“Si alzò e se ne andò senza salutare o dire nulla”

Dovevo spiegare agli altri che probabilmente non avremo più suonato all’assemblea e che, di conseguenza, avremmo dovuto cercare un’altra occasione per presentare i nostri nuovi pezzi. In realtà non avevo voglia di vederli. Mi avevano lasciato da solo, in una circostanza che avrebbe richiesto più sostegno. Cazzo, siamo un branco e ci vado da solo per proporre la candidatura?

Ggiro mi conosceva a memoria, sapeva cosa fosse accaduto senza aver bisogno di porre domande. Il giorno dopo, a scuola, mentre cercavo di memorizzare quante più cose possibili sul De Bello Gallico, Ggiro mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Tranquillo, sono tutti pezzi di merda. Ma alla fine suoneremo, lo sento”.

Rasserenato dalle sue parole decisi di inviare un SMS agli altri e invitarli a riunirci il giorno successivo. Ci saremmo incontrati nella sala prove, che non era altro il garage di Lupo. Tutti mi risposero affermativamente tranne, ovviamente, Marica.

La sera stessa, terminato l’allenamento di pallanuoto, trovai Marica ad attendermi all’uscita.

Quando Marica si presenta senza preavviso e in circostanze insolite, vuol dire che è successo qualcosa. Come quando citofonò a casa di Lupo all’una di notte, perché la madre aveva tentato per l’ennesima volta il suicidio. Oppure quando irruppe nella mia classe, nel mezzo del compito in classe di greco, chiedendomi di accompagnarla all’ospedale, perché il tipo con cui se la faceva le era venuto dentro la notte prima. Insomma, appena scorsi la sua sagoma, mi cacai addosso. Fui tentato dal tornare indietro e dormire negli spogliatoi della piscina, disposto a tutto pur di non incontrarla.

raab-gudrun-and-bettina

Aveva un occhio nero e lividi sul viso.

Istintivamente mi venne da ridere. Era incredibile come riuscisse a cacciarsi in situazioni tremende.

-“Che è successo?”

-“Che cazzo ridi!”

-“Se mi offri una birra ne parliamo, altrimenti puoi tornartene affanculo da un caso umano a tua scelta.”

Prendemmo due Raffo dal paninaro davanti alla piscina e ci andammo a sedere sulle panchine che si affacciavano sulla gravina. Eravamo solo io e lei, avvolti dalle luci gialle dei lampioni, dai bagliori lontani dell’acciaieria e dal profumo dell’erba selvatica annaffiata dal piscio dei cani.

-“E’ stato Antonio.”

-“Mh, e quindi?”

-“E quindi, un cazzo.”

-”Perchè lo ha fatto?”

-”Abbiamo litigato. Mi sentivo trattata come una puttana. Gliel’ho detto. Mi chiamava solo per scopare, per fargli pompini. Cercavo di raccontargli qualcosa di me, della mia solitudine. Ma quando lo facevo diceva che non aveva tempo, che aveva altre cose a cui pesare. Ai suoi matrimoni, all’ex che lo torturavano, ai clienti. Quando avevo bisogno di lui non c’era mai. Gliel’ho detto. Una parola tira l’altra e mi ha picchiata.”

Anche con il volto tumefatto rimaneva stupenda. Ma più sono belle, più sono problematiche. E lei era bellissima.

-“Marica, ne abbiamo parlato un sacco di volte. Te le cerchi…lo sai. Dipende da te.”

-“Dici che devo andare dalla polizia?”

-“No, dico che prima hai bisogno di andare da uno bravo. Onestamente non comprendo molto dei tuoi comportamenti e non li giudico, perchè so che hai sofferto e soffri. Ma così facendo ti rovini la vita e la complichi anche a noi, coinvolgendoci nelle tue storie. Il che è un po’ da egoisti.”

-”Ti facevo più comprensivo, mi fai triste.”

-”Ti facevo più intelligente. Ora cerchi di manipolarmi per ottenere sostegno e conforto e magari supportarti nelle tue scelte del cazzo. Lo fai sempre. Ma sono sicuro che domani sarai dal lui a farti sfondare, di pugni e cazzi. Ci conosciamo da anni, non prendermi per il culo.”

Rimase in silenzio, a fissare le luci in lontananza.

