“I won’t pay. I know too much about extortion.”

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’ascesa e consacrazione definitiva delle serie televisive. Il fenomeno ha generato un business che ha attirato l’attenzione delle grandi case di produzione e dei registi più famosi. Se prima le serie televisive erano una fettina dell’intrattenimento mediatico, ora rappresentano la grande torta.

In passato sono state il trampolino di lancio di attori, registi e sceneggiatori

Oggi invece sono i templi presso cui ogni grande del cinema si reca, attirato dai margini di guadagno e dalla possibilità di riscattare qualche insuccesso del passato.

Gli esempi si sprecano, basti pensare a Kevin Spacey protagonista di “House of Cards” o alla serie “The Knick” diretta da Steven Soderbergh.

Il pubblico gradisce e non solo in America ma anche in Europa, si sta assistendo una crescita esplosiva di serie televisive.

Gli investimenti sono pesanti – un esempio “Games of Thrones”, la cui prima stagione è costata 60 milioni di dollari- ma i ricavi tra diritti televisivi e merchandising sfiorano l’impossibile.

Ma quantità è sinonimo di qualità?

Beh, qui si va sul parere soggettivo.

Le serie di oggi sono praticamente paragonabili a migliori film Hollywoodiani: tecnicamente ineccepibili, belle sceneggiature, attori notevoli.

Eppure, tra quelle recenti, nessuna mi è rimasta in mente in maniera particolare.

Ok, grande figata The Walking Dead, Breaking Bad o Mad Man. Ma boh.

Io alla fine penso solo ai Soprano.

The Sopranos, ideati da David Chase, furono trasmessi dal 1999 al 2007 dall’HBO facendo registrare ascolti record in America.

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Rappresentano la “Serie” per eccellenza, quella che ha segnato l’inizio del tutto.

La trama è molto semplice e si snoda in sei stagioni, per un totale di 86 puntate.

Tony (un magnifico James Gandolfini) è un mafioso italo-americano che controlla lo smaltimento dei rifiuti ma è anche padre di famiglia. Ogni giorno deve districarsi tra problemi legati al suo “lavoro” e le naturali dinamiche famigliari. Attorno a lui ruotano tanti personaggi, che appunto vanno dalla cerchia famigliare a quello malavitoso ma ognuno è unico nel suo genere, perfettamente descritto a livello psicologico e caratteriale.

Il binomio “vita quotidiana-malavita”, risulta l’arma vincente della serie. Da una parte ci sono le ambizioni senza scrupoli della malavita, dall’altra gli stessi “capi” devono far i conti con le normali problematiche della vita: amore, figli depressi, mogli incontentabili e ovviamente la morte.

I Soprano non raccontano solo del business che la mafia è stata in grado di sviluppare a partire dagli anni ’30 fino ai giorni nostri, ma ci offrono una prospettiva dell’America contemporanea, dove la corruzione e la discriminazione sono il riflesso dell’opulenza. Un’opulenza che ha contaminato ogni centimetro quadrato della società, senza risparmiare nemmeno i legami con le persone più care.

Tutto in America è regolato dal denaro.

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In Italia la serie ha avuto un discreto successo, nonostante fosse trasmessa in seconda serata (a causa del linguaggio esplicito e della violenza). Ricordo benissimo che all’epoca dovevo scegliere se prepararmi per le interrogazioni o trascorrere la notte con la combriccola di Tony.

Al tempo i Soprano furono anche attaccati dalla destra di Fini in quanto, secondo loro, offrivano al mondo un’immagine distorta della cultura italiana. Gasparri invece no, vabbe’..

C’è da dire che la serie gioca moltissimo sui nostri stereotipi: scarpe sempre lucide, fissazione per il cibo, temperamento sopra le righe, passione smodata per la fregna. E’ altrettanto vero che queste osservazioni vanno ricondotte a un certo tipo di cultura italiana emigrata all’estero anni fa, che ha mostrato certi nostri “vizi” poi rimasti impressi nell’immaginario collettivo americano e successivamente esasperati attraverso banali stigmatizzazioni.

E ciò risulta evidente nell’episodio in cui Tony e i suoi fedelissimi si recano a Napoli per concludere affari con la camorra. Vengono presi in giro perchè non in grado di parlare in italiano, per i loro modo di vestirsi e comportarsi.

Benché nella terra dei loro nonni, si sentono comunque degli estranei.

Ma perché i Soprano rimane -probabilmente- la serie migliore di sempre?

Perchè hanno avuto la fortuna di essere stati sviluppati secondo una filosofia che non era improntata al “consuma e smerda” ma al “consuma, assapora e digerisci”. Infatti, i Soprano, rimangono in testa. Non puoi dimenticarli. Invece i personaggi di Breaking Bad o The Walking Dead avranno una vita molto breve nell’immaginario comune. E’ bastato Rust di “True Detective” per smantellare le imprese spettacolari di Walter White in B.B.

Poi c’è il capitoli attori. Tutti i personaggi dei Soprano, compreso Gandolfini, provenivano da esperienze non proprio esaltanti nel mondo del cinema e della televisione ma al tempo stesso portavano dentro un’autenticità e energia che oggi risultano merce rara. Le loro interpretazioni sono qualcosa di spettacolare, non a caso molti portarono a casa almeno un Golden Globe o un Emmy.

La sceneggiatura poi è il punto chiave. I Soprano come Six Feet Under e The Wire, poggiano su una scrittura solidissima. Niente è lasciato al caso, anche il personaggio più stupido svolge un ruolo importante e ha qualcosa da dire, ha una sua personalità. Perdere un episodio equivale a una condanna a morte.

