“How do you image the Antichrist?”

Per comprendere quanto fosse importante per noi suonare a quell’assemblea d’istituto come in ogni altra manifestazione promossa per miracolo, è bene descrivere un po’ il contesto in cui e gli altri siamo nati e cresciuti.

Il nostro paese giace nel Sud della Puglia, circondato da una gravina e dalle colline delle Murgia.

A venti chilometri a Sud-Ovest c’è il mare, il litorale dove d’estate migliaia di coatti e turisti decidono di trascorrere dodici ore al giorno al sole. A pochi chilometri a Sud -Est del paese, invece si estende in tutta la sua bellezza una discarica. Che raccoglie il top dei rifiuti tossici del Sud Italia. Invece a meno di venti chilometri -sempre a Sud- sorge un grande centro industriale, specializzato nella produzione dell’acciaio e nella diffusione di tumori in tutta provincia. Circa il trenta per cento della popolazione del mio paese ha trovato impiego in questa fabbrica della morte. Gli altri sono agricoltori, muratori, delinquenti e ovviamente tanti disoccupati. In tutto trenta mila anime, la maggior parte delle quali, dubito, abbia mai messo piede fuori dalla regione.

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Oltre a i vigneti, uliveti che circondano il paese non c’è alcuna area verde. L’intero agglomerato urbano non è altro che una cacata di cemento tra la Murgia e il Salento. Potenzialmente potrebbe essere un paese carino, per il suo centro storico e per alcune tradizioni artigianali. Ma essendo la tipica realtà del Sud Italia in cui si preferisce il degrado allo sviluppo, tutto rimane sempre uguale, identico a se stesso. Il problema di fondo è che dalle mie parti è vietato migliorare qualcosa, creare cambiamenti, offrire nuove prospettive. Quei poveri coglioni che si battono per creare eventi che possano offrire un qualcosa di diverso e risvegliare un paese morto, devono lottare contro istituzioni locali, provinciali e regionali.

Nel mio paese si nasce già vecchi e ti inculcano la cultura del passività più totale.

Finché sei bambino hai l’opportunità di cazzeggiare tra una villette e l’altra, -sempre facendo attenzione a evitare cocci di bottiglie e siringhe-, giocare a calcio per la strada e fare escursioni nella gravina, ammirando masse di rifiuti, giornaletti porno lasciati lì per non so quale motivo e scritte sui muri che celebrano Satana. Ma essere adolescenti in una realtà come questa, non è assolutamente facile. I centri Snai e la partita allo stadio con annessa rissa e lancio di pietre in campo, è tutto ciò che offre il paese. In alternativa per chi ha lo scooter, c’è la possibilità di trascorrere ore della propria vita a modificando la marmitta con accessori illegali e vagare per il paese senza una meta precisa.

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La maggior parte dei nostri coetanei provenivano da famiglie modeste ma che al tempo stesso erano devote a un particolare culto dell’apparenza. Piuttosto si indebitavano ma mai rinunciavano all’acquisto dell’ultimo giubbotto Woolrich. Al tempo stesso i figli di buona famiglia, cresciuti in mezzo ad avvocati, medici o piccoli imprenditori, si divertivano a fare gli alternativi, esibendo kefieh, jeans strappati, rasta e spille dei NOFX. Oltre all’immancabile maglietta dei Modena City Ramblers. Il liceo diveniva il luogo in cui tali paradossi e contraddizioni sociali venivano mostrate in tutta la loro straordinarietà.

Noi, invece, eravamo l’incognita. Nel senso che prima di noi, nel paese, non si erano mai visti tipi sempre vestiti di nero, ragazzi che utilizzavano l’eyeliner e donne che esibivano tagli cortissimi.

Senza volerlo avevamo messo in crisi un paese, che ora doveva confrontarsi con una realtà giovanile ben diversa sia dai fan di Peppino Impastato e che dai fedeli delle polo rosa “Lacoste”.

