“E fisso i morti perché mi fanno stare bene”

Sta per terminate il 2014 e mentre gli italiani cercano di capire se il Natale sia stato un #Natalemerda o un #Natalefantastiko#grazie#papà#grazie#mamma#, avviando una polemica su Internet paragonabile all’esclusione di Morgan dal Festival di San Remo, io fisso i morti.

E fisso i morti perché mi fanno stare bene. Ma tranquilli non me li scopo. Quella fase l’ho sorpassata da un paio d’anni. Ora preferisco i gatti. Quelli morti, ovviamente.

Ma facciamo un passo indietro.

E’ il 22 dicembre, mi dirigo all’aeroporto con il bus. Quest’anno sono molto motivato a trascorrere le feste con la famiglia e gli “amici”. Non so perché, e devo dire che ciò mi preoccupa. Sarà l’avanzare dell’età, sarà qualche malattia. Arrivo all’aeroporto e scopro che sull’autobus mi hanno inculato i documenti. Non mi è rimasto un cazzo di niente. Merda, non posso più partire. Proprio quest’anno che mi sentivo una persona sensibile.

No, non può finire così.

Anche io voglio un Natale da trascorrere seduto attorno a un tavolo rivestito da una tovaglia rossa, scambiare gli auguri, rivedere amici mandati a cagare tempo addietro, riscoprire il piacere di stare in famiglia, capire se le ex vorrebbero ancora una botta.

Ok, prenoto un volo per il 25 mattina. Il passaporto per fortuna non lo avevo con me al momento del furto.

I primi minuti dopo l’arrivo sono sempre i più belli. E intendo quelli dopo lo sbarco, mentre aspetti che ti vengano a prendere. Hai in testa tanti progetti, idee. Salutare conoscenti, rivedere certi luoghi, trascorrere ore piacevoli nel paese in cui sei nato e cresciuto.

Tra l’altro è una bellissima giornata e dato che mi sto rincoglionendo, comincio seriamente a pensare che trascorrerò cinque giorni fantastici.

E poi arriva mio fratello. Ci abbracciamo, scherziamo e dopo cinque minuti si inizia a parlare di ciò che non si dovrebbe parlare. Dei problemi in famiglia che si trascinano da anni, dei genitori che più invecchiano e più diventano egoisti e infantili.

Le mie fantasie idilliache iniziano lentamente a frantumarsi.

Per scelta decido di ignorare qualsiasi segno di tensione tra i miei genitori, decido di farlo almeno per il 25.

Meno male che ci sono gli amici.

Qui il processo di selezione naturale ha fatto il suo corso, quindi è sopravvissuto solo chi ha saputo allontanarsi da quello spettro chiamata “paese”. Chi ci è rimasto si è dato alla parrocchia o trascorre 12 ore al giorno su Facebook postando citazioni di Fabio Volo.

E quindi si beve, si parla e si ride. E si raccontano gli anni trascorsi insieme, le cazzate, i litigi.

Come sempre si finisce col parlare di quelli che non ci sono.

Grande errore. Perchè poi si racconta il motivo per cui gli altri non ci sono.

Di ciò che hanno fatto e non hanno mai raccontato. Certe cose si vengono a sapere solo col passare del tempo.

C’è chi si è fidanzato con la figlia di un mafioso per vivere una vita economicamente tranquilla, chi ha deciso di volare dal quinto piano, chi raccontava di essersi laureato a pieni voti mentre invece s’era beccato l’AIDS dando il culo a Lambrate.

I giorni trascorrono e i miei progetti di vacanze si sbriciolano, vengono spazzati via.

Mi riduco a stare sdraiato sul letto, accendendo e spegnendo il computer, controllando la home di Facebook, la posta elettronica e visitare siti porno per capire se la gente si ficca roba nel culo anche durante le vacanze.

Passeggio per il paese, sotto le luci giallo piscio che illuminano il corso e la zona vecchia. Merda di cane ovunque, spazzatura gettata per strada manco fosse coriandoli di carnevale.

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E nel mentre mi raccontano di M., che ha aperto un blog e in questo blog parla di sesso. Propone serate letterarie erotiche e spiega alle ragazzine come fare i pompini.

E’ diventata una sorta di celebrità tra queste 35.000 anime.

Poi c’è F. che organizza serate ed eventi. Ha sorpassato da un pezzo i 30 anni, non ha un lavoro fisso e si sbatte per creare qualcosa in un contesto dove picchiare la moglie è il secondo sport dopo rubare i pannelli solari.

E mi domando chi siano i vigliacchi, loro o io. Loro sono rimasti. Hanno avuto il coraggio di provarci o paura di perdere le certezze che ‘sto paese di merda offre?

Io me ne sono andato perchè vigliacco o perché ho avuto il coraggio di mettermi in discussione?

Ecco, le solite domande che mi pongo ogni volta che torno e che almeno per questo Natale mi ero ripromesso di cancellare.

Mancano due giorni alla partenza e non ce la faccio più.

I miei genitori che a stento si parlano, gli sguardi stanchi e spenti di chi si trascina per queste vie che non hanno più niente da raccontare e forse non ne hanno mai avuto, il trovarsi dopo anni uno davanti all’altro e non avere un cazzo di cui parlare.

All’aeroporto mentre attendo il volo di ritorno, sento un peso che cade dalle spalle.

Mi chiedo del perché debba essere ogni volta così. Vale la pena tornare, per immergersi in questa malinconia autolesionista?

E’ il richiamo del sangue, del veleno che scorre in questa terra.

 

 

 

Dipinto: James Ensor, La morte e le maschere, 1897

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