“Questo fine settimana suonerà Kollegah e io andrò a vederlo con mia madre”

Lavorare con adolescenti e bambini -no, non sono un prete- vuol dire essere aggiornato sulle nuove tendenze e l’evoluzione della nostra società.

Ciò significa che ogni giorno provo quella bellissima sensazione chiamata “sentirsi vecchi”.

Mi raccontano di iOs 8, della nuova collezione autunno/inverno di H&M, dei nuovi film di Vin Diesel.

Informazioni che immagazzino quanto più velocemente possibile e riutilizzo per fare colpo sulle ventenni sbronze il venerdì sera.

-“Ehi, andiamo a casa mia che ti mostro le mie nuove Sneackers e ti sborro in faccia?”

-”Certo, volentieri!”

Vivo da un po’ di anni in Germania e ovviamente non ho ancora colto tutti gli aspetti fondamentali della cultura tedesca e le sfumature delle sue tradizioni.

Ho dato priorità a certi argomenti, piuttosto che ad altri.

Del tipo:

-Le tedesche lo prendono più volentieri prima in bocca e poi nel culo o viceversa?

-Ma se mi faccio la tessera di movimento neonazi, posso entrare gratis ai concerti blackmetal?

-E’ possibile acquistare erba buona a otto euro?

Concentrare le mie energie in questi ambiti, purtroppo, si è svelata una scelta sbagliata.

Il mondo andava avanti e io continuavo ad abbordare le matricole universitarie e a fare sondaggi nelle stazioni riguardo i prezzi di spaccio.

Finché un giorno Elias, 14 anni, viene da me e mi dice:

“Questo fine settimana suonerà Kollegah e io andrò a vederlo con mia madre.”

Lì per lì, vedendo il suo entusiasmo, gli ho augurato buon divertimento e gli ho chiesto gentilmente chi fosse questo Kollegah.

-”Ma come non lo sa? Kollegah è un rapper, il migliore. Ma che musica ascolta lei? Quella classica?”

Dopo che Elias mi ha fatto notare con molta delicatezza e tatto di non essere più un giovincello, ho deciso di informarmi su Kollegah. Di recuperare il terreno perso negli ultimi anni e concentrarmi seriamente sulla comprensione della realtà di tutti i giorni.

Ecco, son andato a casa e ho scritto su Google “Kollegah”.

Mi è apparsa questa immagine.

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Pessimo inizio.

Come ogni ricerca che si rispetti, il passo successivo è stato quello di digitare il medesimo nome su Wikipedia, che mi ha informato sul talento artistico di questo tamarro.

Kollegah fa parte di quella generazione di rapper che davvero non hanno un cazzo da dire, se non ripetere in continuazione che scopano e hanno soldi. A ciò abbina un nuovo look, del tutto diverso dalla classica canotta dei LA Lakers e pantaloni calati a terra. Infatti si può dire che, Kollegah, per il suo abbigliamento si sia ispirato al classico ignorante della movida notturna calabrese.

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Un esemplare del genere non poteva lasciare indifferenti i giovani tedeschi, ragazzi tra i 12 e 22 anni, che non hanno esitato a farne un’icona e simbolo generazionale. Che culo.

Ma una ricerca non può dirsi conclusa senza la prova del nove. Youtube.

Ecco, ci sarebbero molte cose da dire riguardo questo video e i suoi contenuti ma sarebbe anche un oltraggio all’intelligenza spendere ulteriori parole per definire Kollegah e la sua “arte”.

Ciò che non ho detto a Elias è, che se lui a quattordici anni va con mamma’ ai concerti di zarri palestrati, io a 14 uscii con un occhio nero e una costola incrinata dal concerto dei Cannibal Corpse e mia madre la incontrai solo due ore più tardi al pronto soccorso.

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”E’ vero che siete eroinomani?”

Una cosa che invidiavo ai miei coetanei di allora, era la capacità di attribuirsi un ruolo e accontentarsi di ciò che c’era.

Io non ci riuscivo, ero perennemente inquieto e a disagio in un contesto che che rifiutavo di accettare a priori.

Se a tanti bastavano le serate in qualche locale di merda del paese a suon di Hit Mania dance o la serata in pizzeria con i compagni di classe, io preferivo vagare senza meta per il paese con Ggiro.

Non giudicavamo gli altri, semplicemente ce ne tenevamo a distanza, come del resto gli altri si tenevano a distanza da noi.

Non scorderò mai quando un bambino, una domenica sera, nella piazza del paese, si avvicinò a me e Ggiro, seduti su una panchina.

-”E’ vero che siete eroinomani?” Ci domandò.

