“Si fumava, si beveva e si scopava. Ma sopratutto si parlava.”

Inviai un SMS agli altri, fissando per il pomeriggio un incontro nella sala prove per discutere sul da farsi.

Risposero tutti tranne, ovviamente, Marica.

La sala prove non era altro che una piccola casa nel centro storico del paese di proprietà della padre di Lupo, il quale ci aveva concesso gentilmente il permesso di utilizzarla, lasciandoci chiavi e tanta fiducia. Noi avevamo ricambiato il favore, trasformandola nel luogo in cui ci appartavamo per scopare, fumare canne e bere. Ognuno aveva una duplicato delle chiavi, tranne Marica e Mimmo. Ci potevamo andare quando volevamo e senza dover dar conto a nessuno. Ovviamente quandosi doveva scopare, era compito dell’interessato avvisare gli altri e comunicare gli orari “rossi”.

La casa era praticamente quasi vuota, composta da una camera da letto, bagno e un piccola cucina.

A parte un letto matrimoniale e un frigorifero, non c’era un cazzo.

Nel corso degli anni avevamo provato ad “arredarla” con poster e foto ma con risultati al quanto deludenti. La batteria era sistemata nella camera da letto, con gli amplificatori e l’attrezzatura base per gli strumenti. Suonavamo dove scopavamo, questo abbinamento ci piaceva.

A dire il vero a scopare eravamo solo io e Lupo, Ggiro era un mistero.

Non era un tipo da “contatto fisico”, tra storie serie e sveltine aveva collezionato due “entrate” e mezzo.

L’entrata era un termine che utilizzavamo per definire il numero di scopate, pompini e seghe. Un’ entrata equivaleva a una scopata, il pompino metà scopata, la sega un quarto della scopata. Ovviamente si contavano solo i rapporti avuti con ragazze diverse. C’è da dire che anche la scopata era suddivisa in altri livelli, che potevano garantire più “’nchianate”.

‘Nchianata nel nostro dialetto significa “salita”.

Quindi, ad esempio, scopare normalmente era un’entrata semplice ma se facevi sesso anale guadagnavi una ‘nchianata. Stessa cosa se avevi un rapporto completo e le alla fine ingoiava la sborra. Le ‘nchianate si sommavano ogni sei mesi e permettevano a chi ne collezionava di più, di ricevere una cassa di birra.

Il discorso delle entrate, invece, era prettamente legato a una questione di orgoglio. Se scopavi di più eri l’alfa dog. Alla fine il tutto si ridusse a una competizione tra me e Lupo. Incominciammo a diciassette anni con queste storie delle entrate, ‘nchianate e cazzate varie, per protrarla fino ai diciannove. Era impossibile barare, perchè il paese era piccolo e nel giro di due giorni massimo potevi verificare se quanto accaduto su quel letto fosse vero o meno.

Lupo ci sapeva fare di più ma era anche avvantaggiato dal fatto di non essersi mai ficcato in relazioni “serie”. Io invece tendevo ad andare avanti per storie più stabili, intervallate da scopate random.

Grazie a queste avventure con le ragazze del paese o dei paesi limitrofi, cominciammo a comprendere meglio la realtà di cui facevamo parte, che a volte appariva ai nostri occhi come una sorta universo parallelo. Per quanto la gente non gradisse la nostra presenza e non si risparmiasse commenti di pessimo gusto, dall’altra rimanevano affascinati dal nostro menefreghismo.

Era sorprendente, ma le tipe che rimorchiavamo più facilmente erano le liceali perfettine, da serata all’Old Fashion di Taranto. Un locale dove magliette attillate e tacchi erano i requisiti minimi richiesti per entrarci.

Mentre Lupo si limitava a sborrare dove capitava, io ero molto più interessato a comprendere il perchè fossero in un certo modo attratte da noi.

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Rappresentavamo per loro ciò che i nani e i deformi, nel Medioevo erano per le regine? Semplici perversioni sessuali da soddisfare, da raccontare alle amiche e aggiungere alla lista de “l’ho fatto”?.

Io e Lupo per scherzare ci eravamo dati il soprannome di “puttane”.

In realtà il tutto nascondeva altro, celato sotto la patina di brave ragazze. Quella casa per molte rappresentava un’ora, due, di libertà. In cui potevano fare ciò che volevano senza dover dar conto a genitori, fidanzati arruolati in marina o amiche tanto gentili quanto pettegole.

Si fumava, si beveva e si scopava. Ma sopratutto si parlava.

Cioè parlavano più loro, si raccontavano, descrivevano le loro paure e i loro sogni. Chi si lamentava degli schiaffi del fidanzato, chi aspirava a divenire un’attrice, chi dopo cena andava in bagno e si ficcava due dite in gola per vomitare.

Ascoltavo in silenzio e raramente davo consigli. Erano lì per se stesse, per vivere ore di tranquillità. Davo ciò che potevo dare, ricevendo in cambio il profumo e la freschezza di corpi che sembravano non aver paura del tempo.

La figlia dell’avvocato, quella del medico, la nipote del sindaco, la figliastra del fruttivendolo, la sorella del compagno di classe.

Non c’era differenza, tutte indossavano una maschera ogni giorno. Recitavano copioni come in teatro, senza saltare una virgola. Ogni tanto visitavano la casa, toglievano la maschera e tornavano per qualche momento a essere in pace con se stesse. La maggior parte non ci salutava per strada, molte ci ridevano dietro quando le incontravamo con i loro amici, altre ci scrivevano lettere o ci chiamavano in orari impensabili.

Per noi non c’era alcuna differenza, ignoravamo le loro risate come le loro chiamate.

Fuori dalla casa si tornava nel mondo reale, quello dell’ipocrisia, della violenza contro se stessi, della solitudine.

 

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One comment

  1. Mean Cactus · ottobre 4, 2014

    Bello.

    Bravo, davvero…

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