The killing of a sacred deer

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Yorgos Lanthimos non ne sbaglia una.

Il regista greco con la sua ultima fatica „The killing of a sacred deer”, si conferma uno dei più talentuosi registi in circolazione.

In realtà la bellezza dei suoi film deve molto alla cooperazione con lo sceneggiatore Efthymis Filippou, la quale è iniziata con Dogtooth (2009), proseguita con Alps (2011) e confermatasi con The Lobster (2015). Quest’amicizia “artistica” ha portato i due, in brevissimo tempo, a imporsi a icone di un cinema drammatico e velatamente surreale.

Il dottor Steven Murphy (Colin Farrell) è un cardiologo e chirurgo molto stimato. La sua vita sembra apparentemente perfetta: ha una splendida moglie Anna (Nicole Kidman), la figlia Kim e il figlio Bob non danno problemi e si sforzano di colmare le aspettative dei genitori, una splendida casa con tanto di giardino e barbecue da due metri. Tutto apparentemente perfetto.

Nella vita del dottor Murphy c’è anche Martin (Barry Keoghan), figlio di un paziente deceduto durante un’operazione qualche anno prima.

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I due s’incontrano spesso, sembrano avere una relazione molto speciale e Steven ricopre Martin di molte premure, tanto da invitarlo a cena e presentarlo alla sua famiglia.

Martin è un ragazzo educato e molto intelligente, la cui morte del padre lo ha segnato profondamente. Riesce ad attirare da subito le attenzioni di Kim, la primogenita e tra i due s’instaura un forte legame.

Contemporaneamente Martin cerca di persuadere Steven ad avere una relazione con sua madre, rimasta vedova e senza lavoro, infatuata del cardiochirurgo. Steven da marito fedele rifiuta le avances della madre di Martin e dal quel punto la sua vita inizia a sgretolarsi.

La famiglia di Steven rimane vittima di una sorta di „profezia“, che come lo stesso Martin spiegherà: è una sorta di ristabilimento dell’equilibrio. Un membro della famiglia di Steven deve morire per compensare la morte del padre di Marvin. Steven sarebbe, infatti, colpevole-secondo Marvin- di aver ucciso suo padre commettendo durante l’intervento un errore facilmente evitabile se non fosse state ubriaco.

I figli di Steven si ammalano all’improvviso di una malattia non diagnosticabile, che li porta a una paralisi delle gambe e al rifiuto di qualsiasi tipo di nutrimento.

Martin spiega a Steven che dovrà compiere una scelta, uccidere uno dei suoi amati famigliari o moriranno a tra le sofferenze della malattia.

La scelta del capofamiglia sarà solo l’ultima delle tante sofferenze che dovrà affrontare e come lui i membri della sua famiglia. Condannati dal passato tutt’altro che immacolato di Steven.

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The killing of a sacred deer si ispira in maniera blanda sulla leggenda del „Sacrificio di Ifigenia“. Ifigenia, figlia di Agamennone, fu sacrificata dal padre per placare l’ira degli dei, irritati dal comportamento arrogante e blasfemo si suo padre.

E’ bene precisare che il riferimento alla leggenda è più legato alla struttura generale del film che al destino dei personaggi. La mano di Filippou si nota e tanto. Il dramma si incentra come nei precedenti film sulle relazioni famigliari e le loro dinamiche nella società contemporanea. Una società ciecamente materialista e incapace di confrontarsi con il dolore.

Steven intrpretato da un bravissimo Collin Farrell (al suo secondo lavoro consecutivo con Lanthimos dopo „The Lobster“) è l’incarnazione perfetta della banalità umana. Una persona come tante, perseguitata da un’infanzia difficile e che finisce inconsapevolmente nel distruggere il suo presente. Dietro la maschera del dottore di successo, del marito perfetto e del papà presente, si nascondono in realtà dolore, ipocrisia e tanta solitudine.

Le mura di una casa bellissima e il prestigio del suo nome, non bastano per cancellare i suoi errori e la sua incapacità di ammetterli. Perché se da una parte Steve cerca di porre rimedio a un errore, coprendo Marvin di attenzioni, dall’altra parte rifiuta di ammettere a se stesso e agli altri di essere la causa di tutto.

Martin rappresenta il „dio“ senza pietà che punisce Steven per la sua arroganza e codardia. Nei suoi occhi di ghiaccio non c’è odio o disprezzo ma la semplice consapevolezza che il destino è stato ormai scritto e nessuno può opporsi. A nulla servono le suppliche di Anne -che come una Maddalena gli bacia i piedi- o le dichiarazioni di amore di Kim. Solo un sacrificio può placare Marvin e dovrà essere compiuto per mano di Steven.

La famiglia perfetta è ancora una volta demolita e fatta a pezzi, nell’anima e nel corpo.

Steve si lascia a un pianto profondo, Martin si automutila prendendosi a morsi il braccio, Bob lacrima sangue.

Lacrime e sangue, quanto più autentico esista; due elementi fondamentali e dosati con sapienza nel cinema di Lanthimos. Entrambi si elevano a simboli di una redenzione tremenda quanto necessaria, l’unica espiazione possibile per un’umanità alienata.

L’importanza del corpo assume in questo film come negli altri di Lanthimos un’importanza fondamentale. Sin dalla prima inquadratura -che si sofferma su un cuore pulsante durante un’operazione- fino alla fine della film. Il corpo è percepito come una sorta di corazza, un involucro che serve a contenere e nascondere le nostre emozioni. Il contatto fisico è pressoché inesistente e quando avviene appare quasi meccanico; ogni discorso inerente al corpo e alla sessualità è completamente svuotato della sua emotività.

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Lanthimos e Filippou con The killing of a sacred deer portano il cinema a un livello in cui allegoria e psicologia si intrecciano a danno vita a una sequenza di immagini e parole devastanti.

E’ un tipo di rappresentazione cinematografica che si avvicina da una parte a quello di Todd Solondz -ma privata del suo piacevole e surreale black humor- e dall’altra sembra strizzare l’occhio a Roy Andersson e in generale al cinema surreale scandinavo, soprattutto per quanto riguarda il fatalismo narrativo e le inquadrature didascaliche. Un cinema molto introspettivo ma che non disdegna i colpi di scena e la suspense.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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On Body and Soul

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Diciamo la verità, il binomio Ungheria-Cinema a cosa vi fa pensare?

Al porno? Giusto?

Beh, questa terra é stata per molto tempo il focolare di un certo tipo di cinema, basti pensare che il buon Rocco da tempo vive e lavora a Budapest.