E infine la psicologia. I Soprano sono un manuale di psichiatria, il DSM per eccellenza ma anche un enciclopedia antropologica. Le relazioni famigliari, i discorsi, i legami sociali sono descritti in maniera incredibile. Lo spettatore si identifica con ogni personaggio e perde la sua capacità di giudizio oggettivo anche davanti alle situazioni più crude ed estreme. Per questo è difficile rispondere alla domanda: “Qual’è il tuo personaggio preferito dei Soprano?”.

“I won’t pay. I know too much about extortion.” -Tony Soprano-

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante”

Ho letto che in Italia la disoccupazione giovanile è al 50%. In Puglia, la regione in cui sono nato e cresciuto, sta per arrivare al 60%.

Onestamente questi dati metterebbero ansia anche Cristo ma a quanto pare il tutto, al momento, è dato per normale.

Le cose cambieranno dicono gli ottimisti.

L’economia è in ripresa, dicono gli economisti. “Si va verso una cresciuta del + 0,1”. Minchia.

Ma come reagiscono i giovani a tutto questo?

Appartengo a quella generazione nata negli anni ’80, svezzata con una buona dose di consumismo e cresciuta con l’illusione che studiare un giorno avrebbe permesso di realizzare i tuoi sogni.

Se studi medicina farai il medico, se studi legge farai l’avvocato, se studi lettere farai l’insegnante.

Bei tempi. Tutto era dato per scontato, mamma e papà già si immaginavano un figlio ingegnere o primario di qualche ospedale ma anche architetto non sarebbe stato male.

D’altronde, perché non sarebbe dovuta andare così.

“E se qualcosa va male al massimo telefono al cugino che sta al comune e trovi un posto all’ufficio anagrafe” (cit.)

Pensavano gli ingenui.

Poi è arrivata Lei.

All’improvviso, come un calcio nei coglioni durante una partita a bocce.

Lei, LA CRISI.

Nel giro di pochi anni lo scenario di ottimismo che aveva per decenni pervaso le case italiane e illuminato i sogni di giovani borghesi e non, è stato divorato dall’ acido realismo della crisi economica.

Niente più posti di lavoro, niente più concorsi, niente di niente.

Persino il cugino impiegato è diventato irrintracciabile.

Un generazione di laureati e bravi ragazzi si è ritrovata senza preavviso col culo scoperto.

Anni di studi, di specializzazioni, Master, tirocini, corsi di lingua buttati ufficialmente nel cesso.

“Le faremo sapere, il suo profilo è comunque interessante.” (cit.)

Ma l’ho detto prima. La mia generazione è cresciuta in una sorta di campana di vetro, nutrita con il meglio del meglio, istruita ma fondamentalmente fragile. O inetta, a seconda dei punti di vista.

Mentre i nostri genitori hanno comunque provato il così detto “guadagnarsi certi obiettivi”; noi, invece, siamo cresciuti con la consapevolezza che anche se va di merda comunque papà ci lascerà sempre la cinquanta euro per il sabato sera.

La crisi ha rivelato il vero volto della mia generazione, un volto senza personalità.

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Una generazione di castrati.

Il concetto di indignazione trova la sua massima espressione in una rabbia vomitata sui social network e basta.

Come dire, che cazzo dovrei fare di più?

Non voglio fare il cameriere a Londra perché ho studiato giurisprudenza (cit.)

E se il problema fosse anche la mancanza di umiltà?

L’incapacità di adattarsi a un contesto e raggiungere un obiettivo, la sopravvivenza. Che alla fine è quanto affermava Darwin.

Puoi avere anche otto lauree ma se vivi in mezzo ai campi di granturco dell’Iowa, quei pazzi di carta sono buoni solo per i pulirti il culo.

Invece no. Ci si ostina a pensare che tutto ci spetti di diritto.

Certo, in un contesto regolato da variabili positive sarebbe normale pensarlo.

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Ma la realtà contemporanea è un’altra e non verrà un manager della Ernest Young a bussare alla porta di casa per offrirti un posto di lavoro.

“Ho inviato tanti di quei curriculum, guarda..” (cit.)

Ho la sensazione che la mia generazione non abbia mai appreso il concetto di lottare, sacrificarsi.

E per questo non intendo andare in piazza e spaccare tutto o applaudire i comizi di Saviano e Travaglio. Ma avere un obiettivo preciso e scegliere anche le strade secondarie per raggiungerlo, quelle sporche e con tremende salite.

Non ci è mai stato insegnato il concetto di sofferenza.

Abbiamo visto le guerre solo dietro a uno schermo, la tavola era sempre apparecchiata e i nostri doveri sono  stati limitati esclusivamente all’ambito scolastico/accademico. Come se la vita fosse solo un concetto teorico, sempre uguale e prevedibile, una zona priva di ombre e paludi.

E allora torna in mente sempre la stessa domanda.

Dove finiscono le responsabilità e le colpe dei politici e iniziano le nostre?

Imputiamo il nostro insuccesso a fattori esterni, a una sorta di forze violente che hanno preso possesso delle nostre decisioni, del nostro arbitrio.

Siamo diventati incapaci di scegliere. Ed è assurdo, perché una scelta c’è sempre, soprattutto se si ha un obiettivo.

La mia è una generazione triste, che fa da spartiacque tra passato dei nostri genitori e il futuro dei nostri fratelli. Una sorta di “zona X”, un laboratorio sperimentale nel quale si valutano le conseguenze degli errori del passato e le prospettive future.

