” Siamo solo delle grandi teste di cazzo”

E ‘ passato quasi un mese dagli avvenimenti di Parigi.

Poche settimane hanno già rimosso dalla mente un evento che sembrava aver traumatizzato l’intera popolazione mondiale, gettando nello sconforto e nella disperazione diverse generazioni.

O almeno questo è quello che si percepiva dai giornali, trasmissioni televisive e soprattutto dai social network.

Ma l’11 Settembre, come altri tragici eventi, ci hanno insegnato una cosa fondamentale: alla gente non frega un cazzo, di niente e di nessuno.

Mettendo da parte per un momento le dinamiche, le accuse, i plastici di Bruno Vespa, le interviste “adrenaliniche “del TG 5, gli immancabili commenti xenofobi della rete, tesi complottiste e i selfies di solidarietà; ho la sensazione che quanto accaduto non abbia lasciata alcuna traccia nelle nostre menti.

E quando mai.

Come sempre è stato il web il teatro in cui sono accesi i confronti, gli appelli e dibattiti. All’improvviso tutti si sono scoperti luminari di politica estera, dottorandi in culture medio orientali e soprattutto fan della satira.

Se la realtà virtuale fosse stata per un solo momento, l’unica possibile e concepibile, avrei giurato di trovarmi in mondo devastato dal dolore e incapace di rimettersi in piedi.

Ma dato che la realtà effettiva è un’altra, dopo pochi minuti ho compreso che tra un post e un hashtag, c’era comunque qualche video porno amatoriale o l’acquisto su Amazon dell’ultimo libro di Ken Follett.

Abbiamo l’onore e il privilegio di far parte di una società che è stata in grado di banalizzare concetti come “guerra”, “morte”, “terrorismo”.

La loro celebrazione, attraverso un lutto mediatico e virtuale, è diventata un pretesto narcisista per rafforzare il proprio ego. Né più, né meno delle foto con le pompinare inglesi rimorchiate a Ibiza.

Dov’è la riflessione, la presa di coscienza, dov’è il silenzio.

Non siamo Charlie, né vittime o carnefici. Siamo solo delle grandi teste di cazzo

 

Ferdinand Hodler, Le anime deluse,1892

Die enttäuschten Seelen

“Perchè non ci siamo ancora estinti?”

Ogni mattina mi sveglio, apro gli occhi e penso: “Come mai non ci siamo ancora estinti?”

Una domanda a cui, purtroppo, non ho ancora trovato risposta. Se ne trovate una siete pregati di inviarla a: iconiglicimangerannovivi@gmail.com 

L’autore della tesi più interessante vincerà un abbonamento premium per lo zoo safari di Fasano.

Qualche giorno fa una mia amica mi ha detto che in America e Australia, da un po’ di tempo, vanno di moda i così detti “Baby beauty pageant”, concorsi di bellezza per bambine tra i 7 e gli 11 anni.

In questi concorsi le piccole sono truccate da battone e devono esibirsi in vari spettacoli, dalla danza al canto, passando per la recitazione. La vincitrice oltre a conseguire un premio in denaro, può avere l’opportunità di mostrare il suo “talento” in spot pubblicitari o trasmissioni televisive.

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Ma non finisce qui.

In America è nato anche una sorta di reality “Toddles and Tiaras”, che segue da vicino il percorso “artistico” delle piccole, mettendo anche in mostra l’ambiente famigliare da cui provengono, costituito da genitori super motivati nel creare donne precoci in grado di sculettare alla Jennifer Lopez e fare smorfie alla Paris Hilton.

In questo delirio dell’apparenza e del narcisismo, le bambine crescono con la convinzione che il riconoscimento di un certo tipo di bellezza -fatto di mascara, cipria, unghia finte e tacchi a spillo- sia l’unica cosa che conti.

Le piccole trascorrono l’intera infanzia tra passerelle, concorsi e corsi di perfezionamento artistico ed estetico. Non sanno cosa sia condividere i momenti di gioco con i coetanei e non hanno altra ambizione se non quella di “essere la più bella”.

 

 

Ecco, domani mattina mi sveglierò e mi porrò sempre quella domanda.