“Vacchi è la proiezione del vuoto culturale ed emotivo della nostra epoca”

Mentre attendo che un meteorite si schianti sulla terra e ponga fine all’esistenza della razza umana , leggo la notizia che a Gianluca Vacchi verranno pignorate proprietà dal valore di dieci milioni di euro. Il tutto a causa di un mancamento pagamento di un prestito nei confronti di un istituto bancario.

Quando vengono alla luce faccende del genere, la cosa più interessante è sicuramente la reazione dell’opinione pubblica che non si esenta mai dall’insultare o deridere senza porsi le giuste domande.

Normalmente vige la regola: “quando i giganti cadono, fanno più rumore.”

Peccato che Vacchi non sia un gigante. Ok la bella vita, i soldi -nemmeno tanti se confrontati a un qualsiasi “pezzente” milionario russo- e le belle donne; ma Vacchi, onestamente, non è un modello di imprenditoria, né fonte di ispirazione o una figura di un movimento politico.

Quindi, cosa è Vacchi?

Vacchi è la proiezione del vuoto culturale ed emotivo della nostra epoca.

vacchi

Un cinquantenne narcisista, perseguitato dalla paura di non poter essere nessuno e quindi alla continua ricerca di un’approvazione rapida, incentrata sull’immagine. Dietro tatuaggi, pettorali e vestiti sgargianti non c’è nulla. Vacchi diverte perché è un personaggio da commedia trash quasi grottesco, che asseconda le fantasie infantili di un pubblico che ha perso ogni capacità immaginativa.

Suscita invida a fronte di un materialismo sfrontato e cafone. Ma i veri ricchi non ostentano, lasciano intenderlo e si proteggono dietro un’anonimità quasi sacra. Bill Gates non posta foto di drink sorseggiati a bordo piscina, Abramovic non balla in treno, così come Tronchetti non sputtana a mezzo mondo con chi va a prendersi un caffè e una torta alle nocciole.

Vacchi è fondamentalmente la caricatura deforme di un uomo di successo, un’icona banale di un’era dove basta poco per ottenere visibilità.

Il web che lo ha innalzato a “vate e idolo”, ora la condanna e insulta. Quasi avesse aspettato con ansia la caduta dell’eroe divino, dell’Achille abbronzato, tozzo e goffo.

La rete è spietata, crea e distrugge miti nell’arco di pochi secondi.

Gianluca Vacchi non ha perso un trono, perché non ne ha mai avuto uno.

Ha perso semplicemente il suo posto di giullare di corte, pronto a essere sostituito dal prossimo candidato.

Annunci

“Non é il calcio a essere malato”

Ricordo i pomeriggi trascorsi a giocare a calcio sull’asfalto, tra sterco di cane, buche e pezzi di tufo a segnare le due porte. Pioggia o quaranta gradi non faceva alcuna differenza. Ore e ore trascorse cercando di emulare le giocate dei nostri idoli. Le punizioni di Del Piero, i tocchi di Zidane, gli stacchi di Bierhoff, le mine dalla distanza di Recoba. Rientravamo a casa la sera, sporchi, esausti e con sbucciature ovunque. Non avevamo divise. Una maglietta in poliestere scadentissimo del nostro giocatore preferito acquistata dai marocchini, pantaloncini deformati sopravvissuti a mille lavaggi e cadute, scarpe da ginnastica destinate a durare pochissimo.

I litigi con i vicini a causa di piante amputate o specchietti di auto rotti a suon di pallonate, le discussioni sul “rigore o non rigore”, le risate. Le esultanze alla Rivaldo, “la mitragliatrice” di Batistuta o la posa alla Salas.

Volevamo difendere come Monetero e Nesta, parare come Pagliuca e Marchegiani, inventare come Veron e Djoerkaeff, fare le montagne di gol di Trezeguet e Hubner.

Il calcio era la nostra alienazione da una quotidianità noiosa in un paese che non aveva nulla da offrire se non disagio e degrado.

Non volevamo diventare calciatori, non ci interessava nulla dei loro soldi, delle loro vacanze. Per noi erano atleti straordinari, sportivi. Forse ignoravamo ingenuamente l’altra faccia della medaglia o forse era davvero un altro calcio. Sicuramente non pulito ma lontano anni luce dallo Show-Business di oggi.

Non c’era l’esigenza esasperata di rendere tutto enorme, patinato, di farne un culto narcisistico. Il concetto di bandiera si rifletteva in tanti giocatori, le montagne di miliardi circolavano già allora ma solo su grandi nomi. Gli sponsor si limitavano a essere presenti su magliette o cartelloni, non rappresentavano il calciatore. I procuratori erano figure secondarie, se non marginali.

Con gli investimenti dei sauditi, dei russi, dei cinesi il tutto ha cominciatoa prendere una piega diversa. Gli sponsor e i procuratori hanno iniziato a ricoprire un ruolo sempre più importante nella figura del calciatore, le banche si sono riscoperte “finanziatrici” per acquisti di lusso. Il calciatore è diventato progressivamente un prodotto preconfezionato, studiato per il marketing, per vendere e influenzare le masse. Il calcio diventava sempre più un fenomeno globale e capitalista.

neymar_attore_cinema

Christopher Lasch nel suo saggio del 1979 “The Culture of Narcissism: American Life in an Age of Diminishing Expectations” ha spiegato perfettamente questo processo. La sempre crescente presenza di tifosi e supporter é combaciato con l’esplosione della produzione di massa. L’industria comprese che lo sport poteva diventare un prodotto da vendere alle masse e l’atleta “il mezzo” perfetto per recapitarlo. Lo spettatore si è ritrovato cosí nel giro pochi anni a essere un elemento passivo che usufruisce e consuma ma non decide.

Il caso Neymar è la conseguenza di un processo che è iniziato i negli anni ’70, con l’avvento di una società consumista e media-dipendente.

Abbiamo subordinato progressivamente il piacere per lo sport al piacere per lo spettacolo, il concetto di squadra all’ego del campione, l’agonismo all’intrattenimento.