In realtà l’Ungheria dal punto di vista cinematografico offre molto di più di quanto si possa pensare. Il regista Gyorgi Palfi lo ha mostrato con i film „Hukkle“ (2002) e „Taxidermia“ (2003), che qualche ttempo fa attirarano l’attenzione di un pubblico più vasto del solito nerdume.

Nel 2017 é arrivato nelle sale „On Body and Soul“ della regista Ildikó Eynedi. L’opera ha riscosso un grandissimo successo tra la critica, tanto da aggiudicarsi l’Orso d’Oro alla Berlinale e facendo razzia agli European Film Awards.

Nelle sale é stato proiettato in cinema di nicchia (In Italia distribuito con il titolo “Corpo e Anima”. Finalmente sono riusciti a non stuprare un titolo straniero) e il suo successo presso il grande pubblico é stato limitato fortemente da questa variabile. Per fortuna verrá distribuito a breve sul circuito Netflix..

Peccato.

Il film é di una bellezza indescrivibile.

Endre (Géza Morcsányi) é il responsabile di un mattatoio, il suo braccio destro é atrofizzato e conduce una vita solitaria, soffocata dalla malinconia e da sintomi depressivi. La monotonia della sua vita é interrotta all’improvviso dall’arrivo di un’ispettrice addetta al controllo qualità, Mária (Alexandra Borbély).

Endre rimane subito affascinato modi della bella ragazza, riservata, introversa e socialmente incompetente, oltre che dalla sue enigmatica bellezza.

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Mária é derisa dai colleghi a causa del suo comportamento bizzarro ma il tutto sembra non interessarle. Come d’altronde sembra non mostrare interesse nelle conversazioni o nello stringere amicizie. E`bravissima nei calcoli e nel memorizzare qualsisia cosa venga detta o accada ma dall’altra parte ha grosse difficoltà a comunicare i propri sentimenti ed emozioni. Endre la scruta e la osserva, incantato dalla sua purezza e semplicità.

Tra i due nasce lentamente un legame, che sboccia in un mondo distante e allo stesso tempo molto vicino a noi. Quello onirico. Endre e Mária si incontrano ogni notte, nei sogni sotto altre sembianze. Circondati da un’atmosfera magica e affascinante, entrambi condividono per alcune ore al giorno la sensazione di appartnere a un universo che sembra cerchi di comunicare loro qualcosa.

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Attraverso una serie di coincidenze scopriranno di essere presenti nei reciproci sogni e sará questo elemento a determinare la nascita di un amore fuori dall’ordinario.

On Body and Soul é un film maiuscolo.

La bravura della regista Eyndedi -tra l’altro anche sceneggiatrice- risiede nel raccontare con armonia e delicatezza una storia complessa.

Mária é evidentemente affetta dalla sindrome autistica di Asperger, ed é dotata di un’intelligenza sopra la media. Un fattore che in alcuni casi caratterizza la stessa sindrome. Da Asperger, ha enormi difficoltà nell’interazione sociale in quanto non comprende i meccanismi della comunicazione e della comprensione empatica. Anni di terapia l’hanno portata a una capacità di adattamento limitato all’ambito lavorativo ma l’amore e i sentimenti sono un’altra cosa.

E così con Endre inizia il suo viaggio, dalle tinte anche drammatiche, che la porta a scoprire i segreti dell’amore.

Endre dall’altra parte, attraverso Mária, esce dalla sua depressione e riscopre la gioia del dare un senso ai suoi giorni.

Sullo sfondo c’è un mondo onirico, proiettato in una natura incontaminata e dalla bellezza devastante, che i con il suo linguaggio apparentemente illogico ci racconta una storia d’amore bellissima.

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I dialoghi nel film sono ridotti all’essenziale, la regista lascia spazio ai volti degli attori, ai loro sguardi, ai loro gesti e tenere incomprensioni. L’affascinante Borbély mostra al suo secondo film un enorme talento, che le ha assicurato il premio come migliore attrice agli European e la candida con molte certezze a una carriera promettente.

La capacità di interpretare un ruolo così complesso, dosando l’espressività ma allo stesso tempo coinvolgendo lo spettatore emotivamente per tutto il film, é una dote unica quanto rara.

La descrizione della sindrome di Asperger é estremamente realista, capace di mostrare allo spettatore gli elementi piú „tragici “ ma anche le risorse che si celano dietro una disturbo che ancora oggi affascina e impegna ricercatori e psicologi.

On Body and Soul é un inno all’umanità, all’amore e alla vita.

In assoluto uno dei migliori film del 2017.

“Ecco, cazzo, leggete. Leggete tanto.”

Questa campagna elettorale ce la ricorderemo per tantissimo tempo.

Non era facile fare peggio dei francesi con i loro documentari stile “Real-Tv” su Macron e non era nemmeno facile superare i tedeschi con i loro confronti televisivi politici più anonimi di un rutto all’Oktoberfest.

Quando si tratta di elezioni politiche, noi italiani, diamo il 110% per principio. Lì abbiamo finalmente l’opportunità di mostrare cosa voglia dire degrado, mancanze di idee e subordinamento a una classe politica obsoleta.

Il ritorno del Berlusca ha richiamato in piazza anziani ormai sul punto di morte, pronti a intonare “Meno male che Silvio c’è” a squarciagola, in una sorta di Woodstock della prostata infiammata. Naturalmente Silvio non si è ripreso solo le piazze ma anche il suo spazio in televisione.

L’immancabile programma elettorale firmato da Bruno Vespa, un’immensa presa per il culo che tanto piace a quel 20% dell’elettorato che probabilmente lo andrà a votare. Affianco a lui due cavalli di razza come la Meloni e Salvini. La prima una nostalgica di una destra più retrograda dello stesso fascismo; il secondo un antieuropeo che per anni si è baccato assegni da Bruxelles pur con gettoni di presenza minimi.

Poi c’è il PD fa quello che ha sempre fatto, cioè nulla. Non si comprende ancora se Renzi sia il candidato o meno del partito. Non si comprende come uno schieramento “di centro-sinistra” possa essere allo stesso tempo una sorta di succursale di Forza Italia.

Il Movimento 5 Stelle, le sue bellissime contraddizioni e meravigliosi candidati dal curriculum inguardabile o inguadabilmente pompato. Erasmus spacciati per progetti di ricerca, tirocini tradotti in collaborazioni internazionali. A oggi si è dimesso mezzo movimento, a quanto pare l’unico coglione che ha restituito gli indennizzi è stato di Maio e magari pure per sbaglio.

 

L’unica candidata credibile sarebbe la Bonino, che poveraccia dopo un tumore e anni passati affianco a Pannella ha difficoltà ad articolare due parole dietro l’altra. E poi cazzo, come fai a chiamare un partito “+Europa”. Nemmeno alle elezioni dei rappresentanti d’istituto uscivano certi nomi.

