“Tiziana non è un simbolo del femminismo.”

Ai tempi del liceo, nella nostra classe, c’era una compagna (che chiameró A.) bruttina, antipatica e stupida. Praticamente inutile per l’ecosistema di un liceo. Ma A. faceva pompini con ingoio strepitosi e aveva due belle tette. La sua fama si era sparsa un po’ per il lieceo e in parecchi avevano cominciato a beneficiare delle sue doti. Anche i compagni di classe. Ricordo che alla cena di addio del liceo con i professori, A. fece una sega a R. –un nostro compagno di classe- nel boschetto sui cui si affacciava il ristorante.

Quella stessa estate A. si recava con regolarità a casa di F, salivano sulla moto, si dirigevano in pineta e tra pompini e natura incontaminata trascorrevano ore piacevoli. F. mi raccontò come A.,  ogni tanto avesse provato a baciarlo e che lui si fosse sempre rifiutato. “Oh, cazzo è brutta. Che poi pensa che stiamo insieme”.

Come dargli torto.

Altri amici mi raccontavano di pompini al primo appuntamento, senza un apparente motivo. Non si capiva se lei lo facesse per piacere o per ricevere attenzioni anche un po’ sentimentali. Probabilmente entrambi. E comunque finché alle persone coinvolte andava bene, non c’erano problemi.

Mi ricordo anche che nella primavera del terzo liceo, A., iniziò una storia sentimentale con un tipo di un altro paese. Lui si chiamava Marco. Nel delirio passionale e ormonale, lei inviò lui una foto delle sue belle tette. Ma la sfortuna volle che il messaggio fosse stato inviato al Marco sbagliato e cioè a un compagno della nostra classe. Inutile dire che quella foto fu mostrata e a mezzo liceo, proprio a voler essere pessimisti.

Con A. non ho mai avuto nulla a che fare, anche se devo dire che una sega davanti a quelle tette me la sono fatta. Fatto sta che lei oggi è una psicologa, ha un profilo in comune con il suo fidanzato che è brutto e ha pure un nome orribile. Insieme viaggiano, postano cagate su Facebook e sembrano felici.

Nel mio liceo c’era anche F. Lei era un anno più piccola di me. Frequentava la stessa classe della mia ragazza di allora. F: veniva da una buonissima famiglia. Mamma insegnante, padre ginecologo , fratellame e sorellame super intelligenti. F. amava i ragazzi, le piaceva da morire il cazzo e non si faceva problemi a dirlo e dimostrarlo. Si è trombata tutto il paese, forse la provincia o la regione. Fu beccata nel bagno dei maschi, da un bidello, a fare un pompino a un suo compagno di classe.

Tutti sapevano, tutti ne parlavano ma non era un problema né per F., né per le persone coinvolte. Era la realtà dei fatti. Certo, c’era chi la chiamava zoccola ma lei ignorava o rispondeva a tono. A seconda dei casi. Aveva molte amiche e molti amici e sono sicuro che in tanti la invidiassero. F. Indossava con disinvoltura vestiti cortissimi, conoscevamo a memoria il suo abbigliamento intimo come d’altronde le sue imprese “Brazzers”.

Lei, invece, me la sarei trombata  molto volentieri. Oggi lavora come estetista a Roma. Ha la passione per i tatuaggi, selfies, cani, musica di merda e fa le vacanze a Formentera. Non so se sia fidanzata, se si sia scopata tutta Roma o se sia data alla castità. Dalle foto sembra felice. E da sbattere contro un muro e scopare a sangue.

Perché vi ho raccontato queste storie?

Perché avete rotto il cazzo con Tiziana Cantore, la Leotta e ogni tipa che si fa sgamare i video porno sul cellulare.

Credo che ogni persona sia responsabile delle sue azioni, come credo che nel bene e nel male saremo sempre lapidati da giudizi e commenti. Per gli altri saremo sempre dalla parte del torto, ci sarà sempre una morale che dovrà giudicarci. Credo che A. e F. questo lo abbiano sempre saputo, magari inconsciamente. Ed è proprio per questo che sono riuscite a divertirsi e a godersi ciò c’era da godere. Erano giovanissime e ne avranno sentite di tutti i colori sul loro conto ma se ne sono fregate. Hanno accettato la responsabilità di essere giudicate, perché sapevano che a giudicare fossero persone che per loro non contavano nulla o semplicemente invidiose.

Credo che A. e F. siano probabilmente simboli del più sincero femminismo. Espresso con naturalezza e freschezza.

Tiziana, invece, non è un simbolo del femminismo. E’ semplicemente una vittima delle sue scelte. Scelte condotte fidandosi di persone piú che discutibili e assecondando i bisogni degli altri e non i propri.

Tiziana è ciò che ogni donna non dovrebbe mai essere. Schiava delle sue paure, di rimorsi e rancori. Ma questo i libri femministi, così come le presunte giornaliste femministe, non lo accennano.

