“I won’t pay. I know too much about extortion.”

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’ascesa e consacrazione definitiva delle serie televisive. Il fenomeno ha generato un business che ha attirato l’attenzione delle grandi case di produzione e dei registi più famosi. Se prima le serie televisive erano una fettina dell’intrattenimento mediatico, ora rappresentano la grande torta.

In passato sono state il trampolino di lancio di attori, registi e sceneggiatori

Oggi invece sono i templi presso cui ogni grande del cinema si reca, attirato dai margini di guadagno e dalla possibilità di riscattare qualche insuccesso del passato.

Gli esempi si sprecano, basti pensare a Kevin Spacey protagonista di “House of Cards” o alla serie “The Knick” diretta da Steven Soderbergh.

Il pubblico gradisce e non solo in America ma anche in Europa, si sta assistendo una crescita esplosiva di serie televisive.

Gli investimenti sono pesanti – un esempio “Games of Thrones”, la cui prima stagione è costata 60 milioni di dollari- ma i ricavi tra diritti televisivi e merchandising sfiorano l’impossibile.

Ma quantità è sinonimo di qualità?

Beh, qui si va sul parere soggettivo.

Le serie di oggi sono praticamente paragonabili a migliori film Hollywoodiani: tecnicamente ineccepibili, belle sceneggiature, attori notevoli.

Eppure, tra quelle recenti, nessuna mi è rimasta in mente in maniera particolare.

Ok, grande figata The Walking Dead, Breaking Bad o Mad Man. Ma boh.

Io alla fine penso solo ai Soprano.

The Sopranos, ideati da David Chase, furono trasmessi dal 1999 al 2007 dall’HBO facendo registrare ascolti record in America.

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Rappresentano la “Serie” per eccellenza, quella che ha segnato l’inizio del tutto.

La trama è molto semplice e si snoda in sei stagioni, per un totale di 86 puntate.

Tony (un magnifico James Gandolfini) è un mafioso italo-americano che controlla lo smaltimento dei rifiuti ma è anche padre di famiglia. Ogni giorno deve districarsi tra problemi legati al suo “lavoro” e le naturali dinamiche famigliari. Attorno a lui ruotano tanti personaggi, che appunto vanno dalla cerchia famigliare a quello malavitoso ma ognuno è unico nel suo genere, perfettamente descritto a livello psicologico e caratteriale.

Il binomio “vita quotidiana-malavita”, risulta l’arma vincente della serie. Da una parte ci sono le ambizioni senza scrupoli della malavita, dall’altra gli stessi “capi” devono far i conti con le normali problematiche della vita: amore, figli depressi, mogli incontentabili e ovviamente la morte.

I Soprano non raccontano solo del business che la mafia è stata in grado di sviluppare a partire dagli anni ’30 fino ai giorni nostri, ma ci offrono una prospettiva dell’America contemporanea, dove la corruzione e la discriminazione sono il riflesso dell’opulenza. Un’opulenza che ha contaminato ogni centimetro quadrato della società, senza risparmiare nemmeno i legami con le persone più care.

Tutto in America è regolato dal denaro.

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In Italia la serie ha avuto un discreto successo, nonostante fosse trasmessa in seconda serata (a causa del linguaggio esplicito e della violenza). Ricordo benissimo che all’epoca dovevo scegliere se prepararmi per le interrogazioni o trascorrere la notte con la combriccola di Tony.

Al tempo i Soprano furono anche attaccati dalla destra di Fini in quanto, secondo loro, offrivano al mondo un’immagine distorta della cultura italiana. Gasparri invece no, vabbe’..

C’è da dire che la serie gioca moltissimo sui nostri stereotipi: scarpe sempre lucide, fissazione per il cibo, temperamento sopra le righe, passione smodata per la fregna. E’ altrettanto vero che queste osservazioni vanno ricondotte a un certo tipo di cultura italiana emigrata all’estero anni fa, che ha mostrato certi nostri “vizi” poi rimasti impressi nell’immaginario collettivo americano e successivamente esasperati attraverso banali stigmatizzazioni.

E ciò risulta evidente nell’episodio in cui Tony e i suoi fedelissimi si recano a Napoli per concludere affari con la camorra. Vengono presi in giro perchè non in grado di parlare in italiano, per i loro modo di vestirsi e comportarsi.

Benché nella terra dei loro nonni, si sentono comunque degli estranei.

Ma perché i Soprano rimane -probabilmente- la serie migliore di sempre?