Se entravamo in un bar, catapultavamo l’attenzione su di noi. Tutti cessavano di parlare per cinque secondi, ci guardavano, senza risparmiarsi battute o commenti del tipo: “So’ rriati li beccamuerti”, “Oh vite, ‘stè ‘nu funerale!”, “Na, viti, li muerti!”

Tradotto: “Sono arrivati i becchini”, “Guarda c’è un funerale”, “Guarda lì, ci sono i morti”.

Anche andare al supermercato, i primi tempi, era divenuta un’impresa. Le commesse ci scortavano in ogni reparto, convinte che fossimo pronti a rubare di tutto. Le cassiere non ci guardavano, abbassavano lo sguardo e comunicavano il prezzo balbettando. Quando andavo a fare la spesa, mi sentivo in colpa.

E che dire dei rapporti con i “rappresentanti” della chiesa.

Essendo il nostro paese davvero bigotto e festeggiando all’anno almeno tre santi patroni, la comparsa di una decina scarsa di ragazzi in “nero” venne interpretata come chissà quale presagio nefasto. Così molti di noi ricevettero una chiamata a casa da parte della rispettiva parrocchia di appartenenza, che invitava a un incontro con il sacerdote per discutere di “temi spiritualmente importanti e cari alle sacre stimmate di Padre Pio”. Lupo non ci pensò due volte a mandare affanculo per telefono il sacerdote. Altri dissero di sì e non si presentarono invece, io, commisi l’errore di accettare l’invito.

Mi presentai puntuale all’appuntamento, più che disposto al dialogo e a contribuire a far chiarezza sulla situazione.

Don Filippo era un prete sulla sessantina abbondante, denti gialli, alito spaventoso e sudore ascellare che non passava inosservato. Era un uomo corpulento, dall’atteggiamento aggressivo e con una mentalità cattolica molto tradizionale, incapace di accettare sfumature o compromessi. Aveva battezzato e sposato mezzo paese, era il punto di riferimento di vecchie rincoglionite e casalinghe sulla via del rincoglionimento (mia madre inclusa). In poche parole era a conoscenza dei cazzi di tutti.

Era un pomeriggio di Aprile, dolcemente soleggiato e accompagnato da una brezza che faceva bene sperare in una clemente sudorazione ascellare di Don Filippo. Magari quel giorno aveva anche scoperto i benefici del dentifricio e del collutorio e, se così , tutto poteva svilupparsi sotto i migliori auspici.

Entrai in chiesa, quella chiesa che mille volte avevo visitato durante la mia infanzia, testimone della mia prima confessione, comunione e cresima. Testimone anche dei miei sbadigli durante l’omelia, dei miei dubbi esistenziali che mi assalivano ogni volta che fissavo quell’enorme crocefisso sanguinante e, soprattutto, testimone delle mie occhiate peccaminose rivolte alle ragazzine. In particolare a Stella. Stella era il principale motivo -dopo le minacce e i ricatti di mia madre- per cui ogni domenica mattina, da bambino, andavo a messa. Ci andavo pure in anticipo, in maniera tale da occupare un posto vicino a quello che avrebbe probabilmente occupato lei. Durante tutta l’omelia la mia attenzione era rivolta ai suoi capelli lunghissimi, alle sue labbra e quel naso leggermente storto che la rendeva ancora più unica tra le altre. Quando la messa terminava, tutti si dirigevano sul corso, per la tradizionale passeggiata. Io seguivo Stella a debita distanza, volevo guardarla finché non mi sarebbe stato possibile, finché non sarebbe rientrata a casa. E mentre la spiavo, rimpiangevo di non frequentare la sua stessa scuola, così da poterla incontrare ogni giorno.

