“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante”

Ho letto che in Italia la disoccupazione giovanile è al 50%. In Puglia, la regione in cui sono nato e cresciuto, sta per arrivare al 60%.

Onestamente questi dati metterebbero ansia anche Cristo ma a quanto pare il tutto, al momento, è dato per normale.

Le cose cambieranno dicono gli ottimisti.

L’economia è in ripresa, dicono gli economisti. “Si va verso una cresciuta del + 0,1”. Minchia.

Ma come reagiscono i giovani a tutto questo?

Appartengo a quella generazione nata negli anni ’80, svezzata con una buona dose di consumismo e cresciuta con l’illusione che studiare un giorno avrebbe permesso di realizzare i tuoi sogni.

Se studi medicina farai il medico, se studi legge farai l’avvocato, se studi lettere farai l’insegnante.

Bei tempi. Tutto era dato per scontato, mamma e papà già si immaginavano un figlio ingegnere o primario di qualche ospedale ma anche architetto non sarebbe stato male.

D’altronde, perché non sarebbe dovuta andare così.

“E se qualcosa va male al massimo telefono al cugino che sta al comune e trovi un posto all’ufficio anagrafe” (cit.)

Pensavano gli ingenui.

Poi è arrivata Lei.

All’improvviso, come un calcio nei coglioni durante una partita a bocce.

Lei, LA CRISI.

Nel giro di pochi anni lo scenario di ottimismo che aveva per decenni pervaso le case italiane e illuminato i sogni di giovani borghesi e non, è stato divorato dall’ acido realismo della crisi economica.

Niente più posti di lavoro, niente più concorsi, niente di niente.

Persino il cugino impiegato è diventato irrintracciabile.

Un generazione di laureati e bravi ragazzi si è ritrovata senza preavviso col culo scoperto.

Anni di studi, di specializzazioni, Master, tirocini, corsi di lingua buttati ufficialmente nel cesso.

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante.” (cit.)

Ma l’ho detto prima. La mia generazione è cresciuta in una sorta di campana di vetro, nutrita con il meglio del meglio, istruita ma fondamentalmente fragile. O inetta, a seconda dei punti di vista.

Mentre i nostri genitori hanno comunque provato il così detto “guadagnarsi certi obiettivi”; noi, invece, siamo cresciuti con la consapevolezza che anche se va di merda comunque papà ci lascerà sempre la cinquanta euro per il sabato sera.

La crisi ha rivelato il vero volto della mia generazione, un volto senza personalità.

Ghost_by_kimmythebaby

Una generazione di castrati.

Il concetto di indignazione trova la sua massima espressione in una rabbia vomitata sui social network e basta.

Come dire, che cazzo dovrei fare di più?

Non voglio fare il cameriere a Londra perché ho studiato giurisprudenza (cit.)

E se il problema fosse anche la mancanza di umiltà?

L’incapacità di adattarsi a un contesto e raggiungere un obiettivo, la sopravvivenza. Che alla fine è quanto affermava Darwin.

Puoi avere anche otto lauree ma se vivi in mezzo ai campi di granturco dell’Iowa, quei pazzi di carta sono buoni solo per i pulirti il culo.

Invece no. Ci si ostina a pensare che tutto ci spetti di diritto.

Certo, in un contesto regolato da variabili positive sarebbe normale pensarlo.

genia_rubin-c-web

Ma la realtà contemporanea è un’altra e non verrà un manager della Ernest Young a bussare alla porta di casa per offrirti un posto di lavoro.

“Ho inviato tanti di quei curriculum, guarda..” (cit.)

Ho la sensazione che la mia generazione non abbia mai appreso il concetto di lottare, sacrificarsi.

E per questo non intendo andare in piazza e spaccare tutto o applaudire i comizi di Saviano e Travaglio. Ma avere un obiettivo preciso e scegliere anche le strade secondarie per raggiungerlo, quelle sporche e con tremende salite.

Non ci è mai stato insegnato il concetto di sofferenza.

Abbiamo visto le guerre solo dietro a uno schermo, la tavola era sempre apparecchiata e i nostri doveri sono  stati limitati esclusivamente all’ambito scolastico/accademico. Come se la vita fosse solo un concetto teorico, sempre uguale e prevedibile, una zona priva di ombre e paludi.

E allora torna in mente sempre la stessa domanda.

Dove finiscono le responsabilità e le colpe dei politici e iniziano le nostre?

Imputiamo il nostro insuccesso a fattori esterni, a una sorta di forze violente che hanno preso possesso delle nostre decisioni, del nostro arbitrio.

Siamo diventati incapaci di scegliere. Ed è assurdo, perché una scelta c’è sempre, soprattutto se si ha un obiettivo.

La mia è una generazione triste, che fa da spartiacque tra passato dei nostri genitori e il futuro dei nostri fratelli. Una sorta di “zona X”, un laboratorio sperimentale nel quale si valutano le conseguenze degli errori del passato e le prospettive future.

Ci siamo trasformati in cavie, abituati alla routine e indifferenti all’idea di dover trascorrere una vita in gabbia calpestando la nostra e la merda altrui.

hans_bellmer-web

Photos by Genia Rubin and Hans Bellmer

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One comment

  1. fausto · maggio 25, 2015

    Demografia sgangherata, disuguaglianze assurte a sistema di vita, menefreghismo ed insolenza nei confronti dei giovani. Sorprende che non siamo ancora collassati.

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