Ci siamo trasformati in cavie, abituati alla routine e indifferenti all’idea di dover trascorrere una vita in gabbia calpestando la nostra e la merda altrui.

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Photos by Genia Rubin and Hans Bellmer

“Mia è ufficialmente la prima attrice porno musulmana”

Mia Khalifa è una donna come poche, dotata di qualità non semplici da trovare.

Tette, culo da paura e INGOIA. Vabbe’, magari ha pure un bel carattere.

Mia è una pornostar.

Ma la cosa interessante questa volta non è legata alla sue performance o a qualche record di cazzi presi in qualche posto nel giro di due minuti.

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No, ciò che rende la storia di Mia interessante, è la sua nazionalità: libanese.

Nel 2000 lasciò il Libano con i suoi genitori per trasferirsi negli States e cominciare una nuova vita.

Dopo l’università l’esigenza di rendersi indipendente e guadagnare qualche dollaro, la portarono nel mondo del porno.

In pochi mesi Mia è stata in grado di scalare le classifiche di preferenza di Porn.Hub -il portale porno più cliccato in America, e allo stesso tempo di procurarsi le minacce di morte dell’ISIS.

Mia è ufficialmente la prima attrice porno  musulmana, non una cosa da poco, considerati i tempi.

Così, mentre l’ISIS conduce la sua battaglia per un dominio dello stato islamico basato sull’estremismo più arcaico, Mia si scopa cazzi americani indossando l’hijab, il velo delle donne musulmane.

La reazione del mondo arabo, in generale, non è stata molto diplomatica.

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Mia ha infranto, secondo molti, un certo tipo di valori e nemmeno la sua famiglia si è sentita di difenderla in questa situazione.

Lei stessa è rimasta sorpresa dal casino che si è creato, dichiarando di sentirsi in colpa per aver trascinato nella vergogna la sua famiglia.

Contemporaneamente questa vicenda ha aperto un dibattito molto acceso in America e in Libano; c’è chi considera Mia una femminista rivoluzionaria che sta portando avanti una battaglia per i diritti delle donne musulmane e c’è chi la vede come una provocatrice ignorante che non ha tenuto in considerazioni le tensioni storico/politiche contemporanee.

Mentre professori, scrittori e giornalisti vari si interrogano sul ruolo che Mia possa ricoprire nell’immaginario comune del mondo musulmano e sulle conseguenze a cui i suoi video condurranno; l’ISIS ha messo a repentaglio le mie serate di solitudine.

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Vorrei scrivere loro una lettera o inviare una email, un video. Spiegare che se loro hanno diritto a stuprare e uccidere, Mia avrà pur diritto a scopare chi vuole e magari guadagnare un po’ di soldi. E allo stesso tempo io e altre misere anime avremmo anche diritto a masturbarci in santa pace.

E’ davvero una rivoluzione “islamica”?

Leggo da mesi articoli sull’IS, guardo documentai e mi sfondo di porno arabi per cercare di capire qualcosa di più su una guerra/rivoluzione/invasione/chiamatelacomecazzvepare che sta minacciando “l’orgoglio e la cultura occidentale”. O almeno così dicono.

Vivo in Germania da un po’ di tempo. Qui la percentuale di persone di fede musulmana arriva al 5%, circa quattro milioni di abitanti.
L’integrazione è stato da sempre un problema relativo, più connesso alle capacità professionali (formazione, capacità linguistiche) che alla religione.
La Germania è diventata nel corso degli ultimi 30 anni, sotto un punto di vista etnico/culturale, un po’ come gli Stati Uniti. Con la differenza che se sei negro, la polizia non ti mena senza motivo.
Ciò è evidente soprattutto se vivi o visiti città come Berlino, Colonia, Monaco o Amburgo.
Passeggi e ascolti lingue diverse, cattedrali e moschee sorgono a non più di 100 metri l’una dall’altra e determinati quartieri hanno la loro “etnia” prevalente, con tanto di mercati tipici e negozi.

Da quando è scoppiato il casino dell’ISIS, sono state messe in evidenza crepe e sfumature che prima erano passate del tutto inosservate a sociologi e politici.
Una parte della giovane popolazione di fede musulmana vive in un limbo dove il concetto di integrazione è del tutto sconosciuto.
Parlano a stento il tedesco (nonostante siano nati e cresciuti in Germania), non hanno conseguito alcun titolo di studio o se conseguito non decentemente professionalizzante.
Vivono in un mondo parallelo dove la speranza di crearsi un futuro è quasi pari a 0.

E’ in questa realtà che l’estremismo islamico trova terreno fertile per arruolare soldati “occidentali”.
A questi ragazzi viene mostrata l’illusione di poter concludere qualcosa, che abbia senso per loro e gli altri, di assumere un ruolo in una società che non li ha mai considerati.
Chi arruola in Europa le leve dell’ISIS, sa benissimo che l’ignoranza e la fragilità sono le componenti fondamentali per far sì che un certo tipo di messaggio abbia un seguito.
La prima cosa che un neo-arruolato fa, appena arrivato sul campo di battaglia, è postare un messaggio su Facebook o su Twitter. E’ la ricerca dell’attenzione che spinge questi ragazzi a morire, non di un’ideologia o un credo.

I giovani musulmani “occidentali” che si arruolano nell’ISIS ascoltano Jay-Z, Eminem, indossano scarpe Nike e occhiali Reyban. Paradossalmente non centrano un cazzo con la filosofia estremista islamica.
E qui subentra un altro punto.