Troppo facile descrivere le donne come impotenti e vittime. Troppo semplice rinchiuderle nello stereotipo dell’ingenuità e fragilità. Finché questa sorte di misericordia sociale non cesserà di avvolgere l’universo femminile, non si giungerà mai a una definizione di donna indipendente e autonoma.

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Simone Biles

Simone Biles é una ginnasta americana.

E fa cose pazzesche.

Alle olimpadi di Rio ha vinto cinque ori e un bronzo. Nella sua carriera Simone ha portato a casa -fino ad ora- quasi tutto ciò che era possibile vincere nelle competizioni nazionali e internazionali..

A soli 19 anni.

Piccola, agile, potente, veloce, perennemente sorridente. I suoi esercizi non sono mai banali. Ne ha addirittura inventato uno, “il salto Biles”.

Quando Simone  gareggia, il tempo si ferma. E’ quasi impossibile seguire e capire i suoi movimenti. Troppo complicati, troppo veloci. I giudici la osservano all’opera e sorridono o smistano espressioni di stupore. Gli spettatori dei Palasport si alzano in piedi, gridano, applaudono.

Quando Simone entra in scena, non c’è né per nessuno.

Simone è di un altro pianeta. L’hanno paragonata a un mostro sacro della ginnastica: Nadia Comanenci.

Paragoni forti, tremendi, che in teoria dovrebbero farti tremare le gambe.

Ma le gambe di Simone non tremano mai. Lei è una forza della natura e anche le cose impossibili riesce a renderle facili. Una guerriera rinchiusa nel corpo di una bambina.

 

Trentadue ore di allenamento settimanali, sacrifici, sudore, abnegazione.

Ma ciò che è più sorprendente di Simone è la sua storia.

Cresciuta con una madre tossicodipendente, fu abbandonata in un orfanotrofio all’età di un anno. A sei anni fu presa in affidamento dal nonno materno e sua moglie, che Simon considera oggi come i suoi genitori.

Ma è l’incontro con Aimee Boorman, la sua allenatrice a dare una svolta alla vita di Simone. Aimee Boorman ha alle sue spalle una carriera non proprio brillante da ginnasta. All’età di sei anni iniziò ad allenarsi, sperando un giorno di salire su un podio. Giunta tredici anni, Amee Boorman, decise di lasciare la ginnastica artistica. In questo sport se a tredici anni non sei già ad alti livelli, non puoi piú sperare di arrivarci. Ma la Boorman non lasciò completamente il mondo della ginnastica. Decise di specializzarsi, di studiare e diventare allenatrice. La dote fondamentale di un allenatore è la capacità di riconoscere il talento. La Boorman sa cosa è il talento. Perché nella sua carriera di ginnasta e allenatrice ha visto migliaia di salti mortali, carpiati e doppi carpiati. Ha visto ragazzine e compagne motivate ma non talentuose e viceversa.

Aimee riconobbe da subito che Simone aveva qualcosa di unico.

Simone aveva talento ma soprattutto era determinata a diventare la migliore ginnasta al mondo.

Dieci lunghi anni di preparazione. Allenamenti, competizioni in America e in giro per il mondo fino ad arrivare alla definitiva consacrazione delle Olimpiadi di Rio.

La storia di Simone è una storia meravigliosa. Di Sport, di vita, di lacrime e sorrisi.

Da un orfanotrofio ai podi di un Olimpiadie. Il tutto in 19 anni.

“Volli,sempre volli, fortissimamente volli”- Simone Biles

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Alex Schwarzer

Schwarzer é un dopato di merda. Punto.

Basta alle analisi complottiste, alle le storie strappalacrime, alla ricerca di un personaggio in cui immedesimarsi che attraverso la sua redenzione possa espiare anche i nostri sensi di colpa e fallimenti.

Tutti pronti a difendere Schwarzer, gli stessi che quattro anni fa gli hanno sputato in faccia e voltato (giustamente) le spalle. Giornalisti, stampa, sportivi e ognuno di noi. Nessuno escluso.

L’Italia degli opportunisti, l’Italia dalla perenne memoria corta. Sempre pronta a perdonare, a mettere da parte rancori e a chiudere un occhio. Molto spesso entrambi.
Lo fanno gli altri? Lo voglio fare anche io.
I cinesi e i russi si dopano? Va bene, lo faccio anche io.
Loro non vengono puniti, anch’io non voglio esserlo.

L’Italia è un bambino viziato, che si rifiuta di crescere e assumere le proprie responsabilità. Di apprendere dal passato. E non è un caso che in politica ci siano sempre i soliti volti, che sulle sedie delle grandi aziende poggino il culo sempre gli stessi corrotti. Dimentichiamo e perdoniamo.

Schwarzer forse questa volta era pulito ma non lo era quattro anni fa. E questo basta. Avanza.

Se fosse stato ammesso ai giochi e fosse salito sul podio, mi sarei vergognato per lui e per l’Italia. Nella mia testa sarebbero sempre rimasti dubbi sulla sua presunta onestà, mi sarei chiesto se quella medaglia potesse avere effettivamente un valore morale e sportivo.
Ciò sarebbe stata sconfitta per tutti gli atleti professionisti e non, che ogni giorno vanno avanti con le loro forze e sacrifici indescrivibili. Per tutti i bambini e giovani che trovano nello Sport rifugio e supporto.