Perchè hanno avuto la fortuna di essere stati sviluppati secondo una filosofia che non era improntata al “consuma e smerda” ma al “consuma, assapora e digerisci”. Infatti, i Soprano, rimangono in testa. Non puoi dimenticarli. Invece i personaggi di Breaking Bad o The Walking Dead avranno una vita molto breve nell’immaginario comune. E’ bastato Rust di “True Detective” per smantellare le imprese spettacolari di Walter White in B.B.

Poi c’è il capitoli attori. Tutti i personaggi dei Soprano, compreso Gandolfini, provenivano da esperienze non proprio esaltanti nel mondo del cinema e della televisione ma al tempo stesso portavano dentro un’autenticità e energia che oggi risultano merce rara. Le loro interpretazioni sono qualcosa di spettacolare, non a caso molti portarono a casa almeno un Golden Globe o un Emmy.

La sceneggiatura poi è il punto chiave. I Soprano come Six Feet Under e The Wire, poggiano su una scrittura solidissima. Niente è lasciato al caso, anche il personaggio più stupido svolge un ruolo importante e ha qualcosa da dire, ha una sua personalità. Perdere un episodio equivale a una condanna a morte.

E infine la psicologia. I Soprano sono un manuale di psichiatria, il DSM per eccellenza ma anche un enciclopedia antropologica. Le relazioni famigliari, i discorsi, i legami sociali sono descritti in maniera incredibile. Lo spettatore si identifica con ogni personaggio e perde la sua capacità di giudizio oggettivo anche davanti alle situazioni più crude ed estreme. Per questo è difficile rispondere alla domanda: “Qual’è il tuo personaggio preferito dei Soprano?”.

“I won’t pay. I know too much about extortion.” -Tony Soprano-

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“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante”

Ho letto che in Italia la disoccupazione giovanile è al 50%. In Puglia, la regione in cui sono nato e cresciuto, sta per arrivare al 60%.

Onestamente questi dati metterebbero ansia anche Cristo ma a quanto pare il tutto, al momento, è dato per normale.

Le cose cambieranno dicono gli ottimisti.

L’economia è in ripresa, dicono gli economisti. “Si va verso una cresciuta del + 0,1”. Minchia.

Ma come reagiscono i giovani a tutto questo?

Appartengo a quella generazione nata negli anni ’80, svezzata con una buona dose di consumismo e cresciuta con l’illusione che studiare un giorno avrebbe permesso di realizzare i tuoi sogni.

Se studi medicina farai il medico, se studi legge farai l’avvocato, se studi lettere farai l’insegnante.

Bei tempi. Tutto era dato per scontato, mamma e papà già si immaginavano un figlio ingegnere o primario di qualche ospedale ma anche architetto non sarebbe stato male.

D’altronde, perché non sarebbe dovuta andare così.

“E se qualcosa va male al massimo telefono al cugino che sta al comune e trovi un posto all’ufficio anagrafe” (cit.)

Pensavano gli ingenui.

Poi è arrivata Lei.

All’improvviso, come un calcio nei coglioni durante una partita a bocce.

Lei, LA CRISI.

Nel giro di pochi anni lo scenario di ottimismo che aveva per decenni pervaso le case italiane e illuminato i sogni di giovani borghesi e non, è stato divorato dall’ acido realismo della crisi economica.

Niente più posti di lavoro, niente più concorsi, niente di niente.

Persino il cugino impiegato è diventato irrintracciabile.

Un generazione di laureati e bravi ragazzi si è ritrovata senza preavviso col culo scoperto.

Anni di studi, di specializzazioni, Master, tirocini, corsi di lingua buttati ufficialmente nel cesso.

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante.” (cit.)

Ma l’ho detto prima. La mia generazione è cresciuta in una sorta di campana di vetro, nutrita con il meglio del meglio, istruita ma fondamentalmente fragile. O inetta, a seconda dei punti di vista.

Mentre i nostri genitori hanno comunque provato il così detto “guadagnarsi certi obiettivi”; noi, invece, siamo cresciuti con la consapevolezza che anche se va di merda comunque papà ci lascerà sempre la cinquanta euro per il sabato sera.

La crisi ha rivelato il vero volto della mia generazione, un volto senza personalità.

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Una generazione di castrati.

Il concetto di indignazione trova la sua massima espressione in una rabbia vomitata sui social network e basta.

Come dire, che cazzo dovrei fare di più?

Non voglio fare il cameriere a Londra perché ho studiato giurisprudenza (cit.)

E se il problema fosse anche la mancanza di umiltà?

L’incapacità di adattarsi a un contesto e raggiungere un obiettivo, la sopravvivenza. Che alla fine è quanto affermava Darwin.

Puoi avere anche otto lauree ma se vivi in mezzo ai campi di granturco dell’Iowa, quei pazzi di carta sono buoni solo per i pulirti il culo.