E’ davvero una rivoluzione “islamica”?

http://www.vice.com/it/video/lo-stato-islamico-parte-1-402

Dai vari documentari, reportage, si ha più l’impressione di avere a che fare con una guerra da ghetto, che con una guerra su grande scala.
Pose “gangsta”, terroristi che si vestono come 50 cent, video di propaganda ad alta definizione.

Questa guerra ha assunto dei contorni “Pop” inquietanti, una battaglia che prima che essere condotta con mezzi pesanti e armi, si fa strada con smartphones, post su Facebook e tweets.
La violenza ha trovato nell’estetica un’arma di propaganda potentissima.

Persino il mondo della musica Rap ha iniziato a svolgere un ruolo di rilievo nella cultura estremista islamica. Decine di rapper inglesi, francesi e tedeschi di fede musulmana hanno deciso di sposare la causa dell’IS. Come nel caso dell’inglese Abdel-Majed Abdel Bary (http://en.wikipedia.org/wiki/Abdel-Majed_Abdel_Bary), che nell’Agosto 2014 postò una foto sul suo profilo Facebook, che lo immortalava con una testa decapitata tra le mani. Tra l’altro Scotland Year sospetta che sia stato lui il boia del giornalista James Foley.

Stesso discorso per Denis Cuspert (http://en.wikipedia.org/wiki/Denis_Cuspert), rapper molto noto in Germania. In un video reso pubblico dall’IS, lui e altri militanti si mostrano una testa decapitata e bruciata. Sostenendo che si oppone all’IS, farà quella fine.

Un altro rapper tedesco di fede musulmana e famosissimo in patria è Bushido.
Questa volta di mezzo non ci sono teste mozzate ma una foto del tutto inopportuna postata dopo la strage al Charlie Hebdo, con il titolo “Bald gehts wieder rund”. Tradotto: Presto un altro giro.
Nella foto, condivisa l’8 Gennaio, Bushido compare con una felpa che reca il nome della capitale francese. Il tutto collegato con la frase, ha fatto sorgere in molti il sospetto che il rapper sostenga in qualche modo la causa dell’IS. Anche alla luce di quanto rilasciato in un’ intervista al prestigioso settimanale “Die Zeit” (http://www.zeit.de/kultur/musik/2011-05/bushido-interview-teil-1), in cui afferma che: “l’Islam non deve essere interpretato sotto una chiave moderna. Chi lo pratica come scritto nel Corano non ha problemi. E questo vale per le donne come per gli uomini”. 

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Le generalizzazioni possono essere molto pericolose. Arrivare a definire il Rap come un fenomeno di istigazione al sostegno dell’IS, sarebbe del tutto inopportuno nonché idiota.
Che dire allora dei video di propaganda per l’arruolamento nei nostri eserciti occidentali, gli stessi che sparano e bombardano a cazzo provocando migliaia di vittime ogni anno in giro per il mondo.

Il problema non è la musica in sé o i messaggi che essa possa contenere, quanto piuttosto la presenza di alternative in una realtà degradata. Dove la povertà culturale e materiale, la frustrazione e la discriminazione non fanno altro che incrementare un senso di rabbia e solitudine facilmente strumentalizzabili.

Ricordo la strage alla Columbine High School. I ragazzi autori del massacro erano fan di Marlyn Manson, ascoltavano musica metal e si vestivano di nero. Ma nessuno pose l’accento sul fatto che fossero cresciuti in condizioni di forte disagio sociale .
Dopo la strage l’opinione pubblica si scagliò contro Manson e il mondo del Metal, accusandoli di aver fomentato o addirittura incitato i ragazzi a compiere il tutto.
Micheal Moore nel suo documentario Bowling a Columbine (Premio Oscar come miglior documentario nel 2003), intervistò Manson e gli pose una domanda:

-“Se dovessi rivolgerti ai ragazzi della Columbine o alla gente di quella comunità, cosa diresti?”
-”Gli ascolterei, ascolterei ciò che hanno da dire. E’ quello che nessuno fino ad ora ha fatto”

” Siamo solo delle grandi teste di cazzo”

E ‘ passato quasi un mese dagli avvenimenti di Parigi.

Poche settimane hanno già rimosso dalla mente un evento che sembrava aver traumatizzato l’intera popolazione mondiale, gettando nello sconforto e nella disperazione diverse generazioni.

O almeno questo è quello che si percepiva dai giornali, trasmissioni televisive e soprattutto dai social network.

Ma l’11 Settembre, come altri tragici eventi, ci hanno insegnato una cosa fondamentale: alla gente non frega un cazzo, di niente e di nessuno.

Mettendo da parte per un momento le dinamiche, le accuse, i plastici di Bruno Vespa, le interviste “adrenaliniche “del TG 5, gli immancabili commenti xenofobi della rete, tesi complottiste e i selfies di solidarietà; ho la sensazione che quanto accaduto non abbia lasciata alcuna traccia nelle nostre menti.

E quando mai.

Come sempre è stato il web il teatro in cui sono accesi i confronti, gli appelli e dibattiti. All’improvviso tutti si sono scoperti luminari di politica estera, dottorandi in culture medio orientali e soprattutto fan della satira.

Se la realtà virtuale fosse stata per un solo momento, l’unica possibile e concepibile, avrei giurato di trovarmi in mondo devastato dal dolore e incapace di rimettersi in piedi.

Ma dato che la realtà effettiva è un’altra, dopo pochi minuti ho compreso che tra un post e un hashtag, c’era comunque qualche video porno amatoriale o l’acquisto su Amazon dell’ultimo libro di Ken Follett.