Questi e altri ricordi d’infanzia mi trafissero non appena valicai la soglia della chiesa. Una chiesa più volte ristrutturata, fino a essere resa nient’altro che un parallelepipedo di cemento, spoglio e triste. Don Filippo era un amante dei restauri, dei grandi progetti di ingrandimento della parrocchia. Chiedeva sempre fondi, soldi, “per consegnare a nostro Signore una dimora adeguata alla sua grandezza”. In realtà, credo, che Don Filippo avesse sbagliato mestiere, come ogni altro prete sulla faccia della terra. I preti sono mancati manager e business man, capitati per caso nei corridoi sacerdotali. Convinti che la religione potesse essere diversa da altre filosofie di vita come: denaro, droga, sesso a pagamento, solitudine, violenza, la poesia di Rimbaud, i quadri di Gabriel Rossetti, i tramonti senza fine a Oslo, le luci notturne di Berlino, i baci marchiati dal vino rosso, le lacrime estive, i sensi di colpa sussurrati al vento. E così via.

Lanciai uno sguardo veloce al crocefisso, sempre lì, pendente su quell’altare, a ricordare che Cristo fu tradito da un padre bravo solo a inculcare sensi colpa e grandi aspettative. Come d’altronde ogni altro genitore.

Mi recai in sacrestia.

Speranze andate a puttane.

Chiazze ascellari spaventose. Ero pronto al peggio.

-“Buona sera Don Filippo, come sta? Voleva parlarmi, vero?”

-“Oh, guarda chi si vede! Sempre più alto, sempre più uomo e sempre meno fedele! Fatti vedere. Ma tu guarda, tu e questo nero che porti addosso! Peggio di un prete!”

-” Eh, si…e Lei? Tutto bene?”

-“Si, solite cose…dai siediti. Solite cose, dicevo. Preghiera, messe, confessioni, processioni. E’ questo a cui nostro Signore mi ha chiamato.”

-“Immagino…”

-“Vuoi da bere? Acqua, caffè…niente birra eh? Voi giovani, sempre a bere!”

-“No, grazie. Don Filippo, di cosa voleva parlarmi di preciso?”

-“Ah, si…ecco. Niente di che, volevo assicurarmi che stessi bene e come te anche gli altri.”

-“Gli altri chi?”

-“Quelli con cui te la fai…quelli che si vestono sempre di nero.”

-“Si, stiamo bene. Cioè, siamo adolescenti, abbiamo i nostri momenti. Ma nulla di che..”

-“Si, si, lo so. Siete giovani e quindi dovete divertirvi a essere un po’ incoscienti. Ma devi fare attenzione, non tutti nel tuo gruppo sono, come dire..persone…affidabili”.

-“In che senso?”

-“Nel senso che non tutti possono avere delle buone influenze su di te. C’è chi è ok e chi no.”

Il sui alito era qualcosa di tremendo. Tipo pesce avariato. In più sospirava a ogni tre sillabe, avevo la sensazione che il nostro colloquio si svolgesse nella sua cavità orale. Senza chiedere il permesso mi alzai un momento per aprire la finestra. Ancora qualche altro minuto e credo avrei vomitato.

-“Del tipo?”

-“Eh, lo sai. Non sei stupido. Lo sanno tutti.”

-“Sono i miei amici, con molti di loro siamo cresciuti insieme. Non tutti provengono da situazioni famigliari semplici, ma sono brave persone. Credo ci siano molti pregiudizi su di loro e su di noi in generale.”

-“La tua ingenuità rischia di farti diventare stupido. Sei un bravo ragazzo ma troppo ingenuo. Quello che si fa chiamare Lupo è un violento, poi c’è Nicola, quello con la cresta che si droga. Per non parlare di quella prostituta.”

-”Ma cosa dice? Lupo è violento, è strano, lo so. Ma le cazzate le fa per conto suo, non ci coinvolge mai. Nicola non si droga, l’ha beccato la polizia con dell’erba addosso. Ma da qui, a dire che si droga. E poi chi sarebbe la prostituta?”

-”Lo sai bene..”

-”No, non lo so. Mi sfugge e onestamente questa conversazione mi sta irritando.”

-”La ragazza con i capelli ricci, quella.”