Il resto è una sfilza di partiti neo/post fascisti o pro liberali pseudo comunisti, i cui programmi elettorali hanno lo stesso valore della verginità a casa di Rocco Siffredi.

Una menzione a parte però la merita Casa Pound. Un partito così anacronistico non esiste da nessun’altra parte. Per fortuna. Ma noi lo abbiamo e a quanto pare ne siamo anche orgogliosi.

Qualche settimana fa, il suo candidato, Simone di Stefano ha presentato al programma della RAI “Tribuna” il programma elettorale di Casa Pound.

Come ogni partito fascista che si rispetti, ha incentrato la sua campagna elettorale su tre fattori: emergenza profughi, aiuto alle famiglie e ovviamente l’immancabile uscita dall’Euro.

Il primo punto è stato sviluppato secondo una tesi colonialista, nostalgica dei: bei tempi in cui c’era “lui” ei treni partivano puntuali. Di Stefano proporrebbe di inviare le nostre forze armate in Libia, riconquistarla e stabilire una sorta di protettorato sotto il controllo dell’Italia. L’opera di ricostruzione della Libia sarebbe affidata ai profughi ospitati in Italia che con enormi barconi sarebbero trasportati giornalmente. Una bellissima idea che violerebbe trattato NATO e Convenzione di Ginevra in una sola botta. Senza tener conto dei costi sovrumani e del pericolo di prendere parte a una guerra che ricorderebbe un po’ le disfatte dell’Afghanistan e della Siria. Ma Di Stefano, a quanto pare, delle Geopolitica non frega un cazzo.

Il secondo punto tocca le famiglie. Casa Pound vorrebbe elargire 500 euro di incentivi per ogni bambino fino al raggiungimento del sedicesimo anno di etá. Soldi spendibili solo attraverso una carta di debito, che non permetterebbe il prelievo di contante e consentirebbe l’acquisto solo ed esclusivo di beni di prima necessità. Il ciò dovrebbe favorire le famiglie a fare più figli, evitare che gli italiani diventino tra una ventina di anni la “minoranza” etnica – giuro, lo ha detto- e rimettere in moto l’economia. E chissà, pure riunificare le due Coree.

Anche qui Casa Pound ci da lezioni Welfare ed economia globale. E lo fa ovviamente malissimo. I paesi europei che utilizzano la formula di sovvenzionamento alle famiglie –quasi tutte centro o nord europee-  non si sono spinte fino ad ora oltre l’erogazione di 168 euro (Lussemburgo) per bambino. Va da se che i 500 euro proposti da Casa Pound siano pura follia. Sarebbero una batosta per un paese che ha il secondo debito pubblico più alto d’Europa e sicuramente non risolverebbe i problemi. Le nascite, s’incentivano garantendo lavoro e investendo nella ricerca, non con 500 euro al mese spendibili in Pampers e biscotti Plasmon.

Il terzo punto riguarda la ripresa economica dell’Italia. Il delirio raggiunge qui apici altissimi. Casa Pound propone un’uscita immediata dall’Euro e la conseguente statalizzazione di banche e aziende. Una riforma nazionalsocialista in grande stile che non tiene conto di qualche piccolo dettaglio, come la fuga del capitale estero. Certo, lo stato diventa garante ma chi garantirebbe il pane a una nazione con un’inflazione altissima e una moneta senza valore? Se la Grecia fece marcia indietro, qualche tempo fa, un motivo ci sarà stato.

L’intervista è un susseguirsi d’ipotesi, affermazioni e idee comiche che lasciano perplessi i giornalisti presenti, che inutilmente invitano di Stefano a riflettere sulle sue boiate.

Nonostante questo gli ultimi sondaggi danno Casa Pound molto vicina alla soglia dello sbarramento, il 3%. Sarebbe normale e giusto dire che in democrazia uno vota chi cazzo gli pare. Ok, non c’è problema. Peró mi pongo la domanda se questa democrazia possa sopravvivere nel caso un certo tipo di pensiero ottenga sempre piú consenso.

Manca poco alle elezioni. Lasciate che vi tiri un pippone vecchio stile.

Scaricatevi i programmi elettorali di ogni partito (si trovano ovunque nel Web) e leggeteli attentamente fino a fracassarvi i coglioni. Votate con la consapevolezza di sapere e conoscere, di essere informati. Viviamo in un’era nelle quale le informazioni sono fruibili e accessibili; una risorsa che i nostri nonni, ad esempio, hanno conosciuto poco e male. Riservatevi il diritto di dubitare ed essere curiosi, non arrendetevi alla morale del “vabbe’ sono tutti uguali”. Non dimenticate di essere parte di una nazione, che nonostante tutte le sue contraddizioni, non è ancora morta e non lo sarà finché prenderete un cazzo di libro in mano e lo leggerete fino all’ultima riga.

Ecco, cazzo, leggete. Leggete tanto. Perché non voglio arriva’ tra cinque anni e trovarmi ancora sulla scheda elettorale mummie, fascisti e idioti.

“Meluzzi é l’esempio lampante del decadimento della cultura italiana”

E arrivarono le elezioni e con loro una valanga di merda pronta a travolgere chiunque e qualsiasi cosa.

Ciò accade in ogni nazione ma in Italia, il tutto, assume sempre una dimensione tragi-comica, dove non conta la verdicitá delle fonti, quanto piuttosto il clamore della notizia. E quindi i suoi risvolti a livello politico.

Voglio dire, l’autorevole agenzia internazionale “Reporters sans Frontieres”, nel suo ultima classifica sulla libertà di stampa mondiale, ha collocato l’Italia al 52 posto. Papua Nuova Guinea e Tongo ci precedono senza problemi : https://rsf.org/ranking#

Il Deocracy Index del “The Economist” ci colloca, invece, al 21 posto nella classifica delle nazioni “democraticamente governate”. Anche qui siamo proceduti da forze mondiali come Malta e le Mauritius. Ma attenzione Capo Verde e Botswana incalzano:

http://felipesahagun.es/wp-content/uploads/2017/01/Democracy-Index-2016.pdf

Piccole premesse che mostrano sommariamente la cornice di un paese messo maluccio e abbastanza ignorante.

Qualche settimana fa telegiornali e riviste hanno iniziato a bombardarci con le notizie del caso “Pamela Mastropietro”. Una ragazza con alle spalle problemi di tossicodipendenza, il cui cadavere é stato ritrovato -minuziosamente sezionato- in una valigia abbandonata nella campagna maceratese.

