“Tiziana non è un simbolo del femminismo.”

Ai tempi del liceo, nella nostra classe, c’era una compagna (che chiameró A.) bruttina, antipatica e stupida. Praticamente inutile per l’ecosistema di un liceo. Ma A. faceva pompini con ingoio strepitosi e aveva due belle tette. La sua fama si era sparsa un po’ per il lieceo e in parecchi avevano cominciato a beneficiare delle sue doti. Anche i compagni di classe. Ricordo che alla cena di addio del liceo con i professori, A. fece una sega a R. –un nostro compagno di classe- nel boschetto sui cui si affacciava il ristorante.

Quella stessa estate A. si recava con regolarità a casa di F, salivano sulla moto, si dirigevano in pineta e tra pompini e natura incontaminata trascorrevano ore piacevoli. F. mi raccontò come A.,  ogni tanto avesse provato a baciarlo e che lui si fosse sempre rifiutato. “Oh, cazzo è brutta. Che poi pensa che stiamo insieme”.

Come dargli torto.

Altri amici mi raccontavano di pompini al primo appuntamento, senza un apparente motivo. Non si capiva se lei lo facesse per piacere o per ricevere attenzioni anche un po’ sentimentali. Probabilmente entrambi. E comunque finché alle persone coinvolte andava bene, non c’erano problemi.

Mi ricordo anche che nella primavera del terzo liceo, A., iniziò una storia sentimentale con un tipo di un altro paese. Lui si chiamava Marco. Nel delirio passionale e ormonale, lei inviò lui una foto delle sue belle tette. Ma la sfortuna volle che il messaggio fosse stato inviato al Marco sbagliato e cioè a un compagno della nostra classe. Inutile dire che quella foto fu mostrata e a mezzo liceo, proprio a voler essere pessimisti.

Con A. non ho mai avuto nulla a che fare, anche se devo dire che una sega davanti a quelle tette me la sono fatta. Fatto sta che lei oggi è una psicologa, ha un profilo in comune con il suo fidanzato che è brutto e ha pure un nome orribile. Insieme viaggiano, postano cagate su Facebook e sembrano felici.

Nel mio liceo c’era anche F. Lei era un anno più piccola di me. Frequentava la stessa classe della mia ragazza di allora. F: veniva da una buonissima famiglia. Mamma insegnante, padre ginecologo , fratellame e sorellame super intelligenti. F. amava i ragazzi, le piaceva da morire il cazzo e non si faceva problemi a dirlo e dimostrarlo. Si è trombata tutto il paese, forse la provincia o la regione. Fu beccata nel bagno dei maschi, da un bidello, a fare un pompino a un suo compagno di classe.

Tutti sapevano, tutti ne parlavano ma non era un problema né per F., né per le persone coinvolte. Era la realtà dei fatti. Certo, c’era chi la chiamava zoccola ma lei ignorava o rispondeva a tono. A seconda dei casi. Aveva molte amiche e molti amici e sono sicuro che in tanti la invidiassero. F. Indossava con disinvoltura vestiti cortissimi, conoscevamo a memoria il suo abbigliamento intimo come d’altronde le sue imprese “Brazzers”.

Lei, invece, me la sarei trombata  molto volentieri. Oggi lavora come estetista a Roma. Ha la passione per i tatuaggi, selfies, cani, musica di merda e fa le vacanze a Formentera. Non so se sia fidanzata, se si sia scopata tutta Roma o se sia data alla castità. Dalle foto sembra felice. E da sbattere contro un muro e scopare a sangue.

Perché vi ho raccontato queste storie?

Perché avete rotto il cazzo con Tiziana Cantore, la Leotta e ogni tipa che si fa sgamare i video porno sul cellulare.

Credo che ogni persona sia responsabile delle sue azioni, come credo che nel bene e nel male saremo sempre lapidati da giudizi e commenti. Per gli altri saremo sempre dalla parte del torto, ci sarà sempre una morale che dovrà giudicarci. Credo che A. e F. questo lo abbiano sempre saputo, magari inconsciamente. Ed è proprio per questo che sono riuscite a divertirsi e a godersi ciò c’era da godere. Erano giovanissime e ne avranno sentite di tutti i colori sul loro conto ma se ne sono fregate. Hanno accettato la responsabilità di essere giudicate, perché sapevano che a giudicare fossero persone che per loro non contavano nulla o semplicemente invidiose.

Credo che A. e F. siano probabilmente simboli del più sincero femminismo. Espresso con naturalezza e freschezza.

Tiziana, invece, non è un simbolo del femminismo. E’ semplicemente una vittima delle sue scelte. Scelte condotte fidandosi di persone piú che discutibili e assecondando i bisogni degli altri e non i propri.

Tiziana è ciò che ogni donna non dovrebbe mai essere. Schiava delle sue paure, di rimorsi e rancori. Ma questo i libri femministi, così come le presunte giornaliste femministe, non lo accennano.

Troppo facile descrivere le donne come impotenti e vittime. Troppo semplice rinchiuderle nello stereotipo dell’ingenuità e fragilità. Finché questa sorte di misericordia sociale non cesserà di avvolgere l’universo femminile, non si giungerà mai a una definizione di donna indipendente e autonoma.

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