono, come dire..persone…affidabili”.

-“In che senso?”

-“Nel senso che non tutti possono avere delle buone influenze su di te. C’è chi è ok e chi no.”

Il sui alito era qualcosa di tremendo. Tipo pesce avariato. In più sospirava a ogni tre sillabe, avevo la sensazione che il nostro colloquio si svolgesse nella sua cavità orale. Senza chiedere il permesso mi alzai un momento per aprire la finestra. Ancora qualche altro minuto e credo avrei vomitato.

-“Del tipo?”

-“Eh, lo sai. Non sei stupido. Lo sanno tutti.”

-“Sono i miei amici, con molti di loro siamo cresciuti insieme. Non tutti provengono da situazioni famigliari semplici, ma sono brave persone. Credo ci siano molti pregiudizi su di loro e su di noi in generale.”

-“La tua ingenuità rischia di farti diventare stupido. Sei un bravo ragazzo ma troppo ingenuo. Quello che si fa chiamare Lupo è un violento, poi c’è Nicola, quello con la cresta che si droga. Per non parlare di quella prostituta.”

-”Ma cosa dice? Lupo è violento, è strano, lo so. Ma le cazzate le fa per conto suo, non ci coinvolge mai. Nicola non si droga, l’ha beccato la polizia con dell’erba addosso. Ma da qui, a dire che si droga. E poi chi sarebbe la prostituta?”

-”Lo sai bene..”

-”No, non lo so. Mi sfugge e onestamente questa conversazione mi sta irritando.”

-”La ragazza con i capelli ricci, quella.”

-”Ma lei cosa sa di lei, di noi, di me? Lei non sa nulla. Marica fa delle scelte, come tutti noi. Giuste o sbagliate, spetterà a lei dirlo. Ma non è una prostituta, come Lupo non è un violento, Nicola non è un tossico e io non so che cazzo ci sto a fare qui!”

-”Le voci girano, il paese è piccolo e voi mettete a disagio una comunità tranquilla e di lavoratori. Fatevi un esame di coscienza. Simpatizzate per Satana, siete giovani e incoscienti. Avete ancora tempo per correggere gli errori. Entrate nei cimiteri, vi fate vedere ubriachi in giro, esibite simboli esoterici…”

Ero allibito. Non volevo credere a ciò che ascoltavo. Mi mi ero presentato a quell’appuntamento, cercando di pormi educatamente nei suoi confronti. Lo avevo fatto per buon senso, per accontentare mia madre e per dimostrare che non avevamo, che non avevo, nulla da nascondere. E cosa avevo ricevuto in cambio? Un qualcosa misto a odio e pregiudizio. La mia risposta non tardò ad arrivare ed ero consapevole di ciò che volevo dire. Se fino ad ora si era venuto a creare un muro tra noi e “loro”, allora era giunto il momento di renderlo ancora più solido e alto. Perché avevamo il diritto di difenderci, di non lasciare la possibilità a degli stupidi di giudicarci e mandarci alla gogna. Sapevo che gli altri mi avrebbero appoggiato. Anzi forse lo sapevamo tutti, inconsciamente, che sarei stato io a dovermi presentare a quell’appuntamento, era un mio compito. Ognuno di noi aveva, nel suo piccolo, un compito da svolgere. Al fine di difendere gli altri e quindi se stesso.

E’ così che sopravvive un branco.

-”Lei è un arrogante. Lei ci accusa, ci chiama a casa, ci invita qui e per cosa? Per umiliarci e gettare merda in faccia. Lei confessa e perdona delinquenti, Lei chiede soldi a questa comunità di “lavoratori” per ingrandire questa chiesa e riempire il suo stomaco, Lei giudica senza sapere, nascondendosi dietro una morale cattolica che metterebbe in imbarazzo anche Cristo in croce!”

Don Filippo che fino ad allora aveva alitato senza sosta, chiuse all’improvviso la bocca, afferrò un libro -credo un libro dei Salmi, non ricordo bene- dalla scrivania e me lo scaraventò addosso.