Lasciamo che i cinesi e i russi si dopino. Lasciamoli corrompere chi
vogliono e come vogliono.

Noi, invece, iniziamo a guardarci allo specchio. A fare ammenda, a tirare fuori gli scheletri dai nostri armadi. Iniziamo a costruire qualcosa di più rispetto a polemiche e teorie. Mettiamo da parte il giornalismo da carta igienica e la morale da bar. Iniziamo a crescere, a guardare a noi stessi. A diventare adulti. Iniziamo ad assumerci responsabilità, come persone, cittadini, italiani.

Questa sarebbe già una vittoria incredibile, una medaglia dal valore inestimabile.

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Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Luglio è stato un mese fantastico.

Era dai tempi dell’invasione della Polonia che non si rivivevano emozioni e sensazioni così belle. Tra attentati, squilibrati spacciati per terroristi, colpi di stato più imbarazzanti di un ballottaggio comunale a Benevento e ospedali bombardati; è terminato un mese fantastico.

Questo Luglio entra di diritto nella Top 10 dei dieci mesi più Borderline degli ultimi 70 anni.

Sangue, distruzione, equilibri politici compromessi. Dai che questa volta magari è quella buona, pensi. O ci estinguiamo oppure scatta la molla, per miracolo, che ci porta a riflettere sulla caterva di merda che ci circonda.

No.

Pokémon Go, l’ultimo capitolo die Harry Potter, Higuain alla Juve, le vacanze a Fromentera di Borriello.

Argomenti e temi in grado di contrastare il senso di morte più profondo, la definitiva testimonianza dell’involuzione del mondo occidentale.

Il caos regna e contemporaneamente mandrie di ritardati si aggirano per le città alla ricerca di Pokemon.

Che poi porcoddio, ci volevano i Pokemon per farti usici’ de casa, obeso demmerda.

E mi chiedo se i Pokemon non possano essere un’allegoria, un simbolo o addirittura un archetipo del nostro subconscio. Magari rappresentano il nostro lato infantile, rimosso e sepolto precocemente dai ritmi frenetici della nostra società postmoderna. Magari i Pokemon sono semplicemente il desiderio di proiettare le nostre emozioni in un’altra dimensione, perché non comprese o frustrate nella realtà di tutti i giorni.

Ma poi vedo ‘sti stronzi di quasi trenta anni, disoccupati e persi nella loro autocommiserazione, che alle tre di pomeriggio cercano Pikachu per le strade. E mi ricredo. Non c’è speranza, vi meritate una Guantanámo in versione nazista.

Ma di per sé non sono i Pokemon il problema. Oggettivamente preferisco loro ai saldi o alle marce per la Pace, o ai minuti di silenzio in onore di vittime che rimangono tali per qualche settimana, per poi essere stigmatizzate in monumenti di pietre o peggio in giorni della memoria. Ognuno conta i morti sepolti nei propri cimiteri, il cordoglio è diventato il buon giorno del nuovo millennio.

Voltaire ha scritto che ai vivi si deve il rispetto, ai morti solo la verità.

Se il mio corpo è fatto a pezzi da una bomba, pretendo che chi verrà a piangere o pisciare sulla mia tomba, sappia perché ciò è accaduto.

Accetto di essere una vittima, di prendermi un colpo in testa in un centro commerciale mentre provo le New Balance ma spiegate a mia moglie, a i miei figli, alla moldava che mi scopo il giovedì sera: perché è avvenuto tutto ciò.

“E’ stato un atto terroristico”, “Quella bomba è caduta su un ospedale per un errore”, non sono spiegazioni ma giustificazioni che miseramente cercano di nascondere una valanga di responsabilità.

Quelle responsabilità che ogni politico e cittadino dovrebbero assumersi.

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I 29 e Ricardo Gomes

Ci sono giornate che scorrono lentamente, scandite da sbadigli e pensieri deprimenti. Giornate in cui arrivi a invidiare le vite di gente giunta al terzo divorzio o a un parto gemellare.

All’improvviso, per uno strano e inspiegato motivo, le vite degli altri appaiono atrocemente interessanti e “piene”.

Così fantastichi sul tuo funerale, sulla gente che ti ricorderà con parole al miele e piangerà a dirotto. Magari qualcuno terrà anche un meraviglioso discorso su di te, lodando il tuo carisma, la tua personalità. Ovvio, si parla di una morte abbastanza precoce, “giovane”. Chi se incula uno che muore a 70 anni?

I tuoi genitori in lacrime, gli amici, le ex ,professori liceo, colleghi. Tutti raccolti nel dolore per ricordare la tua morte.

Fantastico. Perfetto.

E invece no. E’ Aprile, sei seduto in ufficio, sei vivo e non ti sei ancora scopato la segreteria del primo piano.

E a giugno compirai 29 anni.

29 anni.

C’è solo una cosa peggiore dei 29.

I 30.