La autorità hanno impiegato pochissime ore per ricostruire la dinamica. Pamela era da qualche settimana in una comunità di recupero per tossicodipendenti a Roma. Lunedì 29 gennaio lascia di propria volontà la comunità e in autostop raggiunge Macerata. Le telecamere la immortalano entrare in una farmacia e conversare con un pusher nigeriano.

Martedì mattina il corpo di Pamela é già oggetto di indagine della scientifica.

Il resto della vicenda non é ancora del tutto chiaro. Gli inquirenti sembrano sicuri che ci siano più persone coinvolte nell’omicidio, tutte apparentemente nigeriane.

Ovviamente partiti populisti testate giornalistiche “destrofile” non si sono lasciate sfuggire questa tavola apparecchiata, per inscenare l’ennesimo banchetto a favore della “tutela degli italiani e dell’Italia”.

Tutto molto prevedibile, sarebbe stato quasi strano qualora non fosse accaduto.

La morte di una ragazza e la tragedia della sua famiglia sono diventate cibo per porci. Nessuno si é soffermato sul dolore e la storia di Pamela, nesso si é posto la domanda di come possa una diciottenne essere già stata più volte in una comunità di recupero.

Il tutto é stato ridotto a un “negri bastardi”.

Come se il resto della vicenda non contasse un cazzo, come se Pamela fosse divenuto il pretesto per prendercela contro tutti i profughi, perché loro sono sempre colpevoli di qualcosa.

Qualche giorno fa mio padre -uomo dalle idee di destra e assolutamente convinto che l’Italia sia in ginocchio per gli immigrati e NON per i decreti salva-banche/Alitalia/FIAT/mortacciloro- mi ha mandato un video del criminologo Alessandro Meluzzi. Il quale senza presentare prove o documenti, afferma che Pamela sia stata vittima di uno stupro di gruppo e poi di un rito cannibalesco (il tutto condito da tesi antropologiche da Stargate). Meluzzi non si ferma e va oltre, spiegando che l’Italia é in mano alla mafia “nigeriana”e ovviamente agli immigrati.

Dopo poche ore arriva la smentita da parte delle autorità competenti, le quali affermano come quasi tutte le parti del corpo di Pamela siano state ritrovate e che per il momento é difficile affermare le cause dell’aggressione.

Riguardo poi la mafia nigeriana, basti farsi un giro su internet per capire che non é nulla rispetto ai nostri fiori all’occhiello “Cosa Nostra” e “’Ndragheta”. Insomma abbiamo già i cazzi nostri, perché scomodare la mafia nigeriana?

Io Meluzzi me lo ricordavo per le sue apparizioni in trasmissioni dal dubbio valore culturale Trasmissioni in cui la gente discuteva su morti e assassini e subito dopo rideva sul servizio della nonna di 90 anni che faceva le spaccate e collezionava santini di Padre Pio. Già all’epoca mi chiesi cosa potesse spingere un eminente psichiatra a sputtanarsi in certe situazioni. Ma ero giovane e ingenuo, credevo che Meluzzi alla fine si fosse pure rotto il cazzo di stare ogni giorno nel suo studio a fissare il muro e avesse  bisogno di uno svago che non fosse cambiare la lettiera al gatto.

Poi per un po’ tempo di lui non si é sentito più nulla. Per fortuna.

Fino al giorno del galeotto video.

Così ho deciso di documentarmi e capire cosa effettivamente Meluzzi faccia nella vita oltre a essere lo psichiatra più amato nei reparti di geriatria:

-Si é autoproclamato vescovo di un movimento ortodosso non riconosciuto dalla stessa Chiesa ortodossa, che con lui non vuole niente a che fare: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/21/alessandro-meluzzi-vescovo-della-chiesa-ortodossa-ma-gli-esponenti-ufficiali-vicenda-che-ci-espone-al-ridicolo-la-sua-organizzazione-non-e-riconosciuta/2393563/

-Si é candidato alle politiche del 1994 sposando la causa di Forza Italia, nel ’98 si allea con l’UDR di Cossiga, nel 1999 passa ai Verdi e infine nel 2000 decide di andare a leccare il culo a Mastella nell’UDEUR: https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Meluzzi

-Nel mentre aderisce alla massoneria, poi ne esce, continua ad apparire in trasmissioni di merda nelle quali definisce gli omosessuali come “disabili della procreazione” e alla fine per non farsi mancare nulla fonda un movimento “Anti-Islam”: http://www.ilgiornale.it/news/politica/partito-anti-islamizzazione-raccontato-suo-cofondatore-1415589.html

Strano che con questo curriculum non ce lo siamo ritrovati ministro.

Meluzzi é l’esempio lampante del decadimento della cultura italiana,  rimasta ancorata a soddisfare le richieste del potere in cambio di un briciolo di notorietà e approvazione.

Quanto si possano ritenere attendibili le parole di un uomo che si é prostituito a diverse fazioni politiche, quanto si possono ritenere valide le parole di un razzista ormai completamente perso nel suo delirio narcisista.

Ma soprattutto quanto bisogna essere bastardi per sfruttare una tragedia e farne una sorta di auto-propaganda, senza curarsi delle conseguenze che certe parole possano avere sulle persone coinvolte.

Nessuno mette in dubbio i titoli accademici di Meluzzi ma il suo senso di umanità é quasi inesistente. Un personaggio del suo spessore, con la sua esperienza avrebbe potuto semplicemente girare un video, nel quale avrebbe potuto spiegare  perché i giovani si avvicinano alle droghe e delle conseguenze devastanti di queste ultime su di essi. Avrebbe, magari, potuto girare più di un video, fornire esempi clinici e statistiche che sicuramente lui conosce e la comunità scientifica fornisce ogni anno. Avrebbe potuto dare indicazioni per giovani in difficoltà, spiegando a chi e come rivolgersi.

Meluzzi avrebbe potuto fare tanto o altro ma ha deciso di non fare nulla, come tante persone della sua generazione, sedute ora su qualche poltrona a Roma.

Im Keller

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Ulrich Seidl è un regista particolare, per il quale vale la famosa regola o ti piace o lo odi senza pietà.

I suoi lavori più famosi e premiati sono Canicola (2001) e la trilogia di Paradise: Love (2012), Faith(2012), Hope (2013).

Per chi già conosce il regista, sa benissimo a cosa mirano i suoi film e secondo quale registro si sviluppano. In linea generale sono un misto tra documentario e satira sociale molto grottesca, il tutto scandito da ritmi lenti e piani sequenza che sembrano richiamare alla scuola cinematografica scandinava.

Uno dei suoi ultimi lavori è “Im Keller” (2015)- tradotto letteralmente “Nello scantinato”-, non ha trovato in Italia ancora una distribuzione.

