Probabilmente la vita è solo una puttana di cui ci siamo innamorati

Ogni tanto faccio un esercizio spirituale molto efficiente, prendo una sedia, una bottiglia di rum e mi piazzo suo balcone. Da lì osservo l’evoluzione della nostra civiltà, che ci ha portati a vivere un’epoca splendente come questa.

 

Un’epoca dove il cibo più sano ed ecologico è fornito dall’industria di massa e non dal contadino, dove i bambini non sono liberi di giocare per strada ma possono trascorrere ore davanti a qualsiasi tipo di schermo luminoso, dove la politica si fa con “grandi alleanze” e non con dibattiti e scontri in piazza, dove non è lecito violare la privacy ma è normale raccontare i propri cazzi su otto social network diversi.

Che fortuna aver il privilegio di vivere in questa epoca.

Osservo le nuvole che avanzano, pigre e lente, divorano gli ultimi frammenti di cielo.

Penso a “Pino quaranta volte”, eroinomane del mio paese in adolescenza. Fu lui a insegnarmi indirettamente questo esercizio.

Abitava con sua madre, vedova, e ogni tanto si piazzava fuori al balcone, in mano una bottiglia di vino. Sputava sui passanti e bestemmiava. L’eroina e le anfetamine lo avevano ridotto a un relitto.

Aveva diciotto anni quando si affacciò dal balcone e leggenda narra che si masturbò quaranta volte, gridando “Clero bastardo”, fino a svenire.

Con Pino non ci ho mai parlato, al massimo l’ho salutato qualche volta. Lui non mi ha mai risposto.

A 35 anni era già sottoterra, si racconta che al funerale non sia andata nemmeno sua madre.

La televisione del vicino con il volume in modalità “concerto Motorhead”, mi informa che la Catalogna vuole dichiarare l’indipendenza.

Mi chiedo che cazzo faccia la gente dalla mattina alla sera per trovare il tempo di scendere in piazza e manifestare per indipendenze a caso.

Non avete familiari malati voi? Figli che non vedete mai? Compagne con la sindrome d’abbandono? Unghie incarnite? Niente?

L’Occidente che da secoli depreda e divide, ora è alle prese con una sorta di autolesionismo.

La Catalogna vuole l’indipendenza, la Scozia, i fiamminghi, il Vento e la Lombardia anche.

A questo punto torniamo indietro di 500 anni, con gran ducati e signorie, guerre civili ogni due giorni, epidemie di peste e mortalità infantile al 30%.

Mi sembra un buon programma per mettere d’accordo tutti.

Le fondamenta della civiltà occidentale hanno ceduto e il senso di paura e insicurezza hanno preso il sopravvento e divorato le sue certezze. Proprie come queste nuvole che allontano gli ultimi raggi di sole.

Ogni dio è stato sepolto, la famiglia si è rivelata un rifugio ipocrita, la politica ci ha illusi con eterne bugie.

Possiamo consolarci strisciando carte di credito dopo gli acquisti da Zara, sentirci parte di un mondo evoluto e sicuro quando il nostro ultimo acquisto di Amazon giace sull’uscio della nostra porta e sperariamo in una vita lunga e priva di dolori assaporando la torta a base di quinoa e yogurt al basilico.

Tiro un altro sorso di rum, direttamente dalla bottiglia. Il liquido mi brucia in gola e cerco di soffocare le lacrime. Perché se lasci loro spazio non terminano più.

Magari l’Apocalisse è già giunta e nemmeno ce ne siamo accorti. Magari siamo nel mezzo dell’Apocalisse e ci troviamo perfettamente a nostro agio.

A chi diamo la colpa ora? Ai profughi? Alla Merkel? Alla Corea del Nord?

Un altro sorso di rum. Lacrime che ormai sgorgano in silenzio. È giunto il crepuscolo e le strade s’immergono per pochi minuti in una tranquillitá quasi surreale. Il momento in cui il papà torna a casa e saluta la famiglia che lo attendeva per cenare, lo studente fa una pausa studio e telefona a sua madre, gli adolescenti si scambiano gli ultimi baci al sapore di erba e coca-cola.

La morte si sconta vivendo scrisse Ungaretti,

L’inferno sono gli altri aggiunse Sartre.

 

 

 

Probabilmente la vita è solo una puttana di cui ci siamo innamorati.

Lebanon Hanover

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Bucarest: Il re, il messia, la leggenda

Se provate a chiedere di Bruce Lee a Bucarest, nessuno vi parlerà del campione di arti marziali che fu in grado di vincere tutto sul ring e di imporsi anche come icona del cinema mondiale.

Tutti vi racconteranno, invece, di un tizio che sbucava dai tombini con un gilet di pelle strappato , ricoperto di catene e cicatrici e con la testa cosparsa di Aurolac. Il suo vero nome era Florian, non era giapponese ma romeno, probabilmente rom. Mestiere: sniffatore di colla e spacciatore di droga. La sua storia non ha a nulla che fare con il Bruce Lee di Hollywood ma merita di essere raccontata.