Non fu tanto il gesto a lasciarmi perplesso -da lui me lo sarei aspettato- quanto ciò che accadde immediatamente dopo. Schivai il libro, il quale andò sbattere sul pavimento, lasciando cedere un ritaglio di giornale che immortalava una ragazza bionda. Una ballerina precisamente, con vestiti cortissimi che esaltavano ancora di più la sua posa provocante.

Era una giovane Lorella Cuccarini.

Fissai gli occhi di ghiaccio di Don Filippo, il quale arrossì e si affrettò a raccogliere libro e ritaglio per poi spingermi fuori dalla sacrestia.

Quella scena mi torna in mente spesso.

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Magari Don Filippo si masturbava quotidianamente davanti a quella foto, magari Lorella era la donna dei suoi sogni, colei che avrebbe voluto incontrare e scopare. E magari, chissà, amare. Non so onestamente cosa ci potesse fare in un libro dei Salmi ma da quel giorno in poi a chiunque mi avesse chiesto: come ti immagini l’Anticristo? Avrei risposto: come Lorella Cuccarini.

Quattro o cinque anni dopo, a Oslo, Johanna mi pose quella domanda, nelle tenebre estive del parco di Vigeland.

“How do you image the Antichrist? I mean, as real person or as an animal…or both…”

“Well…I don’t know…I image It as Lorella Cuccarini. It is Lorella Cuccarini. I’m pretty sure.”

 

[continua…]

“Volevamo congedarci dignitosamente dal nostro Liceo”

-“Quindi, fammi capire, vorreste suonare all’assemblea d’istituto…””.

-“Esatto, come ogni anno”

“No, l’anno scorso non avete suonato e nemmeno quello precedente”

-“L’anno scorso non ci avete fatto suonare perché Lupo prese a schiaffi il fonico. Mentre l’anno precedente non abbiamo voluto suonare noi, perché ogni gruppo doveva portare una cover di Imagine, che oggettivamente è una canzone di merda”

-“Ok, e perché quest’anno vorreste suonare? E comunque Lennon è un genio.”

-“Dai Gianlu’, che cazzo di domande fai. E poi l’hai letto il testo di Imagine?. Porcodio, è il trionfo della banalità. Pacepacepace, mavaffanculo. Vuoi la pace? Prendi il culo e portalo in Ruanda a fare da muro umano contro le faide tribali, mortaccitua. E comunque, vogliamo suonare perché siamo determinati a non fare cazzate.”

-“ E come si chiamerebbe il gruppo?”

-“Non lo abbiamo deciso. E’ importante?”

-“Che musica proponete?”

-“Dark Wave, pezzi nostri. Ti facciamo pure la cover di “No Time to Cry” con Lupo sbronzo a merda.”

-“Ecco, è quello che non voglio. E poi la vostra musica non è educativa. Che cazzo, davanti a professori e liceali del primo anno vi presentate vestiti da becchini e con canzoni tristi?”

-“Che minchia vuol dire che la nostra musica non è educativa? Che cazzo suonano le altre band? Le filastrocche dell’albero azzurro?”

-“No, ma ad esempio i Fantom portano cover dei Blink 182, gli Uomo Ragno pezzi degli 883, i Black Fire invece i Green Day”.

-“Occristo, ma ti rendo conto? Cazzo è ‘sta roba? Vuoi dirmi che Max Pezzali è più educativo dei Bauhaus o dei Clan of Xymox? E poi a che cazzo educherebbe Max Pezzali?”

-“Le regole sono queste. Potete portare anche i Metallica o gli Iron Maiden. Ma non roba dark che ammicca a cose strane.”

 

Ogni anno, era la stessa storia. Suonare all’assemblea d’istituto era una delle poche possibilità per esibirsi dal vivo nel nostro paese. Per sfuggire alla monotonia di un ambiente che concentrava la sua creatività in eventi magnifici come la “Sagra della polpetta” o il mercatino dell’antiquariato. Eventi in cui l’età media era di 65 anni e venivano spacciate per “situazioni giovanili”. In tutto l’anno solare i concerti per band locali erano forse tre o quattro in tutta la provincia, con cinquanta band pronte a iscriversi e godersi i loro dieci minuti di gloria. Certo, se la tua band proponeva cover di Ligabue, Vasco Rossi o della Bandabardò, allora potevi puntare in alto, e riuscire a piazzare anche un evento ogni tre settimane. Inutile dire che non era questo il genere di musica che ambivamo a proporre, nonostante fosse la più gettonata nella “movida rock n roll” della provincia.