Abbiamo l’onore e il privilegio di far parte di una società che è stata in grado di banalizzare concetti come “guerra”, “morte”, “terrorismo”.

La loro celebrazione, attraverso un lutto mediatico e virtuale, è diventata un pretesto narcisista per rafforzare il proprio ego. Né più, né meno delle foto con le pompinare inglesi rimorchiate a Ibiza.

Dov’è la riflessione, la presa di coscienza, dov’è il silenzio.

Non siamo Charlie, né vittime o carnefici. Siamo solo delle grandi teste di cazzo

 

Ferdinand Hodler, Le anime deluse,1892

Die enttäuschten Seelen

“Perchè non ci siamo ancora estinti?”

Ogni mattina mi sveglio, apro gli occhi e penso: “Come mai non ci siamo ancora estinti?”

Una domanda a cui, purtroppo, non ho ancora trovato risposta. Se ne trovate una siete pregati di inviarla a: iconiglicimangerannovivi@gmail.com 

L’autore della tesi più interessante vincerà un abbonamento premium per lo zoo safari di Fasano.

Qualche giorno fa una mia amica mi ha detto che in America e Australia, da un po’ di tempo, vanno di moda i così detti “Baby beauty pageant”, concorsi di bellezza per bambine tra i 7 e gli 11 anni.

In questi concorsi le piccole sono truccate da battone e devono esibirsi in vari spettacoli, dalla danza al canto, passando per la recitazione. La vincitrice oltre a conseguire un premio in denaro, può avere l’opportunità di mostrare il suo “talento” in spot pubblicitari o trasmissioni televisive.

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Ma non finisce qui.

In America è nato anche una sorta di reality “Toddles and Tiaras”, che segue da vicino il percorso “artistico” delle piccole, mettendo anche in mostra l’ambiente famigliare da cui provengono, costituito da genitori super motivati nel creare donne precoci in grado di sculettare alla Jennifer Lopez e fare smorfie alla Paris Hilton.

In questo delirio dell’apparenza e del narcisismo, le bambine crescono con la convinzione che il riconoscimento di un certo tipo di bellezza -fatto di mascara, cipria, unghia finte e tacchi a spillo- sia l’unica cosa che conti.

Le piccole trascorrono l’intera infanzia tra passerelle, concorsi e corsi di perfezionamento artistico ed estetico. Non sanno cosa sia condividere i momenti di gioco con i coetanei e non hanno altra ambizione se non quella di “essere la più bella”.

 

 

Ecco, domani mattina mi sveglierò e mi porrò sempre quella domanda.

“E fisso i morti perché mi fanno stare bene”

Sta per terminate il 2014 e mentre gli italiani cercano di capire se il Natale sia stato un #Natalemerda o un #Natalefantastiko#grazie#papà#grazie#mamma#, avviando una polemica su Internet paragonabile all’esclusione di Morgan dal Festival di San Remo, io fisso i morti.

E fisso i morti perché mi fanno stare bene. Ma tranquilli non me li scopo. Quella fase l’ho sorpassata da un paio d’anni. Ora preferisco i gatti. Quelli morti, ovviamente.

Ma facciamo un passo indietro.

E’ il 22 dicembre, mi dirigo all’aeroporto con il bus. Quest’anno sono molto motivato a trascorrere le feste con la famiglia e gli “amici”. Non so perché, e devo dire che ciò mi preoccupa. Sarà l’avanzare dell’età, sarà qualche malattia. Arrivo all’aeroporto e scopro che sull’autobus mi hanno inculato i documenti. Non mi è rimasto un cazzo di niente. Merda, non posso più partire. Proprio quest’anno che mi sentivo una persona sensibile.

No, non può finire così.

Anche io voglio un Natale da trascorrere seduto attorno a un tavolo rivestito da una tovaglia rossa, scambiare gli auguri, rivedere amici mandati a cagare tempo addietro, riscoprire il piacere di stare in famiglia, capire se le ex vorrebbero ancora una botta.

Ok, prenoto un volo per il 25 mattina. Il passaporto per fortuna non lo avevo con me al momento del furto.

I primi minuti dopo l’arrivo sono sempre i più belli. E intendo quelli dopo lo sbarco, mentre aspetti che ti vengano a prendere. Hai in testa tanti progetti, idee. Salutare conoscenti, rivedere certi luoghi, trascorrere ore piacevoli nel paese in cui sei nato e cresciuto.

Tra l’altro è una bellissima giornata e dato che mi sto rincoglionendo, comincio seriamente a pensare che trascorrerò cinque giorni fantastici.

E poi arriva mio fratello. Ci abbracciamo, scherziamo e dopo cinque minuti si inizia a parlare di ciò che non si dovrebbe parlare. Dei problemi in famiglia che si trascinano da anni, dei genitori che più invecchiano e più diventano egoisti e infantili.

Le mie fantasie idilliache iniziano lentamente a frantumarsi.

Per scelta decido di ignorare qualsiasi segno di tensione tra i miei genitori, decido di farlo almeno per il 25.

Meno male che ci sono gli amici.

Qui il processo di selezione naturale ha fatto il suo corso, quindi è sopravvissuto solo chi ha saputo allontanarsi da quello spettro chiamata “paese”. Chi ci è rimasto si è dato alla parrocchia o trascorre 12 ore al giorno su Facebook postando citazioni di Fabio Volo.

E quindi si beve, si parla e si ride. E si raccontano gli anni trascorsi insieme, le cazzate, i litigi.