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Bucarest è una delle tante città dell’ex unione sovietica che cerca disparatamente di scacciare i fantasmi del passato, gli anni tragici di Ceausescu e gli strascichi di un comunismo soffocante. Un trascorso così difficile non è semplice da metabolizzare, le cicatrici lasciate sono profonde, proprio come quelle sul corpo di Bruce Lee, alias Florian.

La storia del Bruce Lee romeno inizia proprio durante la dittatura di Ceausescu, in grado di concepire riforme come l’abolizione del preservativo (1966) per incrementare la crescita demografica. Il tutto condusse a un’ondata di nascite indesiderate e quindi di bambini abusati e poi abbandonati per le strade della Romania. Ceausescu non si curò di questo particolare, il comunismo cadde nel 1989 e il paese si trovò con un’orda di problemi cui far fronte. Il paragrafo “orfani” passò automaticamente in secondo piano.

Molti di questi bambini trovarono rifugio nei sotterranei di Bucarest –costruiti durante la dittatura per agevolare il riscaldamento delle abitazioni- dove fondarono una sorta di società parallela, tra questi c’era il nostro Bruce Lee/Florian. Una marea di adolescenti e bambini che iniziarono a consumare droghe per sfuggire ai morsi della fame e soprattutto dai ricordi traumatici.

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Il tempo passava inesorabile e Bruce Lee, iniziò a farsi spazio nella Bucarest violenta e tossica, in cui il mercato pedopornografico fioriva speculando sulla miseria. Bruce Lee riuscì con le cattive a prendersi una grossa fetta del traffico di stupefacenti, togliendolo a bande criminali e stabilendo una sorta di morale, secondo la quale la violenza sui minorenni non era più tollerata.

In poco tempo compose in maniera minuziosa una società sotterranea, che divenne il cuore del traffico di stupefacenti e lui il re.

A un certo punto, Bruce, decise di smettere con l’abuso di droghe e di concentrarsi sull’accudimento dei tossicodipendenti senza tetto. Il re si tramutò in messia. E se Cristo tramutò l’acqua in vino, lui iniziò s costruire una casa abusiva nel mezzo di un giardino pubblico di Bucarest. In maniera tale che i tossicodipendenti potessero consumare droghe lontano dalle strade e trovare riparo durante la notte. Contemporaneamente cercò di aiutare i bambini abbandonati, iscrivendoli nelle scuole e cercando lavoro per chi volesse re-integrarsi nella società. Ma ogni re è destinato a cadere, ogni messia a divenire martire.

All’età di 42 anni Bruce, ormai malato e devastato dalle droghe, fu arrestato per traffico di stupefacenti (cessò solo di assumerne, non di venderle) e trascorse gli ultimi suoi giorni in un ospedale.

La sua caduta fu preceduta da un altro duro colpo, la morte di una ragazza, Catalina, innamorata persa di lui. Catalina morì per overdose all’età di vent’anni. Per Bruce fu un colpo durissimo da cui non riuscì mai a riprendersi completamente.

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Si vocifera che persone a lui vicino abbiano spinto per la sua cattura, corrotte dalle offerte di bande criminali. Sta di fatto che dopo la morte di Bruce, il popolo delle fogne (così è apostrofato dalla gente di Bucarest) perse il suo condottiero, entrando in un vortice di violenza e anarchia.

Nei pochi filmati e interviste rilasciate, Bruce, appare come una sorta di antieroe, vittima delle sue paure e del suo passato tormentato. Le sue parole lasciano trasparire tante contraddizioni, espresse attraverso una morale cinica ma realista. Bruce non combatteva nemici, né voleva costruire un mondo migliore, probabilmente era solo alla ricerca di una redenzione personale. In fuga da un senso di colpa enorme, di cui –inconsciamente e ingiustamente- si era fatto carico.

Per i tossicodipendenti di Bucarest è stato una figura paterna, un punto di riferimento in un mondo di solitudine e dolore.

Ascoltando le interviste e soffermandosi sulle sue parole si comprende quanto Bruce avesse bisogno di essere amato e come quest’amore potesse trovarlo solo nella gratitudine del popolo delle fogne. Le catene che trascinava dietro di sé simboleggiavano il peso dei suoi sensi di colpa, degli errori commessi nella sua vita. Ma Bruce forse non comprese mai che non aveva nulla da farsi perdonare. Che la vita è un terno al lotto, in cui felicità e sofferenza sono dispensate a occhi chiusi e rimbalzano su confini purtroppo non disegnati da noi. Linee invisibili, invalicabili, che dividono i privilegiati dai dimenticati.

Bruce non si è mai identificato come vittima, forse per orgoglio, forse perché agli occhi di tanti sono sempre stato “l’indesiderato” e “il colpevole”.

Oggi Bucarest va avanti, anche senza il suo Bruce Lee. Trascinata dalle speranze delle nuove generazioni e dalla loro voglia di riscatto. Il popolo delle fogne continuerà a esistere, a contare le ore, i minuti che lo dividono dalla prossima dose di eroina. Aspettando che Bruce ritorni, raccontando la sua storia e sperando che in un modo o nell’altro ritorni per dare loro un’illusione di speranza.

Il re, il messia, la leggenda.