 

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L’assemblea d’istituto, rientrava tra gli appuntamenti in cui tutte la band potevano- teoricamente- trovare spazio, senza discriminazioni di genere musicale, abbigliamento e testi. Il nostro problema fondamentale era però rappresentato dal fatto che eravamo, sinceramente, delle teste di cazzo. Partivamo con i migliori propositi, poi ci scannavamo tra di noi o finivamo col prendere a botte membri di altre band, fonici o chiunque ci capitasse a tiro.

A dir la verità era Lupo, il cantante, quello rissoso, quello che amava schiantarsi con l’auto contro i muri, volontariamente. Poi c’era Mimmo, il batterista che suonava in altre quattro band (una delle quali proponeva cover di Nino D’angelo). La nostra musica gli faceva schifo al cazzo ma essendo fidanzato con la sorella di “Ggiro” (il chitarrista), era costretto a suonare con noi. In realtà la sorella di Ggiro, non l’hai mai data a Mimmo, ma ha dato via ogni buco a Checco Pesciolino, il carrozziere che aveva l’officina sotto casa della famiglia di Ggiro. Per la cronaca, Checco Pesciolino aveva 35 anni, la sorella di Ggiro, sedici. Ggiro da parte sua era una ragazzo tranquillo ma non amava moltissimo avere gente attorno. Dalle elementari al liceo, siamo sempre capitati nella medesima classe, cresciuti assieme e sopravvissuti a ogni tipo di evento assurdo e catastrofico. Come quando Ggiro azzannò la mano di un professore, che voleva incitarlo con una pacca sulla spalla a presentasi all’interrogazione. A Ggiro fu diagnosticata all’età di cinque anni la sindrome autistica di Asperger, una forma di autismo che lascia intatte le abilità cognitive ma non quelle relazionali. Ggiro era un genio in matematica e nella musica ma odiava le stanze piene di gente, il contatto fisico e gli ambienti troppo colorati. Se si trovava in situazioni in cui si presentava una di queste componenti, cominciava a gridare, tirare pugni al muro o a mordere chi gli capitava a tiro. Lui era l’incarnazione perfetta del misantropo dark. Si avvicinò al nostro “ambiente” forse, perché, come lui, odiavamo le medesime situazioni e contesti.

Quindi, dato che Lupo era quello che era, Mimmo non se ne fotteva granché della band e Ggiro non sopportava parlare con gli sconosciuti; gli unici in grado di presentarsi alle varie riunioni per proporre la candidatura della band, eravamo io e Marica. La tastierista. Marica non l’ho inserita precedentemente nella Line-up della band, perché di fatto non si sapeva quando ci fosse o meno. Era l’incostanza fatta persona.

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In tutto. Nel mangiare, dormire, parlare e soprattutto nelle relazioni sociali. Marica è sempre stata bellissima, non ricordo di aver mai visto in Marica imperfezioni estetiche. Nemmeno alle cinque di mattina o dopo sbronze colossali terminate a vomitare bile sotto al monumento ai caduti. A renderla perfetta non erano i suoi occhi verdi o i suoi lunghi ricci neri, e nemmeno quella figura snella accompagnata da una terza fenomenale. Era il suo atteggiamento, il suo sguardo, il modo in cui gesticolava e parlava. Il tutto era eseguito con una eleganza e armonia indescrivibili.

Tutti eravamo innamorati di lei. Non sognavamo di scoparla, ma di ricevere un semplice bacio. Ok, forse anche un pompino. Tranne Lupo. Più volte nell’arco della giornata ci ripeteva che avrebbe voluto sfondarle il culo, sborrarle in faccia e prenderla a schiaffi fino a farla svenire.