Come sempre si finisce col parlare di quelli che non ci sono.

Grande errore. Perchè poi si racconta il motivo per cui gli altri non ci sono.

Di ciò che hanno fatto e non hanno mai raccontato. Certe cose si vengono a sapere solo col passare del tempo.

C’è chi si è fidanzato con la figlia di un mafioso per vivere una vita economicamente tranquilla, chi ha deciso di volare dal quinto piano, chi raccontava di essersi laureato a pieni voti mentre invece s’era beccato l’AIDS dando il culo a Lambrate.

I giorni trascorrono e i miei progetti di vacanze si sbriciolano, vengono spazzati via.

Mi riduco a stare sdraiato sul letto, accendendo e spegnendo il computer, controllando la home di Facebook, la posta elettronica e visitare siti porno per capire se la gente si ficca roba nel culo anche durante le vacanze.

Passeggio per il paese, sotto le luci giallo piscio che illuminano il corso e la zona vecchia. Merda di cane ovunque, spazzatura gettata per strada manco fosse coriandoli di carnevale.

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E nel mentre mi raccontano di M., che ha aperto un blog e in questo blog parla di sesso. Propone serate letterarie erotiche e spiega alle ragazzine come fare i pompini.

E’ diventata una sorta di celebrità tra queste 35.000 anime.

Poi c’è F. che organizza serate ed eventi. Ha sorpassato da un pezzo i 30 anni, non ha un lavoro fisso e si sbatte per creare qualcosa in un contesto dove picchiare la moglie è il secondo sport dopo rubare i pannelli solari.

E mi domando chi siano i vigliacchi, loro o io. Loro sono rimasti. Hanno avuto il coraggio di provarci o paura di perdere le certezze che ‘sto paese di merda offre?

Io me ne sono andato perchè vigliacco o perché ho avuto il coraggio di mettermi in discussione?

Ecco, le solite domande che mi pongo ogni volta che torno e che almeno per questo Natale mi ero ripromesso di cancellare.

Mancano due giorni alla partenza e non ce la faccio più.

I miei genitori che a stento si parlano, gli sguardi stanchi e spenti di chi si trascina per queste vie che non hanno più niente da raccontare e forse non ne hanno mai avuto, il trovarsi dopo anni uno davanti all’altro e non avere un cazzo di cui parlare.

All’aeroporto mentre attendo il volo di ritorno, sento un peso che cade dalle spalle.

Mi chiedo del perché debba essere ogni volta così. Vale la pena tornare, per immergersi in questa malinconia autolesionista?

E’ il richiamo del sangue, del veleno che scorre in questa terra.

 

 

 

Dipinto: James Ensor, La morte e le maschere, 1897

“E tu Vale, dovevi solo darla”

Qualche tempo fa elogiai le doti (non vaginali) di Sasha Grey, mettendo in evidenza la sua grande capacità di essersi calata nei panni di un personaggio in grado di interpretare più ruoli senza grandi pretese. Sasha da porno attrice è divenuta musicista, attrice impegnata, artista, modella, imprenditrice, moderatrice e così via.

Ci è riuscita perché non è stupida, è autoironica e non pretende dai suoi dieci neuroni ciò che non potrebbero mai fare.

In realtà la figura della Grey non è nulla di nuovo nel panorama mediatico, basti pensare ad attrici come la Pozzi e la Staller, oggi ricordate più come donne dello spettacolo o showgirls piuttosto che come porno attrici. La sostanza è sempre quella: se ti sai vendere bene, nessuno presterà attenzione a ciò a che fai. Come non pensare al Rocco nazionale, il quale trivella da anni in giro per il mondo e venuto alla ribalta nella nostra quotidianità più pura e immacolata con pubblicità e inviti a trasmissioni in prima serata, nella quali esponeva il suo punto di vista sulla fregna e sulla politica. Argomenti che effettivamente non sono poi così distanti.

Rocco, Moana, Ilona, Sasha. Mostri sacri della cultura pop contemporanea. Icone mediatiche che fatturano o hanno fatturato milioni di dollari all’anno e rivestono un ruolo non indifferente nell’immaginario collettivo. In grado di suscitare curiosità e stupore: “Ah cazzo, ma la Grey legge Sartre”.

Affianco a queste figure c’è chi poi cerca di seguire la scia, di imitare il già fatto.

Valentina Nappi.

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La Vale mi ha regalato gioie immense, ha riempito per qualche anno i miei sabato sera di solitudine e spodestato nella mia cronologia tutte la altre parole chiave (porno, satana, Cristina d’Avena è un alieno).

Ragazza naturale, in grado di prendere cazzi manco fossero auguri di compleanno. Insomma, grande lavoratrice.

Ha iniziato dal basso, come tanti, con i solito pornetti, per poi approdare alla corte di Rocco e giungere alle grandi case produttrici americane.

Finché Vale si limitava a mettersi a pecora e fare ciò che doveva fare mi era davvero simpatica. Ero contento e soddisfatto di masturbarmi davanti a un tipa che dava davvero l’impressione di fare porno per il piacere di farlo.

Avevo trovato la donna della mia vita. Dopo anni di illusioni, segnate da amori fragili e seghe buttate lì tanto per, ecco che un angelo mi era apparso per indicarmi la retta via. Tutto procedeva per il meglio, finalmente ero in una relazione sana, dove ognuno aveva i suoi e spazi. Inoltre potevo finalmente comunicare ai miei amici la fine della mia solitudine.

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-”Vieni stasera con noi a picchiare i Rom?”

