Simone Biles

Simone Biles é una ginnasta americana.

E fa cose pazzesche.

Alle olimpadi di Rio ha vinto cinque ori e un bronzo. Nella sua carriera Simone ha portato a casa -fino ad ora- quasi tutto ciò che era possibile vincere nelle competizioni nazionali e internazionali..

A soli 19 anni.

Piccola, agile, potente, veloce, perennemente sorridente. I suoi esercizi non sono mai banali. Ne ha addirittura inventato uno, “il salto Biles”.

Quando Simone  gareggia, il tempo si ferma. E’ quasi impossibile seguire e capire i suoi movimenti. Troppo complicati, troppo veloci. I giudici la osservano all’opera e sorridono o smistano espressioni di stupore. Gli spettatori dei Palasport si alzano in piedi, gridano, applaudono.

Quando Simone entra in scena, non c’è né per nessuno.

Simone è di un altro pianeta. L’hanno paragonata a un mostro sacro della ginnastica: Nadia Comanenci.

Paragoni forti, tremendi, che in teoria dovrebbero farti tremare le gambe.

Ma le gambe di Simone non tremano mai. Lei è una forza della natura e anche le cose impossibili riesce a renderle facili. Una guerriera rinchiusa nel corpo di una bambina.

 

Trentadue ore di allenamento settimanali, sacrifici, sudore, abnegazione.

Ma ciò che è più sorprendente di Simone è la sua storia.

Cresciuta con una madre tossicodipendente, fu abbandonata in un orfanotrofio all’età di un anno. A sei anni fu presa in affidamento dal nonno materno e sua moglie, che Simon considera oggi come i suoi genitori.

Ma è l’incontro con Aimee Boorman, la sua allenatrice a dare una svolta alla vita di Simone. Aimee Boorman ha alle sue spalle una carriera non proprio brillante da ginnasta. All’età di sei anni iniziò ad allenarsi, sperando un giorno di salire su un podio. Giunta tredici anni, Amee Boorman, decise di lasciare la ginnastica artistica. In questo sport se a tredici anni non sei già ad alti livelli, non puoi piú sperare di arrivarci. Ma la Boorman non lasciò completamente il mondo della ginnastica. Decise di specializzarsi, di studiare e diventare allenatrice. La dote fondamentale di un allenatore è la capacità di riconoscere il talento. La Boorman sa cosa è il talento. Perché nella sua carriera di ginnasta e allenatrice ha visto migliaia di salti mortali, carpiati e doppi carpiati. Ha visto ragazzine e compagne motivate ma non talentuose e viceversa.

Aimee riconobbe da subito che Simone aveva qualcosa di unico.

Simone aveva talento ma soprattutto era determinata a diventare la migliore ginnasta al mondo.

Dieci lunghi anni di preparazione. Allenamenti, competizioni in America e in giro per il mondo fino ad arrivare alla definitiva consacrazione delle Olimpiadi di Rio.

La storia di Simone è una storia meravigliosa. Di Sport, di vita, di lacrime e sorrisi.

Da un orfanotrofio ai podi di un Olimpiadie. Il tutto in 19 anni.

“Volli,sempre volli, fortissimamente volli”- Simone Biles

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Alex Schwarzer

Schwarzer é un dopato di merda. Punto.

Basta alle analisi complottiste, alle le storie strappalacrime, alla ricerca di un personaggio in cui immedesimarsi che attraverso la sua redenzione possa espiare anche i nostri sensi di colpa e fallimenti.

Tutti pronti a difendere Schwarzer, gli stessi che quattro anni fa gli hanno sputato in faccia e voltato (giustamente) le spalle. Giornalisti, stampa, sportivi e ognuno di noi. Nessuno escluso.

L’Italia degli opportunisti, l’Italia dalla perenne memoria corta. Sempre pronta a perdonare, a mettere da parte rancori e a chiudere un occhio. Molto spesso entrambi.
Lo fanno gli altri? Lo voglio fare anche io.
I cinesi e i russi si dopano? Va bene, lo faccio anche io.
Loro non vengono puniti, anch’io non voglio esserlo.

L’Italia è un bambino viziato, che si rifiuta di crescere e assumere le proprie responsabilità. Di apprendere dal passato. E non è un caso che in politica ci siano sempre i soliti volti, che sulle sedie delle grandi aziende poggino il culo sempre gli stessi corrotti. Dimentichiamo e perdoniamo.