Marica si interessava al gruppo quando non era impegnata in differenti attività autodistruttive, del tipo: legarsi sentimentalmente a tossici o uomini sposati, chiudersi in camera a tagliarsi, minacciare di morte la madre e così via.

Dato che in quel periodo era impegnata con un certo Antonio -avvocato di quarant’anni, padre di due bambine, con tre divorzi alle spalle e fresco di quarto matrimonio-, non c’aveva cazzi per accompagnarmi “all’assemblea delle band”. Era lunedì pomeriggio e il lunedì pomeriggio Antonio usciva prima dall’ufficio, passava a prendere Marica dalle parti dello stadio -stile puttana moldava- e si appartavano a scopare da qualche parte in periferia.

Così, come altre volte, mi recai da solo a quell’assembla, chiedendomi come tantissime altre volte, se effettivamente valesse ancora la pena portare avanti quel progetto musicale. D’altronde non c’avevamo nemmeno un nome per la band. Da quattro anni ci presentavamo ai vari contest e concerti con nomi inventati all’ultimo momento: Jesus&Lilith, Magnolia, November Blood, Medea’s Tears e nomi dimmerda del genere.

-“Ok, quindi non ci volete fa’ suonare…”

-“Non è che non vogliamo, ma ciò che proponete è un po’…chennesò..roba troppo strana. Anche vecchia. Cioè ‘sta roba la vai a suonare nei club per dark o cose così. All’assemblea d’istituto ci stanno ragazzini che vogliono divertirsi.”

-“Ma come si può divertire qualcuno cantando le canzoni degli 883? Dai, Gianlu’ dacci almeno quindi minuti. Non ti sto chiedendo la mezz’ora. Per noi è importante suonare.”

-“Non posso, davvero. I gruppi ci stanno già. Tra l’altro sei arrivato anche in ritardo, la riunione era alle 15.00 non alle 17.00.”

-“Dovevo venire con Marica, l’ho aspettata e poi mi ha fatto bidone. Scusa.”

-“Ah, Marica. Come sta?”

-“Come sempre, a periodi”

-“Già, a periodi…”

-“Oh, allora?”

-“Senti, se qualche band si ritira ti avviso e vi metto in lista. Tanto mancano due settimane, si può sempre tirare indietro qualcuno”

-“Si, si ritirano. ‘Sti coglioni suonano pure se si beccano un tumore alle palle. Sapevi che ci tenevamo a suonare. Sei una merda e c’hai pure il cazzo piccolo. Ecco perché Marica si scopava il paese quando stava con te!”

Il rappresentante d’istituto, Gianluca, era un nostro amico. Lo è stato finché stava con Marica. Cioè, lui diceva che fosse una relazione, in realtà hanno scopato due volte e poi lei perse la testa per l’ennesimo eroinomane. Gianluca, anche a distanza di mesi in cui Marica stento lo salutava, ha sempre creduto che la storia continuasse.

Negava l’evidenza anche davanti alle situazioni più limpide. Finché Marica non gli disse, chiaramente, che non voleva stare con uno col cazzo piccolo e che non sa leccare la fica. Finita l’avventura con Marica, Gianluca, cominciò a portarci sul cazzo, come se fossimo stati noi la causa dei suoi mali, nonché responsabili della sua incapacità di leccare il clitoride.

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Per quell’anno sembravamo davvero fuori dai giochi e destinati a infiltrarci in qualche sagra o festa di paese di merda per poter suonare. E la situazione era a quanto pare irrecuperabile, soprattutto dopo che avevo ficcato l’intera mano nelle ferita sentimentale di Gianluca.

Era la nostra ultima assemblea d’istituto, dopodiché saremmo tutti “emigrati” altrove per studiare.

Volevamo congedarci dignitosamente dal nostro Liceo, da tutte le facce di cazzo che incontravamo quotidianamente, da tutte le fighette e figli di papà. Volevamo che, per l’ultima volta, qualcuno si rendesse conto della nostra esistenza. Che ci notassero e si rendessero conto che, noi, non eravamo nient’altro che la proiezione delle loro paure e insicurezze.

Volevamo, gli ultimi, nostri, venti minuti di vita.

 

[continua…]