-”Ma lei cosa sa di lei, di noi, di me? Lei non sa nulla. Marica fa delle scelte, come tutti noi. Giuste o sbagliate, spetterà a lei dirlo. Ma non è una prostituta, come Lupo non è un violento, Nicola non è un tossico e io non so che cazzo ci sto a fare qui!”

-”Le voci girano, il paese è piccolo e voi mettete a disagio una comunità tranquilla e di lavoratori. Fatevi un esame di coscienza. Simpatizzate per Satana, siete giovani e incoscienti. Avete ancora tempo per correggere gli errori. Entrate nei cimiteri, vi fate vedere ubriachi in giro, esibite simboli esoterici…”

Ero allibito. Non volevo credere a ciò che ascoltavo. Mi mi ero presentato a quell’appuntamento, cercando di pormi educatamente nei suoi confronti. Lo avevo fatto per buon senso, per accontentare mia madre e per dimostrare che non avevamo, che non avevo, nulla da nascondere. E cosa avevo ricevuto in cambio? Un qualcosa misto a odio e pregiudizio. La mia risposta non tardò ad arrivare ed ero consapevole di ciò che volevo dire. Se fino ad ora si era venuto a creare un muro tra noi e “loro”, allora era giunto il momento di renderlo ancora più solido e alto. Perché avevamo il diritto di difenderci, di non lasciare la possibilità a degli stupidi di giudicarci e mandarci alla gogna. Sapevo che gli altri mi avrebbero appoggiato. Anzi forse lo sapevamo tutti, inconsciamente, che sarei stato io a dovermi presentare a quell’appuntamento, era un mio compito. Ognuno di noi aveva, nel suo piccolo, un compito da svolgere. Al fine di difendere gli altri e quindi se stesso.

E’ così che sopravvive un branco.

-”Lei è un arrogante. Lei ci accusa, ci chiama a casa, ci invita qui e per cosa? Per umiliarci e gettare merda in faccia. Lei confessa e perdona delinquenti, Lei chiede soldi a questa comunità di “lavoratori” per ingrandire questa chiesa e riempire il suo stomaco, Lei giudica senza sapere, nascondendosi dietro una morale cattolica che metterebbe in imbarazzo anche Cristo in croce!”

Don Filippo che fino ad allora aveva alitato senza sosta, chiuse all’improvviso la bocca, afferrò un libro -credo un libro dei Salmi, non ricordo bene- dalla scrivania e me lo scaraventò addosso.

Non fu tanto il gesto a lasciarmi perplesso -da lui me lo sarei aspettato- quanto ciò che accadde immediatamente dopo. Schivai il libro, il quale andò sbattere sul pavimento, lasciando cedere un ritaglio di giornale che immortalava una ragazza bionda. Una ballerina precisamente, con vestiti cortissimi che esaltavano ancora di più la sua posa provocante.

Era una giovane Lorella Cuccarini.

Fissai gli occhi di ghiaccio di Don Filippo, il quale arrossì e si affrettò a raccogliere libro e ritaglio per poi spingermi fuori dalla sacrestia.

Quella scena mi torna in mente spesso.

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Magari Don Filippo si masturbava quotidianamente davanti a quella foto, magari Lorella era la donna dei suoi sogni, colei che avrebbe voluto incontrare e scopare. E magari, chissà, amare. Non so onestamente cosa ci potesse fare in un libro dei Salmi ma da quel giorno in poi a chiunque mi avesse chiesto: come ti immagini l’Anticristo? Avrei risposto: come Lorella Cuccarini.

Quattro o cinque anni dopo, a Oslo, Johanna mi pose quella domanda, nelle tenebre estive del parco di Vigeland.

“How do you image the Antichrist? I mean, as real person or as an animal…or both…”

“Well…I don’t know…I image It as Lorella Cuccarini. It is Lorella Cuccarini. I’m pretty sure.”

 

[continua…]

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One comment

  1. dudù · agosto 13, 2014

    Stupenda!

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