Schwarzer forse questa volta era pulito ma non lo era quattro anni fa. E questo basta. Avanza.

Se fosse stato ammesso ai giochi e fosse salito sul podio, mi sarei vergognato per lui e per l’Italia. Nella mia testa sarebbero sempre rimasti dubbi sulla sua presunta onestà, mi sarei chiesto se quella medaglia potesse avere effettivamente un valore morale e sportivo.
Ciò sarebbe stata sconfitta per tutti gli atleti professionisti e non, che ogni giorno vanno avanti con le loro forze e sacrifici indescrivibili. Per tutti i bambini e giovani che trovano nello Sport rifugio e supporto.

Lasciamo che i cinesi e i russi si dopino. Lasciamoli corrompere chi
vogliono e come vogliono.

Noi, invece, iniziamo a guardarci allo specchio. A fare ammenda, a tirare fuori gli scheletri dai nostri armadi. Iniziamo a costruire qualcosa di più rispetto a polemiche e teorie. Mettiamo da parte il giornalismo da carta igienica e la morale da bar. Iniziamo a crescere, a guardare a noi stessi. A diventare adulti. Iniziamo ad assumerci responsabilità, come persone, cittadini, italiani.

Questa sarebbe già una vittoria incredibile, una medaglia dal valore inestimabile.

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Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Luglio è stato un mese fantastico.

Era dai tempi dell’invasione della Polonia che non si rivivevano emozioni e sensazioni così belle. Tra attentati, squilibrati spacciati per terroristi, colpi di stato più imbarazzanti di un ballottaggio comunale a Benevento e ospedali bombardati; è terminato un mese fantastico.

Questo Luglio entra di diritto nella Top 10 dei dieci mesi più Borderline degli ultimi 70 anni.

Sangue, distruzione, equilibri politici compromessi. Dai che questa volta magari è quella buona, pensi. O ci estinguiamo oppure scatta la molla, per miracolo, che ci porta a riflettere sulla caterva di merda che ci circonda.

No.

Pokémon Go, l’ultimo capitolo die Harry Potter, Higuain alla Juve, le vacanze a Fromentera di Borriello.

Argomenti e temi in grado di contrastare il senso di morte più profondo, la definitiva testimonianza dell’involuzione del mondo occidentale.

Il caos regna e contemporaneamente mandrie di ritardati si aggirano per le città alla ricerca di Pokemon.

Che poi porcoddio, ci volevano i Pokemon per farti usici’ de casa, obeso demmerda.

E mi chiedo se i Pokemon non possano essere un’allegoria, un simbolo o addirittura un archetipo del nostro subconscio. Magari rappresentano il nostro lato infantile, rimosso e sepolto precocemente dai ritmi frenetici della nostra società postmoderna. Magari i Pokemon sono semplicemente il desiderio di proiettare le nostre emozioni in un’altra dimensione, perché non comprese o frustrate nella realtà di tutti i giorni.

Ma poi vedo ‘sti stronzi di quasi trenta anni, disoccupati e persi nella loro autocommiserazione, che alle tre di pomeriggio cercano Pikachu per le strade. E mi ricredo. Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Ma di per sé non sono i Pokemon il problema. Oggettivamente preferisco loro ai saldi o alle marce per la Pace, o ai minuti di silenzio in onore di vittime che rimangono tali per qualche settimana, per poi essere stigmatizzate in monumenti di pietre o peggio in giorni della memoria. Ognuno conta i morti sepolti nei propri cimiteri, il cordoglio è diventato il buon giorno del nuovo millennio.

Voltaire ha scritto che ai vivi si deve il rispetto, ai morti solo la verità.

Se il mio corpo è fatto a pezzi da una bomba, pretendo che chi verrà a piangere o pisciare sulla mia tomba, sappia perché ciò è accaduto.

Accetto di essere una vittima, di prendermi un colpo in testa in un centro commerciale mentre provo le New Balance ma spiegate a mia moglie, a i miei figli, alla moldava che mi scopo il giovedì sera: perché è avvenuto tutto ciò.

“E’ stato un atto terroristico”, “Quella bomba è caduta su un ospedale per un errore”, non sono spiegazioni ma giustificazioni che miseramente cercano di nascondere una valanga di responsabilità.

Quelle responsabilità che ogni politico e cittadino dovrebbero assumersi.

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