Nel resto d’Europa il film è stato accolto con pareri contrastanti, c’è chi ha applaudito e chi criticato aspramente.

Im Keller è una sorta di documentario sugli scantinati austriaci e su ciò che celano al loro interno. Avete letto bene, scantinati. Proprio quei posti dove accumuliamo roba inutile che pensiamo possa servirci un giorno, per altre persone sono il luogo dove trovano sfogo i loro hobbies più strani, a volte perversi, a volte al limite della legalità.

Il lungometraggio segue una decina di persone e prende in esame i loro scantinati e le attività che sono svolte. C’è il mite vecchietto che ha allestito la sua cantina come un museo nazista, chi ci ha creato una stanza per incontri BDSM, ragazzini che vi hanno trovato il posto perfetto per sfondarsi di canne, una signora che vi nasconde bambole molto particolari o casalinghe che fanno semplicemente il bucato.

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Il film racconta queste storie al limite dell’incredibile e mostra i racconti dei suoi protagonisti, senza risparmiare dettagli. L’atmosfera è surreale e a tratti tragicomica. Ci si domanda più volte che direzione voglia prendere il film.

Ne emerge un lavoro particolare, difficile da valutare ma che mostra una delle tante sfumature dell’uomo, probabilmente le più nascoste. Quelle che il “comune” buon senso o la società desiderano rimangano nascoste.

Non è sicuramente un film per tutti, a volte può essere nelle sue espressioni eccessivo o nauseante, con la conseguenza di non riuscire a comprendere bene il messaggio che il regista vuole trasmettere. Questa però è la caratteristica, in generale, dei film di Seidl. Didascalici, spiazzanti, criptici.

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Quando Freud iniziò i suoi studi sull’inconscio e le parafilie sessuali, rimase colpito dal costatare come moltissime persone (anche le più rispettabili), avessero un inconscio o una vita privata molto particolari. Avvocati che amavano farsi frustare, ragazze dell’alta società che sognavano di essere coinvolte in orge enormi o padri di famiglia che avevano relazioni omosessuali.

Im Keller può essere definito a livello più generale come una sorta di metafora sulla psiche umana. Lo scantinato è come nella vita reale, per molti, come un inconscio. Il posto che contiene i nostri desideri più nascosti e ci offre la possibilità di dare sfogo alle nostre pulsioni più primitive.

Seidl però si astiene da ogni forma di giudizio o interpretazione. Ogni pulsione per quanto estrema è comunque segno di vita e di un legame ad essa. Il piacere, la violenza , la nostalgia per quanto possano trovare espressione in forme estreme, sono comunque una dichiarazione di legame alla vita che nessuno dovrebbe giudicare.

Dall’altra parte, c’è una nuova generazione del tutto alienata (i ragazzi in botta nello scantinato) o persone sopraffatte dalla routine quotidiana (le casalinghe che fanno il bucato) – il cui inconscio sembra del tutto vuoto, privo di pulsioni e desideri.

Uno scantinato vuoto e austero.

 

Top 10!

Il 2017 volge al termine.

Che dire, è stato davvero entusiasmante. Svegliarsi la mattina e pensare di essere sull’orlo di un conflitto nucleare è un privilegio riservato a pochissime generazioni. Speriamo che il 2018 possa essere all’altezza e ci riservi la tanto sperata e agognata estinzione umana.

Ma ora partiamo con la Top 10 dei personaggi dell’anno!

10- Angela Merkel: Molti si domandano come possa la cancelliera essere ancora alla guida dell’Europa e della Germania, nonostante il collasso lento e inesorabile dell’Europa. Quei “molti” ignorano che su altre poltrone in Europa ci piazzano il culo elementi come Macron e Gentiloni. Il che spiegherebbe parecchie cose. La Merkel resiste, supportata da banche e lobbies ma oggettivamente c’è di peggio. Ogni mondo è paese.

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9- Valdimir Putin: Lo hanno descritto come un dittatore, terrorista, nazista e sex symbol come se non bastasse. Per sua fortuna è stato eletto Trump in America, che è riuscito a fare di peggio in un arco di tempo anche minore. La “questione Ucraina” rimane una bomba a orologeria che non interessa più nessuno. La rivoluzione ha reso un paese povero ancora più povero, la corruzione è ai massimi storici e come di consueto non ci sono né vincitori né vinti. Sempre la stessa, triste, storia.

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8-Recep Erdogan:Aveva promesso un’islamizzazione dell’Europa, guerra all’occidente e altre minacce più o meno surreali e ridicole. Partito in quinta forte del suo ruolo in Europa nel contesto “contenimento profughi”, con il passare dei mesi ha ricevuto sempre meno attenzione anche grazie all’ascesa del talento Trump. La Turchia sotto la sua dittatura è tornata indietro di 500 anni, uno schiaffo per le nuove generazioni pro-europeiste e per l’Europa stessa.

Turkish President Erdogan addresses members of parliament of his ruling AKP during a meeting at the Parliament in Ankara

7- Neymar Jr: Ha spiegato al mondo che puoi avere talento ma se non ti escono i milioni dal culo rimarrai sempre un cretino qualunque. Il suo traferimento e ingaggio avrebbero sfamato due continenti, speriamo almeno che l’8×1000 non lo dia alla chiesa cattolica.La prostituzione dell’atleta profetizzata da Cristopher Lasch negli anni 80’ si è realizzata in pieno con Neymar Jr. Lo sport è cambiato, forse non è nemmeno più sport.

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6-Weinstein &co: E’ stato l’anno delle molestie sessuali. All’improvviso il mondo si è riscoperto femminista ed è stato un trauma. Chi avrebbe mai potuto pensare che il mondo del cinema e della televisione fossero così putridi. E se ciò che è accaduto a Hollywood/Cinecittà accadesse anche in ufficio o addirittura tra le mura domestiche? Nuove domande “scomode” assillano la civiltà occidentale. Le risposte le scopriremo nel prossimo numero di Donna Moderna, affianco all’articolo “Come accontentare le fantasie più nascoste del tuo partner”.