29 anni. Come cazzo sono arrivato a questo punto?

A 16 anni, preso dal mito di Sid Vicious, feci una promessa a me stesso. Ai 30 non ci devo arrivare.

30 anni vuol dire che devi scegliere tra due vie, realizzarti a livello sociale o rimanere un coglione.

Razionalmente parlando la prima via è la più onesta. Lavoro-famiglia- bambini-divorzio-matrimonio-famiglia-bambini-divorzio-lavoro…etc.

Arrivi ad assumere un ruolo, puoi dire di averci provato. Anche se hai raccolto più merda che altro, almeno non sei stato vigliacco nel rifugiarti in scuse del tipo: “Eh, ma mettere al mondo un bambino al giorno d’oggi è davvero un rischio”. I tuoi genitori non potranno rimproverarti nulla, perché alla fine è colpa loro se hai deciso di sposare Melissa, fisioterapista con la fissa del buddismo. Lo hai fatto per accontentare le loro aspettative, come per accontentare le loro aspettative hai sborrato dentro Melissa e messo al mondo Fernando e Maria Assunta, che vedi nei week end dispari e ti raccontano di quanto sia bravo il nuovo amico di mamma. Ricardo Gomes, insegnante di pilates brasiliano. Intanto ti sei fatto terra bruciata attorno, vivi in un appartamento ammobiliato, la tazza del cesso è incrostata di piscio e nel frigorifero ci sono due scatolette di tonno aperte e un pomodoro.

Oh, ma alla fine ci hai provato. Vuoi mettere?

Anche perché la seconda alternativa non è che sia migliore.

Cioé continuare quanto hai fatto fino ad ora.

Vagare in un limbo di narcisismo e autocommiserazione. So’ troppo intelligente e so’ troppo stronzi gli altri per darmi alla monogamia/Porcoddio, è sabato sera e sto a casa da solo a farmi i cazzi degli altri su Facebook.

La relazione più lunga è durata un mese, perché Linda (Psicoterapeuta, 28 anni) aveva problemi a gestire il suo tempo, troppo lavoro, troppo stress. Manco se le avessi chiesto di farmi da badante. Quindi, ciao é stato bello ma possiamo comunque rimanere amici.

Troia.

Indipendenza quanta ne vuoi, sesso pure e viaggi meravigliosi. E ti chiedi se il tutto non possa essere condiviso con un’altra persona invece che col tuo collega che ti racconta del suo divorzio, di sua moglie Melissa e di Ricardo Gomes.

Su Facebook Linda posta una foto con il suo nuovo fidanzato. Marcel, tatuato, crossfitter , programmatore presso un’azienda a Dubai. Troia, ora lo hai il tempo per volare a Dubai nel week end?

La reazione matematica e istintiva è quella di cercare di vivere da trentenne quello che avresti voluto vivere da ventenne o peggio da adolescente. Un dramma senza fine. E mentre fai la fila al supermercato, fissi il vuoto e una caterva di pensieri di attraversano la testa. E tremi giá al pensiero di dover affrontare a Natale le domande dei parenti.

-“Ti sei fidanzato?”

-“Certo!”

-“E come si chiama, che fa?”

-“Si chiama Lilith e giace in un cimitero. E’ morta da 102 anni. Peró tranquilli, scopiamo. E abbiamo anche pianificato di mettere su famiglia. E poi vabbé. Si, compreremo anche una casa al mare. A Marina di Pulsano.”

29 anni. C’è ancora un anno tra me, la morte o il fallimento.

Tra me e Ricardo Gomes.

 

“Nessun finale banale”

A volte basta uno sguardo per far vacillare le tue certezze, per riempire la testa di „forse“ e „ma“, tanto da pisciarti sulle scarpe senza accorgertene.

Succede che quelle mura di cinismo e rabbia che hai costruito con tanta pazienza e mieticolisitá, per un attimo vengano squarciate da una crepa. E quella crepa inizia lentamente a espandersi. Nel mentre ti caghi addosso o ti pisci sulle scarpe, a seconda dei casi. C’é la pura di perdere il controllo e porca troia quanto ci hai lavorato su per rimetterti in sesto. Ti ripeti che non puoi  continuare a giocare, camminare sull’orlo di un baratro, pretendere che siano gli altri a prendere decisioni per te.

E continui a pisciarti sui piedi.

Ma la domanda é, come si é giunti a questo?

Capita di essere invitati a una festa. E come sempre di ritrovarsi a intrettenere convesazioni di un certo spessore, del tipo: Ah, c’hai due gatti a casa. Che bello.“; „E quindi tuo nonno ha la prostata infiammata. Mi spiace“; „Hai studiato ad Amburgo? Anche il cugino del mio vicino ha studiato li. Che cosa meravigliosamente interessante“.

Il tutto procede come sempre, secondo il solito piano.

Non c’é un cazzo da fare e quindi inizio a bere senza motivo.