Io e Ggiro ci guardammo stupiti, non sapendo cosa rispondere. Era ovvio che la risposta fosse “no” ma la domanda ci aveva del tutto colti di sorpresa, tanto da rimanere muti per una decina di secondi. Avevamo sedici anni. In quell’attimo realizzammo per davvero, cosa il paese pensasse di noi.

-”Certo che no.” Risposi impacciato.

Il bambino ci guardò con aria diffidente, come per dire: col cazzo che vi credo. E si allontanò.

Ecco, cominciai a immaginarmi le famiglie, sedute a tavola la sera, che parlavano di noi. Descrivendoci come mostri o criminali. Senza nemmeno avere la certezze di conoscere i nostri nomi.

Per questo motivo iniziammo a frequentare l’unico posto dove nessuno ci avrebbe mai rotto i coglioni o espresso giudizi gratuiti senza senso.

Il cimitero.

Il nostro sorge poco fuori dal paese, il suo stato di manutenzione già all’epoca era pessimo, non oso immaginare ora. Accedervi non è difficile, basta scavalcare il cancello all’entrata e fare attenzione a non essere beccati. Cosa a cui tenevamo molto, perché oltre alla fama di eroinomani non volevamo guadagnarci anche quella di necrofili.

Per questo ci recavamo lì sempre le sera tardi vero le undici, quando il paese era alla prese con il televoto del Grande Fratello.

Lì stavamo bene. Lì, io e Ggiro potevamo finalmente respirare un po’ e goderci attimi di silenzio.

Passeggiavamo tra le lapidi, parlavamo di tutto, ci soffermavamo a leggere le date di nascita e morte di giovani, anziani, neonati. Spesso portavamo con noi qualche bottiglia di birra, ci sedevamo su una panchina e fissavamo il tappeto ardente di luci notturne. Solo qualche gatto, ogni tanto, veniva a disturbarci. Per il resto, solo il fruscio delle foglie, ombre che dipingevano forme umane e tanta tranquillità.

Ogni volta che ci recavamo al cimitero, c’era una tappa forzata da fare. Andare alla tomba di Maria.

Maria era una ragazza nata il 15.07.1973 e morta il 15.07.1993,  a vent’anni, investita da un alcolizzato mentre tornava da una festa di compleanno. Maria aveva un viso rotondetto ma ben proporzionato, labbra piccole e lunghi capelli rossi. Questo è almeno quanto raccontava la sua foto.

La sua lapide  attirò dalla prima volta la nostra attenzione per diversi motivi. Il primo, ovviamente, la data. Quante possibilità ci sono di nascere e morire nello stesso giorno e mese?

Poi la sua tomba era sempre adornata da fiori freschi, bellissim. Era possibile raggiungerla, semplicemente seguendo il loro profumo . Però l’aspetto più interessante erano le poesie. Abbiamo visitato per tante notti la tomba di Maria, per circa tre anni. E poggiata al suolo, fermata da una pietra, trovavamo sempre una poesia diversa.

Erano scritte su carta comune o su fogli di quaderno. La calligrafia era molto elegante, precisa, armoniosa, malinconica. Le poesie avevano una lunghezza variabile e i temi trattati non erano spesso comprensibili a primo impatto. E ciò le rendeva meravigliose.

Ggiro e io, le leggevamo e poi le risistemavamo con cura dove le avevamo trovate. Fantasticavamo su chi scrivesse quelle poesie. Un genitore, un fidanzato, un’amica, un innamorato mai dichiaratosi.

“Maria” sarebbe stato il titolo del nostro primo pezzo Dark Wave. Il foglio “originale” su cui lo scrissi, lo depositai ai piedi della lapide.

Li ci rimase per mesi, resistendo a pioggia, umidità e ai morsi del sole. Poi si dissolse, come la vita di Maria, sotto i bagliori della luna.

 

 

Don’t walk away tonight,

lay with me, one more time

The walls are screaming,

our eyes are bleeding

There si not redemption,

it’s just a world dying in its damnation

You can save me, Maria

You can kill me, Maria

You can understand me, Maria

Don’t walk away, tonight

There are not justifications for us,

There are not consequences for us,

Your beauty is the answer

With burning flowers.

I’ll call your name

You can save me, Maria

You can kill me, Maria

You can understand me, Maria

Don’t walk away, tonight

Oggi le ventenni e le trentenni aspirano a diventare future “Lucarelli”

Bambini che ballano il GanGnam style, foto di gatti del cazzo e video di Kate Parry.

 

Internet è divenuta una discarica di merda neuronale, un luogo dove è ammassato quanto di più idiota il cervello umano possa concepire. Il livello è così basso che viene voglia di prendere sul serio i documentari complottisti sui “Rettiliani” e le presunte scopate tra Gesù Cristo e Maria Maddalena.