-”No, ragà, mi spiace. Stasera rimango a casa con Vale. Non ci siamo visti per tutta la settimana…”

Ma si sa, tutto finisce. Viviamo in un mondo di equilibri precari e costrutti immaginari che ci sforziamo di rendere concreti.

Ma che cazzo ‘sto a di’.

Niente, a un certo punto la Vale inizia ad andare in TV a parlare di politica, economia e filosofia morale. A proclamare che il sesso è “ghettizzato”, “fare la porno star è come fare qualsiasi altro mestiere, perché alla fine ti vendi in entrambi i casi” e blabla.

Da lì, la nostra vita è cambiata. Valentina ha cominciato a pensare e a parlare.

Malissimo.

Esprimeva le sue idee e convinzioni appoggiandosi a frasi fatte, citazioni più volte ripetute, sfanculava congiuntivi e condizionali. Il web aveva scoperto una nuova icona POP. Ma lei non è POP, come ha anche sottolineato in un simposio filosofico. Esatto, perché mentre voi siete laureati in lettere e filosofia e state a casa a non fare un cazzo, c’è Valentina che è invitata a Festival vari per esprimere la sua visione del sesso.

Ore noiose trascorse a cercare di esprimere un cazzo di concetto in maniera lineare. Il suo sguardo perso nel vuoto, le sue pause infinite e gli sguardi scettici del pubblico.

L’amore della mia vita si era ridotto a un fenomeno da circo.

Ridicolizzata anche da Lucci, messa alla mercé dell’intrattenimento mediatico più scadente e POP, la mia Vale svaniva davanti ai miei occhi.

http://www.iene.mediaset.it/puntate/2014/04/23/lucci-la-porno-emigrante_8571.shtml

Ha giocato a interpretare un De Sade moderno, una Pozzi più aggressiva per poi finire nella trasmissione di Diprè e rispondere ai Tweet di Massimo Boldi.

Si fosse limitata a fare quello che sa fare: aprire le gambe- ingoiare; magari avrebbe avuto la possibilità di ritagliarsi un posticino nell’olimpo del porno e poi chissà, magari presentare San Remo. E forse anche il nostro amore avrebbe avuto qualche speranza in più.

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Invece no. Vale ha voluto bruciare le tappe, interpretando ruoli al di sopra delle sue possibilità per poi diventare diventare una semplice, stupida, zoccola. Mentre la Grey e compagne sono agli occhi di tutti artiste “poliedriche”.

Del mio amore oggi non rimangono che frammenti e nostalgici ricordi. I miei sabato sera son ritornati a essere noiosi e non c’è attrice che abbia risvegliato in me quei sentimenti come solo Vale poteva fare.

L’amore da, l’amore toglie.

E tu Vale, dovevi solo darla.

“Non c’è nulla di cui preoccuparsi, abbiamo la situazione sotto controllo”

C’è un esercito che avanza, sventola bandiere nere, sgozza senza pietà e fa tremare l’Occidente

Un esercito che sembra fottersene totalmente di coalizioni antiterroristiche e alleanze atlantiche; un esercito fatto di uomini che non battono ciglio davanti alla ipotesi di potersi immolare per una causa che, per quanta fanatica, è sorretta da un ideale.

Già, un ideale.

E dove lo trovi di questi tempi?

Ai mercatini equo solidali dell’Unicef?

Ma l’occidente regge il colpo, come sempre.

Ignorando il fatto, o facendo finta di ignorare, che ha i giorni contati. Spalmati su indici di borsa che affondano e conferenze di politici che sostengono sicuri: “Non c’è nulla di cui preoccuparsi, abbiamo la situazione sotto controllo.”

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Il controllo, la consapevolezze di poter giostrare gli eventi e renderli prevedibili.

Ma sono politici, non scienziati.

E se permettete non mi fido per un cazzo.

“L’Ebola è un’emergenza sanitaria mai affrontata prima. Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Abbiamo tutto sotto controllo.” (cit²)

Un po’ come dire: “Ho dato fuoco alla casa. Ma tranquillo, ho lasciato al cane il numero dei vigili del fuoco.”

Va bene, ok. Ma spiegami come si sia giunti a 4.000 morti e non si sono ancora presi provvedimenti.

Non per mettere in discussione il fatto che tu “abbia il controllo” ma semplicemente l’idea di pisciare e cacare sangue, non mi fa stare così tanto tranquillo.

E poi tu non hai nessun cane, cazzo.

Bisogna mantenere la calma, l’Occidente hai protocolli di sicurezza necessari per affrontare il Virus.” (cit³.)

Ok, allora dì a tuoi medici e infermieri di rispettarli ‘sti minchia di protocolli.

O mi stai dicendo che tu non solo non hai un cane ma che addirittura non conosci nemmeno il numero dei vigli del fuoco.

Cristo.

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Comunque l’ho sempre detto. La colpa è di questi negri che non solo vengono a rubarci il lavoro ma ci infettano anche con le loro malattie del cazzo.

Oh, che io ho già il mal di di gola.

E cosa fanno i nostri politici?

Salvini, -chi??- quello della Lega Nord che qualche tempo fa chiamava i meridionali “terroni” e li voleva tutti fuori dalla Padania, ora ha messo su un partito (Lega Sud) e vuole cacciare i negri a calci in culo.

Secondo lui sono i clandestini il problema dell’Italia. E’ colpa loro se gli investitori portano i capitali all’estero, se l’Università non ha più fondi per la ricerca, se la disoccupazione tra i giovani è arrivata al 40%.

Niente più negri, niente più problemi. Niente più ebrei, niente più..ops!