Tanta fregna, tanto bella quanto palesamente priva di personlitá. Fregna decorativa la chiamo. Poi c’é una francese con cui attacco bottone. Sorride, sorride. Ma che cazzo te ridi. Mi chiede di ballare. Vabbe‘ balliamo. Poi peró non venirmi a dire che non ve meritate gli attentati. Lascio la francese e continuo a osservare la situazione. Il reparto frutta e verdura della Pam sarebbe piú motivante di ‘sta messainscena.

Comincia farsi avanti l’idea di lasciare tutto e terminare la serata a casa davanti a un film del cazzo. Tipo quello dell’autistico che corre senza motivo e intanto l’amichetta si scopa tutto Il Texas, compresi i pozzi di petrolio. Poi lui diventa famoso e ricco, perché sa fare tante cose e l’amichetta torna da lui e vuole scopa’. La troia. Ma lui é autistico e non capisce che ‘sta tipa é na pazza. Bel film di merda.

Provo disagio per me e gli altri stronzi che mi circondano. Sto scivolando lentamente in basso. Sento che se va avanti cosí, il come etilico é la migliore delle prospettive all’orizzonte.

Ma entra lei all’improvviso. Proprio come in quella canzone per froci degli 883.

Capisco subito che non é una ritardata come le altre.

Gli sguardi si incrociano,una, due, tre volte.E ogni volta il mondo si ferma. Come in quei filmi demmerda (vedi sopra), dove tutti e due so‘ belli ma lui é un po’ sfigato. Ma alla fine trombano. E sono felici . Vanno al Luna Park, parlano dei Rossetta Stone e mangiano cinese a letto. E poi trombano di nuovo. Mettono su famiglia ma lei si ammala di qualche cosa e muore. E lui porta i fiori al cimitero ogni giorno, come un coglione. Ma tanto non resuscita, porcoddio. Che cazzo porti i fiori al cimitero. Con quei soldi te ce compri la droga, cazzo.

Vabbe‘, non ricordo il nome del film.

Dicevo. Lei é magnifica. Occhi nerisismi e capelli ancora piú scuri. Sembra uscita dall’inferno, pronta a distruggere la tua vita. Ogni suo movimento, ogni suo sorriso sono una sprangata in pieno di viso. Recita il suo copione alla perfezione. Non si nega a nessuno ma se mantenere le distanze.

Julia é il suo nome. Ma lo dimentico subito. Ecco un mio difetto. Dimentico i nomi. Sono troppo egocentrico mi hanno detto. Do poca importanza agli altri, non considero chi mi sta attorno.

Ma perché tu chiedi il numero di telefono a chi te parla de gatti e Beppe Grillo?

Ma il suo nome lo dimentico perché ho paura. Perché rimango pietrificato dalla sue bellezza, dalla sua voce.

E ci ritroviamo a parlare. Le ore scorrono. E la percezione di essere fatti l’uno per l’altro diventa chiara. La percezio di avere qualcosa da condividere. Ce lo si dice in faccia, apertamente.

Penso se baciarla, se portamerla in bagno e scoparmela. Ma non voglio rendere il tutto ancora piú banale. Perchá la banalitá ha giá fatto a pezzi la mia vita una volta e non posso permettermi di sbagliare ancora.

Lei é troppo per me. Non é una fregna decorativa. E´ una donna, una di quelle che ti complicano la vita e la rendono fantastica.

Non le voglio far male, non voglio rovinarla, non voglio ritrovarmi a pensare alla stessa persona per intere giornate.

Le ore scivolano via, sono le 5.

-„Sarebbe bello averti affianco“  Mi dice.

Giá.

Non ci scambiamo il numero di telefono o contatti.

Meglio per entrambi.

Vado via. Mi vorrei prendere a schiaffi.

Fuori si gela. Sono triste.

Ed é una bella cosa.

Nessun finale banale.

Piscio su un muro.

E poi sulle scarpe.

Pensa se l’avessi baciata.

 

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Ah, non vi scopate i nani?

Non c’avete un cazzo da fare. É questa la tragica verità.

Perché se aveste qualcosa da fare non stareste a sparare cazzate, a scrivere fregnacce, a scoparvi i nani.

Ah, non vi scopate i nani?

Vabbe io sì. Ma solo nei giorni festivi.

Ora che avete terminato le teorie per supportare  tesi sul terrorismo/Islam/Porco Dio, potete tornare a fare quello che facevate benissimo prima.

Fissare il vuoto e comprare accessori di merda da H&M.

Le vostre guerre si combattono dal divano di casa. Voi, abili strateghi, che non avete superato il test d’ingresso al DAMS.

Il mondo, la Francia, la Siria e i nani –sempre loro- no se ne fanno un cazzo del vostro cordoglio, delle vostre bandiere e motti. Perché chi giace nel dolore è solo. E soprattutto non vuole intorno una mandria di coglioni ignoranti che dia pacche sulle spalle.

Il vero terrorismo è la capacità di minimizzare le atrocità e gigantizzare le cazzate. E in questo, noi occidentali, siamo maestri .

La paranoia ha preso il sopravvento, come se prima dell’attentato avessimo vissuto in un mondo bellissimo e tranquillo, dove era permesso fare che cazzo ci pareva senza pagarne le conseguenze. Poi all’improvviso „booom“.