Marica non ha avuto un’adolescenza tranquilla e nemmeno un’infanzia tranquilla. Per lei è sempre stato tutto in salita. All’età di sette anni perse il padre, divorato da un tumore ai polmoni. Luigi aveva lavorato nella famosa acciaieria per quindici lunghi anni, fino a trovarci la morte. A trentacinque anni era già in una bara. La moglie, Mariangela, entrò in una fase depressiva senza via d’uscita. Ha tentato, che io sappia, almeno otto otto volte il suicidio, trascorrendo così la sua vita tra cliniche psichiatriche, valanghe di antidepressivi e svariate sette religiose. Marica è cresciuta praticamente da sola e non è la solita storia da film indipendente, con la protagonista che alla fine riesce a realizzarsi, a posare un fiore sulla tomba del padre, fissando il cielo sorridendo, mentre una canzone di Bowie accompagna il tutto. No, Marica ha visto davvero l’inferno. Ci è entrata e ne è uscita pezzi. Anche oggi la sua vita è una merda. Senza padre e una madre praticamente assente, è cresciuta con i nonni i quali non sono stati mai capaci dal canto loro, di attenuare l’atmosfera negativa che infestava la casa. Marica è cresciuta con la paura di poter essere abbandonata in qualsiasi momento e con la sensazione di essere colpevole di qualcosa. Per questo si è sempre avvicinata a figure degradate, tossici, uomini sposati, gente che lei sapeva, non potesse garantire nulla ali vello sentimentale e umano. Ha sempre creduto di non poter meritare nulla. La madre, ha sempre sfogato su di lei frustrazione e rabbia. Facendola sentire un peso, la causa dei mali. Favore che col tempo Marica ha restituito, inscenando periodicamente litigi in cui la prendeva a botte o le puntava contro il coltello.

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Marica è stata poi sempre condannata dalla sua bellezza, la quale l’ha sempre messa al centro dell’attenzione, nel bene e nel male, rendendola oggetto di desiderio da parte di tutti, adolescenti e non. Ma lei, credo, non abbia mai provato qualche sentimento diverso dalla paura e della rabbia. Cercava negli altri amore, ma credeva che l’amore si potesse ottenere solo aprendo le gambe. Confondeva l’amore con l’orgasmo, l’autolesionismo con il perdonarsi.

Marica si infliggeva -e credo lo faccia ancora- tagli ovunque. Diceva che la calmavano, la mettevano in pace con se stessa. D’estate indossava sempre magliette a maniche lunghe, per coprire le ferite. Aveva anche talento, in tutto. Nello sport, nel disegno e soprattutto nel manipolare le persone. Era una manipolatrice incredibile, grazie alla capacità di muoversi tra il vittimismo e le sembianze di persona matura. Ed è per questo che Marica era pericolosa, imprevedibile, furba. La vita le aveva insegnato a inquadrare le persone sotto una prospettiva priva di emozioni ed empatia. Nella nostra comitiva, composta da meno di una decina di persone, lei era l’ultima arrivata. Ma era stata in grado di “scalare” le gerarchie, grazie alla sua capacità di sapere individuare immediatamente le debolezze degli altri. Sapevamo con certezza che avesse limonato con tutti quelli della comitiva, se ci avesse pure scopato, era da capire. Era bravissima a nascondere e deviare ogni tipo di sospetto. E comunque credo fossi l’unico a non esser stato“toccato” dalla sua lingua. Forse perché ci temevamo a vicenda, forse perché semplicemente le facevo schifo. Io di sicuro, la temevo. Marica non era una brutta persona, era solo una cazzo di borderline ingestibile. Ma l’impressione era che si fosse data un ruolo e ci provasse gusto nel recitare la parte della “ragazza interrotta”

“Comunque domani ci vediamo tutti e decidiamo sul da farsi. Ti ho mandato un messaggio, l’hai ricevuto?”

-”Si..”

-”Quindi vieni?”

-”No.”

-”E perché?”

-”Ho altro da fare.”

Si alzò e se ne andò senza salutare o dire nulla.

 

[continua…]

 

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5 comments

  1. quindicivoltea · agosto 17, 2014

    Borderline is the new orange.

    • ilconigliotiguarda · agosto 17, 2014

      ‘Sti commenti new age mi spiazzano.

      • quindicivoltea · agosto 17, 2014

        Pensavo che su internet si dovesse per forza parlare tramite riferimenti alla pop culture

      • ilconigliotiguarda · agosto 17, 2014

        Stai cercando di dirmi qualcosa, lo sento…

  2. Mad · settembre 11, 2014

    Vero che lo scrivi un libro sull’adolescenza figlia del disagio?
    Io lo comprerei

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