 

Come se non bastasse, gli ultimi cinque anni sono stati marcati dalla piaga sociale dei “fashionbloggers”. Individui sfuggiti al processo di selezione naturale, che hanno trovato nel web l’habitat naturale per diffondere le loro interessanti idee sul come sfoggiare un pullover di Zara manco fosse in tessuto umano.

 

E mentre la realtà appare sempre più vuota, inconsistente, desertica; la virtualità assume le sembianze di un universo dove tutto è possibile. Popolato da bambini che ballano senza motivo ventiquattro ore su ventiquattro e gatti che sorridono e dicono buon giorno.

 

Prima i genitori ti rompevano il culo se trascorrevi più di un’ora davanti alla Play Station , ora te li ritrovi iscritti su Facebook. Postano foto di famiglia, augurano la morte a politici vari e danno la buona notte.

 

In questo delirio collettivo di idee e espressioni individuali che contano meno di un cazzo ma che su Internet avranno tutto sommato un perchè, c’è chi mantiene il controllo.

 

C’è chi riesce a stabilire un ordine e a indicarci la retta via.

 

Selavaggia Lucarelli.

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In realtà ho sempre creduto che fosse morta o finita in qualche trasmissione regionale campana.

Ma no, è viva e fonti attendibili mi rivelano che viva nientepopodimenoche a Milano. E pare abbia anche un lavoro.

Selavaggia Lucarelli è una grande donna, per il semplice fatto che ha due belle tette e da l’impressione di saper scopare bene.

Me la ricordavo per la sua partecipazione a trasmissioni di spessore come “La Talpa” e “L’Isola dei famosi”, nelle vesti di opinionista. Invece oggi me la ritrovo autrice di un blog, giornalista presso Libero, conduttrice radiofonica, scrittrice. Cioè fa tutto e non fa un cazzo.

Ho provato a leggere il blog (http://selvaggialucarelli.com/) e non ci ho capito nulla. E’ una sorta di mix, tra diario segreto da liceale affetta dalle prime delusioni d’amore e considerazioni su vicende d’attualità, espresse con ironia e sarcasmo, a detta dei suoi seguaci, “intelligenti”. Infatti solo le persone intelligenti fanno da opinionisti ai reality show. Quasi in ogni suo post, la Lucarelli, ci tiene a precisare come sia una mamma a tempo pieno, pulisca casa e paghi le bollette. Vorrebbe fare credere di essere una donna “normale”, di tutti i giorni, che incontri tranquillamente da Acqua e Sapone.

Il blog era noioso, una sorta di propaganda egocentrica in stile renziano. Così ho dirottato la mia attenzione sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/selvaggia.lucarelli?fref=ts), più che motivato a conoscere meglio questa fantastica mamma a tempo pieno.

Il suo album fotografico ci racconta moltissimo di quanto sia impegnativo essere mamme. Party, sfilate, aperitivi con VIP. Tutte cose che mia madre ai suoi tempi ha fatto, tra una pranzo da preparare e montagne di vestiti da lavare e stirare.

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Ma la cosa più interessante sono i suoi post, arrichiti con acuti femministi e spunti giustizialisti da far invidia alla Mussolini. La Lucarelli non risparmia nessuno, né Pistorius, né politici di destra o sinistra. Lei non guarda in faccia, scrive per Libero e allo stesso tempo presenta i suoi libri alle feste dell’Unità. Perché merda, lei è una mamma a tempo pieno e non c’ha cazzi per stare dietro alle fregnacce vostre, capito?

 

Leggendo commenti sui suoi post e foto -scartando le dichiarazioni d’amore di pervertiti e i complimenti a doppio senso di anziani-, son rimasto colpito dal ruolo che la Lucarelli ricopre nell’inconscio femminile.

Oggi le ventenni e le trentenni aspirano a diventare future “Lucarelli”.

 

Cristo.

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Imondo femminile contemporaneo è ai piedi di una che a quarant’anni va in giro indossando leggings e converse Essere donna oggi, non è facile. Dover sopravvivere in una realtà in cui i modelli di ispirazione, rientrano in una scala che va da Rihanna a Beatrice Borromeo,è oggettivamente un incubo.

Se a un estremo c’è la rappresentazione del nulla assoluto, fatto di star e vip la cui popolarità sorge e tramonta nello stesso istante; dall’altro c’è un’orda di “intellettuali-femministe-emancipate” che nella loro vita non hanno fatto un cazzo e si ritrovano nonostante tutto a occupare spazi mediatici grandi come i loro ani sfondati.