Per l’ennesima volta.

La guerra per un paio di giorni ci è arrivata a qualche metro da casa e ci siamo cagati sotto. Città blindate, scuole chiuse, comunicati a raffica. Ci siamo scoperti coglioni e fragili. Incapaci di poter far fronte a una realtà che prima poi ci toccherà vivere quotidianamente. É una questione di tempo. I palazzi di cristallo, costruiti con le lastre splendenti del consumismo, ci cadranno addosso, facendoci a pezzi.

Tempo qualche settimana e tornerà tutto alla „normalità“. I temi durante gli apertivi saranno altri, la „A“ indicherà „Amazon“  nella cronologia di Google e non più attentato, le decorazioni natalizie diverranno la vostra copertina di Facebook. E ’sto cazzo alle bandiere e li mortacci loro.

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“E‘ terminata un’altra estate”

E‘ terminata un’altra estate. Un’altra lunga, angosciante, grottesca estate.
Gli irriducibili vacanzieri si ostinano a piazzare le ultime foto nei social network, i cui titoli sono piú imbarazzanti di quelli dei film horror messicani degli anni ’80. E così assisto a all’ultima escalation di ritardo mentale su scala globale: “Mare settembrino”, “Fino alla fine estate”, “Ultimi raggi di sole”.

Dovete morire male.

Si riprende a lavorare, anzi scusate. A non fare un cazzo. Perché le vacanze per la maggior parte degli italiani sono più impegnative dei giorni “lavorativi”. Dove per lavorativi si intende: cassa integrazione, manifestazione per i froci in una piazza qualunque, esame di cinematografia slovena.

Ma è stata anche l’estate dell’altruismo, dei dibattiti socio-politici sul tema “profughi” e “asilo”. Un tema delicato, a cui nessuno si è sottratto di esprimere il proprio illuminante parere. E così, Luca in vacanze a Lloret de Mar, twitta un bel: “Refuges are welcome”. Invece Laura, dalle spiagge delle Mauritius esprime tutto il suo disappunto sulla polemica di passivitá dell’Unione Europea.

Barconi che affondano, migliaia di profughi che valicano i confini europei, l’ISIS.
Sembra un film apocalittico. E come ogni film, è recensito da critici ed esperti.
Perché ció che non mancherà mai in Italia, è l’arte della retorica. Dei giudizi banali, del ripetere il giá detto, sentito e scritto.

Il profugo Siriano parla due lingue straniere, è laureato in ingegneria e ha avuto le palle di farsi un viaggio di 3000 km con la consapevolezza di poter morire da un momento all’altro. Invece Luca rompe il cazzo dalla mattina alla sera su Facebook, va in crisi per un Ceck-in con la Ryan-Air e a 30 anni vive ancora con i suoi perché c’è la CRISI.

Lascerei l’Italia ai profughi. Abolirei controlli o restrizioni. Hanno perso tutto, hanno visto la morte. Vogliono ricominciare da capo. Cosa avrebbe fatto un Luca al posto loro?

L’inverno è alle porte. Le nuvole cominciano a divorare l’orizzonte. Le strade diventano nuovamente la dimora dei demoni. Le tenebre sono ancora una volta lí.
In questo deserto, dove arbusti e pietre diventano nella notte incubi e visioni. Visioni di un futuro che cancella il presente, il passato. Troppo fragili per resistere alla furia dell’inconsapevolezza. Non siamo tutti uguali, col cazzo. C’è chi nelle tenebre avanza, a piedi o a un bordo di una bagnarola. Stringe la mano di suo figlio e scaccia i mostri. Le onde, i colpi dei proiettili, i morsi della fame. Insegue un orizzonte, lo immagina, lo sente.

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Laura, invece, ha appena caricato otto foto su Instagram.

“I won’t pay. I know too much about extortion.”

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’ascesa e consacrazione definitiva delle serie televisive. Il fenomeno ha generato un business che ha attirato l’attenzione delle grandi case di produzione e dei registi più famosi. Se prima le serie televisive erano una fettina dell’intrattenimento mediatico, ora rappresentano la grande torta.

In passato sono state il trampolino di lancio di attori, registi e sceneggiatori

Oggi invece sono i templi presso cui ogni grande del cinema si reca, attirato dai margini di guadagno e dalla possibilità di riscattare qualche insuccesso del passato.

Gli esempi si sprecano, basti pensare a Kevin Spacey protagonista di “House of Cards” o alla serie “The Knick” diretta da Steven Soderbergh.

Il pubblico gradisce e non solo in America ma anche in Europa, si sta assistendo una crescita esplosiva di serie televisive.

Gli investimenti sono pesanti – un esempio “Games of Thrones”, la cui prima stagione è costata 60 milioni di dollari- ma i ricavi tra diritti televisivi e merchandising sfiorano l’impossibile.

Ma quantità è sinonimo di qualità?

Beh, qui si va sul parere soggettivo.