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5- Matteo Renzi: Ha inculato milioni italiani, alla fine è stato inculato da loro e poi dal suo stesso partito. Un’orgia stile film porno anni 80, in bassa qualità video, attori con panza da birra e attrici con labbra rifatte e ricrescita dei capelli neri sulla tinta bionda. Osceno. L’immagine di un’Italia allo sbando, persa, senza forze. Ma alla fine un’altra Italia, diversa, non l’abbiamo mai avuta. Quindi di che cazzo ci lamentiamo?

lapresse - grafici giacomo susca francesco delvigo - Palazzo Chigi - Conferenza Matteo Renzi dopo i risultati del referendum costituzionale

4-Teresa May: Il Brexit ha messo in evidenza due cose:

-è legittimo odiare dal 2017 gli inglesi non solo perché hanno un concetto d’igiene quasi inesistente ma anche perché, a quanto pare, sono effettivamente più razzisti di quanto ci potesse aspettare. Un Brexit condotto utilizzando temi come i profughi e le tasse dell’unione europea, é in contraddizione con un paese che ha fondato le sue ricchezze su un colonialismo sanguinario e si è civilizzato (Barbari demmerda) grazie ai contatti con l’Europa.

– in Europa nessuno ha compreso il concetto di unione europea. Probabilmente perché temi come spread, inflazioni, rincaro dei prezzi sono stati più importanti di altri come: possibilità di studiare/lavorare in altri paesi europei con meno problemi burocratici, possibilità di spostarsi da un paese all’altro senza eccessive perdite di tempo, maggior internazionalizzazione nel mondo del lavoro e dello studio, per citarne alcuni. Come sempre la crisi economica ha danneggiato la parte migliore di un’idea che poi tanto male non era. Gli anziani al governo non sono mai un bene.

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3- Emmanuel Macron: Acclamato come un salvatore della patria, grazie alla sua immagine di politico moderno e “pulito”, portava con sé le speranze di una rinascita francese. La sua campagna politica fatta di apparizione in pubblico con suo nonna-ah no, sua moglie- e comizi stile Obama è stata studiata alla perfezione per far breccia nei cuori dei romantici francesi. Dopo sei mesi al governo ha perso il 30% del consenso popolare e il suo sorriso da ebete ha iniziato a far girare le palle alle classi disagiate. Ridateci ‘sta Gioconda, cazzo.

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2-Donald Trump: Grazie a lui abbiamo compreso che ognuno di noi –indipendentemente dal quoziente intellettivo- può aspirare a diventare presidente degli USA. E sempre grazie a lui abbiamo avuto la conferma che l’America è uno stato confederato fondato su paranoia, ignoranza e razzismo. In pochi mesi il biondo più famoso del mondo è stato in grado di portarci sull’orlo di almeno sei conflitti nucleari, una decina di diatribe razziali e tanto altro. Il 2017 senza di lui sarebbe stato decisamente noioso. Per il 2018 non ci rimane che affidarci a qualche dio. O qualche buon cecchino.

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1-Kim Jong-un: Onestamente fa tenerezza. Uno degli ultimi dittatori comunisti-psicopatici rimasti in vita preso di mira dall’Occidente solo perché vorrebbe bombardare gli USA. Che poi, voglio dire, gli americani hanno bombardato quasi tutto il mondo, se ogni tanto se ne beccano una anche loro non è proprio un’ingiustizia. La combo con Trump ha proiettato il tutto in una dimensione tragicomica che Kubrik nel suo “Dr. Strangelove” aveva già raccontato e forse predetto. Siamo sempre alla ricerca di nemici, ancora meglio se riescono a dare vita alle nostre paure e angosce più nascoste. Starcene per i cazzi nostri a quanto pare non è soluzione gradita.

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Siamo vicini a una guerra fredda? Lo siamo già da qualche anno? Esistono entità aliene? Si può rimanere incinta anche quando si hanno le mestruazioni? Che fine ha fatto Natalia Estrada? Tante domande, poche risposte, una sola certezza:

Brazzers forever.

“Credo che il problema non siano i molestatori ma come la violenza è percepita e accettata dalla società”

Qualche tempo fa un’amica mi ha confidato una cosa molto interessante, che le accade circa quindici anni addietro, a un concorso di bellezza per  ragazze adolescenti in Sicilia.

All’epoca lei aveva tredici anni e il sogno di diventare un giorno modella e far parte del mondo dello spettacolo. I suoi genitori l’hanno sempre supportata in questa scelta e la scarrozzavano un week end sí e uno no presso sfilate, castings, photo-shootings e quanto altro una tredicenne con manie da protagonismo potesse desiderare.

A arrivó anche il turno del concorso in Sicilia.

Tra la giuria c’erano solo persone adulte, alcune un po’ più attempate di altre e prevalentemente uomini: giornalisti locali, imprenditori semisconosciuti e personaggi dello spettacolo appartenenti alle reti regionali siciliane.

Insomma una bella tavolata di coglioni.

La mia amica, che chiameremo F. , fece quello che ognuna delle partecipanti quella sera doveva fare, ossia una serie di compiti del tipo: sorridere, sfilare e rispondere a domande interessantissime come “cosa vorresti fare da grande?”.  Nulla d’impegnativo ma immaginate l’adrenalina di una piccola adolescente cresciuta a televisione e aspettative:

“Un giorno sarai anche tu una velina!”.

Terminato il concorso e consegnati i vari premi, fasce e targhette –la mia amica vinse quello del “miglior sguardo” e mi chiedo se ci fosse anche un premio per il mignolo più bello- le ragazze si ritirarono nelle rispettive stanze, accompagnate dai genitori con i quali condividevano le stesse.

Mentre F. si preparava per andare a letto, suonò il campanello. Sua madre aprì la porta e si trovò un fattorino dell’albergo con in mano un mazzo di fiori, ai quali era attaccata una lettera indirizzata a F.

La mamma entusiasta, pensando fosse una sorta di premio speciale indirizzato a sua figlia, le consegnò il mazzo di fiori. F. aprì la busta e ciò che lesse la lasciò un po’ perplessa.

Uno dei giudici l’aveva invitata a raggiungerlo nella sua stanza, in qualche albergo poco distante, per conoscersi meglio e parlare di alcune cose. Alle 23:00 di sera.

Un Taxi sarebbe passato a prenderla. Tutto organizzato nei minimi dettagli.

Ovviamente i genitori di F. -che ritardati lo sono per permettere loro figlia di partecipare a certi concorsi ma non al punto di mandarla sola da un presunto pedofilo- le spiegarono che sarebbe stato meglio ignorare l’invito.

Il giorno dopo, a colazione, F. parlando con le altre partecipanti venne a sapere che una buona parte di loro aveva ricevuto regali simili e con inviti quasi identici da altri giudici o presunti organizzatori della serata. F. non ricorda se alcune si siano recate a questi appuntamenti privati ma è consapevole che quanto accadde allora non fu nulla di normale.

Oggi F. è una ragazza come tante: bona, posta foto su Instagram e non fa un cazzo se non farsi pagare le vacanze dal suo fidanzato. Le sue ambizioni sono diminuite drasticamente e sta prendendo coscienza del fatto che avere due belle tette non significa avere anche talento.