E vuoi che a noi italiani questa idea non potesse piacere?

Dopo l’illusione Renzi, dopo la riscossa di Grillo, avevamo bisogno di un altro coglione che potesse alimentare le nostre speranze con promesse populiste.

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Ma vi confido una cosa. Il nero è il mio colore preferito.

Il nero oscura qualsiasi cosa, è il colore della democrazia. Nelle tenebre siamo tutti uguali, resi indistinguibili l’uno dall’altro.

Le bandiere di ISIS sono nere, neri sono i clandestini, nera è la morte a cui conduce l’Ebola.

Non abbiamo nulla da temere. Affrontiamo le conseguenze di danni creati in passato, con colonizzazioni, sfruttamenti, speculazioni, esperimenti.

Si è giunti al limite, al punto in cui nessun evento per forza di cose può essere controllato. Perché l’unica forma di potere che governa il mondo è la paura. E anche la paura, per quanto possa sembrare strano, è molto democratica. Non ha nessun colore.

 

In the western sky
My kingdom come

So still so dark all over Europe
And I ride down the highway 101
By the side of the ocean headed for sunset
For the kingdom come
For the

Black
Black planet
Black
Black world

Run around in the radiation
Run around in the acid rain
On a
Black
Black planet
Black planet hanging over the highway
Out of my mind’s eye
Out of the memory
Black world out of my mind

Still so dark all over Europe
And the rainbow rises here
In the western sky
The kill to show for
At the end of the great white pier
I see a

Black
Black planet
Black
Black world

Run around in the radiation
Tune in turn on burn out in the acid rain on a…

Map to the stars

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I tempi cambiano, la gente anche e Cronenberg altrettanto.
Dopo Cosmopolis il regista canadese sforna un’altra opera (“Map to the stars”), del tutto diverso dai suoi lavori precedenti horror/fantascientifici/thirlleriani.
A molti questo cambio di registro non è andato giù, vuoi perché da Cronenberg ti aspetti sempre quelle sfumature surrealiste e folli che nessun altro può offrire, vuoi perché Cronenberg ci ha abituati troppo bene, viziandoci con il suo “stile” per anni.
Map to the Stars è un lavoro che non pretende di essere ricordato nella storia del cinema ma che al tempo stesso può essere considerato un ottimo esempio di cinema non demmerda.

Siamo a LA, capitale mondiale dell’ industria cinematografica e dei sogni possibili e infranti.
E per la precisione siamo nei quartieri alti di LA, tra ville impossibili, limousine e milioni di dollari che si materializzano seguendo tutte le possibile vie del superfluo.
Qui le vite della famiglia Weiss (Mia Wasikowska-John Cusack), dell’attrice Havana Segrand (Julianne Moore) e di Jerome (Robert Pattinson) si incroceranno, congiunte dall’arrivo in città di una ragazzina alquanto strana: Olivia.
Olivia è gracile, gira per la città indossando ambiti sempre lunghi e guanti, nonostante le temperature sicuramente non invernali. Appare subito determinata a realizzare un progetto non molto chiaro.

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La sua vita entra in contatto dapprima con quella di Jerome, autista di limousine ma aspirante attore e regista. Fondamentalmente la rappresentazione del 70% dei giovani residenti a LA, nei cui occhi brilla l’illusione della fama e del successo, pianeti da raggiungere al di là delle proprie effettive possibilità e capacità.
Poi è il turno di Havana, attrice ossessionata dalla defunta madre, ex stella di Hollywood. Il sogno di Havana è poter interpretare la madre, nel remake di un vecchio film.
E infine c’è la famiglia Weiss. L’ultimo tassello, l’ultima tappa, la più importante nella mappa di Olivia.
Il fulcro della famiglia è il sedicenne Benjie, attore prodigio, idolo dei teenager e già alla prese con i primi problemi di tossicodipendenza.

Olivia (Christina Williams) ci conduce in ognuna di queste vite, mostrandoci lati oscuri del suo passato e un volto di LA inquietante quanto affascinante.

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Cronenberg dipinge un quadro già più volte realizzato da altri registi, atto a denunciare l’ipocrisia di un mondo ben diverso da quanto percepibile nella vita di tutti i giorni.
Jerome è il trentenne moderno, determinato ad affondare le mani nel successo a qualunque costo, fragile e privo di personalità.
Havana è la Hollywood dei tempi andati, ormai fantasma di se stessa, sorretta da cocktail di antidepressivi, orgie e meditazioni zen utili come le decorazioni natalizie a Pasqua.
La famiglia Weiss, milionaria e schiava del successo. Disposta a sacrificare l’adolescenza di Benji pur di avere un conto in banca da paura. E lo stesso Benji – probabile caricatura di Justin Bieber- è il ritratto di una generazione cresciuta troppo in fretta, svezzata con gli scarti del consumismo più scadente, priva di ogni riferimento morale.

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In questo caos si fa spazio Olivia, determinata a raggiungere il suo obiettivo, dissolvendo poco alla volta la nebbia che avvolge il suo passato e mostrandoci il suo folle e commovente progetto.
Map to the stars è un film apocalittico. Non esplodono vulcani, non cadono meteoriti, non si risvegliano i morti. Semplicemente è una guerra tra generazioni. Diverse tra loro ma accomunate dal fatto di essere cresciute sotto l’influenza degli stessi idoli e nella più assoluta solitudine. Pertanto la follia e le fiamme rimangono l’unica via possible e razionale per sopravvivere a una realtà che sfugge a ogni tipo di comprensione.