“Credo che il problema non siano i molestatori ma come la violenza è percepita e accettata dalla società”

Qualche tempo fa un’amica mi ha confidato una cosa molto interessante, che le accade circa quindici anni addietro, a un concorso di bellezza per  ragazze adolescenti in Sicilia.

All’epoca lei aveva tredici anni e il sogno di diventare un giorno modella e far parte del mondo dello spettacolo. I suoi genitori l’hanno sempre supportata in questa scelta e la scarrozzavano un week end sí e uno no presso sfilate, castings, photo-shootings e quanto altro una tredicenne con manie da protagonismo potesse desiderare.

A arrivó anche il turno del concorso in Sicilia.

Tra la giuria c’erano solo persone adulte, alcune un po’ più attempate di altre e prevalentemente uomini: giornalisti locali, imprenditori semisconosciuti e personaggi dello spettacolo appartenenti alle reti regionali siciliane.

Insomma una bella tavolata di coglioni.

La mia amica, che chiameremo F. , fece quello che ognuna delle partecipanti quella sera doveva fare, ossia una serie di compiti del tipo: sorridere, sfilare e rispondere a domande interessantissime come “cosa vorresti fare da grande?”.  Nulla d’impegnativo ma immaginate l’adrenalina di una piccola adolescente cresciuta a televisione e aspettative:

“Un giorno sarai anche tu una velina!”.

Terminato il concorso e consegnati i vari premi, fasce e targhette –la mia amica vinse quello del “miglior sguardo” e mi chiedo se ci fosse anche un premio per il mignolo più bello- le ragazze si ritirarono nelle rispettive stanze, accompagnate dai genitori con i quali condividevano le stesse.

Mentre F. si preparava per andare a letto, suonò il campanello. Sua madre aprì la porta e si trovò un fattorino dell’albergo con in mano un mazzo di fiori, ai quali era attaccata una lettera indirizzata a F.

La mamma entusiasta, pensando fosse una sorta di premio speciale indirizzato a sua figlia, le consegnò il mazzo di fiori. F. aprì la busta e ciò che lesse la lasciò un po’ perplessa.

Uno dei giudici l’aveva invitata a raggiungerlo nella sua stanza, in qualche albergo poco distante, per conoscersi meglio e parlare di alcune cose. Alle 23:00 di sera.

Un Taxi sarebbe passato a prenderla. Tutto organizzato nei minimi dettagli.

Ovviamente i genitori di F. -che ritardati lo sono per permettere loro figlia di partecipare a certi concorsi ma non al punto di mandarla sola da un presunto pedofilo- le spiegarono che sarebbe stato meglio ignorare l’invito.

Il giorno dopo, a colazione, F. parlando con le altre partecipanti venne a sapere che una buona parte di loro aveva ricevuto regali simili e con inviti quasi identici da altri giudici o presunti organizzatori della serata. F. non ricorda se alcune si siano recate a questi appuntamenti privati ma è consapevole che quanto accadde allora non fu nulla di normale.

Oggi F. è una ragazza come tante: bona, posta foto su Instagram e non fa un cazzo se non farsi pagare le vacanze dal suo fidanzato. Le sue ambizioni sono diminuite drasticamente e sta prendendo coscienza del fatto che avere due belle tette non significa avere anche talento.

Questa storia ci insegna che il problema non è Brizzi e nemmeno Weinstein ma è l’intero sistema. Se un giornalista di un quotidiano locale di merda, si permette di fare avances –consapevole tra l’altro della presenza dei genitori- a tredicenni che non sono in grado di distinguere la mano destra dalla sinistra, allora non è difficile immaginare cosa accada nel macrocosmo della televisione e del cinema.

Fausto_brizzi

Brizzi è un povero coglione –voglio dire, parliamo di uno che nella sua vita ha steso la sceneggiatura per i film di Boldi- che ha menato una pacca sul culo proprio nel momento sbagliato, in cui l’ondata femminista per una sorta di forze casuali, è rinata per proteggere un presunto orgoglio sepolto sotto chili di merda. Merda –e fa male scriverlo- per lo più autoprodotta e consapevolmente cosparsa sul proprio corpo.

Bisogna porsi delle domande e bisogna porsi quelle giuste, anche se scomode.

Sembra di far parte di un sistema dove certi comportamenti sembrano normali o comunque parte di un processo dato per scontato. Un sistema dove non sia ha paura di essere scoperti o puniti, perché rappresenta un mondo che ha proprie regole e quindi se ci entri se consapevole dei rischio.

Se da una parte comprendo che una tredicenne possa incappare nell’ingenuità di accettare un certo tipo d’inviti, dall’altra non mi capacito come ventenni o trentenni si lascino condizionare e trascinare da certi eventi. Che la bravura e il talento molte volte non siano convincenti come un pompino o una scopata non è una storia nuova.

C’è poi da chiedersi come sia possibile definire i confini in una situazione dove i compromessi la fanno da padrone. Accettare di mettersi a pecora per un cinepanettone, richiede una grande dose di coraggio. Probabilmente più grande del dire no e preservare la propria dignità.

La tiritera del “avevo paura, non sapevo come reagire” o “volevo ma non sapevo” la getto tranquillamente nel cesso, perché se in quasi cinquant’anni di femminismo non hanno imparato ancora tirare un calcio nei coglioni a chi le molesta, allora il problema è molto più grande di quanto immaginiamo. Oppure il femminismo non ha insegnato nulla, se non cercare di raggiungere una presunta indipendenza ma valida solo sui cataloghi di moda e gli after party dove si ricevono drink omaggio.

O magari è anche un problema di educazione. Se a casa mamma e papà avessero insegnato che anche il no è una risposta valida e adattiva e che non a tutti costi devo fare cinema- perché lavorare all’Eurospin o meglio ancora prendere un titolo di studio poi tanto male non è-, magari, quel neurone in più si sarebbe sviluppato e avrebbe evitato il trovarsi in certe situazioni.

Viviamo nel paese dove un ex presidente del consiglio si è scopato minorenni col consenso dei loro genitori, dove le prestazioni sessuali si traducono in posti in parlamento o poltrone di grandi aziende, dove ogni elemento percepito dai media è sessualizzato o ambivalente.

Credo che il problema non siano i molestatori ma come la violenza è percepita e accettata dalla società.

In parole povere, il problema siamo noi.

 

 

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