Questa storia ci insegna che il problema non è Brizzi e nemmeno Weinstein ma è l’intero sistema. Se un giornalista di un quotidiano locale di merda, si permette di fare avances –consapevole tra l’altro della presenza dei genitori- a tredicenni che non sono in grado di distinguere la mano destra dalla sinistra, allora non è difficile immaginare cosa accada nel macrocosmo della televisione e del cinema.

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Brizzi è un povero coglione –voglio dire, parliamo di uno che nella sua vita ha steso la sceneggiatura per i film di Boldi- che ha menato una pacca sul culo proprio nel momento sbagliato, in cui l’ondata femminista per una sorta di forze casuali, è rinata per proteggere un presunto orgoglio sepolto sotto chili di merda. Merda –e fa male scriverlo- per lo più autoprodotta e consapevolmente cosparsa sul proprio corpo.

Bisogna porsi delle domande e bisogna porsi quelle giuste, anche se scomode.

Sembra di far parte di un sistema dove certi comportamenti sembrano normali o comunque parte di un processo dato per scontato. Un sistema dove non sia ha paura di essere scoperti o puniti, perché rappresenta un mondo che ha proprie regole e quindi se ci entri se consapevole dei rischio.

Se da una parte comprendo che una tredicenne possa incappare nell’ingenuità di accettare un certo tipo d’inviti, dall’altra non mi capacito come ventenni o trentenni si lascino condizionare e trascinare da certi eventi. Che la bravura e il talento molte volte non siano convincenti come un pompino o una scopata non è una storia nuova.

C’è poi da chiedersi come sia possibile definire i confini in una situazione dove i compromessi la fanno da padrone. Accettare di mettersi a pecora per un cinepanettone, richiede una grande dose di coraggio. Probabilmente più grande del dire no e preservare la propria dignità.

La tiritera del “avevo paura, non sapevo come reagire” o “volevo ma non sapevo” la getto tranquillamente nel cesso, perché se in quasi cinquant’anni di femminismo non hanno imparato ancora tirare un calcio nei coglioni a chi le molesta, allora il problema è molto più grande di quanto immaginiamo. Oppure il femminismo non ha insegnato nulla, se non cercare di raggiungere una presunta indipendenza ma valida solo sui cataloghi di moda e gli after party dove si ricevono drink omaggio.

O magari è anche un problema di educazione. Se a casa mamma e papà avessero insegnato che anche il no è una risposta valida e adattiva e che non a tutti costi devo fare cinema- perché lavorare all’Eurospin o meglio ancora prendere un titolo di studio poi tanto male non è-, magari, quel neurone in più si sarebbe sviluppato e avrebbe evitato il trovarsi in certe situazioni.

Viviamo nel paese dove un ex presidente del consiglio si è scopato minorenni col consenso dei loro genitori, dove le prestazioni sessuali si traducono in posti in parlamento o poltrone di grandi aziende, dove ogni elemento percepito dai media è sessualizzato o ambivalente.

Credo che il problema non siano i molestatori ma come la violenza è percepita e accettata dalla società.

In parole povere, il problema siamo noi.

 

 

Probabilmente la vita è solo una puttana di cui ci siamo innamorati

Ogni tanto faccio un esercizio spirituale molto efficiente, prendo una sedia, una bottiglia di rum e mi piazzo suo balcone. Da lì osservo l’evoluzione della nostra civiltà, che ci ha portati a vivere un’epoca splendente come questa.

 

Un’epoca dove il cibo più sano ed ecologico è fornito dall’industria di massa e non dal contadino, dove i bambini non sono liberi di giocare per strada ma possono trascorrere ore davanti a qualsiasi tipo di schermo luminoso, dove la politica si fa con “grandi alleanze” e non con dibattiti e scontri in piazza, dove non è lecito violare la privacy ma è normale raccontare i propri cazzi su otto social network diversi.

Che fortuna aver il privilegio di vivere in questa epoca.

Osservo le nuvole che avanzano, pigre e lente, divorano gli ultimi frammenti di cielo.

Penso a “Pino quaranta volte”, eroinomane del mio paese in adolescenza. Fu lui a insegnarmi indirettamente questo esercizio.

Abitava con sua madre, vedova, e ogni tanto si piazzava fuori al balcone, in mano una bottiglia di vino. Sputava sui passanti e bestemmiava. L’eroina e le anfetamine lo avevano ridotto a un relitto.

Aveva diciotto anni quando si affacciò dal balcone e leggenda narra che si masturbò quaranta volte, gridando “Clero bastardo”, fino a svenire.

Con Pino non ci ho mai parlato, al massimo l’ho salutato qualche volta. Lui non mi ha mai risposto.

A 35 anni era già sottoterra, si racconta che al funerale non sia andata nemmeno sua madre.

La televisione del vicino con il volume in modalità “concerto Motorhead”, mi informa che la Catalogna vuole dichiarare l’indipendenza.

Mi chiedo che cazzo faccia la gente dalla mattina alla sera per trovare il tempo di scendere in piazza e manifestare per indipendenze a caso.

Non avete familiari malati voi? Figli che non vedete mai? Compagne con la sindrome d’abbandono? Unghie incarnite? Niente?

L’Occidente che da secoli depreda e divide, ora è alle prese con una sorta di autolesionismo.

La Catalogna vuole l’indipendenza, la Scozia, i fiamminghi, il Vento e la Lombardia anche.

A questo punto torniamo indietro di 500 anni, con gran ducati e signorie, guerre civili ogni due giorni, epidemie di peste e mortalità infantile al 30%.

Mi sembra un buon programma per mettere d’accordo tutti.

Le fondamenta della civiltà occidentale hanno ceduto e il senso di paura e insicurezza hanno preso il sopravvento e divorato le sue certezze. Proprie come queste nuvole che allontano gli ultimi raggi di sole.

Ogni dio è stato sepolto, la famiglia si è rivelata un rifugio ipocrita, la politica ci ha illusi con eterne bugie.

Possiamo consolarci strisciando carte di credito dopo gli acquisti da Zara, sentirci parte di un mondo evoluto e sicuro quando il nostro ultimo acquisto di Amazon giace sull’uscio della nostra porta e sperariamo in una vita lunga e priva di dolori assaporando la torta a base di quinoa e yogurt al basilico.

Tiro un altro sorso di rum, direttamente dalla bottiglia. Il liquido mi brucia in gola e cerco di soffocare le lacrime. Perché se lasci loro spazio non terminano più.

Magari l’Apocalisse è già giunta e nemmeno ce ne siamo accorti. Magari siamo nel mezzo dell’Apocalisse e ci troviamo perfettamente a nostro agio.