Le serie di oggi sono praticamente paragonabili a migliori film Hollywoodiani: tecnicamente ineccepibili, belle sceneggiature, attori notevoli.

Eppure, tra quelle recenti, nessuna mi è rimasta in mente in maniera particolare.

Ok, grande figata The Walking Dead, Breaking Bad o Mad Man. Ma boh.

Io alla fine penso solo ai Soprano.

The Sopranos, ideati da David Chase, furono trasmessi dal 1999 al 2007 dall’HBO facendo registrare ascolti record in America.

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Rappresentano la “Serie” per eccellenza, quella che ha segnato l’inizio del tutto.

La trama è molto semplice e si snoda in sei stagioni, per un totale di 86 puntate.

Tony (un magnifico James Gandolfini) è un mafioso italo-americano che controlla lo smaltimento dei rifiuti ma è anche padre di famiglia. Ogni giorno deve districarsi tra problemi legati al suo “lavoro” e le naturali dinamiche famigliari. Attorno a lui ruotano tanti personaggi, che appunto vanno dalla cerchia famigliare a quello malavitoso ma ognuno è unico nel suo genere, perfettamente descritto a livello psicologico e caratteriale.

Il binomio “vita quotidiana-malavita”, risulta l’arma vincente della serie. Da una parte ci sono le ambizioni senza scrupoli della malavita, dall’altra gli stessi “capi” devono far i conti con le normali problematiche della vita: amore, figli depressi, mogli incontentabili e ovviamente la morte.

I Soprano non raccontano solo del business che la mafia è stata in grado di sviluppare a partire dagli anni ’30 fino ai giorni nostri, ma ci offrono una prospettiva dell’America contemporanea, dove la corruzione e la discriminazione sono il riflesso dell’opulenza. Un’opulenza che ha contaminato ogni centimetro quadrato della società, senza risparmiare nemmeno i legami con le persone più care.

Tutto in America è regolato dal denaro.

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In Italia la serie ha avuto un discreto successo, nonostante fosse trasmessa in seconda serata (a causa del linguaggio esplicito e della violenza). Ricordo benissimo che all’epoca dovevo scegliere se prepararmi per le interrogazioni o trascorrere la notte con la combriccola di Tony.

Al tempo i Soprano furono anche attaccati dalla destra di Fini in quanto, secondo loro, offrivano al mondo un’immagine distorta della cultura italiana. Gasparri invece no, vabbe’..

C’è da dire che la serie gioca moltissimo sui nostri stereotipi: scarpe sempre lucide, fissazione per il cibo, temperamento sopra le righe, passione smodata per la fregna. E’ altrettanto vero che queste osservazioni vanno ricondotte a un certo tipo di cultura italiana emigrata all’estero anni fa, che ha mostrato certi nostri “vizi” poi rimasti impressi nell’immaginario collettivo americano e successivamente esasperati attraverso banali stigmatizzazioni.

E ciò risulta evidente nell’episodio in cui Tony e i suoi fedelissimi si recano a Napoli per concludere affari con la camorra. Vengono presi in giro perchè non in grado di parlare in italiano, per i loro modo di vestirsi e comportarsi.

Benché nella terra dei loro nonni, si sentono comunque degli estranei.

Ma perché i Soprano rimane -probabilmente- la serie migliore di sempre?

Perchè hanno avuto la fortuna di essere stati sviluppati secondo una filosofia che non era improntata al “consuma e smerda” ma al “consuma, assapora e digerisci”. Infatti, i Soprano, rimangono in testa. Non puoi dimenticarli. Invece i personaggi di Breaking Bad o The Walking Dead avranno una vita molto breve nell’immaginario comune. E’ bastato Rust di “True Detective” per smantellare le imprese spettacolari di Walter White in B.B.

Poi c’è il capitoli attori. Tutti i personaggi dei Soprano, compreso Gandolfini, provenivano da esperienze non proprio esaltanti nel mondo del cinema e della televisione ma al tempo stesso portavano dentro un’autenticità e energia che oggi risultano merce rara. Le loro interpretazioni sono qualcosa di spettacolare, non a caso molti portarono a casa almeno un Golden Globe o un Emmy.

La sceneggiatura poi è il punto chiave. I Soprano come Six Feet Under e The Wire, poggiano su una scrittura solidissima. Niente è lasciato al caso, anche il personaggio più stupido svolge un ruolo importante e ha qualcosa da dire, ha una sua personalità. Perdere un episodio equivale a una condanna a morte.

E infine la psicologia. I Soprano sono un manuale di psichiatria, il DSM per eccellenza ma anche un enciclopedia antropologica. Le relazioni famigliari, i discorsi, i legami sociali sono descritti in maniera incredibile. Lo spettatore si identifica con ogni personaggio e perde la sua capacità di giudizio oggettivo anche davanti alle situazioni più crude ed estreme. Per questo è difficile rispondere alla domanda: “Qual’è il tuo personaggio preferito dei Soprano?”.

“I won’t pay. I know too much about extortion.” -Tony Soprano-

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante”

Ho letto che in Italia la disoccupazione giovanile è al 50%. In Puglia, la regione in cui sono nato e cresciuto, sta per arrivare al 60%.

