Im Keller

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Ulrich Seidl è un regista particolare, per il quale vale la famosa regola o ti piace o lo odi senza pietà.

I suoi lavori più famosi e premiati sono Canicola (2001) e la trilogia di Paradise: Love (2012), Faith(2012), Hope (2013).

Per chi già conosce il regista, sa benissimo a cosa mirano i suoi film e secondo quale registro si sviluppano. In linea generale sono un misto tra documentario e satira sociale molto grottesca, il tutto scandito da ritmi lenti e piani sequenza che sembrano richiamare alla scuola cinematografica scandinava.

Uno dei suoi ultimi lavori è “Im Keller” (2015)- tradotto letteralmente “Nello scantinato”-, non ha trovato in Italia ancora una distribuzione.

Nel resto d’Europa il film è stato accolto con pareri contrastanti, c’è chi ha applaudito e chi criticato aspramente.

Im Keller è una sorta di documentario sugli scantinati austriaci e su ciò che celano al loro interno. Avete letto bene, scantinati. Proprio quei posti dove accumuliamo roba inutile che pensiamo possa servirci un giorno, per altre persone sono il luogo dove trovano sfogo i loro hobbies più strani, a volte perversi, a volte al limite della legalità.

Il lungometraggio segue una decina di persone e prende in esame i loro scantinati e le attività che sono svolte. C’è il mite vecchietto che ha allestito la sua cantina come un museo nazista, chi ci ha creato una stanza per incontri BDSM, ragazzini che vi hanno trovato il posto perfetto per sfondarsi di canne, una signora che vi nasconde bambole molto particolari o casalinghe che fanno semplicemente il bucato.

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Il film racconta queste storie al limite dell’incredibile e mostra i racconti dei suoi protagonisti, senza risparmiare dettagli. L’atmosfera è surreale e a tratti tragicomica. Ci si domanda più volte che direzione voglia prendere il film.

Ne emerge un lavoro particolare, difficile da valutare ma che mostra una delle tante sfumature dell’uomo, probabilmente le più nascoste. Quelle che il “comune” buon senso o la società desiderano rimangano nascoste.

Non è sicuramente un film per tutti, a volte può essere nelle sue espressioni eccessivo o nauseante, con la conseguenza di non riuscire a comprendere bene il messaggio che il regista vuole trasmettere. Questa però è la caratteristica, in generale, dei film di Seidl. Didascalici, spiazzanti, criptici.

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Quando Freud iniziò i suoi studi sull’inconscio e le parafilie sessuali, rimase colpito dal costatare come moltissime persone (anche le più rispettabili), avessero un inconscio o una vita privata molto particolari. Avvocati che amavano farsi frustare, ragazze dell’alta società che sognavano di essere coinvolte in orge enormi o padri di famiglia che avevano relazioni omosessuali.

Im Keller può essere definito a livello più generale come una sorta di metafora sulla psiche umana. Lo scantinato è come nella vita reale, per molti, come un inconscio. Il posto che contiene i nostri desideri più nascosti e ci offre la possibilità di dare sfogo alle nostre pulsioni più primitive.

Seidl però si astiene da ogni forma di giudizio o interpretazione. Ogni pulsione per quanto estrema è comunque segno di vita e di un legame ad essa. Il piacere, la violenza , la nostalgia per quanto possano trovare espressione in forme estreme, sono comunque una dichiarazione di legame alla vita che nessuno dovrebbe giudicare.

Dall’altra parte, c’è una nuova generazione del tutto alienata (i ragazzi in botta nello scantinato) o persone sopraffatte dalla routine quotidiana (le casalinghe che fanno il bucato) – il cui inconscio sembra del tutto vuoto, privo di pulsioni e desideri.

Uno scantinato vuoto e austero.

 

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