A chi diamo la colpa ora? Ai profughi? Alla Merkel? Alla Corea del Nord?

Un altro sorso di rum. Lacrime che ormai sgorgano in silenzio. È giunto il crepuscolo e le strade s’immergono per pochi minuti in una tranquillitá quasi surreale. Il momento in cui il papà torna a casa e saluta la famiglia che lo attendeva per cenare, lo studente fa una pausa studio e telefona a sua madre, gli adolescenti si scambiano gli ultimi baci al sapore di erba e coca-cola.

La morte si sconta vivendo scrisse Ungaretti,

L’inferno sono gli altri aggiunse Sartre.

 

 

 

Probabilmente la vita è solo una puttana di cui ci siamo innamorati.

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Bucarest: Il re, il messia, la leggenda

Se provate a chiedere di Bruce Lee a Bucarest, nessuno vi parlerà del campione di arti marziali che fu in grado di vincere tutto sul ring e di imporsi anche come icona del cinema mondiale.

Tutti vi racconteranno, invece, di un tizio che sbucava dai tombini con un gilet di pelle strappato , ricoperto di catene e cicatrici e con la testa cosparsa di Aurolac. Il suo vero nome era Florian, non era giapponese ma romeno, probabilmente rom. Mestiere: sniffatore di colla e spacciatore di droga. La sua storia non ha a nulla che fare con il Bruce Lee di Hollywood ma merita di essere raccontata.

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Bucarest è una delle tante città dell’ex unione sovietica che cerca disparatamente di scacciare i fantasmi del passato, gli anni tragici di Ceausescu e gli strascichi di un comunismo soffocante. Un trascorso così difficile non è semplice da metabolizzare, le cicatrici lasciate sono profonde, proprio come quelle sul corpo di Bruce Lee, alias Florian.

La storia del Bruce Lee romeno inizia proprio durante la dittatura di Ceausescu, in grado di concepire riforme come l’abolizione del preservativo (1966) per incrementare la crescita demografica. Il tutto condusse a un’ondata di nascite indesiderate e quindi di bambini abusati e poi abbandonati per le strade della Romania. Ceausescu non si curò di questo particolare, il comunismo cadde nel 1989 e il paese si trovò con un’orda di problemi cui far fronte. Il paragrafo “orfani” passò automaticamente in secondo piano.

Molti di questi bambini trovarono rifugio nei sotterranei di Bucarest –costruiti durante la dittatura per agevolare il riscaldamento delle abitazioni- dove fondarono una sorta di società parallela, tra questi c’era il nostro Bruce Lee/Florian. Una marea di adolescenti e bambini che iniziarono a consumare droghe per sfuggire ai morsi della fame e soprattutto dai ricordi traumatici.

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Il tempo passava inesorabile e Bruce Lee, iniziò a farsi spazio nella Bucarest violenta e tossica, in cui il mercato pedopornografico fioriva speculando sulla miseria. Bruce Lee riuscì con le cattive a prendersi una grossa fetta del traffico di stupefacenti, togliendolo a bande criminali e stabilendo una sorta di morale, secondo la quale la violenza sui minorenni non era più tollerata.

In poco tempo compose in maniera minuziosa una società sotterranea, che divenne il cuore del traffico di stupefacenti e lui il re.

A un certo punto, Bruce, decise di smettere con l’abuso di droghe e di concentrarsi sull’accudimento dei tossicodipendenti senza tetto. Il re si tramutò in messia. E se Cristo tramutò l’acqua in vino, lui iniziò s costruire una casa abusiva nel mezzo di un giardino pubblico di Bucarest. In maniera tale che i tossicodipendenti potessero consumare droghe lontano dalle strade e trovare riparo durante la notte. Contemporaneamente cercò di aiutare i bambini abbandonati, iscrivendoli nelle scuole e cercando lavoro per chi volesse re-integrarsi nella società. Ma ogni re è destinato a cadere, ogni messia a divenire martire.

All’età di 42 anni Bruce, ormai malato e devastato dalle droghe, fu arrestato per traffico di stupefacenti (cessò solo di assumerne, non di venderle) e trascorse gli ultimi suoi giorni in un ospedale.

La sua caduta fu preceduta da un altro duro colpo, la morte di una ragazza, Catalina, innamorata persa di lui. Catalina morì per overdose all’età di vent’anni. Per Bruce fu un colpo durissimo da cui non riuscì mai a riprendersi completamente.

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Si vocifera che persone a lui vicino abbiano spinto per la sua cattura, corrotte dalle offerte di bande criminali. Sta di fatto che dopo la morte di Bruce, il popolo delle fogne (così è apostrofato dalla gente di Bucarest) perse il suo condottiero, entrando in un vortice di violenza e anarchia.

Nei pochi filmati e interviste rilasciate, Bruce, appare come una sorta di antieroe, vittima delle sue paure e del suo passato tormentato. Le sue parole lasciano trasparire tante contraddizioni, espresse attraverso una morale cinica ma realista. Bruce non combatteva nemici, né voleva costruire un mondo migliore, probabilmente era solo alla ricerca di una redenzione personale. In fuga da un senso di colpa enorme, di cui –inconsciamente e ingiustamente- si era fatto carico.

Per i tossicodipendenti di Bucarest è stato una figura paterna, un punto di riferimento in un mondo di solitudine e dolore.

Ascoltando le interviste e soffermandosi sulle sue parole si comprende quanto Bruce avesse bisogno di essere amato e come quest’amore potesse trovarlo solo nella gratitudine del popolo delle fogne. Le catene che trascinava dietro di sé simboleggiavano il peso dei suoi sensi di colpa, degli errori commessi nella sua vita. Ma Bruce forse non comprese mai che non aveva nulla da farsi perdonare. Che la vita è un terno al lotto, in cui felicità e sofferenza sono dispensate a occhi chiusi e rimbalzano su confini purtroppo non disegnati da noi. Linee invisibili, invalicabili, che dividono i privilegiati dai dimenticati.

Bruce non si è mai identificato come vittima, forse per orgoglio, forse perché agli occhi di tanti sono sempre stato “l’indesiderato” e “il colpevole”.

Oggi Bucarest va avanti, anche senza il suo Bruce Lee. Trascinata dalle speranze delle nuove generazioni e dalla loro voglia di riscatto. Il popolo delle fogne continuerà a esistere, a contare le ore, i minuti che lo dividono dalla prossima dose di eroina. Aspettando che Bruce ritorni, raccontando la sua storia e sperando che in un modo o nell’altro ritorni per dare loro un’illusione di speranza.

Il re, il messia, la leggenda.