Onestamente questi dati metterebbero ansia anche Cristo ma a quanto pare il tutto, al momento, è dato per normale.

Le cose cambieranno dicono gli ottimisti.

L’economia è in ripresa, dicono gli economisti. “Si va verso una cresciuta del + 0,1”. Minchia.

Ma come reagiscono i giovani a tutto questo?

Appartengo a quella generazione nata negli anni ’80, svezzata con una buona dose di consumismo e cresciuta con l’illusione che studiare un giorno avrebbe permesso di realizzare i tuoi sogni.

Se studi medicina farai il medico, se studi legge farai l’avvocato, se studi lettere farai l’insegnante.

Bei tempi. Tutto era dato per scontato, mamma e papà già si immaginavano un figlio ingegnere o primario di qualche ospedale ma anche architetto non sarebbe stato male.

D’altronde, perché non sarebbe dovuta andare così.

“E se qualcosa va male al massimo telefono al cugino che sta al comune e trovi un posto all’ufficio anagrafe” (cit.)

Pensavano gli ingenui.

Poi è arrivata Lei.

All’improvviso, come un calcio nei coglioni durante una partita a bocce.

Lei, LA CRISI.

Nel giro di pochi anni lo scenario di ottimismo che aveva per decenni pervaso le case italiane e illuminato i sogni di giovani borghesi e non, è stato divorato dall’ acido realismo della crisi economica.

Niente più posti di lavoro, niente più concorsi, niente di niente.

Persino il cugino impiegato è diventato irrintracciabile.

Un generazione di laureati e bravi ragazzi si è ritrovata senza preavviso col culo scoperto.

Anni di studi, di specializzazioni, Master, tirocini, corsi di lingua buttati ufficialmente nel cesso.

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante.” (cit.)

Ma l’ho detto prima. La mia generazione è cresciuta in una sorta di campana di vetro, nutrita con il meglio del meglio, istruita ma fondamentalmente fragile. O inetta, a seconda dei punti di vista.

Mentre i nostri genitori hanno comunque provato il così detto “guadagnarsi certi obiettivi”; noi, invece, siamo cresciuti con la consapevolezza che anche se va di merda comunque papà ci lascerà sempre la cinquanta euro per il sabato sera.

La crisi ha rivelato il vero volto della mia generazione, un volto senza personalità.

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Una generazione di castrati.

Il concetto di indignazione trova la sua massima espressione in una rabbia vomitata sui social network e basta.

Come dire, che cazzo dovrei fare di più?

Non voglio fare il cameriere a Londra perché ho studiato giurisprudenza (cit.)

E se il problema fosse anche la mancanza di umiltà?

L’incapacità di adattarsi a un contesto e raggiungere un obiettivo, la sopravvivenza. Che alla fine è quanto affermava Darwin.

Puoi avere anche otto lauree ma se vivi in mezzo ai campi di granturco dell’Iowa, quei pazzi di carta sono buoni solo per i pulirti il culo.

Invece no. Ci si ostina a pensare che tutto ci spetti di diritto.

Certo, in un contesto regolato da variabili positive sarebbe normale pensarlo.

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Ma la realtà contemporanea è un’altra e non verrà un manager della Ernest Young a bussare alla porta di casa per offrirti un posto di lavoro.

“Ho inviato tanti di quei curriculum, guarda..” (cit.)

Ho la sensazione che la mia generazione non abbia mai appreso il concetto di lottare, sacrificarsi.

E per questo non intendo andare in piazza e spaccare tutto o applaudire i comizi di Saviano e Travaglio. Ma avere un obiettivo preciso e scegliere anche le strade secondarie per raggiungerlo, quelle sporche e con tremende salite.

Non ci è mai stato insegnato il concetto di sofferenza.

Abbiamo visto le guerre solo dietro a uno schermo, la tavola era sempre apparecchiata e i nostri doveri sono  stati limitati esclusivamente all’ambito scolastico/accademico. Come se la vita fosse solo un concetto teorico, sempre uguale e prevedibile, una zona priva di ombre e paludi.

E allora torna in mente sempre la stessa domanda.

Dove finiscono le responsabilità e le colpe dei politici e iniziano le nostre?

Imputiamo il nostro insuccesso a fattori esterni, a una sorta di forze violente che hanno preso possesso delle nostre decisioni, del nostro arbitrio.

Siamo diventati incapaci di scegliere. Ed è assurdo, perché una scelta c’è sempre, soprattutto se si ha un obiettivo.

La mia è una generazione triste, che fa da spartiacque tra passato dei nostri genitori e il futuro dei nostri fratelli. Una sorta di “zona X”, un laboratorio sperimentale nel quale si valutano le conseguenze degli errori del passato e le prospettive future.

Ci siamo trasformati in cavie, abituati alla routine e indifferenti all’idea di dover trascorrere una vita in gabbia calpestando la nostra e la merda altrui.

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Photos by Genia Rubin and Hans Bellmer