Invece no. Ci si ostina a pensare che tutto ci spetti di diritto.

Certo, in un contesto regolato da variabili positive sarebbe normale pensarlo.

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Ma la realtà contemporanea è un’altra e non verrà un manager della Ernest Young a bussare alla porta di casa per offrirti un posto di lavoro.

“Ho inviato tanti di quei curriculum, guarda..” (cit.)

Ho la sensazione che la mia generazione non abbia mai appreso il concetto di lottare, sacrificarsi.

E per questo non intendo andare in piazza e spaccare tutto o applaudire i comizi di Saviano e Travaglio. Ma avere un obiettivo preciso e scegliere anche le strade secondarie per raggiungerlo, quelle sporche e con tremende salite.

Non ci è mai stato insegnato il concetto di sofferenza.

Abbiamo visto le guerre solo dietro a uno schermo, la tavola era sempre apparecchiata e i nostri doveri sono  stati limitati esclusivamente all’ambito scolastico/accademico. Come se la vita fosse solo un concetto teorico, sempre uguale e prevedibile, una zona priva di ombre e paludi.

E allora torna in mente sempre la stessa domanda.

Dove finiscono le responsabilità e le colpe dei politici e iniziano le nostre?

Imputiamo il nostro insuccesso a fattori esterni, a una sorta di forze violente che hanno preso possesso delle nostre decisioni, del nostro arbitrio.

Siamo diventati incapaci di scegliere. Ed è assurdo, perché una scelta c’è sempre, soprattutto se si ha un obiettivo.

La mia è una generazione triste, che fa da spartiacque tra passato dei nostri genitori e il futuro dei nostri fratelli. Una sorta di “zona X”, un laboratorio sperimentale nel quale si valutano le conseguenze degli errori del passato e le prospettive future.

Ci siamo trasformati in cavie, abituati alla routine e indifferenti all’idea di dover trascorrere una vita in gabbia calpestando la nostra e la merda altrui.

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Photos by Genia Rubin and Hans Bellmer

“Mia è ufficialmente la prima attrice porno musulmana”

Mia Khalifa è una donna come poche, dotata di qualità non semplici da trovare.

Tette, culo da paura e INGOIA. Vabbe’, magari ha pure un bel carattere.

Mia è una pornostar.

Ma la cosa interessante questa volta non è legata alla sue performance o a qualche record di cazzi presi in qualche posto nel giro di due minuti.

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No, ciò che rende la storia di Mia interessante, è la sua nazionalità: libanese.

Nel 2000 lasciò il Libano con i suoi genitori per trasferirsi negli States e cominciare una nuova vita.

Dopo l’università l’esigenza di rendersi indipendente e guadagnare qualche dollaro, la portarono nel mondo del porno.

In pochi mesi Mia è stata in grado di scalare le classifiche di preferenza di Porn.Hub -il portale porno più cliccato in America, e allo stesso tempo di procurarsi le minacce di morte dell’ISIS.

Mia è ufficialmente la prima attrice porno  musulmana, non una cosa da poco, considerati i tempi.

Così, mentre l’ISIS conduce la sua battaglia per un dominio dello stato islamico basato sull’estremismo più arcaico, Mia si scopa cazzi americani indossando l’hijab, il velo delle donne musulmane.

La reazione del mondo arabo, in generale, non è stata molto diplomatica.

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Mia ha infranto, secondo molti, un certo tipo di valori e nemmeno la sua famiglia si è sentita di difenderla in questa situazione.

Lei stessa è rimasta sorpresa dal casino che si è creato, dichiarando di sentirsi in colpa per aver trascinato nella vergogna la sua famiglia.

Contemporaneamente questa vicenda ha aperto un dibattito molto acceso in America e in Libano; c’è chi considera Mia una femminista rivoluzionaria che sta portando avanti una battaglia per i diritti delle donne musulmane e c’è chi la vede come una provocatrice ignorante che non ha tenuto in considerazioni le tensioni storico/politiche contemporanee.

Mentre professori, scrittori e giornalisti vari si interrogano sul ruolo che Mia possa ricoprire nell’immaginario comune del mondo musulmano e sulle conseguenze a cui i suoi video condurranno; l’ISIS ha messo a repentaglio le mie serate di solitudine.

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Vorrei scrivere loro una lettera o inviare una email, un video. Spiegare che se loro hanno diritto a stuprare e uccidere, Mia avrà pur diritto a scopare chi vuole e magari guadagnare un po’ di soldi. E allo stesso tempo io e altre misere anime avremmo anche diritto a masturbarci in santa pace.